La Caporetto di Bossi e Berlusconi

La Lega perde 6 candidati e in Lombardia vince solo a Varese. Per il Pdl batosta dal Piemonte al Lazio.
I candidati del Carroccio perdono a Desio, Mantova e Rho. Il Pd vince perfino a Pavia e Novara.
Bondi si dimette e Maroni giura: «Una sberla ma no a alleanze strane»

Diciamo subito le cose come stanno: una sconfitta così il centrodestra non l’ha mai subita. Berlusconi ha perso il primo turno, Bossi anche il secondo.

E’ una «doppietta» storica che dovrebbe imporre al centrosinistra la richiesta di elezioni anticipate e la convocazione delle primarie subito, visto che tanto bene hanno portato ovunque si siano fatte (anche al Pd a Bologna e Torino).

I perdenti conclamati, Bossi e Berlusconi, ammettono entrambi la sconfitta. «Abbiamo perso, è evidente», confessa in serata un premier che fino all’ultimo ha perusato i dati cercando un appiglio, un qualcosa che consentisse una resa onorevole, un «quasi pareggio», per dirla con Verdini. Non c’è: non a caso Sandro Bondi si dimette immediatamente dal coordinamento nazionale. Una mossa che innescherà il redde rationem anche contro gli altri due triumviri, Verdini e La Russa, che sono ammutoliti.

Il tracollo è totale. Perfino il senatur, votando alla chetichella a Milano un paio d’ore prima della chiusura delle urne ne era consapevole. Tanto che dopo aver provato a dare la mano a una rappresentante di lista di Pisapia quando questa l’ha rifiutata ha sibilato: «La mano allo sconfitto si stringe sempre».

I dati elettorali che arrivano a via Bellerio raccontano un tracollo del Carroccio. Certo, vince a Varese (città natale di Maroni) ma non sfonda (53,9%). Il sindaco Attilio Fontana conserva i voti che aveva al primo turno mentre la candidata del Pd Luisa Oprandi ne prende quasi 5mila in più.

Per il resto, una Caporetto. Nelle città capoluogo chiamate al voto i cittadini amministrati dal centrosinistra erano 3.353.219 contro i 2.182.184 amministrati dal centrodestra. Dopo i ballottaggi la situazione è 5.039.457 (centrosinistra) a 690.678 (centrodestra). Una slavina senza precedenti.

La Lega perde nei comuni grandi e piccoli di tutto il Nord, dal Veneto al Piemonte. A queste elezioni su 210 candidati ne aveva 51 in solitaria contro il Pdl. In 39 città è sparita al primo turno, in 9 è arrivata al ballottaggio. E ne ha persi ben 6. In Lombardia a parte Varese perde ad Arcore (dove sarà sindaca una donna del Pd), Nerviano, Desio e Rho, il comune della Fiera e dell’expò. In una città eletta a simbolo come Gallarate il candidato del Pd vince a man bassa. E altrettanto clamorose e inaspettate poche settimane fa sono le sconfitte alla provincia di Mantova e a quella di Pavia (qui però il candidato era del Pdl e non della Lega). Il centrodestra unito vince col 51% per 1.400 voti solo quella di Vercelli. Ma nel 2007 – non un secolo fa – aveva trionfato al primo turno con il 66%.

E non è un fantasmatico «effetto Pisapia». In Piemonte, il comune di Novara, feudo del governatore Roberto Cota, passa al centrosinistra col 53%. Perde Bossi insomma ma perdono anche i suoi colonnelli. Per la Lega è un tonfo senza precedenti anche in quasi tutti i comuni più piccoli. In Lombardia svaniscono i sogni di gloria a Vimercate, Cassano D’Adda, Limbiate, Pioltello, San Giuliano Milanese, Malnate. Dopo i ballottaggi resistono col centrodestra solo Treviglio e Busto Arsizio. Uniche consolazioni, magrissime, le vittorie dei due candidati leghisti a Salsomaggiore (in Emilia) e Montebelluna (in Veneto). Poca, pochissima roba.

Nota agrodolce: dopo Arcore il Pdl perde anche a Casoria in Campania, la città di Noemi Letizia. Là dove il «sexgate» è venuto alla luce al culmine del consenso berlusconiano.

Eppure il governo va avanti, i due sconfitti si sono sentiti per telefono e giurano che nulla cambia. Parole di pulcinella Perché la sconfitta è maggiore per la Lega (che già al primo turno aveva perso il triplo dei voti del Pdl) ma disarciona anche il partito del Cavaliere. Il candidato di Berlusconi perde a Cagliari, Grosseto, Macerata.

