La maggioranza non c’è più. E la finanziaria «tabellare» targata Tremonti rischia grosso. In una Montecitorio deserta luci accese soltanto in commissione Bilancio. Dove la resa dei conti sulla legge di stabilità (la nuova finanziaria) fa consolidare, per la prima volta, il terzo polo: Fli, Mpa, Udc e Api. Da giorni i «finiani» (insieme all’opposizione) si sgolano per alcune modifiche alla manovra. In particolare su università e ricerca, editoria, fondi Fas per il Sud e tagli agli enti locali. Visto che il governo non ci sente hanno annunciato il voto insieme all’opposizione.
«Ho comunicato al capogruppo del Pdl che noi voteremo il nostro emendamento a prima firma di Italo Bocchino che prevede 270 milioni in tre anni per l’università», fa sapere prima dell’inizio dei lavori pomeridiani il capogruppo finiano in commissione Antonino Lo Presti. «Voteremo poi – aggiunge – gli emendamenti che servono a implementare i fondi per l’emittenza locale e l’editoria». In questo caso si tratta di emendamento firmato da Richi Levi e altri 13 deputati del Pd: un aumento di 150 milioni di euro che ripristina il fondo editoria azzerato da Tremonti. L’unico emendamento salva-giornali (misteriosamente) scampato alla ghigliottina della «non ammissibilità» azionata con la massima solerzia dal presidente della commissione Giorgetti (Lega) e dal relatore Milanese (Pdl, braccio destro di Tremonti in parlamento).
Di fronte a tutte le richieste il governo, tramite il sottosegretario all’Economia Vegas, ha ribadito che non c’è nessuno spazio a modifiche nella finanziaria. «Questa legge di stabilità, in questo momento storico, non è emendabile», chiosa a fine giornata Milanese. Un muro contro muro che però invece di intimidire i rivoltosi allarga le crepe anche nel Pdl. Maria Teresa Armosino, ex sottosegretario all’economia e presidente della provincia di Asti, annuncia il suo voto contrario alla manovra se non saranno mitigati i tagli agli enti locali (in particolare, ovvio, alle province). Mentre l’Mpa conferma che sui fondi per il Sud non farà più «sconti» a Tremonti. Quattro fronti aperti tra governo e parlamento e tutti di prima grandezza. Tanto più se si dovesse andare al voto anticipato.
Vegas prova a metterci una pezza: promette che per l’università ci sarà qualcosa nel decreto milleproroghe (annunciato dal governo per il 18 novembre) e alla Armosino risponde che forse qualcosa sarà fatto sui tagli agli enti locali con «un meccanismo sulla pluriennalità atto a smorzare i picchi». «La collaborazione tra governo e parlamento – aggiunge Vegas – sarà richiesta ma su un altro tavolo, perché questo tavolo si presenta come vetrina internazionale» per l’Europa. Impegni talmente vaghi se non bugiardi che non smuovono di una virgola il fronte dei contrari.
Anche perché il passo avanti dei finiani è tutto politico, come dimostra la presenza alla riunione sulla finanziaria del «terzo polo» di Della Vedova (Fli) e Galletti (Udc), plenipotenziari di Fini e Casini nella trattativa. Secondo i finiani dal governo «serve un segnale politico adesso».
I numeri, per una volta, non sono dalla parte di Tremonti. Anzi. Sulla carta Pdl e Lega contano 21 membri (il presidente Giorgetti non vota) e possono arrivare a 22 col sostegno dell’ex Pd ed ex Api Cesario. Anche senza contare la riottosa Armosino, l’opposizione più finiani e Mpa conterebbe invece su 24 voti. Il pericolo di andare sotto alla prima votazione per il governo è serio, tanto che Giorgetti ha dovuto rinviare l’esame a stamattina alle 10, sperando che la notti porti consiglio. Il via libera in commissione alla manovra resta comunque fissato a venerdì.
«No alla politica dei due tempi – avverte il capogruppo del Pd in commissione Pierpaolo Giaretta – il governo anticipi nella legge di stabilità alcuni degli annunci che saranno oggetto dei prossimi provvedimenti. In particolare sul patto di stabilità, sul fisco, sulla famiglia, sull’università e ricerca, sull’editoria e sui Fas. Sui quali si è registrato un largo consenso che va oltre gli schieramenti. Non si capirebbe un rifiuto oggi e un nuovo decreto tra una settimana». Sulla stessa linea l’Idv.
Sono 12 (su 17) i deputati Pdl in commissione Bilancio ad aver firmato lo scorso febbraio un appello al governo per ripristinare il diritto soggettivo e i fondi all’editoria. Oggi devono decidere se passare dalle parole ai fatti.
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