Le 5 bugie di Berlusconi Pinocchio

Il Cavaliere va in tv e infila almeno cinque menzogne in cinque minuti. Emendamenti ancora avvolti nel mistero. Lo «spread» schizza al 3% mentre ministri e relatore cercano di ammorbidire i tagli alle pensioni

Cinque bugie in cinque minuti. Silvio Berlusconi ci mette la faccia e dopo l’intesa raggiunta ad Arcore difende a spada tratta la manovra di agosto. Incurante di una protesta che cresce, il premier concede un’intervista telefonica a Studio aperto dove infila una tale quantità di bugie da far sospettare che a Palazzo Chigi si aggiri un sosia o un marziano.
Dai saldi mancano 5 miliardi
1. Per il premier la manovra «è molto migliorata senza modificare i saldi, è più equa e assolutamente sostenibile». Sarà, ma dopo l’ultima polpetta avvelenata sulle pensioni, anche Cisl e Uil si aggiungono alla protesta contro il governo. Ogni testo, tra l’altro, non è mai definitivo. Lo stesso relatore del Pdl, Azzollini, annuncia una norma transitoria che limiti i danni per chi ha già riscattato la laurea pensando che fossero contributi parificati a quelli di lavoro. Anche così però i conti non tornano. Dopo le modifiche di Arcore Confindustria ipotizza la mancanza di 4 miliardi. Ma già il peggioramento della congiuntura economica (Pil in frenata) e l’aleatorietà di alcune norme (come giochi, Robin Tax e lotta all’evasione affidata ai comuni) rende i famosi «saldi» della manovra più delle perline da vendere ai mercati che il frutto di un calcolo strategico. Non a caso, mentre Berlusconi parlava lo spread con i titoli tedeschi schizzava sopra al 3% . E’ ipotizzabile che nella finanziaria di dicembre spunti un’altra «manovrina» per correggere il tiro.
Il bluff delle riforme istituzionali
2. «Abbiamo tagliato moltissime poltrone, dimezzeremo i parlamentari e aboliremo le province. Su questo ora il compito spetta all’opposizione». Anche Schifani torna ad auspicare un coinvolgimento del terzo polo. L’amo all’Udc è lanciato. Ma per modificare la Costituzione servono quattro voti delle camere a distanza di almeno tre mesi l’uno dall’altro su un testo identico. Realisticamente servono almeno 18 mesi, ne mancano “solo” 20 alla fine della legislatura.
La «solidarietà» è incostituzionale
3. «Abbiamo abolito il contributo di solidarietà, ho sempre detto che il mio cuore su questo grondava sangue». In attesa degli emendamenti, il relatore (Azzollini del Pdl) conferma che il maxi-contributo resta a carico di tutti i dipendenti pubblici che guadagnano più di 90mila euro, dei pensionati d’oro e dei parlamentari. Non lo pagheranno, quindi, solo i dipendenti privati e i lavoratori autonomi. Protestano – a ragione – i magistrati di ogni ordine e grado: – «È del tutto evidente l’incostituzionalità di una norma che viola i principi di uguaglianza dei cittadini e progressività del sistema fiscale». Una persona è tassata alla fonte in modo diverso a seconda di chi è il suo datore di lavoro. Perfino l’associazione dei manager privati ammette l’ingiustizia e chiede al governo una patrimoniale che sconfigga l’evasione.
Maggioranza in fibrillazione
4. «I rapporti tra Pdl e Lega e tra me e Tremonti sono ottimi». Sarà, ma intanto in senato 623 emendamenti su 1.273 provengono da senatori della maggioranza. La Padania di oggi già titola sulla necessità di una «riflessione» sulle modifiche concordate il giorno prima ad Arcore. Calderoli pensa di metterci una pezza chiedendo a Sacconi di salvare almeno il riscatto del servizio militare e si arrangi chi ha studiato. E anche gli enti locali non mollano nonostante le promesse di Maroni. Chissà se questo “idillio” reggerà tra pochi giorni al voto della camera sul braccio destro di Tremonti Marco Milanese.
Aumento record delle tasse
5. «Da sempre ho promesso che non volevamo mettere le mani nelle tasche degli italiani». Il premier esulta per aver cancellato il maxicontributo ai privati che aveva approvato lui stesso il 13 agosto. Ma dimentica (tra le altre cose) i super-ticket sulla diagnostica, il blocco di due anni delle liquidazioni dei dipendenti pubblici, la cancellazione delle feste civili, il taglio alle detrazioni Irpef da 16 miliardi entro il 2013, il superbollo sui titoli, lo sblocco totale delle tasse locali dal 2012… il risultato è che tra due anni la pressione fiscale ammonterà al 48,4% del Pil, un prelievo record. Pescato per di più essenzialmente nelle tasche del blocco sociale più distante dal centrodestra: insegnanti, precari, dipendenti pubblici in genere, operai, Mezzogiorno.

 

iQuit, l’ultimo morso del principe dei «nerd»

Steve Jobs lascia il timone di Apple. “Mr. Think different” è il più grande inventore del ’900 ma per Cupertino il futuro inizia ora

Un manager, un leader, un inventore. Il più straordinario «nerd» di tutti i tempi. Dopo mesi di malattia, Steve Jobs lascia definitivamente la guida della Apple. Il suo addio non è solo un vero giro di boa per un’azienda che ha infilato una dopo l’altra una serie di innovazioni senza precedenti. E’ anche il passaggio di testimone di una generazione eroica, fricchettona e visionaria che dagli anni ’70 guida quella rivoluzione tecnologica che da decenni continua a ridisegnare gusti, socialità, comunicazione, business, arte e creatività di miliardi di esseri umani.

