Insulti, porte sbattute, visi paonazzi e promesse di vendetta. Dopo essere stato «sfiduciato» dai finiani in commissione Bilancio, Giulio Tremonti finisce nel mirino anche dei ministri del Pdl. Il consiglio dei ministri di ieri a palazzo Chigi si è trasformato in una baraonda. Tra parolacce e l’ennesima minaccia di dimissioni sibilata nelle orecchie del premier.
Le «tabelle» miliardarie della finanziaria, inemendabili fino a poche ore fa, improvvisamente (dopo il no di finiani e Mpa) sono diventate un cantiere aperto. Dove molti ministri vogliono mettere un mattoncino. Prima l’assalto di Bondi e Galan ai forzieri dell’Economia, poi la preoccupazione di Stefania Prestigiacomo per la scomparsa di un miliardo di euro che il ministero dell’Ambiente destina alla difesa del suolo da alluvioni e frane. Il banco è salato. Tremonti, sempre più stizzito, ha replicato alla ministra: «Se vuoi ne parliamo in un altro momento, in separata sede, c’è solo un problema tecnico…». Prestigiacomo sbotta: «Non dire cretinate, non siamo scolaretti né stupidi, se hai qualcosa da dire la dici qui e non in separata sede, lo dici davanti a tutti». E giù insulti pesanti. Tremonti, livido, si dirige verso Berlusconi, e gli dice: «O si scusa o mi dimetto». Poi sbatte la porta ed esce platealmente mentre parla Prestigiacomo.
Il premier prova a mediare, chiede a Tremonti un atteggiamento più «ricettivo» e rimprovera la ministra, che porge le scuse ma tiene il punto sulla necessità di spiegazioni politiche.
Sull’episodio Tremonti è tornato anche nella successiva conferenza stampa: «Oggi Prestigiacomo mi ha chiesto scusa. Sono commosso», ha detto con un mezzo ghigno. Una replica alla quale la ministra ha risposto a tono sulle agenzie: «Ah si? Ha commentato fuori dal consiglio? Ha detto che si è commosso? E io che pensavo fossero bolle di rabbia…». La ruggine tra Prestigiacomo e Tremonti non è nuova. Già a novembre del 2009 litigarono sugli stessi fondi di ieri. Disse lui: «Cara Stefania, questo modo siciliano che hai di ragionare… ». E lei: «A me certe battute non le fai». Poi abbandonò i lavori: «Me ne vado, sennò gli alzo le mani». Il ministro, anche stavolta, non ci sta. E in serata via XX settembre diffonde una nota che addossa solo al ministero dell’Ambiente la responsabilità del mancato uso dei fondi contro le alluvioni. Replica al vetriolo di Prestigiacomo via Ansa: «Le ricostruzioni del Tesoro sono assurde e fantasiose. C’è la fila di ministri davanti alla porta di Tremonti e tutti chiedono di poter spendere i fondi stanziati ma bloccati con mille tecnicismi. Personalmente non vivo questo problema come una sfida personale, forse per altri invece è così»’.
Tremonti è celebre per le sue liti furibonde in mezzo al consiglio dei ministri. E’ passato alla storia il gesto delle manette ostentato verso Fitto dopo il suo rinvio a giudizio in Puglia. O il «Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in…» dopo l’ennesima lite con Brunetta.
In questo clima da ultimi giorni di Pompei, il ministro ha poi spiegato davanti ai giornalisti come andrà avanti la sua «legge di stabilità» dopo la rivolta finiana e «sudista» di giovedì. Saranno inserite alcune norme che dovevano andare nel decreto sviluppo (che quindi non si farà più): «Con un solo testo è meglio e si fa prima che con due testi». Tremonti non si sbilancia sulla cifra di spesa: «7 miliardi di euro lo avete scritto voi – dice ai cronisti – se avete qualche idea per la copertura mandatecela per fax». I macro-capitoli sono gli stessi delineati da Berlusconi: università, salari di produttività, 5xmille, ammortizzatori sociali.
«Cosa resta della vecchia legge di stabilità? Il concetto di stabilità – mastica amaro il ministro – non ci potranno essere interventi micro e non coperti». tutte le proroghe che prevedono spesa (come le missioni militari all’estero) devono essere inserite qui, avverte Tremonti. Che poi giudica certo il voto di fiducia, «probabilmente» nella versione che uscirà, la settimana prossima dalla commissione Bilancio.
«Prendiamo atto che questo governo non esiste più e che le risorse spuntano o spariscono a seconda delle convenienze politiche», certifica Ventura del Pd. La legge sbarcherà in aula martedì 16 novembre.
via il manifesto – quotidiano comunista – edizione abbonati.
