Editoria, ultima chiamata per il Parlamento

Sala del Mappamondo strapiena, ieri alla camera, per l’assemblea dell’editoria cooperativa, non profit e di partito organizzata da Mediacoop, Fnsi, Articolo21. Cinque ore di discussione e confronto tra partiti, giornali, sindacati e governo alla ricerca delle medicine possibili per un pluralismo mai così malato.

«Noi del manifesto – avverte Norma Rangeri – siamo all’ultimo miglio. Dopo quarant’anni in prima linea è sempre più difficile ‘resistere, resistere, resistere’. Ma prima di chiudere faremo il possibile e anche l’impossibile».

Una crisi che investe il manifesto ma anche una corazzata come Avvenire. Giornali antichi e radicati come il Corriere mercantile di Genova ma anche i 189 settimanali diocesani della Fisc, una voce del territorio che diffonde 1 milione di copie a settimana.

E’ bene avvertire i più smaliziati che non è un «al lupo, al lupo». Molte di queste testate (solo quelle rappresentate da Mediacoop sono oltre 90) a gennaio spariranno dalle edicole.

I numeri di questa crisi li trovate più in dettaglio nel pezzo qui a fianco: 4mila lavoratori a spasso, una novantina di testate e 400mila copie giornaliere in meno in edicola, un fatturato da mezzo miliardo in fumo, 50 milioni da far spendere alla collettività in ammortizzatori sociali.

In poche parole: tabula rasa di tutto ciò che non trova sul mercato tutti i capitali necessari alla sopravvivenza. Lelio Grassucci, presidente onorario di Mediacoop, insieme alla nostra Norma Rangeri (a proposito di crisi, l’unica donna a parlare dal podio) mettono bene a fuoco i perché di questa volontà di morte che emana dal governo: l’intreccio perverso tra politica e informazione, il sistema del massimo profitto che cancella notizie scomode (i 200mila della Perugia-Assisi e la povertà che devasta la provincia e le periferie italiane, per fare solo due esempi), l’assenza totale di editori puri.

Proprio per questo l’anomalia rappresentata dai giornali non profit e in cooperativa diventa un’eresia da cancellare con la scusa della contabilità europea. Ma non si dice che in Europa solo da noi il 56% delle risorse pubblicitarie va alla tv.

«Nei giornali che rappresentiamo – ricorda Grassucci – la pubblicità non arriva al 15% del fatturato, mentre per le testate normali non è quasi mai inferiore al 50%».

Eppure il sostegno dello stato è ormai una voce residuale del bilancio: «Dai 415 milioni del 2008 si è passati ai 194 del 2012», certifica il sottosegretario con delega all’editoria Paolo Bonaiuti. Numeri che però vanno visti bene. Di questi 194 milioni – spiega Grassucci – 50 vanno a Poste per vecchi rimborsi delle spedizioni, 40 alla Rai per la convenzione di servizio pubblico, altri 20 circa su altre voci (perfino per potenziare il segnale tv verso l’Istria). Fate le somme e arrivate a circa 80 milioni. «Che sono la metà del necessario – spiegano a Mediacoop - e potrebbero anche essere diminuiti dal taglio ai ministeri deciso ad agosto». In questo caso, a molti giornali non resterebbe che portare i libri in tribunale.

Qualcuno potrebbe obiettare: c’è la crisi, quei soldi lo stato non li ha più. Ma davvero? E allora perché ha regalato le nuove frequenze a Mediaset e Rai? Perché si ostina a non far pagare le concessioni? Perché ha tollerato sprechi e furti? O non porta l’Iva delle bamboline in edicola al 21% se sono uguali a quelle che si vendono nei negozi?

In questi anni Mediacoop, Fnsi e gli altri hanno sempre proposto di reperire le risorse dentro al sistema dell’informazione (non a carico, cioè di altri servizi pubblici come ospedali, onlus o altro). Perché se si vuole distinguere tra giornali veri e giornali finti (e lo si deve fare) non vincolare il contributo a un tetto di dipendenti assunti a tempo pieno? Sono cose note, semplici e di buon senso. Il governo però non le ha mai volute fare.

Dal 2001 a oggi l’editoria ha avuto un solo sottosegretario: Paolo Bonaiuti. Il portavoce di Berlusconi è il giornalista che ha guidato il dipartimento per 8 anni su 10. Il risultato della sua gestione è il fallimento dell’idea stessa di un sostegno pubblico. Sarà un caso ma quando sono stati fatti i controlli hanno colpito sempre editori di destra come Angelucci, Ciarrapico, Lavitola e Bocchino. Bene.

Bonaiuti si presenta all’assemblea e a sorpresa rovescia le carte. «E’ vero – ammette a denti stretti – il mercato editoriale non è completamente libero». Però «non è più tempo di riforma ma di una piccola rivoluzione». Il sottosegretario offre 45 giorni di tempo per discutere e come se nulla fosse rispolvera un decalogo – dieci punti chiaramente stilati dai grandi editori della Fieg – che se attuato cancellerebbe completamente i contributi diretti sostituendoli a incentivi general-generici che in nulla allevierebbero la disuguaglianza dei “piccoli” editori migliorandone la competitività e la capacità di programmare.

E’ un decalogo talmente fuori fuoco rispetto alla platea di ieri (ci sono la norma anti-Google sul diritto d’autore, per esempio, o i tagli alle agenzie) che fa sospettare il dolo.

«Tempo scaduto – risponde in serata a muso duro l’Fnsi – quelle proposte andavano affrontate molto tempo fa, oggi non si tratta di tracciare una road-map per il futuro; si tratta di ragionare e risolvere i problemi dell’oggi, anzi di ieri, visto che sono ormai in sofferenza tutte le testate coinvolte».

