E La Russa studia storia con la bella Hoara

DIstrazione

Una modella come consulente per i 150 anni dell’unità d’Italia. Dal 10 marzo di quest’anno la soubrette Hoara Borselli è stata assunta nella segreteria del ministro della Difesa Ignazio La Russa come collaboratrice per i grandi eventi. Si dovrebbe occupare, in particolare, delle manifestazioni del 150esimo anniversario dell’Unità nazionale.

Continua a leggere

Dente di leone

Bombe emotive piovono

Sui resti di ciò che ero

Sotto un lampione

Davanti a una chiesa

 

Tu con un vestito bianco

O senza vestiti

Come un’onda di capelli neri

mi avvolge il profumo delle tue labbra

Sono un diamante dal sangue di vetro

 

Di tanti bicchieri di vino

Restano le briciole sulla tavola

L’applauso di una mano sola

I capelli bianchi non cadono

Giuro che ci siamo stati anche se oggi non ci siamo più.

 

Roma, 09/09

a mi.b.

 

Donne ’99

Donne come alberi gentili

riposano uomini sotto i rami.

Continua a leggere

A La Russa non basta la rissa, triplo vaffanculo a Fini

La Russa ministro da (ultimo) stadio. Anche il Pdl sbotta: «Smettila con queste cacate». Per il «Donald Rumsfeld» italiano quella di ieri è stata l’ennesima giornata nera. Ostentando il ghigno dei vecchi tempi, il ministro della Difesa Ignazio La Russa prima provoca un centinaio di cittadini che manifestano fuori Montecitorio, poi rientra in aula e manda letteralmente «affanculo» il presidente della camera Fini.

Continua a leggere

Le parole di La Russa insulto per insulto

Stenografico ufficiale della Camera dei deputati sugli insulti di La Russa a Fini e Franceschini.

Continua a leggere

Feltri e Riformista senza contributi pubblici

Editoria, Palazzo Chigi toglie 43 milioni a «Libero» e «Riformista»  e gli Angelucci minacciano 3mila licenziamenti nelle cliniche Tosinvest del Lazio.

La sentenza Agcom del 9 febbraio scorso (leggi il Pdf) lasciava ben pochi dubbi, e ieri al Dipartimento per l’Editoria di palazzo Chigi non hanno potuto far altro che prenderne atto. Antonio Angelucci e il gruppo Tosinvest dovranno rinunciare a tutti i contributi pubblici per l’editoria incassati o richiesti negli ultimi cinque anni. Una cifra che in totale supera i 40 milioni di euro, di cui circa la metà già erogati nel 2006 e nel 2007.

L’Authority presieduta da Corrado Calabrò ha accertato al di là di ogni ragionevole dubbio che gli imprenditori romani sono di fatto gli editori sia di Libero (direttori Feltri e Belpietro) che del Riformista. La commissione tecnica che si è riunita ieri a palazzo Chigi ha perciò deciso che i due quotidiani perdono il diritto ai contributi dal 2008 al 2010 e dovranno restituire i contributi incassati nel 2006 e nel 2007.

La legge 416/81, infatti, consente il sostegno pubblico solo a una testata per ciascun editore. La destra non è nuova a «furbate» di questo tipo. Nella stessa situazione si è già trovato Giuseppe Ciarrapico (editore e senatore Pdl) e potrebbe presto trovarsi anche Italo Bocchino (Fli), su cui sempre l’Agcom ha aperto un’inchiesta come possibile gestore sia del quotidiano napoletano Roma che dell’Indipendente.

L’inchiesta sugli Angelucci è durata quasi due anni (iniziò nel novembre del 2008). Più che indizi la guardia di finanza ha trovato una serie di smoking gun che disegnano «una catena di controllo» dei due giornali «non conosciuta e parallela a quella dichiarata».

Formalmente Libero era edito dalla Fondazione San Raffaele, un ente senza scopo di lucro. Mentre la testata del Riformista è affittata da anni alla cooperativa Edizioni Riformiste. Nella realtà invece i veri editori di entrambi i quotidiani sono società della galassia Tosinvest (alcune anche in trust lussemburghesi) tutte riconducibili ad Antonio Angelucci, attuale deputato del Pdl e fondatore di un «impero» economico che spazia dall’editoria alla sanità passando per quote rilevanti in banche come Capitalia (oggi Unicredit).