La lettera con cui annuncia ai dipendenti e ai mercati il passaggio di consegne al suo numero due operativo, Tim Cook, è un capolavoro di classe, umiltà e understatement: «Non sono più all’altezza dell’incarico e delle mie aspettative come amministratore delegato … ma sono sicuro che i giorni più brillanti e innovativi della Apple sono ancora davanti a noi».

A differenza dei giovanissimi creatori di Google e Facebook, né Jobs né Bill Gates si sono mai laureati. Entrambi hanno creato dal nulla, in un garage, aziende che hanno cambiato la storia dell’umanità.

Solo a scorrerne i passaggi principali, la biografia di Steve Jobs eccede quella di una dozzina di persone normali. Nato non voluto da un padre siriano musulmano e da una teenager che l’ha subito dato in adozione, Jobs è senza dubbio il più grande inventore del XX secolo. Non solo di oggetti come l’AppleII, il Macintosh, l’iMac, l’iPhone, l’iPod e l’iPad. Ma anche di interfacce tanto naturali che un minuto dopo essere state create sembra ci siano sempre state: l’uso totale del mouse e delle icone, la grafica asciutta e iper-usabile (frutto dei suoi studi da giovane drop-out in calligrafia), la genialità delle animazioni Pixar, il multitouch.

Un telefono senza pulsanti e un computer senza tastiera sembrano impossibili da descrivere a parole. Ma basta sfiorare il vetro di un iPhone o di un iPad per capire che quel tocco leggero è sempre stato nelle nostre potenzialità. Era nelle nostre mani prima che lo sapessimo. Del resto, a chi gli chiedeva quale fosse stata la ricerca di marketing preliminare al lancio dell’iPad, Jobs ha risposto: «Nessuna, non è il lavoro dei consumatori sapere quello di cui hanno bisogno».

Innovazioni che si ripercuotono anche nell’arte: chi avrebbe mai potuto imporre alle case discografiche mondiali la vendita legale di un dollaro a canzone? Dal 2008 invece iTunes è il primo negozio di musica del pianeta. E anche quando è uscito il primo iPad, tanti l’hanno bollato come «un inutile iPhone più grande»: «Non ha una funzione chiara». Forse. Però ne sono stati venduti 10 milioni solo negli ultimi 90 giorni. Come dicono gli analisti, «non c’è un mercato dei tablet, c’è solo un mercato dell’iPad».

La recente uscita di Hp dal mercato – clamorosa e definitiva – è solo l’ultimo trionfo di un’invenzione già amatissima e (quasi) perfetta. Jobs oltre a inventare nuova tecnologia è stato un implacabile distruttore di quella obsoleta. I suoi computer sono stati i primi ad abolire prima il floppy disk, poi il lettore cd, e in tanti hanno criticato l’iPad per la sua superficie perfettamente liscia: «Non ha neanche una porta usb». Eh già.

Nel frattempo la Silicon Valley sta sposando la filosofia della «cloud», la nuvola immateriale che avvolgerà tutta la musica, testi, video e foto che siamo capaci di immaginare. La nostra identità, e non è detto che sia un bene, non sarà più bloccata in un oggetto più o meno portatile ma a disposizione ovunque e comunque.

Chi critica il suo sistema chiuso, ferocemente proprietario (chiedere a Samsung che è appena stata sconfitta all’Aja nella battaglia dei brevetti, leggi qui), non può non riconoscerne il successo: 15 miliardi le «app» scaricate.

Non è fortuna o il frutto di freddo marketing, è soprattutto un incrocio di intuizione e visione. Solo un «nerd», uno smanettone misantropo e adoratore della tecnologia può essere così arrogante da imporre quello che ancora non c’è. Pensare l’impossibile affinché si avveri. Ieri sul suo blog Vic Gundotra, il numero tre di Google, commentando l’addio di Jobs ha raccontato una storia. Era il giorno della Befana del 2008, una domenica mattina, e Jobs l’ha chiamato per chiedergli una cosa urgentissima. Sarebbe stato un problema per loro se Apple avesse cambiato il tono di giallo della seconda «o» di Google perché sullo schermo dell’iPhone gli sembrava «sbagliato»? Ecco Steve, un signore che la domenica mattina si occupa di un dettaglio insignificante non solo per la maggior parte delle persone ma anche per qualsiasi supermega miliardario.

Apple non è solo la compagnia più ricca di Wall Street, seconda solo a un gigante «cattivo» come la Exxon Mobil (e per qualche settimana l’ha anche sorpassata). E’ anche la società che fa più profitti in proporzione alle sue relativamente piccole quote di mercato (+125% nell’ultimo quarto, in piena crisi). Crea oggetti costosi, li produce a poco e li vende straordinariamente bene.

Il 62% dei ricavi è extra Usa ma il suo marchio è la quintessenza dell’America. Niente «buonismo»: pragmatismo e sogni allo stato puro. Contrariamente alle altre società di Wall Street, Apple fa zero beneficenza e non distribuisce dividendi. Rimane tutto in cassa e viene reinvestito nei suoi prodotti e nelle sue persone. E’ un modello che funziona? Beh, dieci anni fa le azioni valevano 9 dollari, oggi 370.