Il perché di questa incomunicabilità lo spiegava bene in mattinata Norma Rangeri: «Oltre alla censura del potere dobbiamo subire anche lo scandalo del malaffare. La nostra crisi è dovuta al liberismo peloso della destra e al vento anti-casta della sinistra». In mezzo a questi estremismi c’è un sistema sano, storicamente legato al territorio e alle idee, che finora nessuno si è preso la briga di ascoltare veramente.

dal manifesto del 29 settembre 2011

Editoria, il governo integri il Fondo per non toccare il fondo

Pubblichiamo qui di seguito il documento conclusivo dell’assemblea dell’editoria cooperativa, non profit di partito. Questo articolo uscirà oggi e nei prossimi giorni su tutti i giornali e i settimanali messi a rischio dai tagli del governo.

La logica del mercato non garantisce una informazione libera, autonoma e pluralista. Porta tendenzialmente al monopolio ed alla omologazione. Ne è prova l’attuale allocazione delle risorse pubblicitarie: il 56% è indirizzato verso l’emittenza, a beneficio pressoché totale di Rai-Mediaset, e solo il 36% verso la carta stampata, in gran parte a favore dei grandi gruppi editoriali. Il mercato della pubblicità, così, penalizza le testate piccole e medie e discrimina oltre ogni misura i «giornali di idee», cooperativi, non profit e di partito.

Per correggere le distorsioni del mercato ed in attuazione dell’art. 21 della Costituzione, sin dai primi anni Ottanta del secolo scorso è stato costituito un Fondo per il sostegno all’editoria; sostegni simili sono attualmente garantiti anche negli altri Paesi avanzati.

Nel quadro del processo di risanamento dei conti pubblici il Fondo è stato drasticamente ridotto, ben oltre quanto operato in altri comparti: i contributi diretti sono passati da oltre 240 milioni ai 180 del 2010 ed ai 90 del 2011.

Con tali risorse gran parte di questo mondo della comunicazione non sopravviverà al 2011 con gravi danni economici e sociali e con l’impoverimento del pluralismo nel sistema dell’informazione.

Verrebbe sancito il fatto che soltanto i possessori di capitali possono manifestare liberamente il proprio pensiero.

Scompariranno testate locali che raccontano la vita delle comunità, essenziali per garantire un’informazione pluralistica nella provincia italiana. E chiuderanno testate nazionali, anche di grande valore culturale, riducendo il controllo, libero ed indipendente, del potere centrale e diffuso, cancellando la possibilità di dare presenza e voce a forze sociali rilevanti ed a orientamenti politici e culturali largamente presenti nella società, con danno grave per la democrazia e per la ricerca dialettica di una verità possibile.

Con la chiusura di un centinaio di testate si brucerà un giro d’affari che sfiora il mezzo miliardo di euro che ricadrà pesantemente anche sull’indotto, già in grande difficoltà. Si porranno problemi per l’occupazione diretta ed indiretta che riguarderanno circa 4.000 lavoratori con un onere per lo Stato, in termini di ammortizzatori sociali, valutabile pari se non superiore all’impegno richiesto per il rifinanziamento del Fondo, senza contare i danni per le casse previdenziali.

Limitandosi soltanto ai quotidiani, l’offerta informativa, che è già modesta e calante, perderebbe più di 400.000 copie diffuse giornalmente.

La cancellazione di oltre cento testate, sarebbe una sciagura per un bene comune quale è l’informazione pluralista di questo Paese e non sarebbe un vantaggio neppure per il risanamento dei conti pubblici.

E’ per questo motivo che chiediamo al Governo ed al Parlamento di provvedere, in occasione della stesura del «Decreto sviluppo» ovvero della prossima «Legge di Stabilità», a rifinanziare il Fondo Editoria di quel minimo indispensabile necessario per evitare la sciagurata prospettiva della chiusura dell’editoria di idee, cooperativa e non profit e di partito.

E deve essere questa anche l’occasione per introdurre, come ripetutamente sollecitato, ulteriori norme di rigore allo scopo di evitare che il sostegno pubblico finisca a soggetti e testate che gettano discredito sull’intero settore.

*** Articolo21; Federazione Italiana Settimanali cattolici (Fisc); Slc-Cgil; Federcultura-Confcooperative; Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, alla cultura e allo spettacolo; Fnsi; Mediacoop-Legacoop; Media non profit.

dal manifesto del 29 settembre 2011

Lo sviluppo a costo zero

Nervi tesi tra Berlusconi e Tremonti. Allo studio solo due mini-decreti su infrastrutture e semplificazioni. Incentivi fiscali ma niente soldi pubblici ai costruttori. La «cabina di regia» dell’Economia resta a via XX settembre, il premier però può partecipare

Non si dimettono nessuno dei due, figuriamoci, ma almeno Berlusconi e Tremonti adesso si parlano. Che un normale incontro di un paio d’ore tra il premier e il ministro dell’Economia diventi una notizia da prima pagina è il segno migliore della crisi profonda del centrodestra e del governo, commenta Michele Ventura del Pd.

In effetti il vertice tra i due a Palazzo Grazioli – facilitato da Gianni Letta e incoraggiato lunedì da Bossi – non produce nessun comunicato ufficiale ma viene giudicato «ottimo» dai portavoce di entrambi i duellanti.

L’unico effetto immediato è la partecipazione (oggi) del gran visir berlusconiano al terzo round preparatorio con Confindustria e banche sul futuro decreto sviluppo mentre domani, invece, sarà direttamente Silvio Berlusconi a partecipare al ministero di via XX settembre al grande seminario sulle dismissioni dei beni pubblici organizzato da tempo dal superministro con banche e agenzie interessate. I tecnici al ministero parlano di misure per la «gestione del patrimonio immobiliare» e «individuazione e dismissione di beni in eccesso alle funzioni pubbliche»

In sostanza si tenterà di vendere il vendibile ai privati a cominciare da caserme, uffici e soprattutto le municipalizzate. Che la misura serva davvero a qualcosa per le casse pubbliche lo dimostra il curriculum di Tremonti, che in passato le privatizzazioni le ha già fatte con le varie Scip e il debito pubblico non è calato di una virgola, anzi.

Il vincitore di giornata, dopo settimane di polemiche e veleni, sembra essere il ministro dell’Economia. La «cabina di regia» resta a via XX settembre, così come tutti i carteggi e i contatti istituzionali necessari. L’obiettivo a breve termine – forse già in settimana – è il varo di due provvedimenti distinti: uno sulle infrastrutture e uno sulla semplificazione. Per quello complessivo dedicato alla crescita, invece, si ipotizzano tempi più lunghi, almeno fino alla finanziaria di metà ottobre.