E nel Lazio è una debacle totale. Mentana e Pomezia, due grandi comuni in provincia di Roma, il Pdl tonfa sonoramente. Alemanno e Polverini sono chiusi nella capitale come a Stalingrado. Come Bossi, erano andati alla conta contro il proprio partito e ne sono usciti con le ossa rotte. In entrambe le città ha vinto il candidato dell’ala Meloni-Gasparri-Fazzone. Polverini si consola a modo suo: «Sora e Terracina sono gli unici comuni dove il Pdl ha vinto». Ma la sopravvivenza autonoma del sindaco di Roma e della presidente del Lazio sono sempre più precarie.

Se non basta, anche il «terzo polo» elettoralmente non esiste. Certo, a conti fatti probabilmente molti suoi voti al ballottaggio sono andati al centrosinistra. Ma i voti oltre che contare vanno soprattutto pesati.

Nulla di quello che è visibile in una campagna elettorale in termini di candidati, coalizione, eletti, programma, significato e sentimento collettivo può essere ascritto al trio Fini-Casini-Rutelli.

Una sconfitta di queste proporzioni – al di là dei desiderata del Pd e dell’Udc – non concede scappatoie o «inciuci» di palazzo. Bossi tace ma Maroni e Calderoli già chiedono una «fase due» per il governo. Articolarla però è un’impresa quasi impossibile. Meglio votare.

dal manifesto del 30 maggio 2011

Mille non più di mille, l’apocalisse del Pdl

Sono passati poco più di mille giorni dal trionfo alle politiche del 2008. E finalmente anche Angelo Panebianco sul Corriere della sera si arrende: «L’uomo del fare paga il prezzo di quello che non ha fatto».

Prima all’estero, poi in Italia, la crisi di Berlusconi è venuta alla luce in tutto il suo cupo splendore. Non sarà indolore, anche perché gli esiti sono ancora imprevedibili.

E tuttavia Berlusconi ha perso i tre super-poteri che ha avuto negli ultimi 17 anni.

Primo, su tutti, il controllo ferreo sull’immaginario e il simbolico. L’esplosione di ironia e leggerezza che ha reso tanto frizzante la campagna elettorale milanese sulle «mille colpe» di Pisapia e l’estremismo delle sue proposte sta lì a dimostrarlo. Come i video della Sora Cesira, i mille fuori onda su Internet, le guide turistiche firmate Moratti su «Sucate» e così via. La comunicazione diffusa, molti-a-molti, ridicolizza il telecomando unico dell’anziano signore di Arcore. Soprattutto tra i giovani.

Secondo: il Pdl crolla in modo diametralmente opposto al governo Prodi. Dal 2006 al 2008 il centrosinistra è stato relativamente stabile a livello locale ma fu debolissimo in parlamento, in particolare in senato. A Berlusconi accade esattamente il contrario. La spallata parlamentare del 14 dicembre alla camera è fallita miseramente ma i contraccolpi della scissione finiana riecheggiano per tutto lo stivale. Non c’è città che non veda le diverse bande del Pdl, o di Pdl e Lega, in guerra tra di loro. La crisi economica ha inevitabilmente portato a un calo dei consensi e dunque al crollo della spartizione di potere che è alla base del successo del Cavaliere.

Terzo elemento berlusconiano entrato in crisi: la capacità di raccogliere voti tanto al Nord quanto al Sud. Molte ricerche sociali sottolineano che Forza Italia prima e Pdl poi sono stati gli unici partiti veramente nazionali dopo il crollo della Dc. L’Italia berlusconiana era un camaleonte «bianco, rosso, verde e… azzurro», per dirla con Ilvo Diamanti. Da adesso in poi sarà più difficile.

  • Più il Carroccio tirerà la coperta verso Nord, più l’ala sudista e «nazional-centralista» del Pdl strapperanno verso Sud.
  • Più la destra si rivestirà di politiche neo-confessionali più si alienerà i ceti produttivi e dinamici della creatività e dell’impresa.
  • Più concederà spago alla conta territoriale (tipo congresso o simili) più vacilleranno i consolidati equilibri «silvio-centrici».

Dopo vent’anni, un intero blocco sociale è di nuovo in movimento. E’ enorme, profondo, disorientato e in molti casi (vedi il voto femminile e giovanile) anche disgustato da quello che lo circonda.