One more thing. Jobs resta un dipendente della Mela e chairman del cda. Cosa lascia alle sue spalle? Per ora la società ha un team di superstar. Tim Cook è un workhaolic nato nel Sud, mago della logistica e della produzione industriale (è anche nel cda della Nike). Uno che sui blog viene già bollato come il manager gay più potente del mondo (non ha mai fatto coming out, però). Jonathan Ive è il geniale designer britannico che ha condiviso con Jobs tutte le svolte più importanti. E accanto a loro c’è il capo del software Scott Forstall.

Le difficoltà non mancano. Ron Johnson, principe del retail e inventore dei super-profittevoli Apple Store, per esempio, lascerà a novembre (va ai supermercati J. C. Penney). Ma finché il top management resta quello, non c’è ragione di ritenere che a Cupertino smettano di innovare e vendere bene i loro prodotti.

Il logo della Apple è un chiaro omaggio alla morte dell’«inventore dei computer» Alan Turing, che si suicidò mangiando una mela immersa nel cianuro per le vessazioni subite come omosessuale nell’Inghilterra degli anni ’50.

Aggiornamento del 24.10.2011: Walter Isaacson, autore dell’unica biografia autorizzata di Steve Jobs, smentisce il riferimento a Turing. A domanda dell’autore, Jobs risponde: “He wished that he had thought of that, but hadn’t”.

Ma è anche la mela della conoscenza. Un desiderio, una fame, un morso (bite) che fa precipitare l’uomo sulla Terra e lo costringe a incontrarsi con la sua vera natura. Ormai siamo fatti della stessa sostanza dei nostri bit. Apple, «think different». Sarà dura, ma provateci ancora.

dal manifesto del 26 agosto 2011

Steve Jobs si dimette da Apple, la lettera integrale

To the Apple Board of Directors and the Apple Community:

I have always said if there ever came a day when I could no longer meet my duties and expectations as Apple’s CEO, I would be the first to let you know. Unfortunately, that day has come.

I hereby resign as CEO of Apple. I would like to serve, if the Board sees fit, as Chairman of the Board, director and Apple employee.

As far as my successor goes, I strongly recommend that we execute our succession plan and name Tim Cook as CEO of Apple.

I believe Apple’s brightest and most innovative days are ahead of it. And I look forward to watching and contributing to its success in a new role.

I have made some of the best friends of my life at Apple, and I thank you all for the many years of being able to work alongside you.

Steve

Fitto va in vacanza, Trenitalia gli fa ponti d’oro

Articolo di Cinzia Gubbini

«Massima attenzione alle pulizie e al servizio offerto, compreso equipaggi, loco, puntualità e sicurezza patrimoniale». Che serietà, sembra quasi il gergo di un’azienda che funziona bene. Peccato, invece, che si tratti di Trenitalia i cui disservizi sono ben noti a tutto il paese. E peccato, soprattutto, che la mail in questione – solo una di una serie di cui il manifesto (fonte) è venuto in possesso – non riguardi il servizio da offrire a tutta la clientela. Ma a una persona sola. E alla sua famiglia s’intende. Il privilegiato è un ministro, non tra i più noti per la verità, per il quale nelle scorse settimane si è mobilitata la compagnia dei treni nelle sue alte sfere: Raffaele Fitto, ministro per i Rapporti con le regioni.

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L’Udc vota col Pdl per i licenziamenti liberi

Sì del «terzo polo» all’art.8 del decreto. Ma «scajoliani», Formigoni e frondisti assediano Alfano. Intanto i tecnici del senato demoliscono il decreto Tremonti: cifre misteriose su tagli e giochi, stime finanziarie obsolete, il boomerang della Robin tax e i possibili costi degli enti locali da sopprimere.

È solo un parere ma è un parere pesante quello approvato dalla commissione Lavoro del senato sull’articolo 8 del decreto di agosto, quello che apre alla «deregulation» totale in azienda inclusi i licenziamenti in barba a leggi, contratti nazionali e rappresentanza sindacale. Hanno votato contro solo Pd e Idv. Un po’ a sorpresa, infatti, il «terzo polo» ha votato insieme alla maggioranza. Assente al momento del voto Claudio Molinari (rutelliano ex Pd ora Api) il sì alla controriforma Sacconi è di Luciana Sbarbati, repubblicana eletta nel Pd poi passata all’Udc. Il Pdl esulta: «Una maggioranza più ampia sulla disciplina lavoristica è un fatto molto importante», commenta Gasparri.

Difficile che quel sì in commissione resti invariato in aula ma l’amo a una maggioranza incapace di individuare cambiamenti condivisi il terzo polo l’ha lanciato. Non a caso, Francesco Rutelli invita il Pdl a liberarsi dai «veti» e ad aprire ad un «confronto» con le opposizioni sulla manovra. Un auspicio fatto proprio direttamente dal presidente del senato Renato Schifani, che invita la maggioranza a valutare il merito delle «proposte da qualsiasi parte provengano».

Più facile a dirsi che a farsi. Il Pdl infatti deve ancora trovare un accordo al suo interno. Lunedì notte una cena cheek to cheek tra Alfano e lo sherpa dei frondisti Guido Crosetto non ha sciolto i nodi. Tanto che il sottosegretario si è intrattenuto a lungo ieri pomeriggio in un vertice a via dell’Umiltà con Alfano, il ministro Romani e i due ex coordinatori La Russa e Verdini. «Tutto possiamo fare, tranne mettere in difficoltà il governo – racconta prudente Crosetto al termine della riunione – è stato un utile confronto di idee, il confronto vero, quello ufficiale ci sarà solo domani (stasera, ndr) con la riunione all’interno dei gruppi».