Tremonti continua a tenere le sue carte ben coperte. Come a volersi parare le spalle, prima dell’incontro con Berlusconi ha visto sia Bossi che Napolitano. Un appuntamento al Quirinale dedicato a sminare il campo per possibili decreti immediati e alla nomina del successore di Draghi al vertice di Bankitalia (Tremonti e Bossi vogliono Grilli, Letta predilige una scelta interna come Saccomanni).

Sulla crescita però non c’è ancora nulla di deciso. Nel corso dei precedenti incontri dei ministri economici (Tremonti, Matteoli, Romani e Fitto) con Confindustria, Abi, Rete imprese e Bankitalia è stata fatta una semplice ricognizione su tutti gli interventi per lo sviluppo approvati dall’esecutivo fino a oggi e non ancora attuati vuoi per la mancanza dei decreti attuativi vuoi per difficoltà degli enti (qualcuno ha più sentito parlare dello «sportello unico per le imprese» approvato in pompa magna due anni fa?). Sul tavolo inoltre sono state messe le proposte dei diversi ministeri su grandi opere, semplificazioni, pubblica amministrazione, energia e tlc. Adesso il confronto dovrà entrare nel merito e passare al vaglio anche le proposte di banche e imprese.

Il ministro dell’Economia ha chiarito oltre ogni ragionevole dubbio che in questa fase tutte le misure sul piatto devono essere «a costo zero». Come dimostra l’ultima trovata tremontiana, già ribattezzata «Tremonti-Infrastrutture». Visto che lo stato non metterà più un euro sulle opere pubbliche, l’idea è detassare al massimo i privati che hanno la concessione e realizzano l’opera: per tutta la durata della costruzione vengono defiscalizzati gli investimenti e l’Irap. In più, una volta chiuso il cantiere, il concessionario-costruttore non pagherebbe il canone e l’Ires per un certo lasso di tempo.

Sembra chissà cosa ma è molto probabile che si tratti di una misura di piccolo cabotaggio. Il Sole 24 Ore ha scritto che Tremonti vorrebbe vararla in via sperimentale solo sul potenziamento di 8 strade: la Pontina, la Ragusana, la Telesina, la Pedemontana piemontese, la Orte-Mestre… Altri ministri insistono per allargare il quadro. In ogni caso all’Economia assicurano che ci si concentrerà solo su opere «immediatamente cantierabili».

In materia di giochi fiscali non c’è maestro più bravo di Tremonti. Però la realtà ha la testa dura: a Roma, per esempio, la regione non ha più un euro per la linea C della metropolitana e dunque i cantieri sono fermi. Per le opere pubbliche servono soldi veri e in tempi di credit crunch è difficile che le banche si trasformino in bancomat dei costruttori.

(Non a caso il ministro Matteoli il giorno dopo è stato contestato all’Ance: vedi qui, ndr)

In serata Tremonti torna a Palazzo Grazioli per un incontro con Berlusconi, Bossi, Alfano e tutto lo stato maggiore leghista tranne Maroni. Un appuntamento tanto più delicato visto che oggi la camera voterà la mozione di sfiducia del Pd contro Saverio Romano, il ministro dell’Agricoltura accusato di mafia. E’ una verifica di maggioranza vecchio stile, che non fa escludere il varo dei decreti in un consiglio dei ministri da tenere venerdì sera a mercati chiusi.

dal manifesto del 28 settembre 2011

Tagli ai ministeri, il decreto delle beffe

Nel divorzio Berlusconi-Tremonti spariscono i tagli ai ministeri

Non bastano i decreti economici ancora da fare ad agitare i sonni del governo. Ora ci si mettono anche quelli in teoria già fatti. Mentre Tremonti si chiude in conclave con Bossi e Maroni nella sede della Lega a via Bellerio, nella capitale scoppia l’ennesimo giallo.

Il decreto ministeriale Berlusconi-Tremonti con cui si devono ripartire materialmente i 6 miliardi di tagli tra i vari ministeri ancora non c’è. Eppure soltanto tre giorni fa, il 22 settembre, a pagina 9 della nota di aggiornamento al Def presentata in consiglio dei ministri il decreto presidenziale è dato per certo con tanto di data: sarà emanato «entro il 25 settembre». Come se fosse già chiuso. E invece no. Scomparso nel nulla. Sigillo migliore all’incomunicabilità tra il premier e il ministro dell’Economia e a un azione di governo estemporanea non poteva esserci.

La questione è tanto semplice tecnicamente quanto delicata dal punto di vista politico: Tremonti nella manovra di agosto aveva scritto solo la cifra da tagliare complessivamente a livello centrale (6 miliardi appunto). Per venire incontro alle richieste di «collegialità» che già allora gli venivano avanzate dai colleghi di governo, aveva rinunciato ai soliti tagli lineari e affidato a Berlusconi il compito di decidere e ratificare in tempi brevi la ripartizione effettiva dei «sacrifici» da appioppare a ciascun ministro.

Risultato: il documento che ogni dicastero attende come una questione di vita o di morte ancora non c’è. Anzi, a via XX settembre ti rispondono che non sanno nemmeno ipotizzare quando sarà emanato né spiegare perché fosse stato dato per acquisito prima della partenza di Tremonti per gli Usa. Di sicuro il Def il superministro non l’ha voluto presentare di persona ma ai colleghi l’ha fatto trovare pronto affidandolo alle spiegazioni verbali di Gianni Letta.

Già, il solito Gianni Letta, il visir tuttofare che stando ai rumor è ormai l’unico collante delle mosse economiche del governo. Ieri è stato il sottosegretario e non il presidente del consiglio a telefonare al ministro dell’Economia appena tornato da Washington. Né è un caso che Tremonti prima di tornare a Roma per una settimana decisiva si sia preoccupato di parlare a lungo, a Milano, con Umberto Bossi, Roberto Maroni insieme ai rispettivi colonnelli Cota e Giorgetti.

