Chiesa anglicana sotto shock: causa per danni a Occupy London

La cattedrale londinese di Saint Paul è stata riaperta ma tra chiesa anglicana e “indignati” (su twitter #olsx) ormai è guerra aperta. Almeno in tribunale.

Le decine di tende che dal 15 ottobre occupano il sagrato della cattedrale al centro del «miglio quadrato», nella City, diventano ormai un caso che va oltre la pura indignazione.

Giovedì uno dei pastori di Saint Paul, Giles Fraser, pur di non autorizzare lo sgombero dei manifestanti da parte della polizia si è dimesso: «La chiesa non può rispondere con la violenza contro una protesta pacifica. Penso che avremmo potuto negoziare un ridimensionamento del campo senza arrivare allo sgombero. Del resto, San paolo era un venditore di tende e credo che Gesù oggi nascerebbe proprio in mezzo a quelle tend», ha detto venerdì in un’intervista esclusiva al Guardian.

Lo sgombero della piazza è dato per imminente ma ormai lo scandalo non è più materia di ordine pubblico e divide soprattutto la Chiesa d’Inghilterra.

Ieri la cattedrale – chiusa per meno di una settimana – ha deciso di portare in tribunale i manifestanti citandoli per danni (incassa 20mila sterline al giorno dai turisti).

Una decisione controversa e identica a quella del City of London Corporation, l’ufficio che rappresenta uffici e imprese finanziarie della zona e che chiede lo sgombero con la scusa del blocco al traffico.

Fin dall’inizio della protesta il vescovo di Londra Richard Chartres ha criticato gli occupanti. Solo oggi, per la prima volta, ha detto di essere disposto a incontrarli. In cambio, però, che subito dopo se ne vadano.

L’imbarazzo ormai arriva fino all’arcivescovo di Canterbury. La massima autorità anglicana, non ha ancora preso posizione, mentre in appoggio a Fraser ieri si è dimesso un altro pastore di St Paul e 8 associazioni cristiane di base hanno firmato un documento pubblico a sostegno dei manifestanti.

Il premier David Cameron teme che la protesta dilaghi (altre tende sono comparse a Finsbury square, vicino a Liverpool street) e fa la faccia dura: «In questo paese si può manifestare liberamente ma non si possono piantare le tende ovunque».

dal manifesto del 30 ottobre 2011

I giornali non pagano l’Iva, nemmeno agevolata

Il mercato insano che piace alla Fieg. Conflitti di interesse. Cento testate rischiano di chiudere entro gennaio. Il governo azzera ogni intervento pubblico e aggrava le «anomalie» di una crisi tutta italiana.

Più mercato in edicola, per vendere più giornali bisogna stare sul mercato e farli meglio. Quante volte, attorno al manifesto, abbiamo sentito questo mantra? Innovazione, concorrenza, parità di condizioni, meritocrazia, il rosario è sgranato qualsiasi sia l’argomento in discussione. Ma in Italia, soprattutto se si parla di tv e informazione, quando uno sente queste parole farebbe meglio a mettere mano alla pistola.

Per una volta accantoniamo il gigantesco conflitto di interessi di un editore (Mediaset-Fininvest) che da solo (dati 2010) assorbe più pubblicità di tutti gli altri editori messi insieme e concentriamoci invece sulle contraddizioni magari meno note ma altrettanto significative dei liberisti di casa nostra.

Prendiamo ad esempio l’Iva sui giornali. Tutti sanno che i quotidiani sono considerati dallo stato un bene essenziale e costituzionalmente garantito, per cui (tranne quelli pornografici) sono tassati con un’Iva agevolata al 4% invece che al 10 o al 21%.

Sacrosanto, c’è l’articolo 21, bisogna garantire il pluralismo, incentivare la cultura e la lettura, etc. Pensate dunque che se andate in edicola e comprate un giornale da un euro, 4 dei vostri centesimi vadano allo stato?

Neanche per sogno, l’editoria è un settore che riserva sempre molte sorprese. In gergo infatti l’Iva sui giornali è detta «monofase», la pagano cioè soltanto gli editori, il primo soggetto a immettere il prodotto sul mercato e soltanto una volta. Il sistema è come una gigantesca vendita diretta: edicolanti e distributori sono considerati semplici veicoli dell’informazione (non possono determinare prezzi o quantità, non corrono rischi di resa) e la proprietà della copia stampata, finché non finisce nelle vostre mani, è tutta e solo dell’editore, che se non la vende se la riprende come resa e non paga nulla.

