P4, sull’arresto di Papa l’ombra di Craxi nel ’93

P4, sull’arresto di Alfonso Papa il Pdl punta tutto sul voto segreto ma Bossi fa tremare il premier.

«Meglio votare sì all’arresto», anche se «non ne ho ancora parlato con i miei in Giunta…». Umberto Bossi continua a tenere sulle spine il Pdl sulla sorte di Alfonso Papa, il deputato coinvolto nell’inchiesta P4 insieme a Luigi Bisignani. Non è però un improvviso afflato legalitario a muovere il leader della Lega. Infatti è soprattutto il gruppo del Carroccio alla camera a essere sempre più diviso. I 10 deputati fedeli al senatur guidati dal capogruppo uscente Reguzzoni vorrebbero votare contro l’arresto insieme al Pdl, mentre i 36 vicini a Maroni sarebbero per rompere gli ormeggi e votare con l’opposizione.

Tutto lineare? Niente affatto. La Lega è maestra nelle imboscate d’aula nel mischiare le carte sulle proprie intenzioni.

Celeberrimi, in passato, la bocciatura improvvisa della bicamerale nonostante le solenni assicurazioni contrarie di Maroni (leggi qui) a Pinuccio Tatarella.

Torna alla memoria, soprattutto, il voto segreto che per un pelo salvò Bettino Craxi nell’aprile del 1993. Le analogie con quella giornata sono molte. Anche allora la Lega fece propaganda a favore del processo mentre in realtà, nel buio dell’urna, votò massicciamente contro addossando tutte le colpe al pentapartito e portando alle dimissioni immediate dei ministri della sinistra nel governo Ciampi che si insediava proprio quel giorno dopo il risanamento lacrime e sangue fatto l’anno prima da Giuliano Amato. I protagonisti di allora sono ancora tutti lì: Bossi, Maroni, Napolitano (che presiedeva l’aula), Fini, D’Alema.

Anche stavolta su Papa la Camera si esprimerà a scrutinio segreto. I leghisti (come nel ’93) potrebbero votare in massa e di nascosto contro l’arresto dando la colpa agli altri partiti, additandoli al pubblico ludibrio.

Leggi qui lo straordinario racconto di quei giorni di Filippo Facci.

Corsi e ricorsi storici che lasciano il tempo che trovano. Però l’obiettivo del Pdl è proprio arrivare in aula il prossimo 20 luglio senza un pronunciamento definitivo della Giunta, dove i 2 leghisti sono l’ago della bilancia, e sperare nel voto segreto. Per questo, a sorpresa, il deputato relatore del caso Papa, Francesco Paolo Sisto, ha ritirato la sua proposta di negare l’arresto. Certo, se invece Bossi propendesse davvero per il sì non è escluso che l’opposizione ottenga il rispetto degli accordi, e cioè il voto preliminare stamattina in Giunta con tutto quello che ne consegue. Il Pdl, in ogni caso, pare intenzionato a prendere tempo, trincerandosi dietro la scusa della «grande mole» di atti da leggere. «Noi, comunque – assicura il presidente della Giunta Pierluigi Castagnetti – un voto domani lo facciamo. Chi lo presenta? Potrebbe farlo anche l’opposizione…». L’Idv, spiega Antonio Di Pietro, lo farà sicuramente.

Aggiornamento alle 14 del 15 luglio 2011:

Alla prova dei fatti stamattina la Lega si è astenuta in Giunta, confermando sospetti. spaccature e fibrillazioni sul comportamento successivo in aula il 20 luglio, l’unico che alla fine conta davvero.

La manovra, il Titanic e il governo mutante

Un parlamento muto approva la manovra. Tremonti scopre l’austerity e si atteggia a primo ministro. Napolitano grida al miracolo e blocca il rimpasto. Con 161 sì e 135 no il senato approva in un lampo la finanziaria da 80 miliardi, più pesante di quella Amato nel ’92. In piazza, nelle Asl e alla posta ira incontenibile contro la «casta»

«Non siamo preoccupati per l’impatto della manovra sui cittadini», assicurava Silvio Berlusconi un mese fa, il 16 giugno (video). E invece facendo un giro per Asl, poste e banche – luoghi ameni dove si forma il senso comune di milioni di persone – l’argomento del giorno era uno solo: i super-ticket. Nonostante la commissione del senato abbia licenziato la manovra soltanto alle 3.30 di mercoledì notte, i dettagli della finanziaria «più lacrime e sangue» della storia (70 miliardi contro i 46 di quella di Amato del 1992, ma alla camera il presidente leghista della commissione Bilancio la quantifica addirittura in 80 miliardi) erano già sviscerati in infinite file e capannelli. In poche ore, la notizia che da lunedì si pagano 10 euro in più per esami del sangue, visite mediche, etc., era unanimemente considerata come la più odiosa delle tasse. Inossidabilmente collegata – chissà perché – a un coro di insulti irripetibili sugli stipendi dei deputati e le ultime prebende della casta di faraoni che si è impossessata di stato e parastato. Non c’è mai stata distanza più grande tra la «coesione nazionale» dimostrata dal Palazzo e la vita reale di decine di milioni di “sudditi” inferociti e accaldati.