Il senatur è l’ultimo baluardo per un ministro che ogni giorno che passa è sfiduciato sui giornali e in privato sia dal suo partito che da mezzo governo. «Collegialità? Diciamo che Tremonti va commissariato», dice senza peli sulla lingua il veneto Galan. Se fosse per il Pdl, o abbassa le penne o se ne va, come chiede apertamente il Giornale berlusconiano.

«Quando un matrimonio arriva a punti di incomprensione alti come quello tra Tremonti, il premier e il governo, beh, forse il divorzio è una strada percorribile», dice Alessandro Sallusti, ipotizzando le dimissioni del ministro con parole molto simili a quelle usate per la cacciata di Fini.

Sarebbe un’espulsione che stavolta metterebbe in crisi definitivamente la credibilità internazionale del governo.

Non per caso – pur con le dovute distanze – il Colle vigila con attenzione e nell’entourage del premier c’è chi vuole scongiurare la rottura irreparabile.

La solita dialettica tra «falchi» e «colombe» Pdl è aggravata dai soliti annunci di Berlusconi, che domenica dava per già fatto il nuovo decreto sviluppo e assicurava di avere perfino identificato «27 provvedimenti» pronti per la crescita. Certezze che stonano con una realtà mai così caotica.

Il premier, dopo il weekend in Sardegna, ha sbrigato alcune misteriose faccende a Roma per poi volare all’ora di pranzo a Milano. I suoi avvocati prima hanno dato per sicura la sua presenza all’udienza in tribunale, poi hanno dovuto smentire in corsa. Berlusconi invece si è recato ad Arcore per un vertice con i dirigenti Mediaset. E in serata ha invitato a villa San Martino una settantina di imprenditori e banchieri. Segnale che vuole tastare il polso a un mondo industriale che ufficialmente è pronto ad abbandonarlo e dimostrare che è ancora lui il perno intorno a cui tutto è destinato a girare.

Tremonti ha fatto capire di volere misure per la crescita a costo zero: vendita degli immobili pubblici che si possono alienare rapidamente, il minimo indispensabile di grandi opere e tanta propaganda sulle riforme. Il premier vuole di più: vuole qualcosa di spendibile e tangibile. Qualcosa che non bruci la partenza di una campagna elettorale sanguinosa che quasi tutti, anche nel Pdl, danno ormai per inevitabile.

dal manifesto del 27 settembre 2011

La Lega ha un piede sulla porta, il Pdl cerca un nuovo premier

Il centrodestra smotta sul territorio ma non frana a Roma. E Tremonti tira dritto. Chiama Unicredit e si vende più di 300 caserme in barba a La Russa

«Non penso si vada avanti più di qualche mese, la Lega di pazienza ne ha avuta sin troppa». Il milanese Matteo Salvini, libero da vincoli parlamentari, ce la mette tutta per accreditare un Carroccio con un piede sulla porta a Roma. Ma non sarà con le giravolte dell’ultimo secondo che il Carroccio potrà sfilarsi dal crollo che incombe sul centrodestra.

In Veneto, ormai è in rivolta non solo lo zoccolo duro leghista ma anche la base ex democristiana del Pdl. «Qui c’è un’Italia che si fa il mazzo per arrivare a fine mese da una parte, e dall’altra uno che dà 20mila euro al mese a Tarantini per i suoi capricci – attacca il capogruppo comunale Pdl di Vicenza, Maurizio Franzina – ma scherziamo? Chi stiamo prendendo in giro? Serve un cambio». Soltanto l’immobilismo romanocentrico di mamma Rai impedisce di apprezzare in tutta la sua ampiezza il fallimento dell’asse Pdl-Lega. Dalla Sicilia al profondo Nord, centrodestra e «terzo polo» sembrano ovunque in ebollizione.

La maggioranza smotta ovunque ma non frana in parlamento. Non ancora. Il giorno dopo il salvataggio di Milanese, i frondisti del Pdl tuonano ancora contro l’assenza di Tremonti dalla camera. Pasdaran e peones – perfino Scilipoti – si affannano nel chiedere la testa del ministro. Un sentimento che a Berlusconi piacerebbe assai assecondare. Peccato che di possibili candidati per via XX settembre non si veda l’ombra. E sostituire il super-ministro senza avere in tasca un nome inattaccabile sarebbe l’ultima follia di re Silvio.

La corte del premier tuttavia insiste per una maggiore «collegialità» nelle scelte finanziarie. Vuole che al timone ci sia il premier in prima persona. Soprattutto se la campagna elettorale è alle porte e serve una minestra digeribile per un elettorato deluso da crisi, festini e iper-casta.

Il ministro è a Washington e tira dritto, fedele come sempre alla politica del fatto compiuto.

Giovedì prossimo affiderà a Unicredit e allo studio legale Bonelli Erede Pappalardo il ruolo di advisor nella creazione di un mega-fondo immobiliare che gestirà e venderà 300 tra caserme e arsenali.

Lo studio legale milanese ha assistito Alessandro Profumo per la sua super-liquidazione da Unicredit ed è lo stesso che, tra gli altri, ha gestito gli affari Cai-Alitalia e Bnl-Bnp. Una vendita a trattativa privata che fa infuriare, naturalmente, il frondista Guido Crosetto, sottosegretario di un ministero della Difesa che a quella riunione non è nemmeno stato invitato.

