Libia, ecco perché Napolitano sbaglia

di Danilo Zolo (editoriale del manifesto del 30 aprile 2011)

Ho recentemente sostenuto che la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, relativa alla guerra civile in Libia, è priva di fondamento sul piano del diritto internazionale. La Carta stessa delle Nazioni Unite, all’articolo 2, esclude che qualsiasi Stato membro possa «intervenire in questioni di competenza interna di un altro Stato». Ed è ovvio che questa norma vieta a maggior ragione che possa essere usata la forza per intervenire all’interno di una guerra civile in corso. Ciò è tanto più evidente se si tratta di una guerra civile di ridotte proporzioni, come è il caso della Libia. In casi come questo la pace internazionale non è in pericolo e questo esclude la competenza del Consiglio di sicurezza ad attribuire a qualsiasi Stato membro il diritto di usare la forza.

Insisto su questo argomento per una ragione di notevole rilievo: l’intervento militare contro la Libia, voluto dagli Stati Uniti e condiviso da alcuni paesi europei, è stato improvvisamente passato alla competenza della Nato. Nulla può essere giuridicamente più discutibile visto che la Nato è un’organizzazione militare nordatlantica che non può usare la forza al servizio delle Nazioni Unite senza un’esplicita decisione del Consiglio di sicurezza. Non si dovrebbe dimenticare che la Carta delle Nazioni Unite, nel suo capitolo VII, attribuisce ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza – Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia, Cina – il compito di dar vita a un Comitato di Stato Maggiore alle sue dipendenze e responsabile della direzione strategica di tutte le forze armate messe a sua disposizione. La Nato dunque non ha la minima competenza.

Tutto questo potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è se si tiene presente che il Presidente della Repubblica italiana, capo delle Forze Armate, Giorgio Napolitano, si è schierato apertis verbis a favore dell’intervento militare della Nato contro la Libia di Gheddafi. Egli sostiene che è «inutile ripetere cose che tutti dovrebbero sapere: la Carta delle Nazioni Unite prevede un capitolo, il VII, il quale, nell’interesse della pace ritiene che siano da autorizzare anche azioni con le forze armate volte a reprimere le violazioni della pace».

In realtà, sarebbe utile ripetere al Presidente della Repubblica che: la risoluzione 1973 in quanto tale non attribuisce a nessuno Stato e a nessuna organizzazione militare il compito di “fare guerra” contro la Libia.
Il solo compito – comunque illegalmente attribuito – è di imporre il No-Fly Zone, ciò che non comporta minimamente il bombardamento di città, di paesi, di rifugi sotterranei etc., e l’uccisione di persone indifese.

Ma la vicenda non finisce qui. Ieri abbiamo appreso che il Presidente della Repubblica si è apertamente schierato a favore del governo italiano e in particolare del suo leader Berlusconi. Egli ne ha approvato la recente decisione di assecondare la volontà degli Stati Uniti: si tratta di convertire il No-Fly Zone in una vera e propria guerra di aggressione, molto probabilmente in vista di una occupazione non disinteressata della preziosa terra Libica. Giorgio Napolitano ha approvato la decisione presa dal governo italiano di iniziare bombardamenti aerei con i propri Tornado e i propri missili anti-radar. Ha spiegato che «l’ulteriore impegno dell’Italia in Libia» non è che «il naturale sviluppo» della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo sulla base della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza. Una scelta, aggiunge il Presidente, «confortata da un ampio consenso del Parlamento italiano».

Usando la formula «naturale sviluppo» Napolitano sembra non considerare non solo la Carta delle Nazioni Unite, ma anche la Costituzione italiana. Egli ignora e contraddice anzitutto la celebre formula dell’art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». E contraddice l’art. 52 che legittima l’uso della forza soltanto in «difesa della patria». Ignora che l’art. 78 stabilisce che nel caso dello scoppio di una guerra le Camere devono formalmente deliberare «lo stato di guerra» e attribuire al Governo i poteri necessari. E ignora, infine, che l’art. 87 prescrive che sia il Presidente della Repubblica a dichiarare formalmente lo stato di guerra deliberato dalla Camere. Si può dire che il Presidente della Repubblica sembra ignorare la tragedia della guerra e non preoccuparsi della vita di centinaia, forse migliaia, di persone innocenti.

Da tempo si sostiene che l’attuale presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, se ne infischia della Costituzione italiana e si propone di manipolarla a suo uso e consumo assecondando, anche in questo ambito, la sua ambizione di dandy della politica italiana e di prossimo presidente della Repubblica. C’è da augurarsi che Giorgio Napolitano non assecondi anche questo «naturale sviluppo».

dal manifesto del 30 aprile 2011

Bossi e Silvio tra bombe, Drive in e sharia

Se di “guerra” si tratta, quella interna alla maggioranza tra Pdl e Lega dice tutto della crisi irreversibile della «Seconda Repubblica».