E questo non sarà che l’inizio. Secondo la Cgil la manovra costerà almeno 1.800 euro a famiglia. Il dipartimento economico di Corso d’Italia stima che le tasse aumenteranno molto di più di quanto ipotizzato dal governo. Il taglio lineare delle detrazioni fiscali (figli, lavoro, ristrutturazioni, etc.) del nel 2013 porteranno 8 miliardi di gettito invece dei 4 preventivati da Tremonti. E ben 32 a regime invece di 20. Un salasso, altro che «non metteremo le mani nelle tasche degli italiani e non taglieremo gli stipendi pubblici» come detto da Berlusconi l’8 luglio a Repubblica.

Il senato approva con 161 sì, 135 no e 3 astenuti una manovra che Bankitalia stima farà perdere almeno 1 punto di Pil. Oggi la camera farà altrettanto senza nemmeno fare finta di discutere: non ci sarà nessun emendamento né ordini del giorno (record mondiale). Il parlamento è muto. La manovra passerà in diretta tv addirittura in anticipo proprio per fare presto (e per far tornare in tempo a cena i deputati).

Tremonti, cosa rara, si è difeso di persona in senato. Tanto ragionieristiche le sue norme, tanto più alta la sua retorica: «La crisi finanziaria si aggira per il mondo come un mutante, che oggi appunto prende la forma della Grecia. (…) oggi abbiamo in Europa un appuntamento con il nostro destino. La salvezza non ci viene dalla finanza, può venire solo dalla politica; ma la politica non deve più fare errori. (…) È così che ora siamo arrivati insieme al dilemma e al dramma dell’euro e dell’Europa: o si va avanti o si va a fondo. La soluzione o è politica o non è; o è comune europea o non è, senza illusioni di salvezza per nessuno. Come sul Titanic, non si salvano neppure i passeggeri di prima classe».

E poi il finale più da capo del governo che da semplice ministro: «Il Paese ci guarda: guarda il Governo, guarda la maggioranza e guarda l’opposizione, certamente diversi, ma oggi qui non troppo divisi. Per questo sono orgoglioso di essere qui oggi con tutti voi». Al termine degli applausi di circostanza Tremonti è solo, sempre più prigioniero delle sue manovre, un lugubre canto del cigno più che l’appello alla nazione di un Delfino.

Non a caso Berlusconi non ha più detto una parola. Nella sua ottica deformante, la finanziaria-monstre fin qui è tutta ascrivibile a Tremonti e al Quirinale, gli unici avversari veri che si trova di fronte a parte se stesso e il suo tramonto. Come interpreterà la fase successiva si capirà dal suo possibile intervento di oggi alla camera (il premier ha disertato i funerali del soldato Marchini e all’ultimo minuto ha anche annullato il viaggio a Belgrado).

Giorgio Napolitano invece è in visita di stato in Croazia. E quando gli riferiscono che la manovra è già alla camera si congratula: «E’ un miracolo. C’era un accordo serio ed è stato rispettato». Il capo dello stato è sicuro che della «coesione» dimostrata questa volta ci sarà bisogno anche in futuro, quando bisognerà «stimolare la ripresa soprattutto attraverso più competizione».

Ma non sono tutte rose e fiori, anzi. Qualche preoccupazione affiora anche sugli uffici del Colle, che di fronte a interpretazioni che considerano il nuovo appello all’unità nazionale come un via libera a un governo tecnico o del presidente, spingono di nuovo Napolitano davanti ai giornalisti per dire che «parlare di toto-ministri è da irresponsabili». Il presidente fa per andarsene e poi torna indietro: «Io – sottolinea – non ho ricevuto alcuna proposta dal presidente del consiglio e addirittura vedo tirato in ballo per un altro incarico di governo (alla Giustizia, ndr), il ministro degli Esteri che mi accompagna in questa missione. Ciò è veramente da irresponsabili – ripete – chiunque metta in giro queste voci».

dal manifesto del 15 luglio 2011

Tremonti e la manovra pesante, più tasse per 20 miliardi

Il ministro si smentisce e «rafforza» la manovra. Anticipati i tagli alla sanità. Da lunedì super-ticket su esami, diagnostica e pronto soccorso. L’aumento fiscale dovuto al taglio delle detrazioni dal 2014 lievita a 20 miliardi. Ritocchi per i ricchi. Allarme di Istat, Cnel e Bankitalia per gli effetti sociali

Domani all’ora di cena la manovra triennale di Giulio Tremonti sarà legge. La trattativa febbrile delle ultime ore tra maggioranza e governo ha peggiorato le già fosche previsioni della vigilia. Dal 2014 le tasse aumenteranno non di 15 miliardi ma addirittura di 20 (la metà dello sforzo di risanamento dei conti). Già dal 2013 i lavoratori dipendenti pagheranno sicuramente 4 miliardi in più per il taglio del 5% delle agevolazioni fiscali (famiglia, sanità, etc.). Un taglio lineare delle detrazioni che salirà addirittura al 20% se entro il 30 settembre 2013 (cioè prima delle elezioni), se il governo non avrà esercitato la famigerata delega per la riforma fiscale con le tre aliquote, l’aumento dell’Iva, etc.