Secondo l’erario 4 giornali su 5 vanno al macero

A questa struttura storica se ne affianca un’altra, che è quella dell’Iva estimatoria. L’editore non fa in tempo a calcolare ogni giorno quanti giornali ha venduto veramente, perciò lo stato fa una stima e gli impone un imposta forfettaria del 4% alla fonte.

Su quante copie? Il 20% di quelle che l’editore dichiara di stampare. Lo stato cioè considera economicamente sostenibile che l’80% dei giornali italiani finisca al macero.

Vi pare realistico? Nemmeno il manifesto, tra i peggiori nel rapporto tiratura-resa, arriva a questa soglia di resa abnorme.

Secondo un articolo di Marco Gambaro pubblicato sul sito de la Voce.info, nel 2009 le prime tre testate nazionali avevano una resa del 21,9 per cento, mentre i quotidiani Ads tra le 20mila e le 50mila copie vendute giornaliere arrivavano al 22,1 per cento. Da allora le cose non sono cambiate molto. La realtà dunque è esattamente opposta a quella stimata dall’erario.

Più strano ancora. Lo stesso identico sistema si applica anche agli abbonamenti, che di certo non sono una resa: l’80% degli abbonamenti è esente da Iva. Per il manifesto è poca cosa, ma per testate come Sole 24 Ore e Avvenire, che hanno più di 80mila abbonati ciascuno, pagare l’Iva solo su 16mila copie è un aiuto (di stato) consistente.

E’ o non è, questa, una distorsione del mercato che avvantaggia alcuni editori – sempre i più grandi – e significa poco o nulla per tutti gli altri?

Una nuova Iva per il pluralismo

Sarebbe una discussione da fiscalisti. Se non fosse che da anni Mediacoop, Fnsi, Cgil, Pd e tanti altri chiedono l’aumento dell’Iva sui prodotti «non editoriali» (bamboline, secchielli, giocattoli, etc.) venduti in edicola proprio per finanziare il fondo editoria azzerato da Tremonti gravando così un po’ di meno sulle risorse pubbliche.

Il «voltafaccia» di Malinconico e della Fieg

Forse chi come la Fieg parla tanto di «mercato» e dipinge l’intervento pubblico come un esempio di «concorrenza sleale» che addirittura farebbe chiudere i «giornali veri» (così il presidente Carlo Malinconico sul Sole 24 ore del 20 ottobre) potrebbe riflettere su queste evidenti distorsioni fiscali e pensare a un riordino più realistico anche di questo sistema.

Certo, tra i suoi associati ci sono un gigante come De Agostini – il più grande distributore di oggettistica a prezzi agevolati nelle rivendite – ma anche giornali «veri» come Avvenire, Unità e Liberazione, che ricevono in modo trasparente e legittimo il contributo pubblico e non risulta abbiano mai fatto chiudere la Gazzetta o un’impresa quotata in borsa.

E’ sorprendente che i presunti paladini del mercato, per dirne una, vogliano trasformare il fondo per il pluralismo in un nuovo fondo per l’innovazione, un micro-salvadanaio dove possano attingere tutti i soggetti a prescindere.

In queste ore la Fieg pare correggersi e dice che non si possono «chiudere i giornali per decreto». C’è da augurarsi che inizi davvero a fare chiarezza in casa propria e sia disponibile, come negli anni passati, a ragionare su proposte serie e generali che garantiscano ciò che più dovrebbe stargli a cuore: la pluralità delle fonti di informazione e formazione civile del nostro paese.

dal manifesto del 28 ottobre 2011

Per la libertà di stampa, la lettera a Napolitano

Al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano

Egregio Presidente,

ci rivolgiamo a Lei, nella Sua qualità di più autorevole rappresentante e custode della democrazia costituzionale per significarLe il rischio imminente di chiusura che coinvolge un centinaio di giornali politici, cooperativi, non profit e di idee e la conseguente perdita del lavoro per svariate migliaia di giornalisti e poligrafici.

Questo gravissimo evento sarà la conseguenza inesorabile del taglio del Fondo per l’editoria deciso dal Governo, se non interverranno immediate misure atte a ripristinarlo, sia pure nell’entità – peraltro assai modesta e nel tempo già considerevolmente ridotta – stabilita per gli anni precedenti.

