Il mail bombing dei No Tav

Per qualche motivo a me ignoto sono finito nella lista di persone da “bombardare” di e-mail stilata dai No Tav di Chiomonte. Certo, la compagnia è eccitante, oltre a Napolitano, Fassino e al sottoscritto, c’è un gruppetto di giornalisti Rai, Ansa e altre testate. Il risultato è che pure non scrivendo io di No Tav da almeno sei anni in poche ore la mia casella postale al manifesto ha ricevuto un centinaio di lettere identiche, tutte regolarmente firmate per nome e cognome.

In attesa che il misterioso fenomeno scompaia, riporto il testo integrale della lettera.

“In qualità di cittadino italiano, Le chiedo di leggere quanto da me appreso attraverso la rete, in merito agli scontri di oggi a Chiomonte.

In questo periodo la protesta NOTAV, movimento esistente da ben 22 anni in difesa della Val di Susa, è concentrata a Chiomonte, luogo dove entro il 30 giugno prossimo, il cantiere per la linea Torino-Lione deve essere aperto ed attivo.

Fin dai primi di maggio è stato istituito il presidio permanente alla Maddalena di Chiomonte, presidio che questa notte alle 4.50 è stato letteralmente attaccato dalle forze dell’ordine che hanno utilizzato contro la gente idranti e gas lacrimogeni lanciati ad altezza uomo!

Le forze dell’ordine, facilitate dall’uso indiscriminato di idranti ed una quantità esagerata di lacrimogeni, inclusi quelli “a grappolo” al peperoncino, hanno potuto procedere distruggendo le barricate, non curandosi affatto se vi fossero persone o meno. Al momento in cui qualcuno del movimento NOTAV ha iniziato a gridare “indietreggiamo” sono partite le cariche e le manganellate….le persone rifugiatesi in infermeria per essere medicate sono state raggiunte e colpite!

Sono stati lanciati altri lacrimogeni persino dentro le tende del presidio, costringendo le persone a rifugiarsi tra le montagne, dove comunque è proseguita una vera caccia all’uom

Non è la prima volta che le Autorità effettuano blitz di questo tipo contro liberi cittadini del movimento NOTAV. Le chiedo quindi, essendo, fino a prova contraria, in uno Stato con una Repubblica Democratica, che:

  • questi metodi di guerriglia e di violenza gratuita, non vengano mai più utilizzati contro liberi cittadini che, per manifestare le proprie ragioni, adottano metodi di resistenza NON violenta.
  • il progetto per la Tav Torino-Lione venga immediatamente abbandonato in quanto inutile, costoso e dannoso per l’ambiente e la salute degli abitanti Valsusini. Un progetto che comporta la distruzione di un’intera valle, con dei costi esorbitanti, che ben superano le esigenze della linea stessa, non può essere considerato il futuro.
  • i media, le testate giornalistiche, riportino esattamente la situazione in Val di Susa, senza illazioni, false accuse di violenza, senza dichiarazioni tendenziose atte solo a favoreggiare il Governo ed i partiti che continuano a sostenere il progetto.

In fede”

lettera firmata

Bye bye “Big man” Clarence Clemons

Lo chiamavano re dell’universo, principe della città, primo fratello del Soul e sacerdote del suono… ma per tutti i fan di Bruce Springsteen era semplicemente “Big Man”. Clarence Clemons, il sassofonista della E Street Band, la gigantesca spalla nera immortalata nella copertina di Born to Run, è morto domenica scorsa in un ospedale della Florida dopo un ictus che l’ha colpito il 12 giugno.

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Atac, il disastro della Roma di Alemanno

Referendum, ecco perché il quorum si può fare

Tutti i precedenti dicono che sopra il 35% alle 22 il quorum dei referendum è a portata di mano.

La retrospettiva del Viminale la trovi qui (pdf).

Lo scandalo

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un’ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell’estetica passione

Pier Paolo Pasolini

Sperimentalismo realistico, IV

Luis Enrique, l’allenatore-blogger-Macmaniaco

Che dire di Luis Enrique, neo-allenatore della Roma?

Il motto del suo blog (leggi qui) parla chiaro: “Se vuoi, puoi”.

Fin qui ha allenato solo la squadra B del Barcellona e si sa che predilige il 4-3-3 di zemaniana memoria.

Per il resto, allena la Magica, è un ciclista sfegatato, ha un blog che tiene aggiornato di tanto in tanto e usa pure un Macbook Pro.

Per me è già quasi perfetto.