Detto altrimenti, se questo governo non riesce ad abbassare le tasse (per i ricchi e sui consumi), allora quel fallimento sarà spalmato su tutti i contribuenti e scaricato sul prossimo governo. Così vanno le cose.

Tremonti interviene all’Abi e annuncia che la sua manovra sarà «rafforzata». Detto fatto. Vengono anticipate subito alcune misure particolarmente odiose: da lunedì si pagheranno i super-ticket da 10 euro su esami e diagnostica e da 25 euro per i codici bianchi al pronto soccorso (una misura che da sola a regime frutterà 960 milioni di risparmi). Tra i ritocchi dell’ultimo minuto presentati dal relatore qualche balzello simbolico in più anche per i ricchi: +10% di tasse sulle «stock option» dei manager e un contributo di solidarietà del 5% sulle pensioni d’oro da 90mila euro in su (10% da 150mila euro in su). Rimane, anche se leggermente ammorbidita, anche la sforbiciata su quelle sopra i 2341 euro lordi (5 volte il minimo). Per loro, come quelle superiori, sono previsti blocchi scaglionati della rivalutazione. A conti fatti, rimangono integre solo le pensioni inferiori ai 1.400 euro lordi al mese. Tutte le altre si impoveriranno inesorabilmente nel tempo. Già che c’era, dal 2012 si allungano anche da 1 a 4 i mesi di attesa per andarci anche per chi lavora da 40 anni (!) e ne ha diritto e requisiti. Qualche concessione (scusate il bisticcio) anche ai concessionari autostradali e non. Tremonti ha ammorbidito solo in parte l’aumento dei tempi di ammortamento da 30 anni a 100. Alla fine saranno 50, guarda caso proprio com’era previsto nelle primordiali bozze del decreto. Rimodulato solo parzialmente anche il super-bollo sul deposito titoli in banca. E rimane, nonostante i prezzi record, anche la super-accise sulla benzina introdotta l’anno scorso (un aumento che vale da solo 1,8 miliardi all’anno).

Privatizzazioni: anche se è a fine corsa, entro il 2013, cioè prima delle elezioni, il governo venderà le quote azionarie delle società partecipate (Eni, Enel, Finmeccanica, etc.). Quante, quali, come, lo sa il fato. Mentre sulle municipalizzate dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, energia, trasporti, etc.) l’obbligo a vendere cancellato dal referendum torna sotto mentite spoglie (i comuni che non vendono le proprie quote si vedranno decurtati i trasferimenti dallo stato, solo quelli che vendono, infatti, potranno rientrare tra gli enti virtuosi risparmiati in parte dai tagli).

Il Pd, che avendo rinunciato a giocare la partita assiste al massacro dalla tribuna, alza il sopracciglio: «Con gli ultimi emendamenti governo e maggioranza sono riusciti nella difficilissima impresa di rendere ancora più iniqua una manovra già profondamente classista, scaricata su ceti medi e bassi», commenta sgomento Stefano Fassina, responsabile economia dei democratici. Anche la capogruppo Anna Finocchiaro constata che nessuna delle proposte dell’opposizione è stata accolta dal governo nonostante la disponibilità sui tempi e le reciproche pacche sulle spalle.

Dal punto di vista politico, Tremonti rivendica la sua manovra e anzi ricalca la sua firma. All’Abi smentisce definitivamente le sue dimissioni (ma chi c’aveva creduto?): «Hic manebimus optime, la manovra e i successivi adempimenti sarà accompagnata da chi si prende la responsabilità di averla presentata». Cioè lui e solo lui.

Lo stesso Tremonti che non più tardi di lunedì scorso, tre giorni fa (!), aveva gabbato il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini assicurandogli che «chi ci chiede di fare di più, o di anticipare ad oggi le misure previste per il prossimo triennio, non ha capito nulla. Se lo facciamo ci suicidiamo: ammazziamo il paese». Oggi, come se nulla fosse, Tremonti, secondo le sue stesse parole, arma la pistola che ucciderà se non questo il prossimo governo.

Un’ammissione implicita che i suoi conti erano truccati, alla greca, opachi e pieni di buchi, come gli avevano detto tutti: Bankitalia, Quirinale, Confindustria, opposizioni. Come nel più disperato dei poker, un super-ministro sempre più screditato per le inchieste giudiziarie rilancia tutta la posta anticipando il massacro sui malati, i lavoratori, i servizi pubblici, gli insegnanti.

Anche oggi però non mancano gli avvertimenti. Basta leggere i resoconti della Bilancio in senato: istituzioni come Istat, Bankitalia e Cnel non nascondono la preoccupazione per gli effetti reali del decreto. «Senza sviluppo la manovra è socialmente insostenibile» (Cnel). «Senza decisi tagli alla spesa è inevitabile aumentare le tasse» (Bankitalia). «C’è il forte rischio di aumento delle tariffe, mentre il blocco dei salari nel pubblico impiego rischia di demotivare il personale e di allontanare le risorse più qualificate» (Istat).

Non tutto ciò che è nella manovra è sbagliato, naturalmente, ma il volto classista, metodicamente e orgogliosamente sadico, di ogni intervento è ormai scritto nero su bianco fino al 2014. Peccato che il parlamento in una “discussione” di appena quattro giorni non abbia avuto il tempo di leggere e Napolitano firmerà domani senza battere ciglio. Lo stesso Quirinale, tra l’altro, che aveva già avvisato solennemente di non cambiare i decreti in corso di conversione. E’ una «coesione nazionale» che costa molto. Sempre agli stessi.

