Libia, ecco perché Napolitano sbaglia

di Danilo Zolo (editoriale del manifesto del 30 aprile 2011)

Ho recentemente sostenuto che la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, relativa alla guerra civile in Libia, è priva di fondamento sul piano del diritto internazionale. La Carta stessa delle Nazioni Unite, all’articolo 2, esclude che qualsiasi Stato membro possa «intervenire in questioni di competenza interna di un altro Stato». Ed è ovvio che questa norma vieta a maggior ragione che possa essere usata la forza per intervenire all’interno di una guerra civile in corso. Ciò è tanto più evidente se si tratta di una guerra civile di ridotte proporzioni, come è il caso della Libia. In casi come questo la pace internazionale non è in pericolo e questo esclude la competenza del Consiglio di sicurezza ad attribuire a qualsiasi Stato membro il diritto di usare la forza.

Insisto su questo argomento per una ragione di notevole rilievo: l’intervento militare contro la Libia, voluto dagli Stati Uniti e condiviso da alcuni paesi europei, è stato improvvisamente passato alla competenza della Nato. Nulla può essere giuridicamente più discutibile visto che la Nato è un’organizzazione militare nordatlantica che non può usare la forza al servizio delle Nazioni Unite senza un’esplicita decisione del Consiglio di sicurezza. Non si dovrebbe dimenticare che la Carta delle Nazioni Unite, nel suo capitolo VII, attribuisce ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza – Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia, Cina – il compito di dar vita a un Comitato di Stato Maggiore alle sue dipendenze e responsabile della direzione strategica di tutte le forze armate messe a sua disposizione. La Nato dunque non ha la minima competenza.

Tutto questo potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è se si tiene presente che il Presidente della Repubblica italiana, capo delle Forze Armate, Giorgio Napolitano, si è schierato apertis verbis a favore dell’intervento militare della Nato contro la Libia di Gheddafi. Egli sostiene che è «inutile ripetere cose che tutti dovrebbero sapere: la Carta delle Nazioni Unite prevede un capitolo, il VII, il quale, nell’interesse della pace ritiene che siano da autorizzare anche azioni con le forze armate volte a reprimere le violazioni della pace».

In realtà, sarebbe utile ripetere al Presidente della Repubblica che: la risoluzione 1973 in quanto tale non attribuisce a nessuno Stato e a nessuna organizzazione militare il compito di “fare guerra” contro la Libia.
Il solo compito – comunque illegalmente attribuito – è di imporre il No-Fly Zone, ciò che non comporta minimamente il bombardamento di città, di paesi, di rifugi sotterranei etc., e l’uccisione di persone indifese.

Ma la vicenda non finisce qui. Ieri abbiamo appreso che il Presidente della Repubblica si è apertamente schierato a favore del governo italiano e in particolare del suo leader Berlusconi. Egli ne ha approvato la recente decisione di assecondare la volontà degli Stati Uniti: si tratta di convertire il No-Fly Zone in una vera e propria guerra di aggressione, molto probabilmente in vista di una occupazione non disinteressata della preziosa terra Libica. Giorgio Napolitano ha approvato la decisione presa dal governo italiano di iniziare bombardamenti aerei con i propri Tornado e i propri missili anti-radar. Ha spiegato che «l’ulteriore impegno dell’Italia in Libia» non è che «il naturale sviluppo» della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo sulla base della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza. Una scelta, aggiunge il Presidente, «confortata da un ampio consenso del Parlamento italiano».

Usando la formula «naturale sviluppo» Napolitano sembra non considerare non solo la Carta delle Nazioni Unite, ma anche la Costituzione italiana. Egli ignora e contraddice anzitutto la celebre formula dell’art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». E contraddice l’art. 52 che legittima l’uso della forza soltanto in «difesa della patria». Ignora che l’art. 78 stabilisce che nel caso dello scoppio di una guerra le Camere devono formalmente deliberare «lo stato di guerra» e attribuire al Governo i poteri necessari. E ignora, infine, che l’art. 87 prescrive che sia il Presidente della Repubblica a dichiarare formalmente lo stato di guerra deliberato dalla Camere. Si può dire che il Presidente della Repubblica sembra ignorare la tragedia della guerra e non preoccuparsi della vita di centinaia, forse migliaia, di persone innocenti.

Da tempo si sostiene che l’attuale presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, se ne infischia della Costituzione italiana e si propone di manipolarla a suo uso e consumo assecondando, anche in questo ambito, la sua ambizione di dandy della politica italiana e di prossimo presidente della Repubblica. C’è da augurarsi che Giorgio Napolitano non assecondi anche questo «naturale sviluppo».

dal manifesto del 30 aprile 2011

Bossi e Silvio tra bombe, Drive in e sharia

Se di “guerra” si tratta, quella interna alla maggioranza tra Pdl e Lega dice tutto della crisi irreversibile della «Seconda Repubblica».

Non siamo ancora all’epilogo ma i lunghissimi titoli di coda stile star wars narrano di due anziani califfi come Bossi e Berlusconi ormai in balia dei propri clan, assediati da tribù ostili e manovre di palazzo. Due rais senza strategia che dicono schizofrenicamente tutto e il suo contrario su una questione dolorosa ma fin troppo frequente nel mondo post ’89 come la guerra (quella vera).

Ma anche la farsa stanca. Per risolvere la contesa nata sui bombardamenti in Libia perfino un ministro pirotecnico come Calderoli alza le mani: «Dopo il primo raid è tutto più difficile. L’ultima volta ho contribuito a mettere i caveat per arrivare a un parere favorevole. In questo momento, sinceramente, non mi viene in mente niente». Per nascondere il bluff o l’imbarazzo, le sfumature si sprecano: «La politica estera è una cosa, la missione in Libia un’altra, non ci sentiamo legati al programma su questo, anche perché non se ne era mai parlato».

Quando tra persone si parla di regole e non di relazioni, vuol dire che la situazione ha superato una soglia. Bossi nei suoi comizi modula i toni come un Craxi d’antan. Da un lato assicura di non voler far «saltare il governo», dall’altro avverte che se Berlusconi non «cambia idea» sulla svolta interventista «allora potrebbe capitare di tutto, noi non facciamo un passo indietro». Il pallino, dicono tutti sia nella Lega che nel Pdl, sta solo in mano al premier. I berlusconiani giurano che i due troveranno una «sintesi».

Ma l’altolà più serio il senatur alla fine lo lascia filtrare. E non riguarda certo la Libia, i Tornado o il petrolio. «A Milano corre Berlusconi, se si perde, perde Berlusconi», avverte Bossi.