Dal 2003 al 2010 Tosivest Spa ha investito a fondo perduto nel Riformista oltre 22 milioni di euro. E dal 2001 al 2007 ha finanziato Libero con oltre 7 milioni, comportandosi di fatto come un editore che ripiana costi e perdite. Secondo l’Agcom sono importi annuali che non hanno «logiche di investimento» ma rappresentano «un contributo costante alla gestione ordinaria dell’impresa editrice». Le casse delle società in molti casi erano gestite come un calderone unico su cui spostare i fondi senza una logica precisa per la singola azienda. Per l’Agcom fra Tosinvest, Libero e Riformista esiste «un’unità gestionale».

A riprova, quasi tutte le riunioni sociali e del cda dei due giornali si sono tenute in un’unica sede, il quartier generale della Tosinvest a Roma in via Marche 1, «più volte indicato come “sede legale” anche delle imprese editrici»: 22 riunioni su 26 per il Riformista e 26 su 33 per Libero. Riunioni in cui risultano le stesse verbalizzanti (due impiegate Tosinvest) e spesso gli stessi soci e dirigenti (tra gli altri, Daniele Cavaglià, Roberto Pagnotta, Carmine Gianni Di Giore).

Insomma: «Le due imprese editrici sono condotte da persone di fiducia del gruppo Tosinvest» e «operano in coordinamento con tutto il gruppo Tosinvest di cui la Finanziaria Tosinvest Spa rappresenta il motore economico». Ai vertici di questa catena di controllo occulta sono collocate due società lussemburghesi, T.H. S.A. e SPA di Lantigos S.C.A., che si trovano al medesimo indirizzo nel Granducato e sono entrambe riconducibili alla famiglia Angelucci in generale e all’onorevole Antonio in particolare. Tutti fatti dimostrati – scrive l’Agcom – «almeno dall’anno 2006».

Una condotta grave e reiterata che è costata all’imprenditore eletto in parlamento una multa personale di 103.300 euro contro cui pende un ricorso al Tar. Per gli Angelucci è una batosta economica. Vanno in fumo crediti per oltre 43 milioni di euro: 10 per il Riformista più altri 33 per Libero, il giornale con più contributi diretti di tutti.

Sarà una coincidenza, ma poche ore dopo le brutte notizie in arrivo da palazzo Chigi il gruppo Tosinvest lancia un’operazione «shock and awe» contro la regione Lazio. Gli Angelucci all’improvviso minacciano di chiudere i battenti, licenziando entro il 15 aprile i 3.171 dipendenti del gruppo San Raffaele e costringendo la regione a trasferire altrove i 2.283 pazienti ricoverati. Per evitare una «catastrofe sanitaria» la regione deve onorare i 150 milioni di debito col gruppo e riconoscere al San Raffaele Pisana il carattere di «Irccs» come fatto per il Santa Lucia.

L’ordinanza integrale Agcom del 9 febbraio 2011 che condanna Antonio Angelucci (file pdf)

dal manifesto del 30 marzo 2011

Onu, in calo i rifugiati richiedenti asilo

GINEVRA – Continua a diminuire, anche nel 2010, il numero di richiedenti asilo nei paesi del mondo industrializzato. La cifra attuale infatti è pari a circa la metà del livello di inizio millennio.

È questo uno dei dati principali emersi dal rapporto statistico sulle domande d’asilo presentate nel 2010 in 44 paesi industrializzati*, pubblicato oggi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR (vedi il testo completo). È importante precisare che il rapporto prende in esame le nuove domande d’asilo presentate e non il numero di persone alle quali è stato riconosciuto lo status di rifugiato.

Lo scorso anno – si legge nel rapporto – nei paesi industrializzati sono state inoltrate complessivamente 358.800 domande d’asilo, il 5% in meno rispetto all’anno precedente e ben il 42% in meno del 2001. Negli ultimi dieci anni, il 2001 è stato l’anno in cui è stato presentato il maggior numero di domande: 620mila.

“Le dinamiche dell’asilo a livello globale sono in continuo mutamento” ha affermato l’Alto Commissario per i rifugiati António Guterres. “Il numero di domande d’asilo nel mondo industrializzato si attesta oggi su un livello molto più basso rispetto a un decennio fa. Le cifre annuali sono in crescita solo in un ridotto gruppo di paesi. È necessario studiare le cause alla base di questa tendenza per capire se il declino nel numero di domande sia la conseguenza di una riduzione dei fattori di spinta nelle aree di origine o invece di più rigidi controlli delle migrazioni nei paesi d’asilo”.