A inquinare ulteriormente la giornata, la polemica Alemanno-Lega sul peso nell’alleanza e il rifiuto di Alfano di sbilanciarsi sulla premiership del centrodestra. Rumori di fondo che il premier segue distratto. Forse dall’arrivo pomeridiano a Palazzo Grazioli di Sabina Began. L’«ape regina», coimputata con Gianpi Tarantini a Bari, è rimasta nell’edificio per un’ora e mezza. In serata un comunicato della «segreteria di Silvio Berlusconi» precisa che la signora voleva solo donare un libro al premier per il suo compleanno (il 29) ed è rimasta sempre in anticamera senza essere ricevuta.

dal manifesto del 24 settembre 2011

Governo avanti senza giudizio

Ministri e deputati furiosi per l’assenza dalla camera del superministro. E al vertice di maggioranza parte la diatriba sulla riforma elettorale Il Pdl processa Tremonti in contumacia. Berlusconi si prende la regia economica e chiede alla Lega il via libera sul taglio alle pensioni. Bossi prudente: «Vedremo giorno per giorno». L’Udc: a marzo si vota

La maggioranza salva Milanese e processa Tremonti in contumacia. «È umanamente vergognoso e ingiustificabile che oggi non fosse in aula», commenta Daniela Santanché dando voce all’ira di molti pidiellini. Alle prese con il vertice Fmi a Washington, il titolare dell’Economia prima non partecipa al consiglio dei ministri per la nota di variazione al Def presentando un tomo a scatola chiusa che fa infuriare i colleghi (sedati a stento da Gianni Letta). Poi diserta anche il voto della camera sul suo ex braccio destro.

Un’assenza annunciata e istituzionalmente perfino doverosa ma che non placa i tanti che nel Pdl lo odiano e vorrebbero cacciarlo dall’Economia. «Il fatto che lui oggi non ci sia stato – commenta il frondista Guido Crosetto – indica il valore dell’uomo…». «Una scelta inelegante, aveva il dovere di essere presente», concorda l’ex ministro Antonio Martino. Un malessere palpabile anche nella Lega: «Noi ci mettiamo la faccia e lui dov’è?», chiede irritato ai suoi il capogruppo di Bossi Marco Reguzzoni.

L’affondo contro il super-ministro è appena agli inizi. Aver salvato il suo braccio destro dall’arresto è un credito che in tanti vogliono incassare al più presto. Crosetto, come al solito, va per le spicce: «Considerata la totale assenza di idee e la mancanza di ogni dialogo con il paese reale da parte del ministro e del ministero dell’Economia, penso sia opportuno un tavolo immediato e permanente a palazzo Chigi tra chi può portare idee e proposte e chi deve fare sintesi».

Ma sfilare a Tremonti il dialogo con Confindustria e la regia economica per la «crescita» è soltanto uno dei desiderata del premier in questo finale di partita.

Tanto «super-Giulio» è debole quanto Berlusconi è raggiante. Pare che il ministro di recente sia diventato lo sventurato protagonista delle barzellette piuttosto hard del Cavaliere. Un malumore che ormai filtra anche in pubblico: «Che ne penso dell’assenza di Tremonti? Altra domanda…», minimizza il premier di fronte ai giornalisti.

In privato, furioso per la soglia così bassa raggiunta alla camera, il premier non può far altro che guardare avanti. «L’asse con Bossi è solidissimo, abbiamo un rapporto fraterno e andremo avanti fino alla fine della legislatura». Un ottimismo che stride però con la solita ambigua prudenza di Bossi, consapevole che la base della Lega è sempre più infuriata: «Se arriviamo al 2013? vedremo giorno per giorno».

Intanto i capigruppo di Pdl, Lega e responsabili si chiudono per tutto il pomeriggio a Palazzo Grazioli per provare a definire l’agenda delle cose da fare a breve. Primo: approvazione definitiva della legge bavaglio anti-intercettazioni in discussione alla camera. Secondo: maggiore «collegialità» nelle scelte economiche. Terzo: abbattimento del debito pubblico con un piano massiccio di privatizzazioni.

E qui per Berlusconi finiscono le rose (si fa per dire) e cominciano le spine.

Il Cavaliere pretende interventi tempestivi contro i pm napoletani e quello che chiama l’assedio delle procure. Ma su cosa si possa davvero fare subito, vista anche la ben nota vigilanza del Quirinale in materia, nessuno si sbilancia. Finisce in stand by (ma va?) anche la riduzione dei parlamentari e le riforme istituzionali: «La bozza Calderoli va bene ma va migliorata», spiega il responsabile Moffa al termine.

Alto mare anche sulle pensioni. Il Pdl chiede interventi pesanti per compiacere l’Europa, Berlusconi promette che convincerà un Carroccio disponibile in teoria ma mai così sfuggente nella pratica.

Discussione ufficialmente iniziata anche sulla legge elettorale. Da Palazzo Grazioli filtra l’ipotesi di tornare alle preferenze oppure di rimpicciolire i collegi sul modello spagnolo. Per il premier il confronto va allargato soprattutto all’Udc. E’ un tentativo che il Carroccio per ora non blocca anche se si siederà al tavolo più per controllarne eventuali esiti sgraditi che accelerarlo.

La conclusione delle opposizioni è che il governo va avanti ma naviga a vista. «Ormai è chiaro che non c’è alternativa alle elezioni anticipate – avverte l’Udc Lorenzo Cesa – prepariamoci perché a marzo si vota».

dal manifesto del 23 settembre 2011

Milanese salvo per tre voti, il Pdl teme la bomba Sicilia

Prima di prendere il trolley e tornare a casa, gli onorevoli si guardano tra loro come dei sopravvissuti. La camera «salva» dal carcere il deputato Marco Milanese, accusato dai pm napoletani di associazione per delinquere, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio.

La maggioranza tiene nonostante le assenze (tra cui Tremonti e Frattini impegnati negli Usa) ma tra Pdl e Lega non tira aria di rivincita sull’odiata magistratura. Anzi, basta guardare il volto livido e tiratissimo di Berlusconi alla fine del voto: 312 i contrari all’arresto (solo 3 più del quorum) e 306 favorevoli. Sono stati almeno 7 i franchi tiratori della maggioranza che si sono aggiunti ai 299 parlamentari delle opposizioni presenti.

Dato l’anonimato del voto e la libertà di coscienza concessa dall’Udc, è impossibile avere certezze. Ma nella maggioranza tutti i sospetti si appuntano sul gruppo forzasudista del palermitano Miccichè, composto proprio da 7 deputati. Non a caso, è proprio con il sottosegretario al Cipe che Berlusconi si intrattiene a lungo in aula dopo il voto. Lo stesso che nel pomeriggio tuona dal suo blog contro Tremonti che non gli dà 10 milioni di euro per aprire l’aeroporto civile a Comiso. Lo stesso che in questi giorni si agita tanto, visto che in molti comuni siciliani si vota a primavera e il suo grande antagonista Angelino Alfano è appena stato promosso segretario del Pdl.