Tremonti svela il bluff: più tasse per 15 miliardi

Tremonti svela il bluff della delega fiscale: subito i 15 miliardi di tagli alle detrazioni Irpef previsti nella “clausola di salvaguardia” della bozza fantasma. La manovra intanto massacra scuola, sanità e regioni. Professori e ricercatori perderanno 8mila euro. Niente fondi per il Sud e super-bolli in banca. Tra le modifiche dell’ultimo minuto un regalo «bipartisan» ai concessionari autostradali

Un Romano Prodi redivivo detta la linea: «Governo, opposizione e Bankitalia insieme per l’emergenza». Peccato che i tempi sono cambiati e non esistono più nessuno dei tre. Nel Palazzo, la reazione al «terrorismo finanziario» è identica a quello di piombo di trent’anni fa: con l’emergenza si sta tutti insieme. A prescindere dai contenuti. Che in questo caso sono più tasse per chi già le paga e meno servizi per tutti.

Messo alle strette, il governo ammette il bluff sulla presunta riforma fiscale e annuncia che anticiperà nella manovra la «clausola di salvaguardia» da 14,7 miliardi contenuta nella delega fantasma scritta da Tremonti. In concreto, già dal prossimo anno ci sarà un taglio del 15% di tutte le detrazioni esistenti (sanità, asilo, colf, assicurazioni, ristrutturazioni). Invece dei tagli lineari ai ministeri stavolta si tagliano gli sgravi ma la sostanza non cambia. Si spara nel mucchio per prendere soldi dov’è più facile, cioè sul lavoro dipendente.

Nelle ultime ore di trattativa nella maggioranza, Pdl e Lega concordano solo 5 modifiche alla manovra. Oltre alle tasse, riguardano un taglio minore alla rivalutazione delle pensioni basse, un aumento più scaglionato del maxi-bollo sui titoli e qualche modifica al patto di stabilità. Ultimo ma non ultimo, un bel regalo bipartisan alle concessionarie autostradali. Nel decreto era previsto un codicillo che avrebbe gravato per oltre 1 miliardo sulla spalle di Benetton e soci (quasi tutte aziende del Nord o parastatali). Nei giorni scorsi il viceministro Castelli è stato pubblicamente scudisciato dall’Aiscat: ai padroni delle corsie è bastato minacciare il blocco degli investimenti nella BreBeMi e la Pedemontana che il Carroccio ha subito innestato la retromarcia ammorbidendo la norma.

E’ «un massacro sociale annunciato», commenta Nichi Vendola di Sel. Perché i dati di sistema ormai sono noti pure ai sassi: occupazione femminile al 46% (in Ue è al 60%) e disoccupazione giovanile al 29%. Precariato, bassi salari e bassa produttività sono piaghe endemiche tanto a Nord quanto a Sud. Eppure la manovra segue le orme di sempre: più tasse, meno servizi. E a pagare sono sempre gli stessi. Basta scorrere il decreto per toccare con mano la macelleria sociale che ci aspetta.

Altro che meno tasse: fisco +1%

La pressione fiscale aumenterà come minimo dell’1% (fonte Confindustria). In un paese che è già (ultimi dati Ocse del 2009) al terzo posto per il fisco (43,5%) dopo Danimarca e Svezia. Da allora la situazione è sicuramente peggiorata. La delega fiscale fantasma scritta da Tremonti quasi sicuramente decadrà. Peccato perché lì e solo lì c’era l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20%, una norma di equità che il Pd proverà a inserire nella trattativa.

Il grosso delle maggiori entrate verrà dai giochi (7 mld) e dal superbollo sul deposito titoli (quintuplicherà fino a 150 euro l’anno e 380 per i depositi sopra i 50mila euro). Rincari che però il governo vuole rimodulare. Solo 490 milioni invece verranno dal mini aumento dell’Irap su istituti di credito e assicurazioni. In proporzione la manovra la pagano infinitamente di più correntisti e bancari che banchieri e speculatori.

Piano per il Sud? Sotto il Po il nulla

I fondi Fas saranno ulteriormente tagliati dal 2013. In più viene decurtato di 3,6 mld il «fondo per l’economia reale» di Palazzo Chigi dedicato in gran parte al Mezzogiorno. Sulle infrastrutture inoltre si fa un gioco delle tre carte che avvantaggia solo il Nord. Tremonti cancella il «fondo per le opere strategiche» e ne crea uno nuovo («fondo infrastrutture stradali e ferroviarie»). Perché? Perché così cade il vincolo dell’85% degli investimenti al Sud. Non a caso in quel fondo le uniche opere finanziate (peraltro solo con 250 milioni, fonte Cipe- Cgil) sono il traforo del Brennero, il valico Genova-Milano e la Treviglio-Brescia.