Nella sfida in Padania, il Carroccio punta, anzi deve, superare il Pdl in termini di voti. Letizia Moratti è la linea del Piave per il premier. Il fusibile da far saltare per Bossi per mandare definitivamente in tilt il dominio berlusconiano ed essere ancora decisivo qualunque cosa accade domani.

Il Cavaliere lo sa. In questo caso tace per non alimentare le polemiche e già che c’è occupa tutto l’etere occupabile parlando di Wojtyla e di quanto erano amici e di come andrà tutto bene con i «5 milioni di pellegrini» che invaderanno Roma per la beatificazione del papa polacco. La disoccupazione giovanile schizza al 28%? Allora parliamo del biotestamento. Una linea clericale e baciapile che il premier sintetizza con una svolta inedita perfino per la Dc: «Il parlamento – dice al Gr1 – non dovrebbe mai varare nessuna legge contraria e negativa rispetto ai valori della tradizione cristiana». Ma cos’è, l’inventore del Drive In riscopre la sharia?

Qualcuno a fare il mercante di emendamenti ci prova ancora. Luciano Sardelli, capogruppo dei «responsabili», ha un’idea brillante: «Scriviamo una mozione di maggioranza che consenta i bombardamenti fino al 31 luglio». Evvai. Tanto poi si vede. Al momento Pdl e Lega non sanno come uscire dallo scontro frontale in cui si sono avviate. Sullo sfondo, il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto conferma ufficialmente, per la prima volta, che la missione in Libia finora è costata oltre 150 milioni di euro (missili esclusi). Due milioni al giorno che per tutto l’anno significano un altro mezzo miliardo da aggiungere al miliardo e mezzo già stanziato per le altre guerre in giro per il globo. Una cifra che Tremonti sta già pensando di tagliare a cominciare dal Libano. Certo, sempre se l’Italia avesse una politica estera ed europea in grado di sostenere un «ritiro» del genere.

In un quadro simile, l’inossidabile opposizione per una volta è granitica: «I civili di Bengasi vanno protetti. Se sono missili o bombe non importa». È questo il senso della mozione che il Pd voterà martedì alla camera. Bersani nega il ruolo di «stampella» a Berlusconi (il Def alla camera è passato grazie a 21 assenze strategiche nel Pd) ma rivendica per il suo partito il ruolo di «coagulante» tra progressisti e moderati. L’eterna non-scelta di Pds-Ds-Pd.

È più importante «verificare la maggioranza» (così dicono i democratici) che costruire un’alternativa in proprio. Ma c’è sempre qualcuno più centrista di te. E infatti arriva il paradosso di Roberto Rao, l’alter ego di Casini, che dice che l’Udc potrà votare sia la mozione del Pd che quella del Pdl purché stia con l’Onu e la Nato «senza se e senza ma». Poi, infine, forse più pazzi, forse più profeti, ci sono i finiani come Italo Bocchino. Che dopo aver perso tutto il 14 dicembre vedono nel fumo libico la nascita di una nuova maggioranza «destra-centro-sinistra» che espropri Lega, Di Pietro e berlusconiani e getti le basi di una oscura «Terza Repubblica». Buona notte. E buona fortuna.

dal manifesto del 30 aprile 2011

Mancassola: trenta-quarantenni, che fare?

di Marco Mancassola (il manifesto 29 aprile 2011)

Un sacco di cose sono accadute sotto questi occhi. Gli occhi di gente che ha trenta, quarant’anni. Il Muro, la rete, le Torri, figure simili agli Arcani di un epocale mazzo di carte. Il nostro paese in mano a un grande Joker. I mari che iniziano a salire, l’infinita crescita economica che sfinisce. Molte cose sono accadute. Siamo noi che rischiamo di non accadere.

In un articolo di alcuni mesi fa su Repubblica, Giorgio Vasta descriveva gli appartenenti alla propria generazione come «in attesa di un Godot epocale che li riscatti (consapevoli del fatto che se Godot non arriva è meglio)». Da quell’articolo e da altre riflessioni è nata la convocazione di un ampio incontro informale di scrittori, editori, intellettuali che si riuniscono oggi a Roma sotto la definizione di generazione TQ (generazione Trenta-Quaranta).

Pur trattandosi di un incontro non aperto al pubblico, gli organizzatori (oltre a Vasta, il merito dell’iniziativa va a Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia) hanno pubblicato una sorta di traccia-manifesto in cui la stessa generazione viene definita anfibia: uscita da un secolo-palude, da una società letteraria e da un sistema culturale ormai morto, ma che ancora ci condiziona. L’anfibio emerso dalla palude si asciuga la pelle e aspetta, stordito, di comprendere il nuovo mondo in cui si trova.

Non che sia rimasto molto tempo, d’altro canto. Convulsioni storico-sociali sempre più ravvicinate ci ricordano che non c’è più da aspettare. Godot è arrivato, arriva di continuo. Soltanto che in qualche modo non è accoglibile, non è narrabile, non è rielaborabile con linguaggi condivisi. Massima nevrosi di un’epoca che smania per il cambiamento ma non saprebbe riconoscerlo né accoglierlo, non dopo il disgregarsi di ogni contesto, di ogni comunità, di ogni effettivo spazio di risonanza.

Come siamo arrivati a questo? Possiamo pensare alla famosa carta geografica del racconto di Borges, la mappa del mondo in scala 1:1. Essa si è stesa su di noi con la pesantezza di un telo di plastica. Viviamo nello strato tra il mondo e la sua mappa, ed è per questo che la nostra esistenza è fatta oggi di sacche, rigonfiamenti di senso piccoli e isolati, bolle di vita infuocate come capanne sudatorie, improvvisi tentativi di strappo. Ci chiediamo a cosa lavorare: a fare una carta della carta? Oppure a strapparla? Le ipotesi sono infinite, urgenti, possibili, necessarie. Una immensa libertà, la libertà di un deserto, sfuma nell’immensa costrizione di un paesaggio di rovine, con cumuli di macerie a sbarrare ogni strada. Nulla sembra circolare in questo paesaggio paradossale.

Nessuna voce, non almeno nei modi conosciuti finora. La rabbia si riduce a episodi sparsi, proprio come le rivolte episodiche delle gioventù nelle strade, le macchine incendiate con dinamiche da flash mob.