A differenza che per Alfonso Papa, stavolta il Carroccio ha votato compatto a difesa del braccio destro di Tremonti. Ma i colpi sotto la cintura tra la Lega nord e la futura lega sud sono destinati inevitabilmente ad aumentare. Soprattutto perché mercoledì prossimo la camera dovrà votare la mozione di sfiducia presentata dal Pd contro il ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, palermitano cuffariano ex Udc accusato di corruzione e concorso esterno in associazione mafiosa.

Antonio Di Pietro, unico big a parlare in aula, denuncia un «voto di scambio, come si fa nelle associazioni criminali, io ti lascio governare e tu non mi mandi in galera», azzarda un parallelo tra questo imbarazzato e burocratico no all’arresto di Milanese con il fragoroso salvataggio di Craxi nel ’93 che portò al seppellimento della Prima Repubblica a colpi di monetine e manette.

Lui, il deputato un tempo tanto arrogante quanto potente, corre a colloquio da Berlusconi. E a caldo in Transatlantico si lascia sfuggire un «Giulio mi ha deluso, oggi non doveva mancare, sono nauseato».

Le accuse contro di lui restano pesantissime e il processo andrà avanti. Si parla di almeno 450mila euro in tangenti, orologi di valore, gioielli, auto di lusso – tra cui una Ferrari Scaglietti e una Bentley – viaggi e soggiorni all’estero, tutti donati in cambio di notizie riservate sulle indagini della Guardia di Finanza e di una nomina nelle società controllate dal ministero dell’Economia.

In particolare, per i pm è accertato «al di fuori di ogni dubbio» che Milanese abbia assicurato la nomina di Guido Marchese a componente del collegio sindacale nelle società a partecipazione pubblica Ansaldo Breda, Oto Melara, Ansaldo Energia, Sogin, Sace, ricevendo «dallo stesso la somma di 100mila euro». E con lo stesso «modus operandi», potrebbe aver imposto la nomina di Carlo Barbieri a consigliere di amministrazione di Federservizi, società controllata dalle Ferrovie dello Stato.

In serata, intervistato da Bruno Vespa, Milanese nega tutte le accuse e difende piuttosto freddamente il ministro e suo ex compagno di casa: «Tremonti era in missione, come Frattini. Non mi sento di muovere critiche. Sono tutti assenti giustificati. Con lui non c’è nessun rapporto strano o opaco».

dal manifesto del 23 settembre 2011

Dal Pdl assedio a Tremonti

Berlusconi riunisce i vertici di Pdl e Lega. Poi va da Napolitano e assicura che il suo governo è il migliore antidoto alle speculazioni. Galan chiede al Cavaliere di prendere direttamente il timone dell’Economia. Il ministro o cambia rotta o si gioca le deleghe economiche. Saccomanni a Bankitalia, avviate  le procedure per la successione di Draghi. 

Berlusconi non molla: «Non mi dimetterò mai, se vogliono mi dovranno sfiduciare in parlamento con il voto», ribadisce il premier ai tanti, anche nel Pdl, che scrutano con preoccupazione lo stato precario del suo governo. «Vado avanti perché abbiamo una maggioranza forte, perché e per chi dovrei fare un passo indietro?», continua a ripetere da giorni a chiunque lo incontri. Nonostante l’assedio giudiziario, la crisi economica e il crollo di credibilità internazionale del suo leader, il Pdl non ha intenzione di modificare i suoi piani.

In una giornata di tensione molto simile a quella del voto di sfiducia chiesto dai finiani nove mesi fa, tutti i ministri berlusconiani smentiscono che il premier si stia per dimettere o che il Colle abbia chiesto la sua testa. Però, quando in serata il Cavaliere sale al Quirinale e resta a colloquio con Napolitano per più di un’ora e mezza, il Palazzo intero resta con il fiato sospeso.

Ufficialmente, l’incontro è dedicato alle misure «per la crescita» che il governo varerà entro metà ottobre e all’avvio delle procedure per la successione di Saccomanni alla guida di Bankitalia al posto di Draghi. Napolitano ha chiesto al premier garanzie serie di fronte alla crisi gravissima che rischia di affondare l’Italia. Ma per Berlusconi la migliore garanzia contro quelle che chiama «speculazioni internazionali» è solo che il governo resti in carica.

Valutazioni divergenti, dunque, che fotografano uno stallo se non un muro contro muro. Su cui il Colle però può fare poco o nulla finché il governo mantiene la sua maggioranza. Napolitano, del resto, ha ribadito in tutti modi che questa è la via maestra prevista nella Costituzione dalla quale non vuole deviare. Più praticabile ma tutta da verificare, invece, la richiesta all’esecutivo di allargare il confronto sulle misure economiche a tutte le forze politiche.

Berlusconi mantiene la rotta. Nel pomeriggio fa il punto a Palazzo Grazioli con Alfano, Bossi, Calderoli e i governatori leghisti Cota e Zaia. Un vertice infinito che certifica i dubbi sul voto segreto per Milanese previsto per oggi. Anche la frase serale con cui Bossi annuncia il no della Lega all’arresto («Io voto per non far cadere il governo»), rischia di essere un’arma a doppio taglio in caso di «incidente». Perché i malumori nei confronti di Milanese sono trasversali ma diffusi soprattutto nel Pdl. Indebolire il braccio destro di Tremonti vuol dire indebolire Tremonti.

Andare avanti dunque. Ma per fare che cosa? Le ultime riunioni tecniche tra Confindustria, banche e super-ministro, per dirla con le cronache attente del Corsera, hanno prodotto un «nitido nulla». In serata il ministro diffonde una nota di aggiornamento al Def che smentisce le previsioni del Fondo monetario: nonostante il calo del Pil il pareggio di bilancio nel 2013 ci sarà come promesso (a Washington prevedono invece un deficit dell’1,1%) e ci sarà anche un forte «avanzo primario» che consenta di impostare la riduzione del debito al 121% del Pil.
Comunque vada su Milanese, Tremonti sembra destinato a finire spiaggiato come tutti i presunti «delfini» prima di lui. Galan ripete un’idea che è maggioritaria nel Pdl: «La responsabilità della politica economica deve passare direttamente a Palazzo Chigi, bisogna evitare il concentramento dei poteri in un solo dicastero».