A scuola stipendi magrissimi

«Un intervento così odioso verso settori noti per le basse retribuzioni non si era mai visto», commentano in Flc-Cgil. La manovra congela gli organici delle scuole fino al 2014 e contiene norme anti-Tar contro i ricorsi dei precari. In più, oltre al blocco delle assunzioni blocca anche gli stipendi. Così un professore di liceo avrà perso in 5 anni (2010-2014) quasi 8mila euro, un preside circa 16mila, un ricercatore 7.500, il personale tecnico e amministrativo 6.400. Ma è un calcolo per difetto: perché i rinnovi contrattuali rivalutano anche altre voci dello stipendio che restano ferme, così come gli scatti di anzianità. Un blocco che in futuro dimagrirà anche le pensioni.

Per far vedere che ci tiene, Tremonti assicura che il fondo di finanziamento (Ffo) delle università non si tocca. Certo, glissa sul fatto che dal 2012 è già stato decurtato di 300 milioni con le precedenti manovre.

Casse vuote negli enti locali

Solo oggi, a cose fatte, Tremonti incontrerà gli enti locali. In 5 anni (2010-2014) i tagli complessivi a regioni, comuni e province ammonteranno a 33 miliardi. Anche qui molta propaganda: il premio agli enti «virtuosi» sul patto di stabilità è poco più che una mancia (circa 200 milioni).

Sanità, ecco il super-ticket

In 5 anni (2010-2014) il settore ha subito tagli per 17 miliardi in personale e ed erogazioni. Dal 2012 è previsto un super-ticket fino a 10 euro sulle medicine (una norma che vale oltre 800 milioni) e sono quasi inevitabili inediti ticket sui ricoveri ospedalieri da inserire nella finanziaria autunnale.

dal manifesto del 13 luglio 2011

Tremonti addio, ecco Monti e il governo del presidente

Walter Veltroni lo spiega così: «Non è pensabile andare a votare con uno spread tra titoli italiani e tedeschi a 300».

Perciò secondo lui (ma oltre a Veltroni ci sono dichiarazioni solenni e identiche anche da parte di Rosi Bindi e Massimo D’Alema) varata la manovra serve un «governo di coesione nazionale», quello che l’ex segretario del Pd in tempi non sospetti aveva vagheggiato sul «Corsera» insieme a Beppe Pisanu del Pdl.

Che l’esecutivo Berlusconi-Bossi-Tremonti sia alla frutta non ci piove.

E per una volta tutto il gotha del Pd e tutte le correnti (a parte, per ora, quella di Ignazio Marino) lavorano sulla stessa linea: in caso di crisi niente elezioni anticipate e governo più ampio possibile per varare le necessarie riforme economiche e istituzionali e la legge elettorale.

Una proposta che piace da sempre all’Udc, subito pronto a discutere con Alfano del «dopo Berlusconi», e non dispiace ai pochi finiani calpesti e derisi.

Con la regia occulta del Quirinale, proprio la manovra potrebbe essere il brodo di coltura ideale per questo futuribile governo «del presidente», «di responsabilità nazionale», «di transizione», «di salvezza nazionale» (new entry coniata da D’Alema) e chi più ne ha più ne metta.

Vocabolario a parte, visto che Draghi è volato a Francoforte, l’indiziato numero uno a bere l’amaro calice di Palazzo Chigi in caso di emergenza è rimasto Mario Monti, 68enne presidente della Bocconi ed ex commissario Ue. Il Corsera ospita regolarmente suoi editoriali programmatici e anche Carlo De Benedetti lo ha incoronato fin da marzo scorso in una fragorosa intervista a Die Zeit. Visto il via libera dell’establishment, chi lo appoggerebbe in parlamento?

D’Alema auspica «la maggioranza più ampia possibile». Ma dal Pdl sia l’ala berlusconiana che quella ex An già fanno fuoco e fiamme. Senza contare l’inevitabile no grazie della Lega.

A meno di una frattura clamorosa nel partitone berlusconiano (che ancora non è alle viste e farebbe impallidire la miniscissione finiana) l’ipotesi è destinata soltanto a qualificare chi la avanza con pervicacia sia quando è momentaneamente al governo, sia quando è all’opposizione. La fine di questo governo Berlusconi però è alle porte.

Lo stesso premier potrebbe mitigare la manovra con un’apertura ad alcuni «tecnici» o alle opposizioni in stile Obama. Coinvolgerle cioè ma rimanendo lui sulla tolda di comando. A Washington per ora non attacca. E un governo da Scajola a Pancho Pardi passando per Moffa e Scilipoti sarebbe tutto meno che un governo d’eccellenza.

dal manifesto del 13 luglio 2011

Crisi dell’euro e spread, il capitalismo divora i suoi figli

Accelerazione massima per la manovra. Napolitano in cabina di regia: da Pd e Udc poche modifiche in cambio del sì

I mercati fanno sul serio. «Se prima il coinvolgimento dell’Italia nella crisi finanziaria era una paura, adesso è praticamente una certezza, qua nessuno compra più nulla», dicono i trader gongolando sul massacro dei listini. Speculazione ma non solo.

L’Italia sconta una doppia debolezza, politica e strutturale. Il senato inizia l’esame della manovra triennale sotto una tempesta che non si vedeva da decenni. E con un governo che non brilla certo per compattezza e affidabilità. Ancora una volta, vince la «shock economy»: non c’è alternativa al decreto Tremonti.