La destra sta già provando a minimizzare il dato elettorale. Ma comunque vadano i ballottaggi il dado è tratto: gli arresti in Piemonte, le liti nel Lazio, la crisi in Lombardia, lo smarrimento nel Nord Est, la tenuta delle «regioni rosse», dicono che il Pdl sta perdendo al Nord, la «testa» del paese. E anche le «gambe», il Sud, restano un rebus, a cominciare da Campania e Sicilia. Hic sunt leones. Per tutti, anche per il centrosinistra.

dal manifesto del 29 maggio 2011

Dopo i ballottaggi, il Pdl trema anche a Roma

Oggi si vota e domani piazza Duomo si prepara ad accogliere la festa che cambierà la città e potrebbe terremotare tutta la politica italiana. Crisi di panico e gaffe per l’ennesima giravolta di Tanoni e Melchiorre. A una maggioranza senza politica non resta che la difesa del potere

La «granitica certezza» con cui l’entourage berlusconiano è sicuro di vincere i ballottaggi cozza un po’ – anzi parecchio – con l’atmosfera diffusa nel partito alla vigilia. Ridicolizzato all’estero e fischiato a Napoli, il premier si è rifugiato per poche ore nel buen retiro della Sardegna. Già stasera, molto probabilmente, l’aereo di stato lo riporterà a Milano per l’ultimo voto prima delle politiche.

Il premier per una volta rispetta il silenzio elettorale. Finita la campagna per le amministrative, domani non si recherà in tribunale al consueto «processo del lunedì». Verosimilmente attenderà i risultati al Nord prima di tornare a Roma, dove lo aspetta un Pdl sull’orlo di una crisi di nervi.

Ad agitare il Palazzo ci si mette perfino l’addio al governo della deputata lib-dem Daniela Melchiorre. Specialisti del cambio di casacca, i tre parlamentari guidati da Italo Tanoni hanno preso al volo l’attacco anti-giudici al G8 per rimettersi sul mercato elettorale. Non c’è più da stupirsi: gli ex diniani furono determinanti nella caduta di Prodi. Nel 2008 furono accolti a braccia aperte da Silvio nel Pdl. Una volta eletti, ma senza poltrone, si misero subito alla finestra attendendo il momento buono. Arrivato il 14 dicembre provarono a lucrare le loro lucine verdi determinanti alla camera. Un mese di transito nel terzo polo, poi il ritorno al Pdl con tanto di strapuntino allo Sviluppo economico per la telegenica Melchiorre e infine di nuovo il limbo del bazar Montecitorio. Un’oscenità politica che si attira i coloriti commenti degli azzurri traditi.

Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto sbotta: «La Melchiorre ha lasciato l’incarico. Mi ero sempre chiesto come mai avesse accettato le attività produttive, ho sempre pensato che ci fosse stata un po’ di confusione e che fosse stato dimenticato un ‘ri’ nel decreto. Certo, mancherà al paese tutto il suo enorme bagaglio culturale, il suo alto profilo morale, il suo eccelso senso delle istituzioni. L’Italia perde un pilastro che sarebbe stato fondamentale per rilanciare l’economia e rendere più credibili le istituzioni».

L’antifona nel Pdl è questa. Perché Tanoni e i suoi «corsari» sono i più sensibili al vento che tira. I numeri del governo alla camera non sono eccellenti. La «quota 330» assicurata per mesi dal Cavaliere (a Bossi in primis) è ormai una distanza siderale. La mini-scissione dei «responsabili» e il malessere di Miccichè e Scajola potrebbero favorire incidenti anche al di là di strategie preordinate. E’ già accaduto, accadrà ancora.

Non a caso, i calendari parlamentari per ora sono vuoti. Martedì alla camera c’è un decreto tecnico sul referendum e mercoledì al senato si vota la proroga a novembre del federalismo fiscale già passata all’unanimità a Montecitorio. Resta in sospeso la «verifica» della fiducia auspicata da Napolitano dopo la seconda infornata di nuovi sottosegretari.

Non sono alle viste insomma «voti campali», certo, la maggioranza potrà andare sotto (e ci andrà) anche perché è già accaduto a ripetizione dopo il primo turno.

Certo, poi c’è la pausa dei lavori per il referendum e il Cavaliere potrà prendere altro tempo. Ma i nodi veri stanno arrivando. Tremonti deve tagliare ancora il bilancio. Il «nodo Libia» è lì immutato e presto si parlerà anche del Libano, dove La Russa è pronto a ritirare almeno 600 caschi blu italiani. Il Carroccio è ancora dietro al cespuglio.

Come dimostra la lite col Corriere e gli ammiccamenti a 360 gradi con maggioranza e opposizione pattina sul viscido. Il 19 giugno Bossi sarà a Pontida. Insisterà sul decentramento dei ministeri (già prevista una proposta di legge popolare), chiederà a Tremonti di scucire soldi per il Nord. Inimicandosi così tutto il resto della coalizione a cominciare dall’ala sudista e siciliana, fondamentale in caso di elezioni dopo l’addio di Fini.