Tremonti parafulmine? Berlusconi pensa che se il governo resiste fino a gennaio poi non c’è che il voto anticipato. E anche la Lega, come scriveva ieri il maroniano Stucchi sulla Padania, non appoggerà mai un governo tecnico che rischia di marginalizzarla. Tuttavia l’idea che si possa salvare il governo cambiando come se niente fosse il ministro più importante non è nuova. Il centrodestra in crisi ci è già passato nel 2005 con la parentesi di Siniscalco. Ma stavolta la situazione è più grave e non consente errori.

Tutte le cancellerie e le borse del mondo, da Shangai a San Paolo, scrutano le mosse italiane con un sospetto prossimo al pregiudizio. Che la situazione sia critica il premier lo ha sentito ieri direttamente dal suo amico Fedele Confalonieri, anche lui ricevuto tra un vertice politico e l’altro. Da maggio a oggi, Mediaset ha perso due terzi del suo valore.

dal manifesto del 22 settembre 2011

Berlusconi e Tremonti, un Milanese per due

Domani il voto della camera sul braccio destro di Tremonti. Il governo rischia tutto: quota 316 è lontana. La Russa smentisce il corteo anti-pm. Napolitano a Bossi: «Secessione fuori dalla storia»

La «debolezza politica è dovuta al fatto che il governo con la maggioranza numerica non è in grado di reggere i pesi dei problemi che incombono e il Parlamento non è in grado di cambiare il governo. Di qui l’enormità del problema politico italiano». Il romanzo kafkiano dipinto da Beppe Pisanu si può tradurre così: Berlusconi è prigioniero della sua maggioranza (che gli consente di fare poco o nulla) e la sua maggioranza è prigioniera di Berlusconi (non può sostituirlo senza autodistruggersi). In altre parole, conclude l’ex ministro dell’Interno del Pdl, «si è stabilito un intreccio perverso tra la crisi economica e la crisi politica: l’una alimenta l’altra».

Detto ancora più chiaramente, non si può sostituire Berlusconi senza toccare anche Tremonti. Colpendo di rimbalzo anche l’unico vero «cuscinetto» tra i due rappresentato da Bossi. Bisognerebbe cambiare tre leader in un colpo solo. Un crollo paragonabile solo a quello del «Caf» dopo Tangentopoli.

Silvio Berlusconi tace e resta chiuso ad Arcore. Com’è noto, ha disertato l’assemblea generale dell’Onu a New York su Libia e Palestina per dedicarsi alle vicende domestiche. Dal suo punto di vista, finché ha la maggioranza alle camere, questa «stabile instabilità» può anche prolungarsi all’infinito. E poco importa che alla vigilia della votazione sull’arresto del braccio destro di Tremonti Marco Milanese, il governo venga battuto cinque volte alla camera. E sia stoppato in tempo reale dal Quirinale su un decreto lampo per la crescita da varare al consiglio dei ministri di giovedì. Un testo che in queste condizioni come minimo caotiche sarebbe poco più che «maquillage».

Venerdì e sabato Tremonti volerà a Washington, dove per la prima volta nella storia, le ex colonie potrebbero «salvare» gli antichi padroni europei. E’ all’interno del Fondo monetario, infatti, che i cosiddetti «Bric» (Brasile, Russia, India e Cina) metteranno sul tavolo 340 miliardi di dollari da investire nella disastrata Europa. Una somma che per il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega potrebbe addirittura arrivare fino a 840 miliardi.

E’ di fronte a questo livello di problemi, che la maggioranza prova a serrare i ranghi. Lamberto Dini (oggi nel Pdl) si riscopre riserva della Repubblica e detta un programma di governo perfetto per gli anni ’90. «Massiccio programma» di privatizzazioni: municipalizzate, immobili, società finanziarie, BancoPosta e due canali Rai più l’abolizione secca delle pensioni di anzianità. Su chi deve adottare questo programma ultraliberista Dini non ha dubbi: «C’è un governo che ha la maggioranza ed è questo governo che deve agire, si può fare in un anno, un anno e mezzo». Niente primi ministri tecnici, dunque. Al massimo un nuovo ministro dell’Economia al posto di Tremonti.

Cartina di tornasole dei vecchi e nuovi equilibri è il voto segreto su Milanese. La Lega ha rimandato da ieri a oggi la riunione con Bossi del gruppo alla camera. Ufficialmente, sia Roberto Maroni che il capogruppo uscente Reguzzoni dicono che quello che deciderà il senatur si farà poi in aula. Ma nel segreto dell’urna tutto è possibile.

Per Milanese, in effetti, i problemi maggiori potrebbero venire più dai malpancisti del Pdl che dal Carroccio. La maggioranza balla. Lo stesso Tremonti quel giorno potrebbe essere già in volo. E con Papa in carcere quota 316 è impossibile da raggiungere. Senza contare che alemanniani, scajoliani e frondisti potrebbero cogliere al volo l’occasione per dimostrare al governo che della loro opinione bisogna tenere conto. Segnale importante, il salernitano Gerardo Soglia che nelle prossime ore potrebbe passare dal Pdl a Fli, facendo mancare un altro voto al centrodestra.

Anche un vecchio cavallo di battaglia del premier come la grande manifestazione popolare anti-pm sembra più un segnale di disperazione che una strada realmente perseguibile. A via del’Umiltà, con l’aria che tira e i sondaggi in picchiata, non sembra ci sia la fila a immolarsi per il premier. Non a caso, lo stesso Ignazio La Russa parla di un’idea che «non è mai stata esaminata in sede politica dal Pdl».