Chi Le scrive è perfettamente consapevole dei problemi di bilancio dello Stato e della necessità di ridurre la spesa pubblica, eliminando ogni fonte di spreco. Anche nel mondo dell’editoria, dove è indispensabile un’opera di bonifica per distinguere, sulla base di rigorosi criteri, i giornali «veri» dalle testate inventate a bella posta per lucrare sulle erogazioni pubbliche.

Abbiamo da anni indicato soluzioni di maggior rigore e trasparenza, idonee ad evitare lo sperpero di denaro pubblico. Il recente Regolamento solo in parte le ha recepite, pertanto mentre chiediamo l’adeguamento del Fondo torniamo a proporre ulteriori criteri per consentire da un lato risparmi e dall’altro una più rigorosa selezione nell’accesso alle risorse.

Senza questo intervento, il taglio “lineare” prodotto sortirà il risultato di buttare il bambino con l’acqua sporca. Siamo certi, Signor Presidente, che comprenderà quale vulnerazione democratica si determinerebbe se il pluralismo dell’informazione subisse un’amputazione delle proporzioni annunciate.

In edicola rimarrebbero i giornali che hanno alle spalle editori potenti, che drenano pressoché tutta la pubblicità, compresa quella degli inserzionisti istituzionali. Il perimetro dell’informazione si comprimerebbe drasticamente, rimanendo appannaggio di pochi gruppi privilegiati.

Il tempo a disposizione per evitare il tracollo è talmente breve che già domani sarebbe troppo tardi.

Per questo, Signor Presidente, noi che rappresentiamo testate del più diverso orientamento culturale e politico, Le chiediamo un intervento utile a scongiurare un epilogo disastroso.

Nella nostra qualità di direttori dei giornali sottoscrittori della presente, Le chiediamo anche di volerci incontrare, in modo da rendere vieppiù chiari i termini delle nostre valutazioni e delle nostre proposte.

Con stima

GIORNALI DI PARTITO
Stefano Menichini Europa, Dino Greco Liberazione, Marcello De Angelis Secolo d’Italia, Claudio Sardo l’Unità.

COOPERATIVE E NON PROFIT
Marco Tarquinio Avvenire, Angelo Mastrandrea e Norma Rangeri il manifesto, Giuseppe Giulietti Articolo 21, Emanuele Macaluso il riformista, Giovanni Sica Cesare Pozzo Il treno (società nazionale di mutuo soccorso), Gian Mario Gillio Confronti, Marina Ricchi Luna nuova, Mimmo Angeli Corriere Mercantile, Edo Ottaviani Corriere Romagna, Emanuele Galba La Cronaca di Cremona e La Cronaca di Piacenza, Francesco Zanotti Federazione Settimanali Cattolici, Tiziana Bartolini Noi Donne, Marco Fratoddi La Nuova Ecologia, Tarcisio Tarquini Rassegna Sindacale, Riccardo Quintili Il Salvagente, Rocco Di Blasi Il Salvagente online, Cristina Scarpa Agenzia di stampa, Luisa Campatelli Il Corriere del Giorno, Duccio Rugani Il Cittadino Oggi.

TESTATE FISC (settimanali cattolici)
Giovanni Pinna Nuovo Cammino, Giuseppe Malandrino La Vita Diocesana, Giampiero Cinelli La Vita Picena, Davide Maloberti Il Nuovo giornale, Chiara Genisio Agenzia giornali diocesani, Claudio Tracanna Vola, Riccardo Losappio In comunione, Antonio Ricci Il Corriere apuano, Marino Cesaroni Presenza, Paolo Busto La Vita casalese, Irene Argentiero Il Segno, Francesco Zanotti Corriere Cesenate, Claudio Mazza Incrocinews,Ernesto Preziosi Il Nuovo Amico, Andrea Fagioli Toscana Oggi, Marco Piras L’Arborense, Massimo Manservigi La Voce di Ferrara e Comacchio, Carlo Cammoranesi L’Azione, Bruno Cescon Il Popolo, Giovanni Tonelli Il Ponte, Mario Barbarisi Il Ponte, Marco Bonatti La Voce del Popolo, Luigi Lamma Notizie, Giulio Donati Il Piccolo, Antonio Rizzolo Gazzetta d’Alba, Sandro Tuzi Il Velino, Lo sguardo dei Marsi, Andrea Ferri Il Nuovo Diario Messaggero, Mario Piroddi L’Ancora, Mauro Ungaro Voce Isontina, Antonio Maio L’Azione, Pietro Pompei L’Ancora, Angelo Zema RomaSette.it, Alberto Margoni Verona Fedele,Simone Franceschi Sulcis Iglesiente oggi, Luigi Taliani Emmaus, Doriano De Luca Nuova stagione, Adriano Bianchini La Voce del popolo, Luca Sogno Corriere Eusebiano, Stefano Malagoli Il Nostro Tempo, Silvio Grilli Il Cittadino, Piergiorgio Pruzzi Il Popolo,Corrado Avagnina Unione Mongalese-La Fedeltà.