Il che fare? è sempre più stringente mano a mano che il lavoro intellettuale subisce, al pari di ogni altro lavoro, la morsa dell’ordine economico. Precarizzazione, inflazione, proletarizzazione, atomizzazione, perdita di rappresentanza e di rappresentazione. Nel suo ulteriore specifico, lo scrittore-narratore si trova in un sistema editoriale attualmente in bilico, inquieto e sull’orlo del panico. Dove a rischio non è solo il mercato librario e la sopravvivenza della forma-libro ma il valore stesso delle storie, in un mondo intasato dalla sovrapproduzione editoriale, dall’inflazione narrativa, dalle dosi di fiction, dall’abuso delle tecniche di storytelling nel marketing e nella politica. «Innumerevoli sono i racconti del mondo», scriveva Barthes. Così innumerevoli, oggi, da rischiare di rivelarsi impossibili?

Se narrare storie significa anche convocare una comunità, che in quelle storie si riconosce e trova provviste di senso, serve una fede ostinata per continuare a scriverne in un tempo come questo. Un tempo in cui la comunità dei lettori appare dispersa, sfuggente, inconvocabile. Uno sforzo che sconfina nel delirio, un’impresa comunicativa con i tratti di una sindrome autistica.

Secondo Deleuze, scrivere letteratura significa «inventare un popolo che manca», fare appello «a un popolo che non esiste ancora». È soltanto rilanciando ambiziosamente la posta, pensando a se stesso come al fondatore di nuove comunità del sentire, che lo scrittore può compiere questo salto nel buio. E con una dose, ovvio, di autentico investimento umano. Il grado di menzogna esistenziale che riempie tanta narrativa oggi in commercio meriterebbe una trattazione a parte.

Abbandonando per sempre il cadavere del potere culturale, così come lo hanno inteso le vecchie élite (con il suo corredo di padrinaggi, piccole mafie, attenzione da elemosinare a capricciose cariatidi), si compie forse un primo passo. L’anfibio ha la pelle asciutta. Pur avendo la tentazione di rituffarsi nella palude, può azzardare un saltello in avanti.

dal manifesto del 29 aprile 2011

Umberto Eco: “il manifesto, un argine culturale”

Intervista di Valentino Parlato a Umberto Eco per i quarant’anni del manifesto.

«Voi, un argine culturale alla deriva berlusconiana»
«Il manifesto? Ci scrivevo perché mi era simpatico Pintor. Oggi rappresenta una forma di resistenza nel tracollo generale della sinistra. Volete un consiglio? Diventate un settimanale quotidiano» Parla lo scrittore che nel 1971 si firmava Dedalus. «Berlusconi è un abile, geniale piazzista, ha capito gli umori del mercato e la natura profonda degli italiani, che non si sono mai identificati con lo Stato»

Raccontami come è cominciata, già il 28 aprile del 1971, la tua collaborazione al manifesto.

La mia prima risposta è molto banale: è venuto Pintor a casa mia e me l’ha chiesto e poiché era tanto simpatico gli ho detto di sì. Ma c’era un’altra ragione. C’era una situazione tipica di una certa sinistra di allora, anche di quella di antiche origini cattoliche come la mia, che non riusciva a identificarsi col Partito comunista italiano.
Specie noi della cosiddetta neoavanguardia del Gruppo 63, se eravamo certamente orientati a sinistra, stavamo per così dire sulle scatole alla cultura ufficiale del Pci, ancora guttusiana, pratoliniana, con la sua idea di intellettuale organico che non era compatibile, tanto per fare un esempio, con gli eretici come Vittorini, diffidente verso tante nuove tendenze culturali emergenti, quasi sempre bollate come trucchi insidiosi del neocapitalismo. Una volta il buon Mario Spinella mi chiese di scrivere un lungo articolo su Rinascita per indicare quali erano i problemi che una cultura di sinistra doveva affrontare. Io scrissi di sociologia delle comunicazioni di massa e dello strutturalismo: fui coperto di feci dall’intellighentia del Pci. Mi viene da citare l’attacco dell’allora marxista Massimo Pini, poi finito in An, e un personaggio francese che scrisse «ma cosa diavolo racconta questo Umberto Eco: da un punto di vista marxista lo strutturalismo è inaccettabile». Questo signore si chiamava Althusser e due anni dopo avrebbe tentato il suo celebre connubio tra marxismo e strutturalismo.

C’era un clima molto difficile per chi volesse essere di sinistra, senza stare con il Pci. All’epoca l’unica alternativa possibile era con il giro di Lelio Basso e con il manifesto: l’unico modo di essere di sinistra senza venire irreggimentati nel Pci, anche se non era più quello togliattiano che accusava di decadentismo Visconti perché aveva girato Senso ma che tuttavia erano ancora accolte con diffidenza.

Tanto per fare un esempio, nel 1962 Vittorini pubblicava il Menabò numero 5, quello dedicato a industria e letteratura, ma proponendo un nuovo modo di intendere l’espressione «letteratura e industria», focalizzando l’attenzione critica non sul tema industriale ma sulle nuove tendenze stilistiche in un mondo dominato dalla tecnologia. Era un coraggioso passaggio dal neorealismo (dove valevano i contenuti più che lo stile) a una ricerca sullo stile dei tempi nuovi, ed ecco che dopo un mio lungo saggio Sul modo di formare come impegno sulla realtà apparivano prove narrative molto ‘sperimentali’ di Edoardo Sanguineti, Nanni Filippini e Furio Colombo. Perciò accettai la proposta di Pintor; ma poiché avevo un contratto per la terza pagina del Corriere della sera non potevo mettere la stessa firma su due quotidiani e scelsi di firmare Dedalus.

Dedalus, una firma di grande prestigio, nel segno di Joyce.

Mi sono divertito come un pazzo a scrivere i pezzi di Dedalus. Ricordo che un po’ di anni dopo Fanfani mi incontrò, agitando la mano e facendo, garbatamente, finta di volermi picchiare. La ragione? Qualche tempo prima sul manifesto avevo scritto: «L’onorevole Fanfani, passeggiando nervosamente sotto il letto…».

Altra polemica con Montanelli quando, attaccando la Cederna, aveva scritto che «annusa l’afrore degli anarchici sotto le ascelle». Scrissi: «una volta i polemisti portavano la penna all’altezza del cuore; tu, Indro, sei sceso molto più in basso». Poi Montanelli mi mandò un suo libro con la dedica: «In memoria di un colpo basso». Era un uomo di spirito.

Ma in questi quarant’anni ci sono stati grossi cambiamenti. Quali?

Sono stati totali. Il crollo del muro di Berlino, la fine delle ideologie e, di seguito, la fine dei partiti e anche la crisi del manifesto che non ha più nessuno con cui confrontarsi alla sua sinistra.

Vuoi dire che quando facevamo polemica con il Pci avevamo un ascolto e adesso che il Pci non c’è più chi ci sente?