Il Pdl arriva all’appuntamento con la storia debolissimo. In preda alle mille «correnti» vogliose di posti e congressi, bramose di teste da far rotolare per provare a non perdere tutto. Nel centrodestra, da tempo, è finita la politica ed è rimasto solo il potere. Da adesso in poi anche quello, ormai vuoto, sarà una trincea da difendere metro per metro.

dal manifesto del 29 maggio 2011

Foto e video dall’èvento di Pisapia al duomo

Galleria

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Evento – concerto per Giuliano Pisapia sindaco di Milano Location: Piazza Duomo, Milano, 22-23.30 del 27 maggio 2011 Video silvestri salirò breve pisapia si commuove paolo rossi il sogno al contrario neri marcorè neri marcorè canta illogica allegria milly moratti … Continua a leggere

Pisapia, un sogno di sindaco

A due giorni dal voto, due arcobaleni straordinari rendono magica la festa carica di attese per l’elezione che può segnare un nuovo inizio. A un passo dall’impresa impossibile, Giuliano Pisapia è pronto a trasformare Milano in una delle città più belle d’Europa: «Non deluderemo l’entusiasmo dei cittadini milanesi chiudendoci nelle stanze dei partiti»

di Luca Fazio

 

Habemus papam. Non è che ti verrà l’attacco di panico come a Michel Piccoli nel film di Moretti? Fare il sindaco di Milano in questo momento è un incarico da far girare la testa.
Non credo. Sento il peso di una grande responsabilità. So che dovrò affrontare molte difficoltà. Però mi conforta il fatto che durante tutti questi mesi sono stato sempre affiancato da persone validissime a tutti i livelli. Professionisti, volontari, studenti, lavoratori, tantissimi giovani. Si sono messi a disposizione con grande impegno e lo hanno fatto credendoci quando questa impresa sembrava impossibile, quando l’obiettivo di battere la destra qui a Milano sembrava un sogno irrealizzabile. Sono sicuro che adesso mi staranno vicini con ancora più convinzione, non mi sento per niente solo in questa impresa, ho dietro di me gran parte della città. Adesso ci crediamo ancora di più.
Tra i milanesi c’è un’aspettativa fortissima. Per la prima volta le persone sono ritornate alla politica divertendosi. A questo punto la città si aspetta un segnale di cambiamento forte, qui e ora, non fosse altro che per essere risarcita di tutto l’affetto che ha riversato sulla tua persona.
Lo so. Beh, intanto… calma. Devo ancora vincere, poi, eventualmente, passeranno circa venti giorni prima dell’insediamento a Palazzo Marino. Datemi tempo. In queste settimane continuerò a fare quello che ho sempre fatto, tornerò nei quartieri dove sono già stato, alla Bovisa a Niguarda… Ho ripetuto più volte che non ho la bacchetta magica ma farò di tutto per onorare gli impegni presi. Credo che il principale segnale di cambiamento consista nel continuare il dialogo, l’ascolto e il confronto con la città reale. Anziché stare a Palazzo Marino tornerò in mezzo alla gente.
Quando hai avuto la sensazione che potevi farcela sul serio?
A settembre, dopo la pausa estiva, ho percepito che Milano era rinata, la partecipazione dei cittadini mi ha impressionato, da quel momento non ho mai smesso di credere che questa sfida potesse essere alla nostra portata. Se devo scegliere due momenti particolari, due sensazioni forti che mi hanno dato la percezione di qualcosa di straordinario che stava avvenendo, non posso non ricordare il concerto in piazza Duca d’Aosta e la straordinaria biciclettata di martedì scorso. La qualità della partecipazione a quel concerto è stata incredibile, all’inizio ero terrorizzato dall’idea di interrompere la musica per fare un intervento politico, credevo che salire sul palco potesse essere molto rischioso, con tutti quei giovani davanti. Poi ho capito che non erano venuti in piazza solo per ascoltare musica, erano venuti per la politica, volevano testimoniarmi la loro vicinanza. E’ stata una sensazione molto intensa, positiva, non me l’aspettavo. La biciclettata è indescrivibile. Nemmeno lo sapevo, era stata organizzata dal basso, in maniera spontanea, come gran parte delle iniziative. Ero alla Feltrinelli con alcuni scrittori, stavo parlando davanti a centinaia e centinaia di persone quando mi hanno avvisato di questo fiume di bici che si stava impossessando del centro città. Sono andato a vedere, c’erano un caos e un entusiasmo mai visti. Ho avuto anche un po’ di timore per via del traffico.
Non cominciare a fare il sindaco…
Ma no, è che non avevo mai visto così tante biciclette per la strada.