dal manifesto del 30 ottobre 2011

Dalle redazioni un appello comune a Napolitano

Il conto alla rovescia è partito tanto tempo fa, nel luglio del 2008, ma ormai il cronometro è arrivato davvero a pochi giorni dalla fine.

L’azzeramento del fondo editoria da parte del governo, senza che contemporaneamente non sia stata fatta nessuna vera riforma del settore porterà sicuramente alla chiusura decine di testate non profit, in cooperativa e di partito.

«Se la Fieg vuole contribuire a cancellare il contributo pubblico deve sapere che si sta assumendo la responsabilità di ridurre il pluralismo», avverte Franco Siddi della Fnsi aprendo un’affollatissima conferenza stampa in senato con parlamentari di Pd, Idv e Udc, Mediacoop e Confcooperative, Fisc, File, Articolo21, sindacati e rappresentanti di tutti i soggetti coinvolti in Italia e all’estero.

Secondo il segretario del sindacato dei giornalisti, di una riforma dell’editoria «è stata accantonata perfino l’idea» e sui contributi pubblici «si cerca di circoscrivere il perimetro dei beneficiari» senza riequilibrare nulla né offrire certezze.

Il metodo è sempre lo stesso. Siddi ricorda gli ultimi tagli alle convenzioni con le agenzie di stampa: «Se 9 sono la politica deve agevolare una riorganizzazione industriale, non può permettersi di scegliere in modo autonomo quali e quante finanziare secondo il proprio presunto fabbisogno. Vuol dire solo che chi disturba e se disturbi avrai di meno».

La richiesta, unanime, è di rifinanziare il fondo (il fabbisogno reale è di circa 100 milioni, ce ne sono sì e no 30) continuando a fare pulizia tra i beneficiari dei contributi nell’ottica esclusiva di garantire il pluralismo dell’informazione fuori dai condizionamenti del governo pro-tempore.

«Minoranze linguistiche, giornali italiani all’estero, testate che fanno informazione, politica e cultura fuori dai monopoli devono essere sostenuti», spiega Siddi.

Le proposte per trovare le risorse all’interno del sistema e non nelle tasche dei cittadini sono note da tempo:

  1. l’Iva piena sui prodotti non editoriali
  2. una minialiquota dell’1% sulle pubblicità tv
  3. un tetto ai finanziamenti pubblici legato ai dipendenti veri e stabili al 2010
  4. una presenza minima in edicola
  5. privilegiare la carta stampata rispetto alla tv almeno per la pubblicità istituzionale.

Punto dolente, questo. Nel mercato de noantri, il Dipartimento editoria di Palazzo Chigi ha affidato gli spot istituzionali solo alle tv o ai grandi giornali.

«Di sicuro non possiamo accettare la logica dei tagli lineari fini a se stessi e tantomeno un taglio del 70% come quello ipotizzato», tuona Siddi.

Perché sul fondo editoria sono caricate altre voci, come i 45 milioni della Rai o i 50 milioni di debiti verso Poste che non con il pluralismo non c’entrano nulla.

«In effetti c’è un salto di qualità nell’iniziativa del governo – spiega Lelio Grassucci di Mediacoop – se prima riduceva stavolta ha deciso di eliminare il sostegno pubblico all’editoria». Secondo sindacati e associazioni il taglio non c’entra nulla con la crisi: dopo la chiusura tra ammortizzatori sociali, entrate mancate e crollo dell’indotto «i costi per lo stato saranno di molto superiori all’importo del contributo», dice Grassucci.

Secondo le stime di Mediacoop scomparirà un fatturato di 500 milioni di euro e 2mila giornalisti andranno a spasso, mettendo in seria difficoltà i bilanci dell’Inpgi. Per dirla con Vincenzo Vita (Pd): «Non possiamo tollerare un Fahrenheit 451 dei giornali. E’ chiaro che il fondo editoria costa ma è altrettanto chiaro che abolirlo costa di più».