Domani per la maggioranza è un giorno cardine e la situazione è ancora molto fluida. Anche il Quirinale prova a vederci chiaro e ieri ha ricevuto separatamente sia Maroni che i capigruppo del Pdl Cicchitto e Gasparri.

dal manifesto del 21 settembre 2011

Conto alla rovescia alla fine del Cavaliere

Berlusconi vuole resistere fino alla fine. Ma Cazzola (Pdl): «Se va avanti così la resa senza condizioni è vicina». Al Tesoro una nuova manovra da 10 miliardi mentre Confindustria sfiducia il premier: «Stallo intollerabile, bisogna cambiare governo». Tremonti prova a vendersi i quadri e gli autobus. Maroniani pronti a staccare la spina giovedì nel voto su Milanese

«La resa senza condizioni è vicina». Giuliano Cazzola, deputato eretico del Pdl, fa professione di realismo sull’Occidentale, giornale on line vicino al Pdl. Perché l’assedio al premier ormai fa impallidire quello di Von Paulus a Stalingrado.

«Berlusconi ha deciso di non mollare – scrive Cazzola – ma in politica non basta avere ragione; occorre anche riuscire a farsela dare. Le battaglie si vincono e si perdono. (…) Da una disfatta, al pari di quella che si profila, non ci si riprende più. Rimane soltanto la resa senza condizioni. Ed è vicina».

Accerchiato dalle procure, ghettizzato a livello internazionale, il Cavaliere è sfiduciato apertamente perfino dalla “sua” Confindustria. Gli imprenditori – tuona Emma Marcegaglia – non tollerano più «una situazione di stallo, dove non si fanno le riforme necessarie e si aspetta per non andare incontro a crisi di governo o al cambiamento di equilibri politici. Le soluzioni non sta a noi dirle, ma il tempo è scaduto, il paese ha bisogno di discontinuità e di una forte strategia per la crescita, altrimenti i problemi sono seri».

Non si è mai sentito un presidente della Confindustria invitare così palesemente il parlamento a sfiduciare il governo. Mai.

Diversamente dagli imprenditori, la chiesa cattolica non ha ancora sferrato la scomunica finale. Certo, ieri il segretario di stato Bertone ha rinnovato l’invito ai «laici credenti» a una certa «coerenza» tra «princìpi e comportamenti». Ma l’imbarazzo delle alte gerarchie è ormai quasi incontenibile. Per non contare la frattura con il “basso clero”, quello che nelle parrocchie tocca con mano la povertà e l’emarginazione causate dalla crisi e dai danni del governo.

Nonostante le incertezze sull’esito, il cronometro della crisi è partito. Berlusconi può resistere quanto vuole, ma prima o poi in parlamento dovrà tornare, la finanziaria andrà approvata, le scelte andranno fatte.

Parafrasando Giuliano Ferrara, c’è tanta voglia di un 8 settembre ma non si vede ancora il 25 luglio. Perché la vera complicazione di questa crisi politica lunga due anni è che stavolta non si può far cadere Berlusconi senza colpire anche Bossi e Tremonti. Un filotto troppo grande per non provocare un terremoto dagli esiti imprevedibili. E’ questo, stringi stringi, lo «stallo» evocato da Marcegaglia.

Il ministro dell’Economia attende il voto di giovedì in aula alla camera sull’arresto del suo braccio destro e compagno di casa Marco Milanese. Intanto prova a far di conto e non sa come fare. Ha rinviato l’aggiornamento del Def previsto per oggi in attesa delle stime macroeconomiche del Fondo monetario. Senza numeri e una cornice condivisa, nessuno può dire se i famosi «saldi» avranno o no salvato la patria.

Nel frattempo al Tesoro continuano le riunioni a porte chiuse con le banche e le associazioni imprenditoriali su un secondo «decreto sviluppo» dopo quello di maggio che dovrebbe accompagnare la finanziaria. Tremonti, Sacconi, Matteoli e Calderoli hanno messo sul tavolo della «crescita» una misura da 8-10 miliardi che accompagni a metà ottobre il cammino della finanziaria. Però va fatta a costo zero e quindi dovrebbe limitarsi a trasferire risorse da un capitolo a un altro.

Confindustria, che segue il dossier da vicino, insiste per un taglio alle pensioni e una patrimoniale «light», da accompagnare a una riforma fiscale che aumenti le aliquote Iva marginali e diminuisca le imposte dirette su lavoro e impresa. Una manovra quasi impossibile con un governo in queste condizioni e il no della Lega. Da qui la sfiducia preventiva declamata ai quattro venti da Marcegaglia. Alla riunione di oggi, novità delle ultime ore, parteciperà anche Bankitalia.

Tremonti dal canto suo va avanti come un carrarmato sulla vendita dei servizi pubblici locali. Il Tesoro ha organizzato per il 29 settembre un «seminario-road show» per presentare a investitori nazionali e internazionali il patrimonio pubblico che potrebbe fare parte di un pacchetto di dismissioni. Non la vendita di quote Eni, Enel e Finmeccanica ma di municipalizzate e immobili di stato (inclusi, dicono voci ben informate, perfino opere d’arte e beni architettonici).

Alla lettera: si vogliono vendere anche i quadri di famiglia, l’ultimo furto legalizzato prima del crollo del “regime”.

E’ sullo sfondo del fallimento dell’euro e dell’Italia che la maggioranza passa il tempo a fare quadrato attorno al premier. Anzi, i pasdaran alla Santanchè reclamano nuove leggi e pugno di ferro contro i pm.

Un travaglio che troverà un primo punto di caduta giovedì sul voto per Milanese. Un appuntamento su cui nel Carroccio è piena bagarre. Per Calderoli Berlusconi mangerà «sia il panettone che la colomba». Ma tra i deputati i numeri sono tutti dalla parte di Maroni. «Berlusconi ormai è indifendibile sotto ogni punto di vista – ammettono i maroniani – solo sganciandoci dal premier usciremo dall’angolo, poi si vedrà come giocarsi la partita». E’ un desiderio, più che una strategia compiuta. Toccare Milanese innescherebbe un effetto domino prima su Tremonti e poi sul resto del governo. Che sia quella la strada per toccare anche Berlusconi è tutto da dimostrare.

dal manifesto del 20 settembre 2011