La parola d’ordine è una sola: correre, correre, chiudere la manovra in settimana per «dare un segnale forte e inequivocabile ai mercati». Lo chiede il presidente del senato Renato Schifani. Lo vuole Giorgio Napolitano, che impone a tutti i partiti uno «straordinario impegno di coesione nazionale per far fronte alle difficili prove che si profilano per il paese». Si salva l’Italia o si muore?

Nel Pd non tutti seguono alla lettera il richiamo del Colle. «Napolitano fa il suo mestiere, noi il nostro», spiegano i democratici a Palazzo Madama. Per il Pd il sentiero è sempre più stretto: «Per noi la manovra è sbagliata perché non produce crescita, perciò dobbiamo tenerci a distanza anche se non dobbiamo dare alibi al governo». Tradotto: Pd e Udc (l’Idv si accoda volentieri) concorderanno 4 o 5 emendamenti importanti da sottoporre alla maggioranza. In cambio niente ostruzionismo e tempi certi, ultrarapidi, per il provvedimento. Il termine per gli emendamenti scade stasera alle 18. Oggi Enrico Letta, il responsabile economico Stefano Fassina e i capigruppo Finocchiaro e Franceschini illustreranno le proposte. Una linea che alle 15 sarà sottoposta al gruppo del senato.

Disponibilità e aperture che all’inizio però Pdl e Lega raccolgono solo in parte. Assente Tremonti e silente Berlusconi, con Milanese fuori dai giochi (era lui il raccordo tra via XX settembre e parlamento), manca una regia chiara tra camere e governo.

Oggi pomeriggio in senato il ministro dell’Economia incontrerà il relatore (l’ex forzista Gilberto Pichetto Fratin) e la maggioranza appena rientrerà dall’Ecofin di Bruxelles.

Sulla sua manovra pesano molte incognite, il servizio studi del senato rileva (inascoltato) che il famigerato pareggio di bilancio entro il 2014 si raggiunge solo se si contano i quasi 17 miliardi previsti dalla delega fiscale (2,2 nel 2013 e 14,7 nel 2014). Una delega che però nessuno in parlamento ufficialmente ha ancora visto.

Berlusconi è chiuso nel silenzio. Preferisce pensare al suo Milan, con cui oggi festeggerà l’inizio del ritiro. Tremonti non cede di un millimetro: secondo lui la manovra va approvata subito così com’è. Anticipare i tagli previsti nel 2013 e 2014 (come vorrebbe Confindustria) significherebbe «il suicidio»: «Così ammazziamo il paese», dice papale papale a Repubblica. E accadrà lo stesso, fa capire, se non gli si dà retta: «Dimissionatemi pure e vedrete cosa succede ai titoli di stato», è l’avviso recapitato innanzitutto al suo partito e al suo governo.

Il ministro non è sfiorato dal dubbio che sia vero esattamente il contrario. Cioè che sia proprio la concomitante debolezza sua e di Berlusconi, gemelli siamesi sul viale del tramonto, a piombare le ali al paese. Tremonti è consapevole che solo l’emergenza lo tiene a galla. Sulla manovra, del resto, pende il possibile voto di fiducia.

Su queste basi, il dialogo pare difficile. Tanto che in serata un nuovo comunicato del Quirinale interviene in tempo reale correggendo in diretta la discussione politica. Il presidente della Repubblica prende nota «con viva soddisfazione degli annunci venuti dall’opposizione» su «pochi qualificati emendamenti» e «una rapidissima approvazione» della «necessaria manovra finanziaria». «Ci si attende – conclude il Quirinale – che a ciò corrisponda l’immediata disponibilità di governo e maggioranza a condurre le consultazioni indispensabili e a ricercare le convergenze opportune». Detto fatto. Pochi istanti dopo Schifani convoca per oggi a pranzo i capigruppo in modo da accelerare al massimo l’iter della manovra. Anche dal Pdl capitolano: ci saranno solo «pochi e qualificati» emendamenti.

A questo punto, il sì al decreto è questione di ore. Ma potrebbe non bastare. Perché la debolezza politica italiana rispecchia quella di tutti gli stati europei e della stessa Unione, priva di leadership capaci, con governi disprezzati sia dai cittadini che dai mercati.

Zapatero, Merkel, Sarkozy, Berlusconi, perfino il neoeletto Cameron: sono tutti premier in caduta libera, prossimi alle elezioni o di corte vedute nazionali. Non è (solo) l’Italia che non ha fatto i «compiti». E’ l’Europa che sta morendo.

Un’agonia che va di pari passo con quella di Stati uniti e Giappone. Il capitalismo sta divorando i suoi figli.

dal manifesto del 12 luglio 2011

Lodo Mondadori, ecco perché Berlusconi è colpevole

In dieci pagine della sentenza civile d’appello di Milano tutti i dettagli sulla corruzione prescritta. Altro che «teorema»: le attenuanti generiche (corruzione semplice) lo salvano dal carcere ma immortalano il reato

Non solo Fininvest. Nelle 281 pagine delle sentenza d’appello circa una decina ricordano che anche Silvio Berlusconi è personalmente colpevole di corruzione con sentenza definitiva passata in giudicato anche se il reato è prescritto. Da questa responsabilità personale, «civilisticamente», discende quella della sua impresa.