Numeri in discesa nella maggior parte dei continenti

Il numero di domande di asilo presentate lo scorso anno rappresenta il quarto più basso dell’ultimo decennio. Su base annuale sono state riscontrate diminuzioni in gran parte delle regioni del mondo, tra cui Europa, Nord America e Asia del nord. Nel vecchio continente, il declino più sensibile si è registrato nei paesi meridionali, nei quali il numero di domande presentate nel 2010 è stato complessivamente inferiore del 33% rispetto all’anno precedente. Ciò si spiega principalmente col fatto che un numero minore di persone ha chiesto protezione a Malta, in Italia e in Grecia. Tale diminuzione è tuttavia bilanciata da aumenti in altri paesi, come in Germania (+49%), Svezia (+32%), Danimarca (+30%), Turchia (+18%), Belgio (+16%) e Francia (+13%). Al contrario, sensibili diminuzioni sono state registrate in Norvegia (-42%) e Finlandia (-32%).

Nel 2008 in Italia si era verificato un significativo aumento delle domande di asilo, in linea con gli standard europei (30.300). Molti di coloro che presentavano domanda arrivavano prevalentemente via mare. Nel 2009, il numero delle domande di asilo è diminuito drasticamente, tale calo va attribuito anche alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia, fra le quali i respingimenti in alto mare. Dal 2008 al 2009 le domande di asilo si sono quasi dimezzate (17,600). Nel 2010, questo trend è continuato con 8,200 domande (sulla base dei dati attualmente disponibili), classificando l’Italia al 14° posto per destinazione tra i 44 paesi industrializzati.

A livello di continenti, solo in Australia il numero di domande d’asilo presentate lo scorso anno è stato superiore a quello del 2009. In Australia le domande inoltrate sono state 8.250, per un aumento del 33%. Tuttavia le cifre relative a questo continente sono ben al di sotto dei livelli riscontrati in altri paesi – sia del mondo industrializzato che non industrializzato – e si sono rivelate inferiori di oltre un terzo se paragonate con quelle del 2001.

Stati Uniti in cima alla classifica dei paesi destinatari di domande d’asilo

Se si prendono in considerazione i singoli paesi, gli Stati Uniti sono risultati ancora una volta – per il quinto anno consecutivo – il principale destinatario di domande d’asilo. Ogni sei domande d’asilo presentate nei paesi industrializzati considerati dal rapporto, una è stata depositata negli USA. Nel paese il numero di domande è aumentato di 6.500 rispetto all’anno precedente, anche per l’incremento di richieste d’asilo provenienti da cittadini di Cina e Messico.

Al secondo posto, tra paesi che hanno ricevuto più richieste d’asilo, si trova ancora la Francia. Soprattutto provenienti da cittadini di Serbia, Federazione Russa e Repubblica Democratica del Congo, le 47.800 domande pervenute nel 2010. Il terzo paese – con una crescita del 49% – è invece diventato la Germania, anche a seguito dell’aumento di domande presentate da cittadini di Serbia e Repubblica ex jugoslava di Macedonia. Si tratta di uno sviluppo ampiamente attribuibile al fatto che dal dicembre 2009 i cittadini di questi due paesi non hanno più bisogno di un visto per entrare nell’Unione Europea. Al quarto e quinto posto troviamo poi Svezia e Canada. Complessivamente, i primi cinque paesi hanno ricevuto più della metà (il 56%) del numero totale di domande d’asilo presentate in tutti i paesi presi in esame dal rapporto.

Proviene da cittadini serbi il maggior numero di domande

Passando ora ai paesi d’origine, il più alto numero di domande – 28.900, si legge nel rapporto – è stato presentato da cittadini della Serbia, tra i quali vanno inclusi anche quelli provenienti dal Kosovo. La cifra rappresenta un aumento del 54% rispetto al 2009, quando il paese si collocava alsesto posto nella classifica dei paesi d’origine di richiedenti asilo. È interessante notare che la cifra del 2010 risulta vicina a quella del 2001, quando si era appena usciti dalla crisi del Kosovo.