Non siamo ancora all’epilogo ma i lunghissimi titoli di coda stile star wars narrano di due anziani califfi come Bossi e Berlusconi ormai in balia dei propri clan, assediati da tribù ostili e manovre di palazzo. Due rais senza strategia che dicono schizofrenicamente tutto e il suo contrario su una questione dolorosa ma fin troppo frequente nel mondo post ’89 come la guerra (quella vera).

Ma anche la farsa stanca. Per risolvere la contesa nata sui bombardamenti in Libia perfino un ministro pirotecnico come Calderoli alza le mani: «Dopo il primo raid è tutto più difficile. L’ultima volta ho contribuito a mettere i caveat per arrivare a un parere favorevole. In questo momento, sinceramente, non mi viene in mente niente». Per nascondere il bluff o l’imbarazzo, le sfumature si sprecano: «La politica estera è una cosa, la missione in Libia un’altra, non ci sentiamo legati al programma su questo, anche perché non se ne era mai parlato».

Quando tra persone si parla di regole e non di relazioni, vuol dire che la situazione ha superato una soglia. Bossi nei suoi comizi modula i toni come un Craxi d’antan. Da un lato assicura di non voler far «saltare il governo», dall’altro avverte che se Berlusconi non «cambia idea» sulla svolta interventista «allora potrebbe capitare di tutto, noi non facciamo un passo indietro». Il pallino, dicono tutti sia nella Lega che nel Pdl, sta solo in mano al premier. I berlusconiani giurano che i due troveranno una «sintesi».

Ma l’altolà più serio il senatur alla fine lo lascia filtrare. E non riguarda certo la Libia, i Tornado o il petrolio. «A Milano corre Berlusconi, se si perde, perde Berlusconi», avverte Bossi.

Nella sfida in Padania, il Carroccio punta, anzi deve, superare il Pdl in termini di voti. Letizia Moratti è la linea del Piave per il premier. Il fusibile da far saltare per Bossi per mandare definitivamente in tilt il dominio berlusconiano ed essere ancora decisivo qualunque cosa accade domani.

Il Cavaliere lo sa. In questo caso tace per non alimentare le polemiche e già che c’è occupa tutto l’etere occupabile parlando di Wojtyla e di quanto erano amici e di come andrà tutto bene con i «5 milioni di pellegrini» che invaderanno Roma per la beatificazione del papa polacco. La disoccupazione giovanile schizza al 28%? Allora parliamo del biotestamento. Una linea clericale e baciapile che il premier sintetizza con una svolta inedita perfino per la Dc: «Il parlamento – dice al Gr1 – non dovrebbe mai varare nessuna legge contraria e negativa rispetto ai valori della tradizione cristiana». Ma cos’è, l’inventore del Drive In riscopre la sharia?

Qualcuno a fare il mercante di emendamenti ci prova ancora. Luciano Sardelli, capogruppo dei «responsabili», ha un’idea brillante: «Scriviamo una mozione di maggioranza che consenta i bombardamenti fino al 31 luglio». Evvai. Tanto poi si vede. Al momento Pdl e Lega non sanno come uscire dallo scontro frontale in cui si sono avviate. Sullo sfondo, il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto conferma ufficialmente, per la prima volta, che la missione in Libia finora è costata oltre 150 milioni di euro (missili esclusi). Due milioni al giorno che per tutto l’anno significano un altro mezzo miliardo da aggiungere al miliardo e mezzo già stanziato per le altre guerre in giro per il globo. Una cifra che Tremonti sta già pensando di tagliare a cominciare dal Libano. Certo, sempre se l’Italia avesse una politica estera ed europea in grado di sostenere un «ritiro» del genere.

In un quadro simile, l’inossidabile opposizione per una volta è granitica: «I civili di Bengasi vanno protetti. Se sono missili o bombe non importa». È questo il senso della mozione che il Pd voterà martedì alla camera. Bersani nega il ruolo di «stampella» a Berlusconi (il Def alla camera è passato grazie a 21 assenze strategiche nel Pd) ma rivendica per il suo partito il ruolo di «coagulante» tra progressisti e moderati. L’eterna non-scelta di Pds-Ds-Pd.

È più importante «verificare la maggioranza» (così dicono i democratici) che costruire un’alternativa in proprio. Ma c’è sempre qualcuno più centrista di te. E infatti arriva il paradosso di Roberto Rao, l’alter ego di Casini, che dice che l’Udc potrà votare sia la mozione del Pd che quella del Pdl purché stia con l’Onu e la Nato «senza se e senza ma». Poi, infine, forse più pazzi, forse più profeti, ci sono i finiani come Italo Bocchino. Che dopo aver perso tutto il 14 dicembre vedono nel fumo libico la nascita di una nuova maggioranza «destra-centro-sinistra» che espropri Lega, Di Pietro e berlusconiani e getti le basi di una oscura «Terza Repubblica». Buona notte. E buona fortuna.

dal manifesto del 30 aprile 2011

Mancassola: trenta-quarantenni, che fare?

di Marco Mancassola (il manifesto 29 aprile 2011)

Un sacco di cose sono accadute sotto questi occhi. Gli occhi di gente che ha trenta, quarant’anni. Il Muro, la rete, le Torri, figure simili agli Arcani di un epocale mazzo di carte. Il nostro paese in mano a un grande Joker. I mari che iniziano a salire, l’infinita crescita economica che sfinisce. Molte cose sono accadute. Siamo noi che rischiamo di non accadere.