Il cambiamento è stato enorme. Alla fine della seconda guerra mondiale i partiti governavano. In Italia la Dc, il Pci e gli altri ancora. Con la crisi delle ideologie i partiti si sono dissolti in Italia come in Francia, ma paesi come la Francia, appunto, si sono salvati perché lì c’è uno stato, mentre in Italia lo stato è debolissimo. E quindi in Italia siamo senza governo, nelle mani di una anarchia o di minoranze paracriminali, non perché uccidono gente per strada, ma perché sono fuori da ogni legalità. Ma, tornando indietro, ricordo che un’altra ragione della mia collaborazione al manifesto stava nella polemica contro i gruppuscoli, che erano per l’astensionismo. Per quante simpatie si potessero avere con il cosiddetto movimento, la rinuncia al voto era inaccettabile. Ricordo che mi chiesero di dirigere Lotta continua: cercavano qualcuno che avesse in tasca la tessera dell’ordine dei giornalisti, disposto ad andare in galera. Risposi di no, perché collaboravo con il manifesto, e non potevo tenere il piede in due staffe. Il manifesto era ovviamente legato al clima del movimento, ma apparteneva pur sempre a una sinistra parlamentare. Certo il manifesto sembra aver perduto la sua funzione storica, come il Pci e tutti i gruppi di sinistra. Direi che non siete più un partito ma resistete ancora in questo generale tracollo come una coscienza culturale.

Io lo vorrei ancora.

Bisogna pensarci, nell’attuale carenza di proposte positive, nell’assenza della sinistra: tutto è possibile e tutto è più difficile. Discutevo ieri della bizzarra proposta del colpo di stato di Asor Rosa. Il problema non è cacciare Berlusconi con un colpo di stato, contro il 75 per cento degli italiani, al quale in fondo le cose vanno bene così.

Il 75%, esageri proprio.

Non dico quelli che votano direttamente Pdl, ma quella maggioranza naturalmente berlusconiana che non vuole pagare le tasse, ha voglia di andare a 150 chilometri all’ora sulle autostrade, vuole evitare carabinieri e giudici, trova giustissimo che uno se può se la spassi con Ruby, trova naturale che un deputato vada dove meglio gli conviene. Questa è la moralità dominante. Berlusconi è un abile e geniale piazzista, che ha capito la sostanza e gli umori dell’attuale mercato politico.

Mi torna in mente il famoso errore di Benedetto Croce, secondo il quale Mussolini era caduto dal cielo e non partorito da noi italiani.

Berlusconi è stato partorito dall’Italia di oggi e ha capito la natura profonda del nostro popolo che non si è mai identificato con lo Stato, che si è sempre massacrato nello scontro tra città e città. Non a caso abbiamo tra i nostri pensatori un Guicciardini. Quindi anche se domani facessi un colpo di stato (che in ogni caso è sempre una cosa cattiva – non ho mai visto colpi di stato «buoni») non cambieresti gli umori del paese. Per cambiarli ci vorrebbe un’azione più profonda, di persuasione ed educazione, e di vere proposte alternative. Ed ecco che tornerebbe buona, se ci fosse, la politica. Però mi pare che la presa di posizione polemica di Asor Rosa nasca dal sentimento (e dalla frustrazione) che il colpo di stato strisciante è già in atto (ma dalla parte opposta) con l’umiliazione del parlamento, la sua riduzione a un manipolo di yes-men, la delegittimazione della magistratura e quindi la distruzione dell’equilibrio dei poteri, l’occupazione progressiva di tutti i centri della comunicazione. Scrivevo negli anni Sessanta che ormai per fare un colpo di stato non era necessario muovere i carri armati: bastava occupare le televisioni. Lo si sapeva già negli anni Sessanta.

E la differenza tra apocalittici e integrati? Ti ricordi?

È una distinzione molto vecchia, del 1964, superata. Allora c’era una netta divisione tra i critici del sistema delle comunicazioni di massa (pensa a Adorno) e quelli che si identificavano con il nuovo sistema della comunicazione. Questa divisione si è enormemente modificata, pensa alla Pop art, un’arte d’avanguardia che si abbevera alla comunicazione di massa.

La Pop art? Spiegati meglio.

La Pop art ha usato i fumetti, e non per criticarli (come sarebbe accaduto agli apocalittici del decennio precedente). Quindi, ha fatto provocazione d’élite basandosi su materiali una volta considerati bassi. Oppure pensa ai Beatles che – come ha poi intuito Cathy Berberian – potevano essere ricantati come se fossero la musica di Purcell che in qualche modo li aveva ispirati. Musica di intrattenimento, ma coltissima. Pensa a Benigni: fa parte della cultura di massa o della cultura d’élite? Non hai risposta: riesce a fare passare Dante davanti a ventimila persone e cammina come un clown. Ai tempi di apocalittici e integrati non sarebbe potuto accadere. Pensa anche al romanzo poliziesco che ancora negli anni Cinquanta era roba da vendere nelle edicole, leggere e buttare, e oggi Camilleri fa romanzi accessibili alle grandi masse, ma mediante una forte sperimentazione linguistica.

Visto che ci siamo: confini tra cultura altra e cultura bassa?

Le differenze sono infinite e difficili da identificare. È quasi come in politica: potrebbe essere un gioco di società trovare personaggi di destra all’interno del Pd e di sinistra (ma è impossibile trovarne) all’interno del Pdl.

Quelli di sinistra è proprio difficile trovarli.

Sì, perché anche la nozione di sinistra si è disfatta. Qualcuno, non ricordo chi, ha scritto che la sinistra ufficiale sta facendo l’unica politica conservatrice possibile: difesa della Costituzione, difesa della magistratura, e così via. Difesa anche dei carabinieri, pensa tu se ce lo avessero detto al tempo del Piano Solo.

Ma dall’altra parte c’è di peggio.

Certo: c’è l’attacco alle istituzioni e dunque è naturale che a sinistra si diventi conservatori. I tempi cambiano, vuoi mica che ancora oggi esista la differenza tra cavouriani e mazziniani? La polizia di Scelba manganellava i lavoratori e quella di oggi cerca di salvare i neri dai naufragi.

Gli apocalittici cosa sono diventati?

Gli apocalittici, pian piano, son diventati meno rigidi nel loro rifiuto. Pensa solo a come è andata con il fumetto, che era una delle cose più popolari, diretto a persone di cultura bassa. Poi, proprio noi intellettuali lo abbiamo riscoperto e ne abbiamo fatto un mito. Erano le letture della nostra infanzia, ma anche l’unico modo nel quale abbiamo potuto capire qualcosa dell’America. Ormai il fumetto è diventato una forma di cultura alta, perfino difficile da leggere. Certo i bambini leggono ancora Topolino che resta, più o meno, come una volta. Ma tutte le nuove forme… il fumetto cartonato che si vende nelle librerie, certe volte faccio fatica a leggerlo tanto è raffinato. Quindi quelli che una volta erano i mezzi di massa, contro cui si scagliavano gli apocalittici, oggi possono essere interpretati solo da gente che ha letto Joyce.