Al secondo posto – tra i paesi d’origine delle persone che hanno presentato domande d’asilo nel 2010 – si trova l’Afghanistan, con una diminuzione del 9% rispetto all’anno precedente. A differenza del 2009, quando la maggior parte degli afghani ha inoltrato la propria domanda in Norvegia e Regno Unito, l’anno scorso i paesi più richiesti sono stati Germania e Svezia. Terzi tra i richiedenti asilo del 2010 i cinesi, anche per la contemporanea sensibile diminuzione di domande presentate da cittadini di Iraq e Somalia. Per la prima volta dal 2005 infatti l’Iraq non è tra i primi due paesi d’origine di richiedenti asilo. Si trova ora invece al quarto posto, seguito dalla Federazione Russa. La Somalia – terza nel 2009 – si trova invece al sesto posto.

È necessario – secondo Guterres – ricondurre le cifre più recenti alle recenti emergenze in corso in Costa d’Avorio e in Libia. “In definitiva – aggiunge l’Alto Commissario – è ancora il mondo in via di sviluppo a  farsi carico della responsabilità maggiore nell’accoglienza dei rifugiati. Nonostante debbano far fronte a molte altre sfide, paesi come Liberia, Tunisia ed Egitto hanno tenuto aperte le proprie frontiere per le persone bisognose. Esorto tutti i paesi a sostenere il loro impegno”.


* I 44 paesi presi in esame dal rapporto sono – oltre ai 27 dell’Unione Europea – Albania, Australia, Bosnia-Erzegovina, Canada, Repubblica di Corea, Croazia, Giappone, Islanda, Liechtenstein, Repubblica ex jugoslava di Macedonia, Montenegro, Norvegia, Nuova Zelanda, Serbia, Stati Uniti, Svizzera e Turchia.

 

—- ooo —-

Where people seek asylum, and where they are from

LAST year 358,800 applications for asylum were lodged in 44 of the world’s richer countries, according to a report by the UN High Commissoner for Refugees published on March 28th.

This has fallen by around half since 2001. The largest number of claims came from Serbians, for whom restrictions on travel to the European Union without a visa were lifted in December 2009. This resulted in a rise in applications from 18,800 in 2009 to nearly 29,000 last year. Meanwhile, claims from citizens of neighbouring Macedonia increased by 600% to 6,351. Applications made by people from Afghanistan and Iraq fell by 9% and 18%.

Over 11,000 applications for asylum in America last year were made by Chinese citizens, by far the biggest claimant nationality in the United States.

tabella e testo in inglese tratti dall’Economist.

 

Cda Rai, Fini fa saltare lo scudo per Meocci

Fini cancella la norma salva-cda Rai introdotta di soppiatto nella «legge comunitaria». L’emendamento della commissione eliminava la responsabilità per danno erariale degli amministratori di società pubbliche.

Il codicillo era taglia su misura per gli amministratori Rai e, forse, di Finmeccanica. Tra gli altri, infatti, ne avrebbero sicuramente beneficiato cinque ex e attuali consiglieri di viale Mazzini Rai: Giovanna Bianchi Clerici, Gennaro Malgieri, Angelo Petroni, Marco Staderini e Giuliano Urbani. Tutti condannati dalla Corte dei Conti a pagare un milione e 800mila euro a testa perché nel 2005 approvarono la nomina a direttore generale di Alfredo Meocci.

Una nomina illegittima perché Meocci era palesemente «incompatibile» con l’incarico in quanto arrivato al vertice di viale Mazzini dopo essere stato commissario dell’Authority per le comunicazioni. La norma è stata dichiarata inammissibile ieri direttamente dalla presidenza della camera perché – ha spiegato in apertura di seduta la vicepresidente Rosy Bindi – «secondo gli uffici non rientra nelle materie che possono essere oggetto della legge comunitaria».

La legge – già approvata dal senato in prima lettura – recepisce ogni anno nel nostro ordinamento le indicazioni di Bruxelles arriva peraltro in aula senza avere nemmeno un ministro competente. Come si ricorderà, infatti, la poltrona è ancora vacante. Il ministero delle politiche comunitarie era l’unico dicastero tenuto da un finiano, Andrea Ronchi. Sia il Pd che Fli hanno protestato vivacemente per l’assenza di un responsabile governativo.

L’Italia continua a essere pesantemente inadempiente nei confronti dell’Unione. Il numero totale delle procedure d’infrazione contro il nostro paese si attesta a 144: 95 riguardano casi di violazione del diritto dell’Unione e 49 riguardano la mancata trasposizione delle direttive nel nostro ordinamento.