In un articolo di alcuni mesi fa su Repubblica, Giorgio Vasta descriveva gli appartenenti alla propria generazione come «in attesa di un Godot epocale che li riscatti (consapevoli del fatto che se Godot non arriva è meglio)». Da quell’articolo e da altre riflessioni è nata la convocazione di un ampio incontro informale di scrittori, editori, intellettuali che si riuniscono oggi a Roma sotto la definizione di generazione TQ (generazione Trenta-Quaranta).

Pur trattandosi di un incontro non aperto al pubblico, gli organizzatori (oltre a Vasta, il merito dell’iniziativa va a Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia) hanno pubblicato una sorta di traccia-manifesto in cui la stessa generazione viene definita anfibia: uscita da un secolo-palude, da una società letteraria e da un sistema culturale ormai morto, ma che ancora ci condiziona. L’anfibio emerso dalla palude si asciuga la pelle e aspetta, stordito, di comprendere il nuovo mondo in cui si trova.

Non che sia rimasto molto tempo, d’altro canto. Convulsioni storico-sociali sempre più ravvicinate ci ricordano che non c’è più da aspettare. Godot è arrivato, arriva di continuo. Soltanto che in qualche modo non è accoglibile, non è narrabile, non è rielaborabile con linguaggi condivisi. Massima nevrosi di un’epoca che smania per il cambiamento ma non saprebbe riconoscerlo né accoglierlo, non dopo il disgregarsi di ogni contesto, di ogni comunità, di ogni effettivo spazio di risonanza.

Come siamo arrivati a questo? Possiamo pensare alla famosa carta geografica del racconto di Borges, la mappa del mondo in scala 1:1. Essa si è stesa su di noi con la pesantezza di un telo di plastica. Viviamo nello strato tra il mondo e la sua mappa, ed è per questo che la nostra esistenza è fatta oggi di sacche, rigonfiamenti di senso piccoli e isolati, bolle di vita infuocate come capanne sudatorie, improvvisi tentativi di strappo. Ci chiediamo a cosa lavorare: a fare una carta della carta? Oppure a strapparla? Le ipotesi sono infinite, urgenti, possibili, necessarie. Una immensa libertà, la libertà di un deserto, sfuma nell’immensa costrizione di un paesaggio di rovine, con cumuli di macerie a sbarrare ogni strada. Nulla sembra circolare in questo paesaggio paradossale.

Nessuna voce, non almeno nei modi conosciuti finora. La rabbia si riduce a episodi sparsi, proprio come le rivolte episodiche delle gioventù nelle strade, le macchine incendiate con dinamiche da flash mob.

Il che fare? è sempre più stringente mano a mano che il lavoro intellettuale subisce, al pari di ogni altro lavoro, la morsa dell’ordine economico. Precarizzazione, inflazione, proletarizzazione, atomizzazione, perdita di rappresentanza e di rappresentazione. Nel suo ulteriore specifico, lo scrittore-narratore si trova in un sistema editoriale attualmente in bilico, inquieto e sull’orlo del panico. Dove a rischio non è solo il mercato librario e la sopravvivenza della forma-libro ma il valore stesso delle storie, in un mondo intasato dalla sovrapproduzione editoriale, dall’inflazione narrativa, dalle dosi di fiction, dall’abuso delle tecniche di storytelling nel marketing e nella politica. «Innumerevoli sono i racconti del mondo», scriveva Barthes. Così innumerevoli, oggi, da rischiare di rivelarsi impossibili?

Se narrare storie significa anche convocare una comunità, che in quelle storie si riconosce e trova provviste di senso, serve una fede ostinata per continuare a scriverne in un tempo come questo. Un tempo in cui la comunità dei lettori appare dispersa, sfuggente, inconvocabile. Uno sforzo che sconfina nel delirio, un’impresa comunicativa con i tratti di una sindrome autistica.

Secondo Deleuze, scrivere letteratura significa «inventare un popolo che manca», fare appello «a un popolo che non esiste ancora». È soltanto rilanciando ambiziosamente la posta, pensando a se stesso come al fondatore di nuove comunità del sentire, che lo scrittore può compiere questo salto nel buio. E con una dose, ovvio, di autentico investimento umano. Il grado di menzogna esistenziale che riempie tanta narrativa oggi in commercio meriterebbe una trattazione a parte.

Abbandonando per sempre il cadavere del potere culturale, così come lo hanno inteso le vecchie élite (con il suo corredo di padrinaggi, piccole mafie, attenzione da elemosinare a capricciose cariatidi), si compie forse un primo passo. L’anfibio ha la pelle asciutta. Pur avendo la tentazione di rituffarsi nella palude, può azzardare un saltello in avanti.

dal manifesto del 29 aprile 2011