Carta stampata e Internet. Un duello aperto.

Sono stufo di sentirmi rivolgere questa domanda. Due anni fa ho pubblicato un libro con Jean-Claude Carrière, Non sperate di sbarazzarvi dei libri. Ovviamente sono un utente di Internet, ho ben otto computer nelle varie case dove capito, ma difendo i diritti e il futuro del libro per una ragione semplicissima: abbiamo la prova scientifica che un libro può durare 550 anni. Prendi un incunabolo, lo apri, sembra stampato ieri e ti permette persino la previsione che forse, se lo lasci in un ambiente poco umido, può durare altri 500-1000 anni. Non abbiamo nessuna prova scientifica che un dischetto, una chiavetta possano durare più di dieci anni, non tanto perché si possono smagnetizzare, ma perché nel frattempo sarà cambiato il tipo di computer. I computer di oggi non leggono più i dischetti di quindici anni fa. Certo, per me è una grande comodità viaggiare con una chiavetta che contiene tutta la mia biblioteca, però l’unica garanzia del fatto che l’informazione si conservi sta ancora nel libro cartaceo. Detto questo, Internet è una cosa utilissima, pensa a cosa sta cambiando nell’Africa del nord: senza Internet non sarebbe successo niente.

Il manifesto attraversa una nuova crisi. Tu, dicevi, perché ha perduto la sponda del Pci. Ma non è più solo per questo.

Innanzitutto c’è una generale crisi politica. Poi sono in crisi tutti i quotidiani. I giovani non comprano più i quotidiani, preferiscono leggere il giornale gratuito che si prende alla stazione. È un fenomeno generale: se è in crisi anche il Corriere della Sera, che può pagare centinaia di inviati speciali in tutto il mondo, come può non essere in crisi il manifesto? Se è vero che i giovani sono più attenti ai contenuti culturali, l’unica possibilità del manifesto è quella di settimanalizzarsi, non nel senso di diventare settimanale ma in quello di fare continuamente azione di approfondimento. Ha poco senso che il manifesto esca oggi dicendo quel che è accaduto ieri, perché lo ha già detto la televisione. Insomma, ripeto: un quotidiano di approfondimento. A modo suo Il foglio lo è. Quindi il manifesto dovrebbe essere sempre più un quotidiano di commento, di proposte. È l’unica possibilità di sopravvivenza. Ripeto una mia vecchia polemica: il quotidiano di 64 pagine non mi dà più nessuna notizia perché non faccio in tempo a leggerlo. Nel 1990 mi trovavo nelle isole Fiji dove usciva – lo davano gratis negli hotel – il Fiji Journal, che aveva otto pagine di cui sei di pubblicità, due di notizie locali e una pagina di brevissime notizie. Con quella pagina il Fiji Journal mi ha tenuto perfettamente informato su quanto accadeva in Italia e nel mondo. Allora, o tu diventi il Fiji, quattro pagine al giorno a 20 centesimi, oppure fai 10-12 pagine di approfondimenti, discussioni critiche, polemiche. Non ce la fai a emulare il Corriere della Sera o Repubblica dando più notizie di loro, piuttosto fai una critica dei loro articoli.

Torneresti a collaborare al manifesto?

Non riesco più a tener testa a tutte le cose che devo fare e da quando sono andato in pensione lavoro tre volte tanto. Comunque, lasciami passare l’estate.

dal manifesto del 28 aprile 2011

Ma quanto ci costa la “sarkozata” in Libia

Un frullatore impazzito. Nelle commissioni parlamentari ministri e capigruppo di Pdl e Lega leggono pedissequamente testi già scritti, cercando di evitare che i dissidi nella maggioranza deflagrino anche in pubblico. Ma evidentemente quello che non si può tenere non si tiene più.

Lontani da Roma, Bossi e Maroni se ne stanno rintanati per tutto il giorno a Milano, nella sede di via Bellerio. Il senatur tace e affida al ministro dell’Interno il compito di mettere i puntini sulle i: «La Lega ha avuto e ha una posizione netta e precisa, ed è il no ai bombardamenti pronunciato chiaramente da Bossi e ribadito anche sulla Padania».

Contraddicendo il capogruppo leghista, Maroni accusa Berlusconi di aver accettato una «escalation» e per questo ritiene «inevitabile» un voto del parlamento come chiesto da Pd e Idv. Un pronunciamento parlamentare che il Pdl però continua a escludere. Anche perché la «quadra» con la Lega è lontana e non sono pochi i malumori anche nell’ala cattolica della maggioranza.

E però dove non possono le bombe potranno, forse, i soldi. La missione in Libia costa cara. Per i 12 aerei e le 5 navi italiane si spendono 350mila euro al giorno solo di spese «vive» (carburante, manutenzione, ricambi, etc.). Dal 19 marzo a oggi i costi stimati dall’aeronautica sono di 44 milioni di euro. Un’ora di volo di un Tornado, per esempio, costa 19mila euro e bombe o non bombe fino al 18 aprile scorso le ore di volo totali avevano già superato le 1.200. Un impegno finanziario enorme, al quale si aggiungono gli 11 milioni al mese a carico della Marina (un solo giorno di navigazione della portaerei Garibaldi è a bilancio per 130mila euro) più i costi ordinari per l’assistenza agli alleati fornita nelle nostre basi. A questi 55 milioni, se ne devono aggiungere altri 15 già affidati al prefetto di Palermo per la prima gestione dell’«emergenza profughi».

La somma è facile: fin dall’esordio la missione libica costa più di 2 milioni di euro al giorno. Non a caso, la Padania di ieri, imbeccata da Tremonti, calcolava il costo della «sarkozata» di Berlusconi fino a 700 milioni di euro. Un impegno finanziario che per ora grava sul bilancio annuale di esercizio della Difesa ma che a lungo andare rischia di bruciare munizionamento, manutenzione, combustibili e ricambi preventivati in un anno. Una cifra che si aggiunge ai 754 milioni già stanziati fino al 30 giugno per gli 8mila soldati impegnati nelle altre missioni militari all’estero, Afghanistan, Libano. etc. Portando il totale «bellico» a 2,1 miliardi di euro.