Crisi? Berlusconi raddoppia l’Irpef: 41 milioni

Si avvicina il tempo delle dichiarazioni dei redditi e come ogni anno il parlamento pubblica i dati dell’anno precedente. Berlusconi – non è una notizia – batte tutti. Il presidente del consiglio nel 2010 ha dichiarato redditi personali pari a 40.897.004 euro. La notizia è che nonostante la crisi economica abbia quasi raddoppiato la già faraonica dichiarazione del 2009 (23,6 milioni).

Lo stato civile del premier risulta «separato», mentre non risultano nuovi acquisti di auto, barche o di partecipazioni in società. Nel 2010 Berlusconi ha venduto soltanto una comproprietà al 50% di un appartamento a Milano. Tra i beni immobili a lui intestati emergono due appartamenti in uso abitazione a Milano, due box e altri tre appartamenti nella stessa città, dove ha in comproprietà anche altri due immobili. Inoltre è iscritto nella dichiarazione dei redditi un immobile nel Comune di Lesa (Novara) e le proprietà di Antigua: un terreno, un immobile e un altro terreno acquistato il 13 marzo 2009. Dichiarati, infine, tre depositi di gestione patrimoniale presso la banca popolare di Sondrio, il Monte dei Paschi e la Banca Arner.

Nella sfida tra avvocati Giulia Bongiorno (Fli) doppia Niccolò Ghedini: 2 milioni contro 1,1 milioni.

A parte il premier, il ministro più ricco è Ignazio La Russa con 374.461 euro. Tallonato da Giulio Tremonti con i suoi 301.918 euro.

Mentre tra i membri di governo non eletti spiccano Bertolaso (860mila euro), Santanchè (642mila) e Letta (342mila).

Per quanto riguarda i presidenti delle camere Schifani batte Fini. Il presidente del senato denuncia 229.918 euro mentre il leader di Fli dichiara 186.563 euro.

Il deputato più povero è dell’Udc. Si chiama Pietro Marcazzan e si ferma a 10.330 euro. E’ entrato alla camera solo a fine 2010 e ha percepito solo redditi da insegnante.

Il servizio dell’Ansa con tutte le dichiarazioni di deputati e senatori.

Lampedusa esplode, il governo litiga

L’immigrazione manda ancora una volta in tilt il governo. Con Bossi che bacchetta il ministro degli Esteri Frattini e Maroni che prova a smistare i profughi in tutte le regioni tranne in quelle del Nord. A pochi mesi dalle amministrative, la Lega ha deciso di cavalcare la non-accoglienza delle migliaia di persone sbarcate in Sicilia nelle ultime settimane.

Il governo, immobile per settimane, spinge a tavoletta la carta dei Cie e si spacca sui rimpatri. Frattini propone un assegno da 2.500 dollari per gli immigrati che vogliono tornare in patria volontariamente: 1.500 forniti dall’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e il resto anticipato dal governo italiano che, in futuro, chiederà un rimborso all’Unione europea. Apriti cielo. «Ma che pagare? Io non gli darei niente, li caricherei e li porterei indietro. E se tornano li riportiamo a casa ancora», tuona Bossi a caccia di voti. «È una proposta assurda, non so chi possa averla pensata», si accoda Calderoli. Il mister X in questione però non è tanto misterioso. Dopo le polemiche infatti una nota congiunta di Maroni e Frattini spiega che «si tratta di programmi internazionali già cofinanziati dall’Unione europea» e «saranno attivati solo in presenza di un finanziamento integrale da parte della Commissione europea».

Come previsto da settimane, Lampedusa esplode. Guardia costiera e guardia di finanza affermano di aver assistito in mare 13.500 persone solo negli ultimi 25 giorni mentre sull’isola si trovano ancora oltre 4mila persone (prima della chiusura, nel 2008, vi transitarono oltre 32mila persone): ben 2.500 di queste sono accampate per strada e sul molo. Gli oltre 200 bambini hanno trovato posto nella ex base Loran dell’Aeronautica e al centro della fraternità. Altri mille nuovi arrivi sono previsti per oggi. Almeno 4 i barconi avvistati al largo dell’isola. Alcuni sarebbero anche i primi ad essere partiti dalla Libia e non dalla Tunisia. In uno di questi, dirottato su Linosa, una donna ieri ha partorito un bambino. Entrambi sono stati evacuati in mare dalla Marina militare al Policlinico di Palermo.

