Caso Battisti, perché lo schiaffo all’Italia

di Mauro Palma *

Oggi, nell’ultimo giorno della sua presidenza, Lula sta decidendo di negare l’estradizione di Battisti. Una decisione politica, presa dopo aver ricevuto il parere dell’avvocatura di stato e motivata non sulle vicende di ieri – le modalità emergenziali dei processi – bensì sulla situazione attuale: il rischio di atti discriminatori o persecutori verso Battisti, una volta in Italia.

Di certo nell’opinione dell’avvocatura hanno avuto peso due elementi rispetto ai quali la sensibilità del Brasile si è andata molto raffinando negli anni recenti.

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L’apoteosi del conflitto di interessi

Parlamento cancellato: Berlusconi può decidere da solo entro marzo se comprarsi, per esempio, il «Corriere della Sera».

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Tremonti doppia truffa: né 5×1000 né giornali

Zac, tagliati i 50 milioni all’editoria nel decreto milleproroghe. Per fortuna si salvano dalle forbici di «babbo letale» Tremonti almeno le radio-tv locali. Che nella bozza uscita da palazzo Chigi perdevano anche loro 45 milioni di euro e invece in quella definitiva vengono graziate dai tagli del governo.

A conti fatti, dunque, la punizione divina tremontiana ricade solo sui 92 giornali in cooperativa, non profit e di partito. 50 milioni che l’Economia ha deciso – senza nessuna ragione finanziaria – di destinare al 5×1000 massacrato dal governo.

Tremonti riesce così in una specie di truffa al quadrato: da un lato non eroga tutti i soldi dovuti per il 5×1000 (bene che vada è un inspiegabile 3,75 per mille) dall’altro si rimangia quanto aveva giurato proprio lui (non sembrava un sosia) in parlamento non più tardi di qualche settimana fa a proposito di editoria.

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Editoria, i numeri di una crisi

Altro che «casta» e vacche grasse a spese dello stato. I numeri dell’editoria sono da brivido e parlano della crisi più grave della sua storia. Invece di aiutare il settore il governo però continua a tagliare qua e là, azzerando di fatto quasi ogni sostegno pubblico. Nell’italia delle parentopoli e delle mance agli enti più oscuri dell’universo è quasi un record.

Tra il 2009 e il 2010, stima l’Fnsi, almeno 1300 giornalisti sono andati in prepensionamento, cassaintegrazione o mobilità. A fine novembre c’erano 384 giornalisi cassaintegrati, 450 in solidarietà e 1.370 in disoccupazione. Nel 2010 l’Inpgi stima di spendere 15 milioni di euro solo per gli ammortizzatori sociali.

Nel giro di cinque anni, i contributi diretti e indiretti dello stato all’editoria sono passati da 640 milioni del 2005 ai 140 milioni del 2010 (dopo il milleproroghe). Un taglio che non ha paragoni in nessun altro settore industriale. Tagliare a tutti in parti uguali è infine il modo migliore per alimentare le disuguaglianze. Se un giornale «finto», per dire, prende 2 milioni invece di 3 cambia poco. Se un giornale «vero» (come questo) perde il 20% delle sue entrate in una notte si crea qualche problema a pagare stipendi e fornitori.

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Comitato per il diritto all’informazione e alla cultura

Ecco il testo del comunicato del Comitato per la libertà e il diritto all’informazione e alla cultura. Un gruppo di associazioni, sindacati e testate tra cui Fnsi, Cgil, Articolo21, Mediacoop, manifesto, Arci, etc.

“Il giorno successivo alla pubblicazione della legge di stabilità sulla gazzetta ufficiale, con il decreto “mille proroghe” il governo ha dimezzato il fondo editoria portandolo da 100 milioni a 50.

Si tratta di un fatto gravissimo, che rimette in discussione la sopravvivenza di 92 testate in cooperativa, non profit e di partito. Una decisione che mette a rischio 4mila posti di lavoro tra giornalisti, poligrafici e indotto e crea ulteriori difficoltà anche ad altre aziende del settore.

Una scelta che rappresenta un durissimo schiaffo al parlamento e alla democrazia e pregiudica la credibilità dello Stato e della politica.

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Giornali e dintorni, impegni improrogabili

Ma che cosa dovrebbe succedere ancora per comprendere che l’agonia di Berlusconi è più pericolosa del «berlusconismo rampante»?

Il governo Tremonti-Scilipoti sta innescando un’ondata di destra come non si era mai vista nel nostro paese. Dopo Pomigliano ecco Mirafiori. Dopo le proteste dell’«Onda» il ddl Gelmini sull’università. Dopo il «collegato lavoro» ritorna Sacconi con lo «statuto dei lavori». Oggi il governo del conflitto di interessi chiude i giornali con un decreto di fine anno in barba a parlamento e capo dello stato. Perfino nelle redazioni più prestigiose (vedi Corsera) sanno che andare in edicola non è più un pranzo di gala.
Chiudere gli occhi è ancora possibile ma è sempre più difficile. Quello che ci circonda non è un regime vecchio stile né può essere fermato con tribunali e manette. E’ una Repubblica in cui trionfano magnaccia, ladri di passo e mediocri cortigiani sopravvissuti a tutte le epoche.