Finora le coperture sono state garantite soprattutto dal gettito dei giochi. Ma Tremonti l’ha già detto ai ministri a caccia di denaro: «Volete fare la guerra? Chiedete agli italiani due centesimi in più sulla benzina». Il Cavaliere ufficialmente non commenta ma ai suoi assicura che indietro non si torna. Ieri mattina Berlusconi è andato ad Alba per i funerali di Pietro Ferrero e al ritorno a Roma, in volo con Calderoli, ha provato a placarlo. Evidentemente senza successo.

Intanto un primo effetto l’ira leghista lo ha già dato. Il consiglio dei ministri che doveva «premiare» i responsabili con le poltrone tanto attese è saltato alla settimana prossima.

La distanza tra Lega e Tremonti da un lato e Pdl dall’altro non è mai stata così ampia. I casi Parmalat ed Edison («siamo una colonia francese», strepitava Bossi sulla Padania), le «leggi» sulla giustizia, un rimpasto inevitabile nel sottogoverno, le grandi manovre ai vertici Rai (oggi Masi potrebbe togliere il disturbo aggravando le tensioni sul rimpiazzo e le varie contropartite) sono tutti problemi reali aggravati dalla propaganda «pacifista» funzionale al voto imminente delle amministrative. E’ una corsa in cui la Lega cerca in modo confuso e spregiudicato il sorpasso dell’alleato in tutto il Nord.

dal manifesto del 28 aprile 2011

Giordano: oltre il Pd, un partito unico della sinistra

«Bisogna costruire qui e ora un nuovo soggetto politico, una nuova sinistra che faccia dell’unità e dell’innovazione culturale il perno dell’alternativa a Berlusconi». Per Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione e dirigente del partito di Vendola, Sinistra e libertà «da sola non basta». E’ questo il senso del «patto di consultazione» proposto ancora ieri dal governatore pugliese a Pd e Idv. Un «oltre Berlusconi» declinato in modo un po’ diversamente dal Bersani in maniche di camicia.

Giordano, Sel propone un «patto di consultazione» a Pd e Idv ma Bersani vi risponde che state già facendo qualcosa in più, visto che siete alleati alle amministrative…

Purtroppo le cose non stanno così e non sono così semplici. Dobbiamo prendere decisioni importanti, il patto di consultazione e di unità è decisivo, altrimenti non saremo credibili. Col Pd bisogna battere molto il tasto dell’unità perché entro giugno ci sono appuntamenti fondamentali per un’alleanza che vuole essere alternativa a Berlusconi: lo sciopero generale della Cgil, le amministrative e i referendum. Il treno sta passando. E se non lo prendiamo ora vuol dire che l’alternativa alla destra non è ancora pronta.

Vedi un Pd troppo timido sullo sciopero generale della Cgil ?

E’ in gioco non solo il contratto nazionale ma anche un tema fondamentale come il diritto di sciopero. Il Pd da che parte sta nella vertenza Bertone? Era da sciocchi pensare che Mirafiori e Pomigliano fossero un’eccezione. Come si vede, avevamo ragione noi: la Fiat continua ad affossare i diritti e a perseguire l’abbattimento del costo del lavoro senza investire in qualità e innovazione. Non a caso le macchine di Marchionne non si vendono. Lo sciopero generale va sostenuto perché può rappresentare l’approdo e l’identità sociale di una nuova coalizione, un centrosinistra unito che mette il lavoro al centro della sua proposta.

Come si concilia però la critica a Marchionne con il sostegno a Piero Fassino a Torino?

La nostra presenza in quella coalizione serve proprio a condizionare le sue politiche e a fargli cambiare di segno. Fassino lo sa: non è mai stato in discussione, e non lo sarà mai, il nostro appoggio alla Fiom e al sindacato. L’accordo con il Pd è reciproco.

Insistere su un patto tra partiti non significa che alle primarie non ci credete più nemmeno voi?

Le primarie verranno. Questa proposta è propedeutica a definire il perimetro dell’alternativa. Contro i referendum Berlusconi le sta tentando tutte. Come nel gioco delle tre carte rinvia il nucleare perché sa che farebbe da calamita per il quorum. Mi piacerebbe discutere con il Pd anche di acqua pubblica e rinnovabili, dell’alternativa economica a Tremonti. Dobbiamo iniziare a farlo.

D’Alema però (e non solo lui) continua a escludere le primarie.

D’Alema è sempre D’Alema. Segue lo stesso schema fin da ragazzo: cerca un accordo con pezzi del centrodestra per portarli a sinistra. Ma aspetta Godot. Dobbiamo provare ad animare questo processo unitario dotandolo di una partecipazione di massa. Se il Pd non investe sullo sciopero generale e sui referendum non avremo più il tempo di cambiare marcia. Stiamo vivendo un passaggio epocale, le miserie della politica italiana occultano a stento quello che sta accadendo nel mondo. Bisogna investire qui e ora sulla fondazione di una nuova sinistra in grado di costruire un modello culturale e politico nuovo, una diversa idea di democrazia.

Sel non è sufficiente per questa «nuova sinistra»?

Sel da sola non basta. Continuo a pensare che bisogna costruire un unico soggetto politico. L’affondo unitario di Vendola sul Pd ha esattamente questa ambizione. Certo, come dice Nichi, aspettiamo a mettere il carro davanti ai buoi ma questo processo intanto dobbiamo costruirlo.

Rifondazione e il Pdci sono esclusi da questa coalizione?

Lungi da noi il voler ridurre la platea. E’ Rifondazione ad aver detto che non è disponibile a una coalizione di governo. E’ un tema che ci divide da tempo e secondo me è auspicabile una loro maturazione. Il problema non è nostro. L’unità di partiti, movimenti e associazioni è dirimente per costruire una sinistra nuova. Ma per battere la destra non puoi più eludere il tema del governo, dell’unità e dell’innovazione culturale. Come opposizione siamo già uniti, in molti casi lavoriamo insieme. Ma le forze vanno unificate di più fino a costruire un nuovo soggetto politico. La scomparsa di una grande sinistra in questo paese è un’anomalia che va sanata.

Berlusconi a Milano si è candidato per il Pdl. Pensi che il Pd sia pronto a una sfida così importante?

Penso che a Milano anche nel Pd si sia messo in moto un processo positivo. Le primarie e la figura straordinaria di Pisapia stanno facendo dare il meglio a tutte le forze politiche. C’è una partecipazione che va anche oltre i partiti. Milano non è ancora il laboratorio della nuova sinistra ma è sicuramente un segnale di buona politica.

dal manifesto del 21 aprile 2011

Dai col bunga bunga, Minetti contro Fede, Fede contro Mora

Il processo non è neanche iniziato ma tra Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora inizia il più classico degli scaricabarile.