Mentre i vari ministri litigano tra loro, il governo si rivela incapace di gestire ogni tipo di aiuto umanitario. In prima fila c’è comunque il Sud. I 1.550 migranti ospitati a Mineo (Catania) hanno chiesto quasi tutti l’asilo politico. E la nave militare San Marco ha sbarcato ieri altri 547 migranti a Taranto ed è di nuovo in rotta per un terzo viaggio.

Entro stamattina è possibile che quasi tutti siano trasferiti nella vicina tendopoli allestita dal Viminale a Manduria. Gli assessori della Puglia all’immigrazione Fratoianni e alla protezione civile Amati ieri hanno visitato il campo allestito dai vigili del fuoco sotto la supervisione del prefetto di Taranto in una base aerea abbandonata della seconda guerra mondiale. Si tratta di 70 tende da 8 posti ciascuna più alcuni container. «Il governo ci tiene all’oscuro di tutto ma contrariamente da quanto affermato dal sottosegretario Mantovano – racconta Nicola Fratoianni – il prefetto ci ha assicurato che la tendopoli di Manduria non sarà un Cie ma un Cpa, un centro di prima accoglienza».

Fratoianni – assessore di Sel vicinissimo a a Nichi Vendola – contesta «il modello di accoglienza» scelto dal governo. «La Puglia – spiega – stava già lavorando a una serie di piccoli centri diffusi sul territorio e realizzati in strutture già esistenti che avrebbero permesso migliore integrazione e migliore accoglienza da parte dei comuni interessati. Invece nel totale oscuramente degli enti locali coinvolti sta prevalendo invece una gestione emergenziale fatta di grandi opere. Nella riunione con i governatori Maroni aveva promesso di distribuire mille migranti per ogni milione di abitanti, «perequando» le regioni già adesso più coinvolte come Puglia, Calabria e Sicilia. E invece nulla di tutto questo. A Trapani, denuncia il sindaco di centrodestra Girolamo Fazio, si parla di riadattare il vecchio aeroporto militare di Chinisia dismesso dal 1961: 80 ettari a 3 chilometri dall’aeroporto di Birgi da cui partono le missioni di guerra sulla Libia. «Probabilmente pensano di fare una tendopoli anche qui ma Trapani – dice Fazio – ha già 2 Cie da mille persone e un terzo è in costruzione».

Non è la sindrome «nimby», è il frutto di una cattiva politica che mette gli uni contro gli altri. La Svezia, per esempio, ha solo 9 milioni di abitanti ma nel 2010 ha accolto oltre 30mila richiedenti asilo.

Fratoianni e Vendola hanno già chiesto a Maroni di garantire a tutti i profughi del nordafrica, senza distinzione della nazionalità, un «permesso di permanenza temporaneo» a fini umanitari. Una misura già prevista dalla Bossi-Fini che Maroni però vuole limitare solo ai libici (finora pochissimi). L’idea è sposata anche da Massimo D’Alema nella conferenza sull’immigrazione organizzata dal Pd. L’ex ministro degli Esteri ricorda l’esperienza del Kosovo e invita il governo a considerare tutti i migranti come «rifugiati temporanei»: «20mila persone sono un piccolo problmea per un grande paese. Accogliamoli regolarmente e poi negoziamo il rientro in patria, semmai anche assistito da noi, dal punto di vista economico. Non riesco a capire che senso abbia il dibattito se sono rifugiati o clandestini. La verità – conclude D’Alema – è che c’è una battaglia culturale della Lega per considerarli clandestini. Ma è un’idiozia: una volta stabilito che sono clandestini che facciamo, li processiamo tutti?».

A sorpresa, la linea dura della Lega è sposata dall’Udc. «Abbiamo sempre detto che i rifugiati, quelli che scappano dai paesi in guerra, vanno accolti – sottolinea Pier Casini – i tunisini non mi pare invece siano a rischio e vanno rispediti al mittente». Sarà, ma di sicuro la Tunisia – che di recente ne ha viste… – ad oggi ha accolto secondo l’Iom 158.901 stranieri in fuga dalla Libia, 6.500 al giorno negli ultimi 10 giorni. L’Iom sta organizzando nel Nord Africa la più grande evacuazione umanitaria della sua storia: oltre 350mila persone sparpagliate alle varie frontiere di Tunisia, Egitto, Algeria, Niger, Ciad e Sudan. L’agenzia europea Frontex ha prorogato il pattugliamento nel Mediterraneo (operazione Hermes) fino ad agosto. Costo: 2,5 milioni di euro al mese, basterebbero per svuotare Lampedusa in poche settimane.