Fuori dal partito-azienda, niente dimissioni dalla presidenza della camera e mani libere sui provvedimenti del governo fuori dal programma elettorale. Gianfranco Fini non accetta domande e all’Hotel Minerva davanti a un plotone di giornalisti degno di Barack Obama legge una breve dichiarazione scritta in cui detta le sue condizioni per il proseguimento della legislatura.
Nella vecchia prima Repubblica si tradurrebbe il tutto con un appoggio esterno alla maggioranza. Ma in realtà il caos è tale che il ministro «finiano» (Ronchi) e i tre sottosegretari (Urso, Menia e Buonfiglio) restano tutti al loro posto. Il governo, per ora, va avanti come se nulla sapesse della tempesta che si è appena abbattuta sul primo partito italiano e sulle aule parlamentari.