Non è contro un governo che si deve lottare ma contro un intero sistema di potere. Un modello preciso di occupazione dello stato. Un furto violento e legalizzato di lavoro e saperi, futuro e democrazia.

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Giornali chiusi per decreto, Tremonti vuole di più

Firma con giallo. Giorgio Napolitano ha promulgato ieri il «milleproroghe» che cancella i fondi all’editoria stanziati in finanziaria. Un taglio preventivo e mortale, con cui Tremonti dimezza gli stanziamenti per l’informazione ancora prima che entri in vigore la legge di stabilità (il 1 gennaio). Il decreto inizia oggi in senato il suo lungo iter di conversione.

Il testo sarà pubblicato solo oggi ma tra camere, governo e Quirinale è stata una giornata di tensione. Per tutto il giorno Napolitano è stato chiuso con i più stretti collaboratori. Sul tavolo del presidente le limature all’atteso discorso di fine anno e provvedimenti «controversi» come la legge Gelmini sulle università e appunto il milleproroghe.

Tremonti si rimangia gli impegni presi personalmente alla camera e cancella in un colpo solo 50 milioni di euro all’editoria e 45 milioni all’emittenza locale. Un taglio letale per due settori già in profonda crisi. E non senza conseguenze per gli equilibri interni alla maggioranza.

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Perché no all’ergastolo. Anche per Videla

di Mauro Palma *

È difficile immaginare un delitto più grave del genocidio; della sistematica distruzione di un insieme di persone unite da una comune appartenenza, etnica, territoriale o di idealità, per sradicare ciò che esse rappresentano con il fatto stesso di esistere e affermare così il proprio dominio. Il Novecento non è stato avaro di tali crimini anche nella sua seconda metà, come dimostra la vicenda argentina. Con la specificità del tentativo di distruggere non solo la vita esistente ritenuta antagonista, ma anche quella nascente, sottraendole origine e futura memoria. Per questo è importante che Rafael Videla, primo capo della giunta militare, sia stato condannato dalle corti di giustizia argentine.

Tuttavia sentenza di condanna e pena irrogata non vanno confuse. Se la prima ha il valore dell’affermazione della responsabilità per il male subito dalle vittime e dall’insieme della società civile, la seconda necessariamente rinvia all’interrogativo su quale funzione a essa assegniamo. Una funzione che non può essere dosata sulla simmetria con il male commesso. Leggere allora il titolo Un bell’ergastolo per il genocida Rafael Videla con cui il manifesto (23 dicembre) ha dato la notizia della condanna, con quella sottolineatura compiaciuta, fa riflettere su quanto arretrata sia la nostra riflessione sulla pena e quanto deboli siano le convinzioni con cui da anni portiamo avanti la battaglia per l’abolizione della detenzione a vita.

Perché un ergastolo non può mai dirsi «bello». Al contrario, rappresenta sempre una sconfitta e un indice della nostra arretratezza collettiva.

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Il lavoro oscuro dietro le notizie

«Lavoro e libertà» è l’imperativo che riempie di sostanza l’appello che pubblichiamo oggi in prima pagina. Due parole che non possono lasciare indifferenti nemmeno il mondo dell’informazione che vive tutto, chi più chi meno, una crisi globale curata male, malissimo, dal nostro «babbo letale» Tremonti.

La maggioranza è ai ferri corti sul decreto milleproroghe. Il testo definitivo con ogni probabilità sarà reso noto solo oggi dopo la firma del capo dello stato. Se le indiscrezioni della vigilia saranno confermate, Tremonti avrà tagliato 95 milioni di euro dalle radio-tv locali e dall’editoria cooperativa, no profit e di partito lasciando in vigore la mancia di 30 milioni di euro per la grande stampa (impero Mondadori in testa) stabilita in finanziaria. Se andrà così, il governo avrà deciso di chiudere i conti con tutto ciò che di autonomo e libero si muove nel panorama dell’informazione garantendo spazi di manovra giganteschi solo ai quattro soliti noti dei grandi gruppi e al consorzio «Raiset» sulla tv analogica e digitale.

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Giulio mani di forbice e la guerra ai giornali

Nelle prossime ore sapremo se il manifesto viene chiuso per decreto oppure no. «Babbo letale» Tremonti ha riaperto motu proprio la battaglia sui fondi editoria chiusa in finanziaria appena una settimana fa.

Il testo finale del «milleproroghe» è ancora nelle nebbie ma una cosa deve essere chiara: il pluralismo dell’informazione non ammette né scambi né trucchi.

Dei contributi pubblici ai giornali, nemmeno un euro viene dal 5×1000. Le «forbici» sono impugnate da una mano sola, quella del ministro dell’Economia. E non si può confondere un taglio a freddo di 50 milioni che ucciderebbe oltre 90 testate coop, no profit e di partito con un contributo a pioggia di 30 milioni per la carta di tutti i grandi editori italiani.

Sarebbe un’indecenza economica e una vergogna politica. Soprattutto perché sappiamo che tra i grandi editori italiani la famiglia del presidente del consiglio, con le sue testate, le sue tv e le sue case editrici, siede a capotavola.

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