Il Pd s’impantana nelle primarie. La destra le copia

«Viva le primarie. Importiamole nel centrodestra», firmato Stefania Prestigiacomo. Misteri post-elettorali: l’«effetto Pisapia» intimorisce il Pd ma contagia il Pdl.

Sui giornali della destra fioriscono interviste e dichiarazioni a favore delle primarie. «Con le regole giuste sono uno straordinario strumento di selezione delle classi dirigenti», commenta entusiasta la ministra siciliana dell’ambiente. «Quando Berlusconi non ci sarà le faremo e io mi candido sicuramente», avverte il ras della Lombardia Roberto Formigoni.

Il Foglio di Giuliano Ferrara prenota già i gazebo e pubblica in prima pagina una bozza di regolamento per scegliere all’inizio di ottobre il presidente del Pdl e i coordinatori regionali proprio come fa il Pd. A destra il dibattito è ben avviato.

Qualcuno (per ora pochi pasdaran) le vede come lo strumento per eleggere il (i) leader dopo Berlusconi. La maggior parte invece pensa di utilizzarle soprattutto a livello locale per la scelta dei sindaci e governatori. Non a caso i più entusiasti della corsa a due tappe sono i dirigenti siciliani del Pdl, che sperano di utilizzare le primarie già per il sindaco di Palermo e, un domani, per il presidente della Sicilia.

Insomma nell’ex Forza Italia c’è un entusiasmo quasi pari a quello stranoto di Vendola, che però non sfiora chi ha il marchio (le stimmate) della consultazione dal basso, e cioè il Pd. Pierluigi Bersani è prudente: «Primarie sicuramente ma non come automatismo, la politica deve poter valutare caso per caso», scandisce su Repubblica. E non perché il segretario non ci creda. Anzi, sicuramente adesso più di prima sente quel tipo di corsa a palazzo Chigi nelle sue corde. Un pronunciamento chiaro però non arriva.

La road map della segreteria è un missile a tre stadi un po’ confusi: il Pd decide in casa propria i «dieci punti del programma» di governo. Li sottopone agli alleati, si forma la coalizione e poi, spiega Bersani, si deciderà tutti insieme il leader «nella forma più ampia possibile». Un esercizio moroteo che dice e non dice, attento agli equilibri interni e a non rompere con nessuno degli «alleabili», da Vendola e Di Pietro fino a Casini.

Poco importa che non sia questo che viene fatto né a livello locale né dentro al Pd, dove ogni candidato si presenta subito con la sua faccia, la sua base sociale e il suo programma e viene valutato dagli elettori. La tesi è espressa in bersanese puro: «Dove non arrivano i partiti possono arrivare i cittadini, il centrosinistra non alzi le paratie verso il ‘terzo polo’ perché se il progetto è credibile tira da tutte le parti».

Il Pd come il polo Nord magnetico dell’alternativa, le coordinate geografiche arriveranno. C’è la convinzione che Berlusconi non entrerà in crisi e che l’unica possibilità di intervento è tentare la Lega con una riforma elettorale bizantina che le consenta di sganciarsi dal Pdl senza pagare dazio.

Insomma, l’Italia cambia, il Pd un po’ meno. Questa ipotetica via parlamentare al dopo Berlusconi è identica a quella vagheggiata senza successo negli ultimi tre anni. Positiva o no, la lezione di queste elezioni imbarazza non poco i big del Nazareno. Tanto a destra quanto a sinistra gli elettori hanno votato (o non votato) a prescindere dai gusti di Bersani, Vendola o Di Pietro.

La «seconda Repubblica» tramonta su un curioso paradosso: manifestazioni e voto si danno solo e soprattutto senza i partiti. Non è certo con un accordo in parlamento che si salda questo profondo gap tra politica e società.

dal manifesto del 1 giugno 2011

Il premier sfida Tremonti e trova un Angelino

Maggioranza nel caos dopo il voto. Berlusconi teme la multa da mezzo miliardo per il lodo Mondadori e non sa come gestire un partito finora unito solo dal potere. Mediaset appesa al governo crolla in borsa. Per il premier riunione d’emergenza con i figli. Scricchiola l’asse con la Lega: «Sul fisco decido io, Giulio trovi i soldi»

La famiglia innanzitutto. La sua. Silvio Berlusconi plana da Bucarest dopo la mazzata elettorale e per prima cosa, alla vigilia delle celebrazioni del 2 giugno con capi di stato da tutto il mondo, convoca di corsa a Palazzo Grazioli i suoi figli Marina, Piersilvio, Barbara e Luigi (assente solo Eleonora) accompagnati (ma non ci sono conferme) da Fedele Confalonieri. Una riunione tanto urgente da essere convocata a Roma e non ad Arcore come di solito, durata quasi tre ore e dedicata agli affari di famiglia. Che non vanno bene.