Sei pronto a diventare l’icona del nuovo rinascimento milanese? Mi sa che nei prossimi mesi assisteremo a un ribaltamento dei luoghi comuni negativi che da anni penalizzano l’immagine di questa città. Milano tornerà a piacere. Sei pronto? Te l’aspettavi la Pisapia-mania?
Come ha ricordato in questi giorni il maestro Claudio Abbado, che ringrazio per il sostegno, ho sempre fatto riferimento alla città di Berlino. La mia speranza è di far diventare Milano una città bella e dinamica come Berlino. Solo non mi aspettavo che le condizioni per realizzare questo sogno si mettessero in moto così velocemente. Il problema è che adesso questo sogno bisogna realizzarlo. Non sono spaventato, ma non posso negare che sento un certo peso sulle spalle. Ho il timore di deludere le persone.
I milanesi hanno un problema con l’attuale vicesindaco. Non puoi fare nomi, ma almeno un ritratto dell’essere umano che prenderà il posto di De Corato ce lo devi. Sarà donna?
Deve essere una persona con grande entusiasmo e che conosce bene la macchina comunale. Credo che la struttura comunale sia il punto di partenza di ogni buona amministrazione, tutti devono mettersi quotidianamente al servizio delle città. Tra i lavoratori del Comune di Milano ho percepito grande entusiamo, c’è voglia di riscatto dopo le delusioni accumulate in tutti questi anni.
Ma donna?
Io l’ho letto su qualche giornale, ti direi di sì, ma per ora lo dici tu…
Hai detto più volte che vuoi farla finita con la spartizione partitocratica ma il difficile viene adesso. Credi davvero che ce la farai, senza troppe resistenze, a premiare le competenze e non le segreterie dei partiti che ti hanno sostenuto? Se vinci, in consiglio comunale su 29 consiglieri 20 saranno del Pd.
Sì. Sono convinto che la composizione delle liste dei partiti che mi hanno sostenuto sia già la dimostrazione di un’apertura inedita verso la società civile. Questo significa volontà di cambiamento, un fatto che mi fa ben sperare. Del resto è un segnale di disponibilità che i partiti hanno già lanciato durante la campagna elettorale: non porre veti oggi significa poter accontentare l’elettorato che siamo stati capaci di recuperare alla politica. Se facciamo diversamente rischiamo di perderlo, a questo punto glielo dobbiamo. Solo per fare un esempio, non è un caso se Sel ha eletto due indipendenti, è un fatto molto significativo.
C’è un’aria strana da «saliamo tutti sul carro del vincitore». Non è insidioso questo abbraccio indistinto di quell’imprenditoria o «poteri forti» che in questi anni sono rimasti a guardare? Come farai adesso a tenere insieme le esigenze di questi soggetti con quelle delle persone «normali» che in questi mesi hanno riscoperto l’entusiasmo per la politica?
Credo di avere abbastanza esperienza per distinguere chi ci sta salendo all’ultimo minuto da chi ha lavorato con me fin da subito mettendoci la faccia quando sembrava una partita impossibile. Sono però convinto che per rilanciare Milano sia necessario saper valorizzare tutte le esperienze e le professionalità che si mettono a disposizione. Non possiamo rischiare di perdere competenze decisive che lavorano nei diversi settori strategici di questa città. Ce ne sono tante. Tutte utili.
Quanto ti ha cambiato questa campagna elettorale?
Sono la stessa persona di prima, non ho mai avuto paura. Nella mia vita ho già affrontato sfide importanti. Però un timore ce l’ho: so bene che non potrò soddisfare tutte le aspettative, per questo ho il dovere di impegnarmi al massimo.
Mancano ancora poche ore, ti spaventa ancora questa destra che ti ha attaccato con ferocia bestiale?
Non mi sarei mai immaginato una campagna elettorale così tremenda con attacchi pesanti sul piano personale. Non sono spaventato ma fino a lunedì sera bisogna tenere alta l’attenzione, ci rilassiamo martedì.
Cosa sei andato a fare nel canile?
A Milano ci sono 300 mila famiglie che hanno animali! Questo è un tema di cui non avrei mai percepito l’importanza se nel mio staff non ci fossero persone con una certa sensibilità. Diciamo che le mie «visite» sono il merito di una squadra coesa e molto eterogenea, nelle passioni e nelle competenze. Dopo aver tanto frequentato le periferie, mi sono concesso anche una visita al canile. In base alle richieste ne avrei tantissime altre da fare, anche più strane. Probabilmente le farò.

Video del flop di Letizia Moratti al duomo

Girato il 26 maggio 2011 alle ore 21.15 in piazza Duomo.

Due ore dopo l’inizio ufficiale del concerto per Letizia Moratti la piazza è completamente vuota e dal palco mandano ancora le basi. Bryan Ferry inizierà a suonare tra un quarto d’ora.