Minetti ha presentato ieri ai pm di Milano una memoria difensiva in cui afferma che non ha portato lei Karima Ruby El Mahroug alle feste di Arcore. Una manovra che tira a incastrare indirettamente gli altri due coimputati per induzione e sfruttamento della prostituzione di 32 ragazza maggiorenni e una minorenne, Ruby. Emilio Fede, raggiunto dalle agenzie, prima sbotta contro Minetti, poi scarica tutta la responsabilità su Lele Mora.

«Nicole Minetti e il suo avvocato avrebbero bisogno di un buon psichiatra – accusa nel pomeriggio il direttore del Tg4 dopo aver letto la memoria dell’ex igienista del premier – forse questa ragazza sta aspettando un bonus dalla procura, perché non credo che si facciano autogol in questa fase. A chi giova dare credito all’impianto accusatorio?». La tesi del giornalista è disperata e quasi paradossale: «Io con Ruby non c’entro nulla, ma il suo legale le ha rilette le intercettazioni della Minetti?»

Passa qualche minuto e in serata, va ad Iceberg, in diretta su Telelombardia. Nella trasmissione condotta da Stefano Zurlo del Giornale , il direttore afferma senza mezzi termini che la minorenne ad Arcore «ce l’ha portata Lele Mora. Io Ruby l’ho vista in questa famosa serata in Sicilia (il concorso di bellezza a Taormina del 7 settembre 2009, ndr) e non l’ho mai più rivista. Poi l’ho rivista una sera ad Arcore. So che è arrivata a Milano, è stata presentata ad un impresario, che ancora non è stato interrogato. L’impresario, non convinto, l’ha mandata da Lele Mora e attraverso Lele Mora è arrivata ad Arcore. Lei dice – attacca ancora il giornalista – ‘E’ venuto a prendermi Emilio Fede….’. E’ più che falso, commette un atto delinquenziale chi sostiene che io sono andato a prendere questa ragazza addirittura con un auto di Mediaset e una scorta di carabinieri in divisa, cosa che non ha nessuno».

Il documento di Minetti, circa 12 pagine, prova a smontare l’eventuale reato di induzione e concorso alla prostituzione solo nel caso di Ruby. Visto il deposito della memoria, l’avvocata Pesce esclude che la consigliera regionale sarà di nuovo interrogata dai magistrati prima della loro richiesta di rinvio a giudizio. Dopo aver appreso dell’intemerata con cui Fede le dà della matta o della venduta, l’ex igienista dentale ribadisce il punto: «Io non accuso nessuno, né Fede né Mora, dalla mia memoria si evince solo che non ho portato io Ruby ad Arcore».

Fin dall’inizio, il 15 febbraio scorso, Daria Pesce avvisò il premier e i suoi legali a mezzo stampa: «Il Cavaliere dovrebbe essere moderato, andare davanti ai giudici e spiegarsi. Potremmo entrare in conflitto se non si adeguasse alla nostra linea difensiva». Un consiglio che dopo la memoria difensiva contro Fede e Mora si fa più concreto.

dal manifesto del 19 aprile 2011

Berlusconi: niente bombe su Gheddafi

Le chiacchierate notturne con i giornalisti stranieri non bastano più. Completamente tagliato fuori dall’asse sempre più evidente tra Usa, Gb e Francia sulla Libia, Berlusconi punta i piedi e in consiglio dei ministri sposa senza esitazione la linea isolazionista del Carroccio.

L’Italia non bombarderà la Libia con nuovi aerei da combattimento e non fornirà armi ai ribelli del Consiglio di Bengasi. «Facciamo già abbastanza – sentenzia Berlusconi a Palazzo Chigi – considerata la nostra posizione geografica e il nostro passato coloniale non possiamo partecipare ai bombardamenti, un nostro maggiore impegno diretto sarebbe incomprensibile, restiamo in linea con la risoluzione Onu e daremo comunque il massimo appoggio con le nostre basi».

Il premier assicura al resto del governo che questa posizione «è stata capita e apprezzata dagli alleati». Quelli internazionali ma soprattutto quelli domestici. «Abbiamo condiviso e sostenuto, anche perché era la nostra, la posizione del presidente del consiglio di non estendere oltre il nostro intervento in Libia», dichiara Calderoli soddisfatto dopo la riunione.

Una decisione comunque sofferta. La Russa ha rappresentato al governo la richiesta di bombardieri da parte della Nato come fu fatto in Kosovo. Un cambiamento, secondo il ministro della Difesa, che non avrebbe nemmeno avuto bisogno della conta tra Lega e Pdl in parlamento perché formalmente già autorizzato dalle camere.
Il niet del premier e del Carroccio è stato irremovibile. Così La Russa si è presentato tutto solo ai giornalisti in sala stampa dicendo che la posizione che riferirà al capo del Pentagono Robert Gates nel loro prossimo incontro è inequivocabile: «Non useremo nuovi Tornado con le bombe né utilizzeremo in maniera diversa o con altro armamento gli aerei finora messi a disposizione».

Diversamente dai piani elaborati a Washington, Parigi e Londra, l’Italia non fornirà nemmeno armi ai ribelli del Cnt. Secondo la Farnesina non daremo mezzi «né offensivi né letali» ma solo tecnologie di comunicazione, strumenti di intelligence e sistemi satellitari.

Il premier ha anche annunciato ad alcuni ministri che il numero delle missioni militari all’estero e dei contingenti andranno rivisti. Sia per il costo economico abnorme e sproporzionato per il nostro paese sia perché la Lega chiede un maggiore impegno della Marina nel pattugliamento delle coste contro l’immigrazione. Tra gli indiziati dei tagli maggiori c’è la missione Unifil in Libano, che ha 1.780 soldati in campo.

Le missioni militari all’estero costano 4.167.403 euro al giorno. Con un voto quasi unanime (a eccezione dell’Idv), il parlamento ha appena votato il rifinanziamento fino al 30 giugno delle 14 missioni principali: 7.155 gli uomini impegnati contemporaneamente con un costo annuale che supera il miliardo e mezzo di euro. Quasi tredici volte il budget totale per i dottorati di ricerca che è di appena 120 milioni.

Contro il ridimensionamento delle missioni si schierano subito sia l’Udc che Fli. Casini è drastico: «Pensare oggi, mentre l’Italia è in grave crisi di credibilità internazionale, di ridimensionare la nostra presenza nelle missioni di pace significa fare un atto di autentico harakiri politico. Queste missioni – insiste il leader centrista – rappresentano l’unico biglietto da visita serio del nostro paese nel mondo. Mi auguro che il governo non commetta questo errore compiendo l’ennesimo tributo alla demagogia e all’improvvisazione».

