Il mezzogiorno di fuoco del Pdl

Ormai manca «solo il napalm». La sintesi di Margherita Boniver sullo stato del centrodestra basta da sola a descrivere la vigilia del vertice del partito che Berlusconi ha convocato a Roma. Oggi a mezzogiorno, a palazzo Grazioli, una quindicina di persone proveranno a decidere le sorti della legislatura. Oltre a Berlusconi e Gianni Letta, i triumviri, capigruppo parlamentari e vice anche alcuni dirigenti selezionati. Sicuramente Ghedini, Alfano, Alemanno e Matteoli.

Un appuntamento delicato al massimo. Il giocattolo berlusconiano è a pezzi. Con il premier ormai preso tra mille fuochi. Ai soliti «finiani» si sono aggiunti i movimenti dei cattolici di tutti i partiti  e i «falchi» di ogni grado e origine che dalla tregua hanno solo da perdere.

Anche la Lega ormai va per conto suo. Bossi e Tremonti concordano in Cadore il federalismo. E se fosse per il leader leghista la verifica è fatta e chiusa: «Si vota a fine novembre». A meno che «Fini non si dimetta dalla presidenza della camera». Un ultimatum irricevibile che serve solo ad aumentare le difficoltà e i dubbi di un Berlusconi sempre più isolato, dedito più agli «affari esteri» (ambiguità d’obbligo) con Gheddafi e Putin che a quelli interni.

«Il punto fondamentale è capire se c’è una compatibilità politica tra programmi e progetti di chi ha deciso di seguire Fini e la linea portante che è quella del Popolo della libertà, partito che abbiamo insieme voluto costruire», dice l’ultimo dei pontieri, Ignazio La Russa. Fabrizio Cicchitto è più loquace «i punti saranno assai precisi», con paletti di contenuto e di tempi meticolosi. Si parla di un documento in 4 punti, talmente dettagliato che sarebbero indicati anche i tempi parlamentari, da sottoporre a settembre al voto di fiducia in assenza del quale si spianerà, per il Cavaliere e la Lega, il ritorno alle urne. Tutto dipende da quello che ci sarà scritto. I capitoli sono noti: federalismo, fisco, Sud e giustizia. Più un passaggio sull’immigrazione. In questo momento i finiani potrebbero votare (quasi) qualunque cosa.

Anche perché andare ora al voto non conviene quasi a nessuno nonostante la propaganda su «o fiducia o voto». Berlusconi incluso. Perché a meno di una guerra lampo vinta in campagna elettorale, si prospetta comunque un risultato a rischio in senato. E dopo il voto non è affatto detto che passi quel salvacondotto giudiziario che brama più di tutto.

Sulla giustizia il Pdl non intende arretrare di un centimetro. Avanti quindi sul Lodo Alfano costituzionale, processo breve e riforma del processo penale. Non è escluso nemmeno che Berlusconi di questo parli soprattutto in un discorso in aula. Tra i finiani si dice che torni in auge il vecchio progetto di sottrarre il controllo della polizia giudiziaria ai pm, in modo da condizionare totalmente le indagini all’esecutivo. Su questo – dicono le stesse fonti – il voto sarebbe davvero difficile.

Su un punto i finiani hanno ragione: Berlusconi – che per sua indole non è mai stato incline alla rottura – ha commesso l’errore fatale di espellere Fini. E dunque o si rassegna a tirare a campare oppure…tutto è possibile.

Berlusconi deve fare pace con la sua maggioranza ma non può tornare indietro con Fini. E’ in un vicolo cieco. Su di lui pendono tre processi, un certo discredito internazionale, apparati di sicurezza non di univoca fedeltà, dubbi crescenti di settori industriali e finanziari. Vedi l’intervista a Corrado Passera sul Corsera di ieri sulla giustizia che non funziona e la mancanza di un progetto per l’Italia. N.B.: l’ad di BancaIntesa è il primo sponsor del think tank di Montezemolo.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 20 agosto 2010

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