I malumori crescono. Gli altri «frondisti» non si sentono rappresentati in toto da Crosetto e attendono l’incontro promesso da Alfano (che non è ancora in programma ed è difficile lo sarà). Stracquadanio e Bertolini proporranno massicce privatizzazioni di aziende statali e municipalizzate, mentre gli «scajoliani» (una sessantina di parlamentari) chiedono di «partecipare senza subire veti e senza apprendere decisioni già assunte in altre sedi». Tre gli emendamenti già pronti (qui): l’aumento dell’Iva al 21% e all’11%, la soppressione delle province nelle aree metropolitane (Roma, Milano, Genova, etc.), l’aumento di 10mila euro per ogni figlio a carico alle soglie del contributo di solidarietà (attualmente fissate a 90mila e 150mila). Anche il ministro Galan, in via autonoma, ha presentato due emendamenti settoriali: la sopravvivenza dei mini-enti con meno di 70 dipendenti pubblici e l’esclusione dai tagli agli organici del personale delle sovrintendenze e dei beni culturali.

Tensioni e proposte che complicano non poco la sintesi del segretario. Alfano oggi sbarcherà al meeting di Rimini con un accompagnatore d’eccezione, quel Roberto Formigoni che da giorni si sgola chiedendo primarie e meno tagli agli enti locali. Sarà una permanenza breve, visto che alle 19 a Roma è in programma il direttivo del Pdl sulla manovra. Il tempo stringe, lunedì 29 scade il termine per presentare gli emendamenti in commissione.

La «quadra» va trovata rapidamente.Un compito reso ancora più difficile dai profondi rilievi mossi dai servizi tecnici del senato che hanno passato al setaccio il decreto Tremonti. Errori non da poco.

Sui tagli al ministeri, in pratica, il governo ha indicato cifre arbitrarie senza indicare come e dove saranno fatti i tagli. Maggiori entrate a rischio invece sia per i forti rischi di «elusione» del contributo di solidarietà (con un gettito che tra l’altro potrebbe diminuire visto che i 3,8 miliardi previsti sono stati calcolati sulle dichiarazioni del 2008 e non del 2009, con cui darebbe “solo” 2,4 miliardi) sia per la Robin tax. Visti i cali in borsa dei titoli energetici, è quasi certo che ci saranno meno dividendi e meno capital gain per tutti, a cominciare dallo stato.

Buio totale anche sui nuovi introiti dovuti ai giochi. I tecnici non hanno trovato «alcun elemento, neanche di carattere indicativo, che permetta di verificare la concreta realizzabilità del maggior gettito di 1.500 mln indicato dalla norma».

Molti dubbi infine anche sui risparmi per la soppressione di province e comuni: secondo i tecnici del senato invece che risparmi quasi sicuramente potrebbero esserci maggiori oneri nella fase di transizione.

A proposito della «verità sui conti» chiesta domenica da Napolitano: traballano perfino i fondamentali su cui è basato il decreto. Tutti i numeri su Pil e finanza pubblica sono infatti identici a quelli di primavera nonostante l’aggravamento della crisi e le due manovre precedenti. Il governo, colto in flagrante, si è impegnato a portare già oggi in commissione il Def modificato.

dal manifesto del 24 agosto 2011

Manovra, ipotesi Pdl: più Iva subito

L’ex ministro Martino attacca Alfano: «Non ci sto a una nuova Dc». Mastropasqua (Inps) gela il governo: «Pensioni vanno bene». Il Cavaliere pronto a togliere il contributo per i ricchi con la maxi-Iva al 21% e 11%.

Muro contro muro e avvitamento totale. Dentro la Lega il dibattito non si sposta di una virgola e dentro il Pdl deve ancora iniziare. Tutti vogliono cambiare la manovra «senza padri» (copyright Bersani) ma il dibattito va avanti tanto rumoroso quanto inerte. Per il Carroccio il massacro delle pensioni va bene così com’è: al massimo si può puntare contro l’evasione fiscale, il vero tema caldo sollevato dal discorso di Napolitano a Rimini e su cui si concentrerà oggi il Pd.

Il Carroccio gela le aspettative di Alfano e annuncia che aprirà una trattativa solo per alleviare i tagli ai comuni. Ma nel Pdl l’asticella del confronto è ben più alta. I pochi «frondisti» assicurano che più della metà del partito (dice Lucio Malan) non voterebbe il decreto di agosto a scatola chiusa. Il malessere è alto, i sondaggi in picchiata, correnti sempre più agguerrite reclamano spazio e bombardano il quartier generale.

Il premier resta chiuso ad Arcore, da cui scomunica l’afflato padano espresso dall’«amico Bossi» nei suoi recenti comizi: «Mi dispiace ma non sono d’accordo, l’Italia c’è e ci sarà sempre», detta per iscritto il Cavaliere. Se la patria è salva, l’onore un po’ meno.

In tanti, nel Pdl, invocano interventi strutturali su fisco e pensioni. Ma su quest’ultime è il presidente dell’Inps Mastropasqua a svelare il tasso ideologico di chi vuole nuovi tagli: «Negli ultimi vent’anni sono state fatte riforme importanti e l’Unione europea considera il sistema italiano, insieme a quello svedese, il più sostenibile d’Europa», dice a Rimini. «Il cantiere continuerà» ma è necessaria «attenzione e delicatezza». Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, anche lui a Rimini, concorda: la riforma «è già stata fatta».