La tesi dei «berluscones» è questa: è vero, c’è stato un bonifico di 2.732.868 dollari che va dai conti Fininvest All Iberian e Ferrido a quelli di Cesare Previti. Secondo il «Biscione», Berlusconi (all’epoca capo-azienda) di quei soldi non sapeva nulla e in ogni caso quella modica quantità (3 miliardi di lire!) non era tale da meritare la sua preziosa attenzione.

La seconda corte d’appello di Milano rimette i puntini sulle i ricordando nel dettaglio che questa tesi è falsa, smentita nel processo penale. Tutti i giudici che si sono occupati del caso hanno accolto le tesi dell’accusa, riconoscendo che quei fondi erano la «provvista» corruttiva finita in mano, tra gli altri, al giudice Vittorio Metta per comprare la sentenza sul lodo Mondadori.

Come si ricorderà, nel processo penale tutti gli imputati (da Previti in giù) sono stati condannati definitivamente tranne Berlusconi. L’unico al quale i magistrati hanno riconosciuto le attenuanti generiche (corruzione semplice e non corruzione in atti giudiziari) facendo così prescrivere il reato.

Berlusconi, contro quella prescrizione, è ricorso in Cassazione, la quale per sua sfortuna non poteva entrare nel merito del processo e ha confermato la sentenza d’appello.

Ne consegue logicamente e giuridicamente, ricordano i giudici milanesi che se Silvio ha ricevuto le attenuanti generiche vuol dire che ha commesso un reato (perché sennò?). Berlusconi perciò è colpevole di corruzione, anche se prescritto.

Per cui (pag. 139-142) «il Berlusconi ha commesso il fatto ‘de quo’» anche se «ai soli fini civilistici e risarcitori di cui qui si discute». Una «corresponsabilità che, come logica conseguenza, comporta, per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore commesso nell’attività gestoria, la responsabilità della stessa Fininvest».

dal manifesto del 10 luglio 2011

Lodo Mondadori, i corrotti gridano all’esproprio

Condanna ridotta di un quarto ma al Pdl non basta. La famiglia Berlusconi è furiosa. La figlia Marina attacca il tribunale e difende il padre: «È un aggressione, non pagheremo un euro». Il Pdl diventa il braccio isterico della Fininvest ma nella propaganda infila tre «falsi». E la Lega tace

Luigi De Ruggiero, il capo del collegio che dopo vent’anni costringerà la Finivest a risarcire De Benedetti, non è una toga qualsiasi. E’ il relatore, per dire, che ha condannato definitivamente a 22 anni Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l’omicidio Calabresi.

Appresa la notizia del salato risarcimento Marina Berlusconi non si trattiene: «E’ una sentenza che sgomenta e lascia senza parole. Rappresenta l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico».

Finivest giura che non pagherà un euro. E l’avvocato Ghedini (quello che due giorni fa sul comma in finanziaria diceva di non sapere nulla di diritto civile) è già sicuro che «la Cassazione annullerà la sentenza». Sarà.

Tanta sicurezza stona con le reazioni di deputati e dirigenti del Pdl prossime all’isteria. «Vysinskij non avrebbe fatto meglio» (Osvaldo Napoli). «Una sentenza politica» (La Russa), «abnorme» (Capezzone), «una follia» (Crosetto), «fuori dal mondo» (Lupi), «un attacco alla democrazia» (Vitali), «degna di uno stato totalitario, servono gli osservatori internazionali» (Bondi). Il ministro decano Matteoli addirittura considera la condanna «una buona ragione in più perché il premier guidi anche nei prossimi anni il governo per vincere una battaglia storica»: contro i giudici, contro la sinistra. Contro il buonsenso.

Non a caso, la Lega non fa un fiato. Non c’è un dirigente del Carroccio che si spenda in difesa del portafoglio del Cavaliere. Una lite civile privata tra due aziende, importanti quanto si vuole, non commuove più i padani a caccia di consenso.

Berlusconi invece non ha dubbi: «Vogliono farmi fuori e ho il dovere di governare», sibila prima di lasciare Roma. Ieri mattina il premier ha cancellato all’ultimo momento il viaggio previsto a Lampedusa (di nuovo invasa da migranti) per visitare la sua ultima villa e si è diretto invece nel buen retiro in Sardegna (quello che mesi fa aveva giurato di vendere per colpa dei fotografi comunisti).

Angelino Alfano – ancora per poco è ministro della Giustizia – tira fuori la lingua di velluto e si stacca almeno a parole dal coro del partito-azienda: «Il Pdl è al fianco del presidente Silvio Berlusconi con determinazione e con affetto e sottolinea che si tratta di una decisione che, per essere definitiva, dovrà certamente avere il vaglio di altri giudici. Siamo certi – conclude il neosegretario – che questo episodio non toglierà al premier la serenità necessaria per governare, come ha sempre fatto, nell’interesse esclusivo dell’Italia e degli italiani». Bum.

In realtà il mattinale preparato a via dell’Umiltà batte su tre tasti propagandistici, con dichiarazioni martellanti riportate identiche da decine di parlamentari.

Primo: siamo davanti a un «esproprio proletario». E qui dalla Svizzera De Benedetti potrebbe citarli per ingiuria.