Clicca qui: concerto moratti flop ore 21.15

La fanta-giunta di Letizia

Letizia Moratti conclude la sua campagna elettorale tra gli stucchi e i tappeti rossi della camera di commercio. Finito il tempo dei comizi, la sindaca uscente annuncia la prossima giunta in quella che potrebbe essere la sua ultima conferenza stampa alla guida di palazzo Marino.

Saranno tre i big nazionali: il leghista Roberto Castelli come vicesindaco, il vicepresidente della camera Maurizio Lupi assessore all’urbanistica, il viceministro Luigi Casero al bilancio. Nomi vecchi, insieme a quello di Paolo Del Debbio alla cultura, presenti già 13 anni fa nella giunta del suo predecessore Gabriele Albertini (per lui si assicura «un ruolo di rilievo»).

Trombati ancora prima di iniziare i due galletti della campagna elettorale: il larussiano Riccardo De Corato (vicesindaco uscente) e il leghista Matteo Salvini. Per loro si prospettano al massimo assessorati minori.

L’ultimo giorno prima del silenzio elettorale Letizia Moratti l’ha passato in casa, dove ha ricevuto i vertici del Pdl. Il Carroccio si è dileguato. Con la scusa della pioggia che scuote Milano, in mattinata Umberto Bossi ha dato forfait e ha preferito puntare su Varese. Per le strade restano a volantinare, incrollabili nella fede, solo i giovani di Comunione e liberazione.

Il superministro Giulio Tremonti è l’unico che si concede una comparsata accanto alla sindaca: «Con Giuliano Pisapia l’expo se ne va via», poeteggia livido. Il ministro promette che Milano tornerà ad essere «una grande city finanziaria» grazie alla fiscalità di vantaggio che il governo ha concesso alle multinazionali. Una norma che vale per tutte le aziende straniere che risiedono in Italia ma che curiosamente il governo presenta solo qui.

La vigilia del Pdl è un road show del potere: auto blu, guardie del corpo, ultime cambiali da pagare a porte chiuse, nessun contatto con i cittadini. Nelle stesse ore, piazza Duomo si riempie sperenzosa sotto un diluvio che ricorda molto il 25 aprile del ’94. Si potrebbe…

dal manifesto del 28 maggio 2011

Pdl in tilt, dopo Milano più che un tappo salta la cantina

Se si perde a Milano e Napoli vanno tutti a casa. Ma quale? A poche ore dal voto Pdl e Lega sembrano un formicaio impazzito.

Berlusconi ha dato il bacio della morte a due «candidati deboli» ma scelti da lui come Moratti e Lettieri. E oggi i due non ci stanno a fare da capro espiatorio. La sindaca critica l’onnipresenza del premier, mentre Lettieri attacca direttamente il Pdl di Cosentino («è stato sicuramente un peso per l’elettorato moderato e riformista a cui mi sto rivolgendo»). Né padroni né padrini. Insomma: tutti contro tutti, altro che il (pre)ordinato «25 luglio» vagheggiato mesi fa dal Foglio.

Un ex dc vicino al premier come Rotondi vaticina l’eutanasia del Pdl: «Servono nuovi sogni e nuove parole chiave». Gli interessi personali del Cavaliere non coincidono più con quelli del suo partito. Da martedì le prime teste a rotolare saranno quelle del trio Verdini-La Russa-Bondi. L’ex ministro della Cultura anticipa il capo e annuncia il suo addio al triumvirato. Un passo indietro che inevitabilmente scatenerebbe soprattutto su La Russa la tempesta perfetta sia dei forzisti che degli ex An.

Le macerie della probabile vittoria di Pisapia, infatti, ricadrebbero immediatamente sul ministro della Difesa. E non saranno tanti i dirigenti pidiellini a piangere per l’uscita di La Russa dal suo feudo ambrosiano. Formigoni, per esempio, non vede l’ora. Anzi, ha già detto che con Pisapia si lavorerà benissimo e si è candidato a futuribili «primarie» per il dopo-Silvio. Una lesa maestà che gli vale la scomunica di Fabrizio Cicchitto: «Escludo fin d’ora un passo indietro da parte di Berlusconi e non so a quali primarie parteciperà il presidente Formigoni». In effetti, nessuno sa nulla.

Non siamo ancora alle idi di marzo ma i congiurati non mancano. L’area di Scajola e quella di Liberamente (ma Gelmini, Frattini & co. smentiscono) è pronta a raccogliere le firme di oltre cento deputati per chiedere un cambio di rotta drastico alla guida del partito. L’idea di base è più forzitalia e meno fascisti. A cominciare dai vertici per finire con le prossime liste elettorali.