Sulla stessa linea i finiani, mentre il Pd chiede timidamente un dibattito in parlamento. «Voglio sperare che Berlusconi si renda conto che non si può sollevare in modo così episodico il tema delle missioni all’estero – dice il capogruppo in commissione Esteri Francesco Tempestini – tanto meno con l’intenzione di fare cassa. C’è senz’altro bisogno di una riflessione in parlamento tesa a dare coerenza alla nostra politica estera. Noi la chiediamo da tempo ma il governo non si è mai impegnato». Mentre Massimo Rossi, portavoce della Federazione Prc-Pdci, chiede al governo di avviare un’iniziativa diplomatica all’Onu sul Mediterraneo e di sospendere le missioni italiane sulla Libia.

In visita di stato a Bratislava, Giorgio Napolitano critica pur senza citarla direttamente la svolta leghista di Berlusconi. Secondo il presidente della Repubblica le missioni militari «contribuiscono alla pace e ai diritti umani nel mondo»: «Non illudiamoci di fare dei nostri confini una fortezza inespugnabile, oggi le minacce e il contagio dell’instabilità non si arrestano ai vecchi confini».

dal manifesto del 16 aprile 2011

Pdl, dopo Fini i colonnelli marciano su La Russa

La priorità del Pdl? «Salvare Berlusconi, se cade lui cadiamo tutti – ammette un deputato ex An – ma il malfunzionamento del partito e del governo ormai è totale». Gli equilibri decisi da Berlusconi all’inizio della legislatura non reggono più. Tanto meno dopo l’uscita di Fini. Nel mirino ci sono sia i triumviri che reggono il partito, sia la conduzione del gruppo a Montecitorio. Le poltrone di La Russa e Cicchitto scottano sempre di più.

L’ex viceré di An, più di tutti, ha fatto filotto: controlla il partito come coordinatore, ha un ministero di primo piano e ha piazzato un suo uomo, Massimo Corsaro, come vicecapogruppo di Montecitorio. Senza contare il suo asse storico con Gasparri (capogruppo a palazzo Madama) più una miriade di nomine nelle aziende di stato. Tradotto: o cede qualche poltrona o le compensa con altre. «Le quote tra An e Forza Italia vanno superate – attaccano i parlamentari vicini ad Altero Matteoli – ma non è che la quota ex An è una quota La Russa». Il ministro per le infrastrutture ha ormai un patto di ferro con altri big come Alemanno e Augello.

Il triumviro è accerchiato: oltre che dai suoi ex compagni di partito è nel mirino di azzurri di peso come Scajola e Miccichè.

Il primo round di cene separate di «scajoliani» (53 deputati), «matteoliani» (oltre 35) e «alemanniani» finisce con un messaggio inequivocabile al quartier generale: va bene essere uniti, ma essere fessi no. La cosa più logica è riordinare il partito e fare almeno i congressi locali: si fa la conta sul territorio e poi chi vince governa.

Però intanto bisogna sistemare le cose anche in parlamento. La giustizia l’impone Ghedini, l’Economia la fa Tremonti e le nomine le decide non si sa più nemmeno bene chi oppure vanno ai responsabili (forse già oggi la seconda tranche di sottosegretari). «Sul resto non possiamo fare nulla», si sfoga un deputato che fa politica da una vita. A parte salvare Silvio, qual è la missione del partito? E sotto Silvio chi comanda su chi? Sono le stesse cose che criticava Fini prima di andarsene: «Sì, Fini aveva pensato di aprire uno spazio nuovo per la destra – confida un onorevole in passato a lui vicino ma rimasto nel Pdl – ha provato ma non ci è riuscito». Ormai la scissione è andata.

E allora eccoli lì gli ex colonnelli, alle prese con il berlusconismo senza un generale che faccia da filtro. Il Pdl va rivoluzionato, basta La Russa. «Va arginato», dicono tutti. Ma come? «Certo non puoi mortificarlo, se se ne va lui altro che Fini». L’incarico spetta al sodale storico. Gasparri si è già attivato per una mediazione in prima persona con una sorta di «tavolo» che accontenti le varie anime in pena.

Dopo l’addio di Fini la galassia ex aennina è ormai frantumata: Alemanno e Mantovano fanno corrente a sé. Il sindaco di Roma per la prima volta ritiene di essere abbastanza forte nella capitale da sfidare le correnti storiche ex An di Storace, Rampelli, Augello e soci. Quest’ultimo, ex assessore al Bilancio del Lazio (megabuco alla regione), senatore e sottosegretario, ormai gioca una partita a sé.

Rimescolare non è solo lotta tra neri e azzurri. E’ anche logico. I muri tra soci fondatori sono in parte già caduti. Augello trova ascolto sia in Berlusconi sia nei ministri forzisti di Liberamente. Al senato Gasparri e Quagliariello si muovono come un sol uomo. Matteoli ha sicuramente feeling con Verdini, se non altro per la comune toscanità.

Il decano ex missino ha in testa però anche un compito più ampio. Vorrebbe raccogliere attorno a sé sia le anime ex Fli di camera e senato tipo Moffa e Briguglio sia alcuni finiani pronti a tornare all’ovile come Urso e Ronchi. Nel Pdl la loro uscita da Fli è considerata una certezza. «Per ora però non c’è uno spazio, visto che non siederanno mai tra i responsabili e non vogliono tornare nel Pdl». Matteoli proverà a crearlo.

Al di là della cena pasquale tra partito e governo di ieri sera, ogni cambiamento è spostato a dopo le amministrative. Berlusconi per sa che non sarà facile. Per ora pensa al rimpasto e ha già in mente due grandi eventi a Milano e Napoli, le città chiave. Non a caso, quelle dove Bocchino (Fli) ha già annunciato che il terzo polo non sosterrà il Pdl al secondo turno.

dal manifesto del 15 aprile 2011

Habemus papam, il collasso del potere

di Ida Dominijanni

C’è un modo, il più diffuso, di guardare al potere, che lo gonfia, lo ingrandisce, si riempie della sua pienezza e gode della sua solarità: è lo sguardo di chi ne è accecato anche quando lo contesta, e ossessionato anche quando lo combatte. E c’è un altro modo, che invece lo svuota, lo scarnifica, ne vede il limite interno, la fragilità costitutiva, l’impotenza che lo tarla: è lo sguardo di chi non se ne lascia più ossessionare né abbagliare.

Attenzione: questo articolo potrebbe rivelare particolari sulla storia.

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