Nonostante la cura Masi, l’audience continua a premiare la Rai. Peggio ancora, mentre il resto di Piazzaffari volava, dopo i ballottaggi le azioni Mediaset sono crollate a 3,63 euro (un mese fa erano a 4,4). Una soglia molto vicina al target di 3,5 euro fissato ieri dal broker americano Bernstein dopo uno studio sul titolo. Secondo Bernstein «La sopravvivenza del governo diventa più difficile».

E anche se si tratta di un ragionamento «prematuro e speculativo» stare all’opposizione ha danneggiato non poco le azioni del biscione. Il broker ha studiato gli esempi del passato: tra aprile 2006 e aprile 2008, quando Berlusconi era fuori da Palazzo Chigi, «Mediaset ha sottoperformato l’indice Msci Europe del 36%», fino a dicembre 2007 è arrivato a meno 47%. «Allo stesso modo – prosegue Bernstein – da novembre 2010, in coincidenza con una maggiore instabilità politica, Mediaset ha sottoperformato l’indice del 31% e potrebbe scendere ancora molto». Conclusione: «Gli investitori devono stare molto attenti a un titolo che è molto dipendente dalle fortune politiche, giudiziarie e personali di un solo uomo».

Un avvertimento tanto più sinistro soprattutto perché tra pochi giorni (il 16 giugno) il tribunale di Milano dovrà stabilire il risarcimento dell’azienda a Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori. Come si ricorderà, in primo grado il giudice Mesiano aveva condannato il biscione a un esborso di 750 milioni di euro. Una cifra che la perizia d’ufficio in appello ha portato a mezzo miliardo (i ricavi Mediaset 2010 sono pari a 2,8 miliardi). Un salasso.

I boatos dicono di una richiesta pressante dei figli a lasciare la politica per non compromettere l’impresa. Al termine bocche cucite. Piersilvio minimizza: «Eravamo tutti e quattro a Roma e abbiamo deciso di fargli una sorpresa». E a chi gli chiede se si è parlato di successione nel Pdl il vicepresidente di Mediaset ha risposto che «quella parola non esiste…Abbiamo parlato di affetto». Più loquace invece il premier nei giardini del Quirinale. Il lodo Mondadori? «Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe. Speriamo – confessa – che non giudichino secondo chi è amico e chi no».

Attorno al Cavaliere il caos regna sovrano. L’ufficio di presidenza del Pdl previsto ieri sera è stato rinviato ad oggi alle 18. E sono saltate una dopo l’altra sia la cena con Umberto Bossi sia quella – riservatissima e bruciata ancora prima di iniziare – con i consiglieri Rai di centrodestra. In serata, non gli resta che sedersi a tavola con Verdini.

Lasciando Bucarest Berlusconi aveva pure provato a scherzare: «Volevo fissare la data del mio funerale ma nei prossimi giorni ho troppi impegni e quindi rimandiamo». La situazione non è rosea. Tra una cosa e l’altra il premier deve pure ricordarsi di dimettersi dal comune di Milano per non dover presiedere la prima seduta di Pisapia a Palazzo Marino…

Oggi l’ufficio di presidenza metterà mano al partito. Verdini, ovviamente, ha pronto uno studio assai rassicurante sull’analisi del voto. Ma anche la promozione di Angelino Alfano a coordinatore unico è in stallo. Per rimuovere i triumviri, infatti, servirebbe un congresso. E in ogni caso gli ex An hanno già chiesto uno o due vice in affiancamento. Qualsiasi modifica insomma non sarà indolore. Anche perché ciò che preoccupa di più il premier è Tremonti e lo scontro dentro la Lega.

Con il ministro dell’Economia Berlusconi prova a fare il bullo: «Sulle tasse Tremonti propone ma non decide, gli faremo scucire i cordoni della borsa per riformare il fisco». La Lega, per ora, difende il super-ministro ma il milanese Salvini dà voce al pensiero della base: «La Lega non morirà mai per Berlusconi». Bossi prende tempo: il governo «per ora va avanti» anche se «non con la tranquillità» di prima. «Ma con Berlusconi ce la si fa a risalire?», gli chiedono i cronisti. Il senatur fa una pernacchia e vola via da Roma.

dal manifesto del 1 giugno 2011