La purga è in agguato? E allora l’area ex An – orfana di Fini – comincia a auto-organizzarsi. La corrente di Matteoli (in parallelo a quelle di Alemanno e Augello) gioca all’attacco e insiste per andare alla conta dei congressi azzerando quote e vertici (nazionali e locali). Gasparri (sodale storico di La Russa) cerca una mediazione ma è sotto schiaffo sul territorio e sa che anche il ministro milanese rischia grosso. Pure una larussiana doc come Viviana Beccalossi sente l’odore del sangue: «È troppo facile alla vigilia delle sconfitte annunciate di Napoli e Milano prendere le distanze e dare la colpa a questo o quel ministro e coordinatore».

Anche tra ex azzurri non va meglio. In un feudo strategico come la Sicilia la lotta all’ultimo sangue tra Alfano, Schifani e Miccichè aspetta di esplodere. Mentre nel Lazio Polverini e Alemanno si sono asserragliati a Roma come in una Stalingrado, assediati dalle armate di Rampelli, Meloni, Gasparri, Cicchitto, Tajani e Fazzone.

E non litigano solo per il potere. Lo fanno pure se stanno all’opposizione: in Emilia Romagna dopo la batosta bolognese Pdl e Lega continuano a darsele di santa ragione e anche in Toscana la sempreverde fronda anti-Verdini lucida le baionette. Perfino nell’irenico Trentino l’ultraberlusconiana Biancofiore corre da Scajola bollando Gasparri come «un povero incapace, violento e autoritario». Più che un tappo solo, è saltata una cantina.

dal manifesto del 27 maggio 2011

Bitjoka: «Ecco i veri immigrati di Milano»

Trentamila imprese, di cui 5mila oltre i 2 milioni di euro, ecco il lato “oscuro” dell’immigrazione sotto la Madonnina.

Otto Bitjoka è il «fan» di Pisapia aggredito tre giorni fa a Milano. Imprenditore di origini camerunensi, è milanese da oltre trent’anni. Presidente della Fondazione Etnoland è anche vicepresidente di Extrabank, il primo istituto di credito per stranieri.

Lavora da anni per l’immigrazione «qualificata» e alle comunali ha appoggiato apertamente la sinistra. Da «imprenditore» è sconcertato dalla campagna elettorale di Moratti: «Parla di cose che non c’entrano nulla con la città. La destra ha fatto l’apologia della paura: odio per gli immigrati, gli zingari, le moschee. Solleticano istinti primordiali perché hanno fallito e non hanno altro da dire.

E la sinistra?

Dovrebbe insistere sulla ragione. Anche perché l’emotività fa brutti scherzi. I problemi di Milano sono reali: mobilità e immigrazione vanno affrontate.

La moschea è un problema?

Ma non esiste! C’è la Costituzione e va rispettata. Punto. Basta andarsi a leggere gli articoli 8, 19 e 20. Un fenomeno come l’immigrazione non può essere schiacciato tra Islam e rom. Perché non si parla delle chiese evangeliche e carismatiche o del sincretismo brasiliano? Scaricano tutto sull’Islam dipingendolo come fede «terrorizzante».

Lei sostiene Pisapia. Perché?

Culturalmente sono di sinistra, sono nato quadrato e non divento tondo a una certa età. Ovvio che è un ottimo candidato ma il problema non è vincere le elezioni…

Beh, però aiuta.

Sì ma la sinistra è campione nel litigare. Oltre a vincere deve consegnare i risultati sperati. Milano ha un disperato bisogno di innovazione, non di una guerra per le poltrone. E l’innovazione si conquista con l’eterodossia. Ne abbiamo bisogno, perché se vinciamo oggi e non abbiamo una buona amministrazione alle politiche rischiamo una Waterloo.

Lei conosce bene i problemi e le opportunità dell’immigrazione. Cosa si può fare?

L’immigrato non ha bisogno di tutori e consulte che agiscano per lui. Deve essere liberato dalla povertà e messo in condizione di migliorare. Non sono mica sfigati eh? E’ gente che ha bisogno di comprarsi una casa, di lavori regolari, di una scuola decente per i figli. Mica stanno qui a ciulare le case popolari degli altri. Lo dico anche alla chiesa, che va bene ma spesso ha l’assistenza come core-business. Anche alla chiesa «conviene» un immigrato povero di cultura e di mezzi.

In concreto, cosa si deve fare a Milano?

Serve un patto di civiltà basato su dignità e rispetto reciproci. Gli immigrati milanesi sono molto «bancarizzati», non ci sono solo delinquenti. Ma lo sa quante sono le imprese gestite da immigrati in questa città? Sono 30mila. E 5mila fatturano più di 2 milioni di euro. L’80% dei «padroncini», quelli dei furgoni, sono immigrati. Praticamente hanno in mano la piattaforma logistica della città. Se si fermano loro non si muove più neanche una cassetta. Per non parlare delle infermiere o dei portinai. Possibile che per gli italiani tutta questa gente va bene di giorno e di notte invece si trasforma in delinquenti?