Il taglio è mortale anche perché è retroattivo: quei soldi sono già stati spesi e tra un anno saranno rimborsati, se va bene, al 20%. «Non capisco perché la Fieg – si chiede Grassucci – cavalchi l’idea che finiti i contributi diretti i pochi soldi che restano vadano a tutto il mondo della comunicazione, da Rcs ai giornali parrocchiani, come se fossero la stessa cosa. Un’associazione che si rispetti cerca di fare esattamente il contrario di quanto si sta proponendo».

Sindacati e giornali sono pronti a una manifestazione nazionale. E domenica sulle testate coinvolte comparirà una lettera al presidente della Repubblica firmata dai direttori di tutti i giornali, dal manifesto ad Avvenire. La partita sulla finanziaria, in senato, è appena iniziata.

dal manifesto del 28 ottobre 2011

Pensioni, Berlusconi incarta Bruxelles

Il governo presenta all’Ue un elenco di promesse che somiglia più a un programma elettorale che a un’agenda anti-crisi. Bossi for president: «Si vota quando dico io». Limature e contatti fino al decollo. Draghi: «Passo importante però ora le riforme vanno fatte». E Napolitano aggiunge: «Un obbligo per chiunque governi»

Qualcosa «ci inventeremo», aveva detto previdente Berlusconi qualche giorno fa a proposito del decreto sviluppo richiesto dall’Europa. E così è stato. In diplomazia spesso la forma e sostanza.

E in Europa forse ricorderanno che la lettera che Bossi, Brunetta e Tremonti hanno scritto per i capi di governo e le istituzioni comunitarie su carta intestata di palazzo Chigi (leggi qui) è stata scritta in realtà nei vari dopocena a casa Berlusconi, tra tinello e salotto, senza che sia mai stata discussa in parlamento né approvata in un consiglio dei ministri.

Che un semplice elenco delle cose fatte e non fatte finora, buono più come programma elettorale che come agenda di governo possa davvero rassicurare i partner europei al di là dei sorrisi di circostanza è tutto da vedere. Non a caso, l’agenzia Reuters definisce la lettera italiana un elenco di «vaghe promesse» priva degli «impegni concreti» chiesti dall’Unione.

Anche così, il premier è costretto a limare il testo fino all’ultimo, pochi istanti prima di salire sull’aereo che lo porterà a Bruxelles in uno dei vertici più difficili della storia europea. Un appuntamento dove arriva da sorvegliato speciale e si distingue subito per un’occhiata di troppo al fondoschiena della premier danese Helle Thorning-Schmidt ripresa dalle tv a circuito chiuso con grande ilarità dei giornalisti presenti

Le diplomazie sono ancora al lavoro ma è ormai certo che il comunicato finale del vertice conterrà un paragrafo tutto dedicato all’Italia e al giudizio sul suo operato. La prima impressione, nella riunione dei 27 membri (ma non ancora dei 17 paesi dell’eurozona), è comunque «molto buona», racconta il premier polacco Donald Tusk.

Del resto, che l’Europa debba fare buon viso a cattivo gioco è inevitabile: per l’enorme debito pubblico italiano (1,9 trilioni di euro) non c’è fondo «salva-stati» che tenga.

Chi sicuramente andrà a vedere se le carte italiane sono credibili o no saranno i mercati: nella mega-asta di domani il Tesoro deve piazzare 9 miliardi di Cct e Btp. Con quali rendimenti si impegna a onorare in futuro quel debito è tutto da vedere (hanno superato il 6%, leggi qui).

Incurante della realtà e del caos in parlamento, a Roma Bossi è soddisfatto e si dice «ottimista». Sulle pensioni «l’ha avuta vinta il buonsenso. Non possiamo non darla a gente che ha pagato tutta la vita». Che nel decreto di agosto abbia deciso il contrario non lo sfiora.

I leghisti (e Tremonti) hanno vinto la mano. Mentre Calderoli definisce «gigantesche stronzate» le voci su un patto con Berlusconi per votare nel 2012 che in parlamento terrorizza decine di peones, Bossi avverte i naviganti: «Quale patto? E’ un’invenzione. Il giorno in cui non dò più i voti a Berlusconi si va alle elezioni. Che bisogno ho io di un patto? Il coltello dalla parte del manico ce l’ho io», afferma il leader del Carroccio con un sorriso sghembo.