Secondo: la sentenza è immotivata e strumentale. In realtà segue i precedenti penali e conferma la decisione di primo grado perfino ridimensionandola del 25%.

Terzo: è una condanna sproporzionata, «doppia» rispetto al valore della Mondadori. Un abile falso anche questo. In realtà Mondadori (che è una parte rilevante dell’impero Finivest ma solo una parte) all’8 luglio capitalizzava in borsa 622 milioni di euro. Fininvest ne possiede il 50,13%. Quindi quel risarcimento è il doppio della sola quota berlusconiana, non del valore di tutta la società.

In ogni caso, oltre a una fidejussione di 806 milioni, in cassa il Biscione ha una liquidità congrua alla cifra da versare. Non a caso un trader interpellato venerdì dalla Reuters prevedeva che «non ci sarà alcun effetto su Fininvest perché ha cassa a sufficienza, ma potrebbe verificarsi qualche reazione emotiva sull’andamento dei titoli Mediaset e Mondadori». Lunedì in borsa si ballerà sicuramente. Ma l’azienda è tutt’altro che «espropriata».

Il Pdl tuttavia non esclude di poter ripresentare subito, in senato, la norma salva-Fininvest cassata da Napolitano nel decreto della manovra. Ma senza la Lega i numeri non ci sono. Senza contare che reinserire quel comma significherebbe riaprire un contenzioso con il Colle (e, si parva licet, con Fini alla camera) proprio alla vigilia della nomina, delicatissima, del nuovo ministro della Giustizia e del probabile rimpasto di governo.

dal manifesto del 10 luglio 2011

Alfano e la giostra del rimpasto

La prossima settimana «mi dimetto». Parola di Angelino Alfano. Da Mirabello il neosegretario del Pdl confessa di non vedere l’ora di lasciare la poltrona del ministero della Giustizia per dedicarsi al partito.

In effetti, tenere su quella sedia che scotta l’inventore del «partito degli onesti» rischia di azzoppare tutto il ricambio post-predellino. Berlusconi, contrariamente a come lo dipingono, per natura è uno che non toccherebbe mai nulla degli assetti esistenti. Figuriamoci un rimpasto di governo con tutto quello che è successo l’ultima volta che l’ha fatto sul serio, nel 2005.

Stavolta però la sostituzione del Guardasigilli sarà inserita sicuramente in una giostra di nomine più ampia. Perché di poltrone da assegnare ce ne sono ancora diverse. Oltre al successore di Mario Draghi a Bankitalia ce ne sono 2 da ministro (Giustizia e politiche Ue), un paio da viceministro (sviluppo e Welfare) e almeno 2 sottosegretari se non di più (Sviluppo e ambiente, ma forse anche Economia). E’ chiaro che la temperatura del finale di legislatura la indicherà la scelta del nuovo ministro della Giustizia.

Sebbene il Cavaliere abbia assicurato a più d’uno di «avere le idee chiarissime» i nomi sul tavolo sono diversi. Di tutto di più: il ciellino Maurizio Lupi, la «vice-Capezzone» Anna Maria Bernini, due «tecnici» come l’ex pm Nordio (autore di un libro a quattro mani con Pisapia sulle «riforme possibili» nella giustizia) e Augusta Iannini,la moglie di Vespa che di fatto è il primo alto dirigente del ministero. Tra i rumor dei giorni scorsi perfino l’arrivo della ministra dell’Istruzione (avvocato a Reggio Calabria) Maria Stella Gelmini (in questo caso Lupi prenderebbe il suo posto a viale Trastevere).

Spostamenti che a loro volta preluderebbero ad altri: Cicchitto alla guida del gruppo alla camera traballa. Potrebbe diventare vicepresidente di Montecitorio al posto di Lupi. Ma quella poltrona potrebbe andare anche a Scajola, che fin qui è stato zitto e buono. Senza contare Guido Crosetto, un «mastino» che negli ultimi tempi ha azzannato spesso e volentieri Tremonti. E poi c’è la Lega, che deve trovare un posto a Reguzzoni dopo che sarà sostituito dal «maronita» Stucchi.

Si tratta di spostamenti «politici», sorvoliamo sulle pretese dei «responsabili» che scalpitano per carità di patria. Contro questi ultimi ormai la concorrenza è feroce, nel mercato del Pdl c’è sempre qualcuno più prezioso di te, come dimostra il ritorno dei tre «finiani» delusi Ronchi, Urso e Scalia.

Finiani, a volte ritornano

Adesso che il Secolo d’Italia ritorna a sembrare il Popolo d’Italia, adesso che Fini si è cacciato da solo nel limbo delle occasioni perdute, adesso che Berlusconi ha fatto un passo di lato e Angelino promette «sacrifici, successo e primarie» per tutti, adesso è il momento giusto: Urso, Ronchi e Scalia tornano alla casa del padre-padrone e lasciano Futuro e libertà.

La premiata ditta «Adolfo, Pippo e Andrea» in questi mesi fuori dal Pdl ha ingoiato dosi industriali di Maalox ma ora può rifarsi. Alla Mirabello «lealista» i tre ex esuli annunciano il ritorno in patria. Per fare nientemeno che il Ppe italiano. Forse non gli ridaranno le poltrone che Fini gli ha fatto perdere ma almeno potranno tornare a Porta a porta.