Insisto, cosa dovrebbe fare Pisapia?

Un assessorato all’immigrazione, alla coesione sociale e allo sviluppo. Tutto insieme. Senza se e senza ma. Basta pietismo, paternalismo e assistenzialismo. Anche a sinistra.

Lei nei giorni scorsi ha subito un’aggressione xenofoba. Cosa direbbe a quel ragazzo se lo avesse davanti?

Ho preso una bella sberla ma ne parlerò a urne chiuse perché non voglio strumentalizzazioni né da una parte né dall’altra. Secondo me rendere nota la cosa è stato sbagliato. La campagna elettorale non ha bisogno di enfasi e non si deve rincorrere la destra, tanto si squartano già per conto loro. Se vogliamo rovesciare le vecchie logiche non dobbiamo lottare nel fango. Prosciughiamolo.

dal manifesto del 27 maggio 2011

Moratti senza cavaliere, balla da sola

Letizia Moratti è sola. Potentissimo ex ministro ed ex presidente Rai, la sindaca della «capitale del Nord» affronta i giorni più difficili della sua non breve vita politica in solitudine.

Come le hanno detto di fare i nuovi consiglieri, ricapitola scrupolosamente e in tono perfino umile le piccole cose fatte in cinque anni, tipo la riqualificazione di piazzetta Capuana, il centro per la disabilità, i quattro «incubatori di impresa». Certo, quando si avventura sulla riqualificazione dei capannoni industriali dismessi, un pensierino alla «bat-casa» del figlio Gabriele è inevitabile. Ma non importa.

A poche ore dal secondo pronunciamento sulla sua amministrazione, attorno a lei c’è il vuoto. Per l’ultimo comizio non ci saranno né Bossi né Berlusconi. Il premier perché in Francia al G8, il leader leghista perché indeciso fino all’ultimo se mettere la faccia sulla possibile sconfitta. Per il gran finale basteranno Ignazio La Russa e Iva Zanicchi. Dopo infiniti forfait, l’unico «big» sicuramente ingaggiato dal «comitato Letizia» per concludere la campagna elettorale a piazza Duomo sarà Gigi D’Alessio. Poi c’è una «grande star internazionale» di cui non viene svelato il nome.

Mai dire mai però. Il piglio ultra-pragmatico delle ultime due settimane serve a motivare le armate pidielline deluse, a sperare che non disertino il secondo appuntamento con la storia. A preoccupare il Pdl, infatti, c’è soprattutto la diserzione in massa dell’elettorato leghista dieci giorni fa (-21%). Si spiega così tutta la polemica su «zingaropoli» e la moschea.

Dopo il via libera dei vescovi, sull’edificio di culto islamico ormai anche il centrodestra è isolato. Parlando a un convegno delle Acli la sindaca rilancia il suo «nì» pieno di condizioni: «Non è in discussione la libertà di culto, è in discussione la sicurezza – rimarca la sindaca – sono i governi di paesi islamici che devono garantire la sicurezza rispetto alla libertà di culto di una grande moschea». A Roma c’è, e in effetti è stata lautamente finanziata dall’Arabia Saudita, che cura la formazione (ultra-ortodossa) degli imam. Ma la retorica morattiana (islam=insicurezza) è indegna di una grande città europea e piena di ambiguità su un progetto che comunque la sua giunta, non a caso, ha di fatto già approvato.

A pochi giorni dal silenzio elettorale, i bookmaker inglesi danno in leggero vantaggio Pisapia (1,70 contro 2 per Moratti). E visto il cambio in corsa al vertice, lo staff della sindaca è nel marasma, agenda e strategie sono decisi all’ultimo minuto.

Imprevedibili come Milano. Ieri all’Arena civica perfino i ragazzini di terza media si sono messi a urlare «Pisapia, Pisapia» mentre la sindaca dettagliava una «Carta dello sport» tra comune e Coni. Un tifo spontaneo al quale altri ragazzini hanno risposto con «chi non salta comunista è», rovinando così la tranquilla photo-op disegnata su misura dallo staff di Palazzo Marino.

Le residue speranze della sindaca sono affidate a questo nuovo profilo «basso» (bassissimo) e agli ultimi appuntamenti tv. A far discutere, ancora una volta, Sky. Stamattina la sindaca si presenterà negli studi di Emilio Carelli per l’ultima registrazione. Al posto di Pisapia ci sarà una sedia vuota. Sì, Moratti è sola.

dal manifesto del 26 maggio 2011