Contrariamente alle promesse, oggi Alfano non incontrerà i «frondisti» ma solo il loro sherpa, Guido Crosetto. «Sarà un colloquio prima di tutto tra amici» assicura il sottosegretario alla Difesa, che poi aggiunge: «Voglio capire se davvero possiamo accettare il no della Lega sulle pensioni». L’esito si saprà domani sera, quando il segretario del Pdl riunirà in senato i vertici dei gruppi parlamentari per fare il punto.

Il dissenso dell’ala liberista – numericamente non decisiva – guidata da Antonio Martino non si placa ed è totale. La sua «è un’idea aggiornata della Democrazia Cristiana. Non è quello che serve», afferma l’ex ministro attaccando il neosegretario. Il sentiero è stretto anche perché i parlamentari legati ad Alemanno e Formigoni pretendono modifiche certe almeno sui tagli agli enti locali.

L’unica idea che piace al Cavaliere è cancellare il contributo straordinario sui redditi medio-alti con un aumento dell’Iva al 21% e all’11%. Più tasse per tutti, anche se indirette.

Insomma, dopo appena ventiquattr’ore l’aspro appello alla «verità» e alla «condivisione» lanciato a Rimini da Napolitano pare già archiviato. Il capo dello stato reclamava una «svolta» in nome della crescita e dell’equità ma quel “paradiso” almeno per ora può attendere. Il Colle ha fatto capire ancora una volta che non scioglierà mai la legislatura a cuor leggero. Anzi. L’invito ai tre poli è proprio di unirsi in nome della patria e della complessità dei problemi, come ha già detto con estrema chiarezza in altre occasioni, non ultima il 22 luglio scorso durante la cerimonia del Ventaglio al Quirinale.

Oggi il Pd illustrerà le sue proposte di modifica. «Sarà una terapia d’urto sull’evasione, scomodiamo i grandi patrimoni immobiliari e dobbiamo far dimagrire la pubblica amministrazione. Di certo non possiamo usare le pensioni per chiudere il buco del giorno», sintetizza Bersani prima di una riunione con i senatori.

dal manifesto del 23 agosto 2011

Tre poli, la manovra e il gioco dell’estate

Il limbo degli Scilipoti è finito. Il decreto di agosto determinerà equilibri e alleanze fino al 2013

Di fatto, oggi è l’ultimo giorno di ferie per la politica. Da domani il gioco si fa duro. E la canea di dichiarazioni, deliri estivi, ipotesi e contromanovre degli ultimi giorni dovrà sedimentarsi in un confronto leggibile. Il 29 agosto sindaci in piazza a Milano (tra di essi decine saranno i leghisti, a cominciare dal varesino Fontana) e domani è previsto un direttivo di fuoco del Carroccio a via Bellerio. Martedì invece ci sarà a Roma l’appuntamento dei frondisti del Pdl con il segretario Alfano e l’incontro del Pd con le parti sociali per la contromanovra democratica.

E’ soprattutto la maggioranza ad arrivare al dunque con un doppio braccio di ferro che rende difficilissima la «quadra» politica, economica e finanziaria sul decreto di Ferragosto. Sulla presunta (molto presunta) salvezza dei conti pubblici italiani si gioca la prima vera partita sull’identità del centrodestra dopo l’addio di Fini di un anno fa.

Con la crisi globale, il limbo degli Scilipoti è finito. Prima o poi dovranno «scendere in campo» i big: oltre ai sempreverdi Berlusconi, Bossi e Tremonti scalpitano astri «nascenti» come Alfano e Formigoni, Maroni e Calderoli. Con Pierfurby Casini che più che uno spettatore interessato è un protagonista assoluto. Le elezioni – siano nel 2013 o a primavera – si avvicinano e gli schieramenti anche se ancora fluidi e trasformisti iniziano a contarsi prima dello scontro definitivo. Comunque vada, nel fuoco della crisi e nel bagno di sangue sociale della quarta manovra finanziaria che ne deriva si forgerà il «nuovo» centrodestra.

I politici non sono gente “normale”. Parlano di pensioni, famiglia, Iva e privatizzazioni ma in realtà intendono alleanze, voti, «poteri» da sedurre o sconfiggere. E’ questo dibattito-specchio, soprattutto, ciò che rende così disordinato e perfino contraddittorio il confronto reale su misure e contromisure di bilancio. Perfino la disputa apparentemente culturale e identitaria tra socialisti e liberali dentro gli ex Forza Italia prelude-allude al nuovo ordine che (forse) nascerà.

Da un lato ci sono soprattutto Formigoni, Scajola e forzisti liberal come Martino e Crosetto. Chiedono di intervenire sulle pensioni, di abbassare le tasse per i redditi medio-alti e massacrare l’inefficiente stato sociale che resta. Più che alle partite Iva puntano a Confindustria. Soprattutto, vogliono l’alleanza con l’Udc, creare finalmente il partito dei «moderati». Sarebbe la restaurazione liberista dopo l’anarchia berlusconiana.

Il flirt (non privo di sospetti reciproci) tra Casini e questo gruppo di neo-post berlusconiani è sempre più smaccato mano a mano che si avvicina il confronto in senato. I centristi sembrano sempre più vicini all’orbita di centrodestra. E la difficoltà del Pd a ritrovare centralità tra le opposizioni sta lì a dimostrarlo.

