Il Pdl non c’è più, mani libere per Fini

Fuori dal partito-azienda, niente dimissioni dalla presidenza della camera e mani libere sui provvedimenti del governo fuori dal programma elettorale. Gianfranco Fini non accetta domande e all’Hotel Minerva davanti a un plotone di giornalisti degno di Barack Obama legge una breve dichiarazione scritta in cui detta le sue condizioni per il proseguimento della legislatura.

Nella vecchia prima Repubblica si tradurrebbe il tutto con un appoggio esterno alla maggioranza. Ma in realtà il caos è tale che il ministro «finiano» (Ronchi) e i tre sottosegretari (Urso, Menia e Buonfiglio) restano tutti al loro posto. Il governo, per ora, va avanti come se nulla sapesse della tempesta che si è appena abbattuta sul primo partito italiano e sulle aule parlamentari.

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Futuro e libertà di un senatore finiano

«Qui c’è la rottura politica, forse irreversibile e definitiva, di un’intera comunità. Non è come con lo scioglimento del Msi e di An o i congressi con Rauti e Almirante in cui comunque più o meno siamo andati avanti tutti insieme».
Maurizio Saia, senatore «finiano» del Nord Est membro della commissione bilancio, risponde al telefono da Padova a metà pomeriggio. Per lui un week end di lavoro e contatti sul territorio con un orecchio sempre incollato al cellulare che squilla da Roma: «L’unico aspetto politico di cui sono veramente dispiaciuto è che stavolta rompiamo con gente con cui magari facciamo politica da quando avevamo 13 anni o facevamo insieme i campi hobbit».
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‘n pezzetto light

Quanno ce vo’ ce vo’… Da legge’ co’ ‘na biretta fresca. Così, npò pe’ ride npò pe’ scherzo.

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La “seconda Repubblica” finisce in mattanza

«Non sono più disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito. Non sopporto che i giocatori  litighino negli spogliatoi. Il governo non è a rischio ma viene meno la fiducia nel ruolo di garanzia del presidente della camera». Silvio Berlusconi pronuncia in questo modo la parola fine nel suo legame politico con Fini. Definitiva, livida, totale, arriva la sconfessione del capo. E la purga affidata ai colonnelli. Il crollo del Pdl innesca uno  scenario politico e istituzionale senza precedenti. Ufficialmente i pochi «finiani» al governo restano al loro posto. E nessun presidente della camera è mai stato sfiduciato formalmente dall’assemblea. In ogni caso è la fine di un’epoca.

La «seconda Repubblica», in fondo, era cominciata nel ’93 proprio con il sì a «Fini sindaco di Roma» da parte dell’allora imprenditore Berlusconi in un supermercato di Grugliasco. Sedici anni emezzo dopo, l’infinita transizione italiana arriva a un punto di non ritorno. Su quella Repubblica, prima maggioritaria e poi bipolare, cala il sipario. Pochi rimpianti.

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Paese sera non è calabrese

Piero Sansonetti si è presentato ieri a Rende, vicino Cosenza, come nuovo direttore del quotidiano locale Calabria Ora. «Ho accettato perché le sfide si accettano tutte – spiega Sansonetti – e poi perché la Calabria è un posto importante, uno dei posti in cui uno che vuol fare il giornalista, che vuole occuparsi della vita civile, che ha un po’ di passione per cosa sarà questo paese, beh forse il posto più adatto è questo. È stata una sorpresa per me – ammette - però una bella sorpresa».

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Giornali nello Stretto tra mafia e politica

Calabria, terra di frontiera ma anche penisola in perenne ebollizione: politica, criminale, editoriale. Tutto cambia ma i confini sono sempre più labili.

La vecchia «Calabria Saudita» ma anche la Calabria come avamposto. Come ha scritto Luigi Pintor parlando del manifesto come avamposto: «una frontiera dove lo stato d’emergenza è quotidiano per definizione». E «Avamposto» si chiama anche un libro di Roberto Rossi e Roberta Mani presentato martedì sera a Paola (Cosenza) insieme al segretario della Fnsi nazionale Franco Siddi e regionale Carlo Parisi. Una raccolta di storie di cronisti calabresi minacciati dalle mafie.

Un fenomeno in crescita esponenziale negli ultimi mesi, con il cambio di guida alla regione e le inchieste decise dalla procura reggina. L’ultimo episodio è del 23 luglio. Un proiettile in una busta senza francobollo recapitato a Saverio Puccio, 35 anni, giornalista della redazione di Catanzaro del Quotidiano della Calabria e collaboratore dell’Agi.

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Il Pdl alle comiche iniziali

Il piano contro Fini sarebbe in due mosse. La prima entro venerdì prevede una resa dei conti nell’ufficio di presidenza del Pdl. Una sfiducia tutta politica al presidente della camera vicina all’espulsione. La seconda passa per il parlamento: con un discorso di Berlusconi in pieno agosto (forse martedì) sulla imminente «grande riforma della giustizia».

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Contro Fini la politica del bubù

«Arrivati a questo punto mi aspetto di tutto». Dopo aver lanciato il sasso della legalità contro Verdini e Cosentino, Gianfranco Fini si è interrogato a lungo con i parlamentari a lui più vicini sulle prossime mosse dei «falchi» del Pdl. Ma le voci di un imminente «processo interno» al partito che lo metta in minoranza e con le spalle al muro per ora non lo preoccupano più di tanto. Tra via dell’Umiltà e Montecitorio rimbalza la notizia (non definitiva) di un ufficio di presidenza da convocare già domani dopo la fiducia sulla manovra per «sfiduciare» politicamente il presidente della camera documentandone partigianeria e disdoro istituzionale.

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Contropelo nella notte

Mezzanotte. Lungotevere romano dietro Campo de’ Fiori. Una Bmw cabrio blu sfreccia nella notte. Al volante un uomo. E’ solo,  cinquant’anni, asciutto, calvo, abbronzato. La macchina va a zig zag, le mani del guidatore si agitano sul viso e vicino alle orecchie. Al semaforo lo guardo bene. Non impugna un telefonino ma un rasoio elettrico Braun grigio metallizzato. Si rade guidando come se nulla fosse. E quando schiaccia a tavoletta riparte procedendo al contropelo.

Pdl, tra Fini e Berlusconi la rissa continua

Stavolta la smentita di Bonaiuti è stata preventiva: «Si avverte che il presidente Berlusconi non ha fatto né farà alcun commento sulle dichiarazioni del presidente Fini». Eh sì che da dire ce ne sarebbe, perché il cofondatore del Pdl non solo difende (indirettamente) il «suo» Fabio Granata dagli assalti dei berluscones ma affonda il coltello nella piaga chiedendo direttamente le dimissioni di Denis Verdini dai vertici del partito nazionale e di Nicola Cosentino da quelli del partito in Campania in nome della «legalità».
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