Piperno: “Lo stato poteva salvare Moro”

Intervista di Iaia Vantaggiato

Nel 1978, nei 55 giorni più lunghi e più tragici nella storia della Repubblica, erano schierati su fronti opposti. Franco Piperno, ex leader di Potere operaio, faceva quel che era in suo potere, e non era molto, per facilitare la trattativa e salvare la vita di Aldo Moro. Francesco Cossiga, ministro, faceva quel che poteva, ed era moltissimo, per impedire la trattativa, anche a costo di sacrificare Moro.

Cominciamo dalla trattativa, quella tentata da te e da Lanfranco Pace.
L’idea fu di Paolo Mieli e Livio Zanetti, allora direttore dell’Espresso, l’unico giornale che aveva seguito le diverse fasi del movimento e col quale molti di noi avevano una certa consuetudine. Zanetti mi chiamò e mi disse che Claudio Signorile voleva incontrarci.

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Giorgiana Masi aveva 18 anni

Le sorelle di Giorgiana Masi

Foto di Tano D’Amico

Roma 12 maggio 1977, Ponte Garibaldi

Cossiga e il lutto del potere

L’addio di Roma a Cossiga: ministri, porpore, divise di ogni arma e grado, ex capi di stato, banchieri, deputati, ambasciatori e Giulio Andreotti. Ma poca, pochissima gente comune e niente leader dell’opposizione. La prima Repubblica seppellisce se stessa. Napolitano: «È morto un uomo di stato».

Politici, tanti. Cittadini, molti molti meno. Appena un migliaio scarso. L’ultimo saluto della capitale all’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga è un via via mattutino di alte cariche istituzionali, vertici della forze armate e degli apparati di sicurezza, porpore. Poca gente comune. Nessuna foto del feretro presidenziale trapela all’esterno. Gli sguardi profondamente accigliati di ordinanza delle autorità rientrate a Roma precipitosamente da ferie mai così litigiose cozzano sui visi abbronzati dell’estate.

Tra i pochi, pallido e visibilmente provato, spicca il volto di Giulio Andreotti, che si intrattiene meno di dieci minuti di fronte alla salma. In preghiera silenziosa accanto alla figlia e al figlio (attuale sottosegretario alla Difesa nel governo Berlusconi) dell’amico nemico di una vita. Quell’ex presidente che lo beffò sulla via del Quirinale ma lo nominò senatore a vita a ridosso del processo per mafia a Palermo.

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