L’esito non è scontato. Perché lo stretto entourage berlusconiano per non sbagliare non ha ancora deciso che pesci prendere. Molto dipenderà da cosa sceglierà Alfano nell’incontro previsto martedì con i frondisti ormai incontenibili (ieri l’ex presidente del senato Pera è arrivato a insulti scritti contro Cicchitto).

Non meno aggrovigliata la situazione nella Lega. Domani un direttivo voluto fortemente da Maroni e i suoi dovrà decidere – finalmente – su cosa punterà il Carroccio nella roulette del decreto. Dire sì alle richieste di Casini (su pensioni e Iva, per esempio) indebolisce la golden share della Lega sul governo ma permetterebbe di difendere meglio una base un tempo sensibile come gli amministratori e gli enti locali. Anche qui gli insulti non mancano (Calderoli redarguisce pubblicamente il «maronita» Tosi) e il puzzle è arduo. Perché Bossi ha detto tutto e il suo contrario. E soprattutto di rompere con Berlusconi per ritrovarsi con Alfano nei democristiani europei non ha voglia. Un ruolo come tra Cdu e Csu bavarese sarebbe una mutazione genetica definitiva per la Lega. Maroni tesse la sua tela. Confida che il tempo giochi dalla sua parte ma prima o poi uno strappo andrà giocato.

Peggio ancora sta il Pd. Che non fa nulla per amalgamare una constituency sociale alla sua sinistra e si guarda bene dal rafforzare l’alleanza con chi non vede l’ora come Idv e Sel. Anche qui, il confronto di forze uguali e contrarie tra le varie anime e radici democratiche è un perenne gioco a somma zero. Eppur si muove, lotta e propone. Ma ogni volta (tre segretari in un anno non saranno mai abbastanza sottolineati) ricomincia da capo. Molto rumore per nulla.

dal manifesto del 21 agosto 2011

Sorpresa, la carta “batte” il Web

Sorpresa. Ricordate le fosche profezie sull’ultima copia stampata del New York Times? Beh, forse il Web non è il meteorite che si immaginava per i giornali-dinosauri. Lo dimostra uno studio pubblicato il 10 agosto dall’università dell’Oregon condotto proprio sui lettori del quotidiano di Manhattan.

I professori Randall, Livingstone e Cho hanno selezionato alcuni giovani lettori (età media 22 anni che per il 77% dicono di informarsi su Internet e non su carta) e li hanno divisi in due gruppi. Il primo doveva leggere il NyTimes stampato, il secondo la stessa edizione ma nella sua applicazione digitale (il Reader). Ogni persona aveva 30 minuti di tempo, al termine dei quali è stata sottoposta a un piccolo questionario su ciò che aveva letto.

I ricercatori affermano che i lettori su carta «ricordano molte più notizie di quelli on-line», sono in grado di spaziare su più argomenti del giornale e capaci di cogliere meglio il «succo» delle notizie.

E’ il primo studio che dimostra un valore aggiunto dell’informazione su carta spesso ignorato dai giovani o da un uso superficiale dell’industria editoriale scritta. Qualsiasi informazione organizzata vuol dire più informazione.

A differenza di un sito, infatti, un giornale è fatto essenzialmente di due cose: la notizia stessa – quello che su Internet è chiamato «contenuto» – e la gerarchia che viene data alla notizia.

Per il giornale se una storia è «da prima pagina» ha un valore-rilevanza maggiore di quella relegata in un taglio o in una breve. Trucchi tipografici e impaginazione (titolazione, spazi bianchi, accostamenti) sono un valore aggiunto nascosto ma inestimabile per la carta. Uno sforzo giornalistico che sul Web si perde. Le notizie sono (quasi) sempre pari livello (un rullo centrale), una dopo l’altra, offrendo una grande prospettiva panoramica ma pochi legami tra di loro.

Lo spazio fisico, è ovvio, ha i suoi problemi: un giornale non ha nemmeno la funzione «cerca»… Ma proprio la sua finitezza costringe chi lo fabbrica a migliorare al massimo i nessi tra gli spazi. Un lavoro che, almeno nella ricerca dell’Oregon, dà i suoi frutti nella memoria dei lettori e dunque nella comprensione della realtà.

L’informazione organizzata staticamente, in breve, fornisce oltre al testo anche il contesto, svolgendo un’operazione di agenda setting che siti e social network assolvono in modo completamente differente. Non a caso, la ricerca dimostra che i lettori on-line tendono a seguire meno degli altri gli articoli di politica interna o internazionale, mentre quelli su carta sfruttano gli indizi di gerarchia dati dalla redazione per valutare le notizie.

Infine, molto importante, lo studio afferma che il racconto multimediale (prerogativa esclusiva del Web) almeno per ora non rende le stesse più memorabili da parte del lettore.

Visto che sempre più persone formano le proprie opinioni sul Web e non sui giornali, studi come questo sono indispensabili sia per gli editori e i giornalisti che per chi ha a cuore un’opinione pubblica ben informata.

Lo studio è consultabile qui: http://img.slate.com/media/66/MediumMatters.pdf

Qui sotto il pezzo di Slate che ha segnalato la questione.

 

Print vs. Online

The ways in which old-fashioned newspapers still trump online newspapers.

By Jack Shafer- Posted Friday, Aug. 19, 2011, at 5:47 PM ET

A little over five years ago, I announced that I was canceling my subscription to the New York Times. My cancellation wasn’t in protest of Times coverage of the Middle East, ethnic minorities, religion, sex, or any of the other thousand hot-button issues that cause readers to kill their subscriptions. I was getting rid of my newsprint New York Times because the dandy redesign of NYTimes.com had made it a superior vessel for conveying the news.

Another argument in favor of the online Times was that it was free and the print product was costing me $621.40 a year. But mostly I found the new design more conducive to the way I live and work.

I remain a big fan of NYTimes.com and especially of the Times Reader, the Adobe AIR application for Mac, Windows, and Linux that allows you to read the paper offline after you’ve synched it to your computer. But less than a year after my Times cancellation, I was paying for home delivery of the newspaper again. I’d like to blame it on my wife, who was made miserable by my radical move and demanded reinstatement of our subscription. But I started missing the blue Times bag on my lawn and the glossy goodness of the Sunday magazine. Perhaps if I could have gotten my carrier to toss a blue-bagged computer preloaded with the Times Reader onto my lawn every morning, I could have survived.

But no. What I really found myself missing was the news. Even though I spent ample time clicking through theTimes website and the Reader, I quickly determined that I wasn’t recalling as much of the newspaper as I should be. Going electronic had punished my powers of retention. I also noticed that I was unintentionally ignoring a slew of worthy stories. Had Slate‘s “News Quiz” reappeared during this interval, I surely would have been a daily loser.

My anecdotal findings about print’s superiority were seconded earlier this month by an academic study presented at the annual meeting of the Association for Education in Journalism and Mass Communication. The paper,“Medium Matters: Newsreaders’ Recall and Engagement With Online and Print Newspapers (pdf), by Arthur D. Santana, Randall Livingstone, and Yoon Cho of the University of Oregon, pit a group of readers of the print edition of the New York Times against Web-Times readers. Each group was given 20 minutes reading time and asked to complete a short survey.

The researchers found that the print folks “remember significantly more news stories than online news readers”; that print readers “remembered significantly more topics than online newsreaders”; and that print readers remembered “more main points of news stories.” When it came to recalling headlines, print and online readers finished in a draw.

Although the number of readers tested in the study is small—just 45—the paper confirms my print-superiority bias, at least when it comes to reading the Times. The paper explores several theories for why print rules. Online newspapers tend to give few cues about a story’s importance, and the “agenda-setting function” of newspapers gets lost in the process. “Online readers are apt to acquire less information about national, international and political events than print newsreaders because of the lack of salience cues; they generally are not being told what to read via story placement and prominence—an enduring feature of the print product,” the researchers write. The paper finds no evidence that the “dynamic online story forms” (you know, multimedia stuff) have made stories more memorable.

The paper cites other researchers on the subject who have theorized that the layout of online pages—which often insert ads mid-story or force readers to click additional pages to finish the story—may alter the reading experience. A print story, even one that jumps to another page, is not as difficult to chase to its conclusion. Newspapers are less distracting—as anybody who has endured an annoying online ad while reading a news story on the Web knows. Also, and I’m channeling the paper a little bit here, by virtue of habit and culture a newspaper commands a different sort of respect, engagement, and focus from readers.

Influenced as I am by Bill Hill’s 1999 essay “The Magic of Reading” (Microsoft Reader required), I think that the conventional newspaper has a couple more advantages. The attention given to typeface, letter-spacing, line-length, leading, page size, and margins, and all the other tricks in the newspaper typographer’s bag, gives the eyes and the brain an edge over copy published for Web browsers.

After 15 years working in Web journalism, I still find it difficult to finish any newspaper story longer than 1,000 words on a computer screen. I either find a copy of the newspaper or, failing that, print it out. I’m no Luddite, though. You can’t search for news in paper editions! You can get only a handful of out-of-town newspapers in paper editions on their day of publication, so I’m happy that both reading environments exist. My iPad reading experience has been mixed. While it’s a joy to carry 25 editions of The New Yorker and whole libraries of books on an iPad, for real reading satisfaction I still reach for the print editions.

As consumers of news continue to shift from newspapers to computers, reader engagement with the news will change, conclude the authors. Everybody who writes, edits, and produces news copy needs to give this paper a gander. As it’s a 30-page pdf, I don’t mind if you print it.

Da Slate: http://www.slate.com/id/2302014/pagenum/all/

Change for Europe, sì da Delors a Vendola

La sinistra europea – socialista, laburista, verde e post-comunista – inizia a serrare i ranghi contro il fallimento sempre più palese delle destre al potere in quasi tutto il continente. Partita in sordina a giugno, su Internet sta crescendo la raccolta di firme a un appello che ha tra i primi firmatari il gotha del progressismo rosso-verde continentale: Jacques Delors, Martin Schulz, Daniel Cohn Bendit, Poul Rasmussen, Marine Aubry oltre agli italiani Monica Frassoni, Bersani, D’Alema e Vendola.

«E’ possibile risanare la finanze pubbliche senza annientare lo sviluppo economico e gli investimenti inmateria di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, e senza alimentare l’ingiustizia sociale e l’esclusione – si legge nel testo dell’appello – è possibile ritrovare margini di bilancio essendo coraggiosi ed innovatori».

Le ricette condivise sono semplici: condivisione del risanamento tra i vari paesi in deficit e in surplus, no all’austerità generalizzata, una politica fiscale europea comune, più tasse sui redditi da capitale e meno su quelli da lavoro, una tassazione veramente progressiva che non danneggi i cetimedio-bassi, varo di una fiscalità veramente ecologica, tassa sulle transazioni finanziarie e soprattutto gli «eurobond». Obbligazioni comuni che però più che a sostenere il debito in questo caso dovrebbero servire a finanziare crescita, infrastrutture e sviluppo, tanto che qualcuno a scanso di equivoci li ha già ribattezzati «project bond».

Non è escluso che almeno il gruppo socialista europeo già in autunno punti a trasformare alcune di queste idee in iniziative di legge popolare da portare avanti a livello continentale.

Per informazioniwww.changeforeurope.eu

 

Spunta la vendita di uffici e caserme

Caos sui conti: la Lega in crisi esclude interventi sulle pensioni. Bossi fugge dal Cadore. I «maroniti» invocano la patrimoniale. E al Tesoro si studia l’ennesima dismissione di immobili pubblici

Forse è il caldo. Forse è il timore della rabbia popolare. Sta di fatto che sulle correzioni alla manovra sembra abbiano spalancato le porte dei vecchi manicomi. Non c’è figura pubblica più o meno nota – dal sindaco di Forlimpopoli al cardinal Bagnasco – che non dica la sua su come correggere il decreto di Ferragosto.

Nel silenzio imbarazzato dei «big», peones e comprimari di ogni rango e provenienza affollano etere e agenzie con le ricette più varie. C’è chi vuole legalizzare la prostituzione e farla tassare in modo federalista dai sindaci e chi come Carlo Giovanardi tiene famiglia. Il sottosegretario ex Udc annuncia di aver già consegnato a Gianni Letta (sì a Letta, come le suppliche al sovrano) un emendamento che dice che se hai tre figli non paghi il contributo di solidarietà anche se sei milionario, se non li hai chissà perché lo paghi da 80mila euro invece che 90.

Chi per sedersi al tavolo della trattativa vuole prima abolire tutte le province (Casini) e chi dimezzare secchi i parlamentari (Veltroni e il Pd). Una parte del Pdl e del terzo polo invece vuole portare l’età pensionabile fino a 70 anni (Baldassarri, Fli) alla faccia della disoccupazione giovanile mentre altri assicurano che le pensioni non si toccano punto e basta (Calderoli, Lega). Spunta perfino l’Italiafutura di Montezemolo a chiedere una patrimoniale dello 0,5% sui beni oltre i 10 milioni di euro e più Iva (in cambio però si riduca almeno l’Irap).

«Certo non offriamo un bello spettacolo», conferma il Pdl Osvaldo Napoli. Ognuno ha la sua ricetta e vista la scomparsa dei partiti non c’è nessuna sede comune per elaborarla. Il risultato è un frastuono tanto sterile quanto umiliante, visto che un decreto già c’è ed è stato votato dai ministri all’unanimità. Per ora è difficile anche solo intuire come e dove si andrà a «quagliare» la settimana prossima, quando la discussione in senato entrerà nel vito.

Confuso il Pdl ma anche il Carroccio è in pieno marasma. Bossi ha dovuto abbandonare il Cadore in piena notte, irritato dalle contestazioni di piazza, incapace di indicare una rotta condivisibile per i tanti amministratori nordisti massacrati dai tagli. I vertici del partito si riuniranno lunedì prossimo a via Bellerio per una riunione che non si annuncia rituale.

Il «maronita» Flavio Tosi innesca la miccia: «Bossi conosce benissimo cosa vuole la nostra gente. Berlusconi, invece, non l’ha ancora capito e la Lega non può farsi massacrare per cercare continuamente la mediazione». Il sindaco di Verona, fedelissimo di un ministro dell’Interno desaparecido da Ferragosto, dà una ricetta assai descamisada per un dirigente di centrodestra: «La patrimoniale e una tassa sulle rendite o sugli scudati sono senz’altro meglio dei tagli a comuni e regioni o dell’aumento dell’Iva e dell’età pensionabile», sentenzia sicuro. Dello stesso avviso Calderoli, che di fronte al pressing dell’ala liberista del Pdl insiste nel fare muro a nuovi interventi sulle pensioni.

Al Tesoro si lavora ma trapela poco. Secondo indiscrezioni Tremonti starebbe studiando l’ennesima dismissione del patrimonio immobiliare dello stato. Nel mirino soprattutto un migliaio di caserme, 400 delle quali però sono già state trasferite al Demanio per la loro «valorizzazione». Cifre certe ancora non se ne fanno. L’idea dovrebbe essere affidare a Fintecna uno stock immobiliare in cambio di soldi cash. Un intervento adombrato ieri per iscritto sul Giornale dal capogruppo del Pdl alla camera Cicchitto insieme a ritocchi decisamente più soft: revisione della tassa di solidarietà, quoziente familiare, utilizzazione dello scudo fiscale, eliminazione del blocco del Tfr dei dipendenti pubblici.
Il momento della verità si avvicina. Il sottosegretario Crosetto, capofila dei frondisti pidiellini, non usa giri di parole in un’intervista su A: «Questa manovra è un male, non un’opportunità». Tremonti? «E’ impulsivo, permaloso, aspro. Ma la Costituzione è chiara, o un ministro lascia di sua volontà o il premier può solo aspettare che le Camere correggano la manovra. E lo faranno: con la scure, non con il bisturi».

La trama si infittisce perché di accordo nella maggioranza non c’è traccia. L’Udc, soprattutto, non vedrebbe l’ora di essere coinvolta per rinsaldare l’asse con i moderati del centrodestra nel dopo-Berlusconi. Per ora, però, soprattutto Tremonti ha sempre risposto picche ai centristi. Un comportamento che sia Maroni che Alfano potrebbero presto imputargli come fatale.

dal manifesto del 20 agosto 2011