Le parole trionfanti e allo stesso tempo minacciose di Bossi confermano che l’obiettivo della Lega è avviare la campagna elettorale e decidere il momento più opportuno per staccare la spina. Una sorta di sostegno a singhiozzo che basta a mantenere a galla il governo ma non certo a rilanciarlo.

Non a caso dai calendari parlamentari è sparito quasi tutto, restano mozioni e accordi internazionali. «Se Berlusconi la sfanga a Bruxelles, tra una settimana c’è il voto sull’assestamento del rendiconto di bilancio e lì si cade», è la catastrofica previsione di un uomo di punta del Pdl.

Il governo annuncia un decreto sviluppo simile alle bozze circolate nei giorni scorsi (già bocciate da opposizioni, imprenditori e sindacati) più un diluvio di norme attuative su vecchi provvedimenti (tipo la riforma Gelmini). Tutto il resto seguirà il normale iter parlamentare, e viste le batoste di ieri in aula e commissione, auguri e figli maschi.

In questo quadro, uno dei protagonisti della trattativa europea, Mario Draghi, vola a Francoforte come presidente della Bce. Per il governatore di Bankitalia la lettera del governo è un «passo importante» (leggi qui). Ora però, ripete come un mantra , «si tratta di farle» queste riforme, «con rapidità e concretezza».

Draghi – che non nasconde commozione e toni drammatici – punta tutte le sue speranze sul presidente della Repubblica: «E’ il primo punto di forza su cui il paese può contare». I due in questi mesi di crisi hanno lavorato fianco a fianco.

E Napolitano, a Bruges per l’inaugurazione annuale del College d’Europe, rilancia i temi dell’integrazione europea a lui cari con un chiaro avvertimento interno a Pdl-Lega e Pd-Udc: «Non possiamo più tergiversare di fronte a uno sforzo consistente e costante di abbattimento del debito pubblico, né restare incerti dinanzi a riforme strutturali… Si tratta di prove di indubbia durezza… ma nessuna forza politica può continuare a governare, o può candidarsi a governare, senza mostrarsi consapevole delle decisioni, anche impopolari, da prendere ora nell’interesse nazionale ed europeo».

Il cuoco, insomma, potrà anche cambiare ma la minestra è sempre la stessa.

dal manifesto del 27 ottobre 2011

Berlusconi vuole resistere, Bossi lo dà in pasto ai mercati

Tempo, tempo. Pdl e Lega hanno solo bisogno di tempo. Tra ministri e deputati non ce n’è uno disposto a scommettere che il governo arriverà al 2013. Sono le elezioni a primavera il vero nodo del contendere nella maggioranza. «Embé, che vuoi? Mica possiamo fare un governo tecnico», borbotta Umberto Bossi seppellendo così la suggestione di un governo Letta o Schifani appoggiato dal centrodestra ma aperto all’Udc.

Al di là della propaganda e della compravendita, il giocattolo politico che ha trionfato nel 2008 si è rotto con l’addio di Fini e non si può più aggiustare. Bossi e Berlusconi sono soli con le loro magagne.

Tra un borbottio, il solito insulto indegno ai giornalisti e uno sguardo obliquo, il senatur auspica le elezioni anticipate e rivela allo stesso tempo tutta la debolezza della presunta intransigenza leghista. Vorrebbero rompere da tempo – Bossi e Maroni – ma sono incerti e forse divisi sul come. Le pensioni, come la Libia, sono un terreno fertile per l’offensiva leghista.

Nel merito, Bossi la dice giusta: «Abbiamo un sistema pensionistico che è più a posto di quello francese e tedesco». La lettera della Bce «è una fucilata a Berlusconi. Chi fa quella roba lì è un italiano (Draghi, ndr)». L’analisi della Lega coincide con quella di Bersani, secondo cui, «in realtà l’Europa sta chiedendo un passo indietro» al Cavaliere, «il problema è la credibilità».

Le pensioni dunque c’entrano poco. Perché i conti fatti all’Economia dicono che nel 2020 il sistema pensionistico italiano sarà già il meno generoso d’Europa. E poi, la pensione di vecchiaia a 67 anni qui scatterà dal 2017 per gli autonomi e dal 2023 per i dipendenti, in Germania dal 2029. Anche sulle vituperate pensioni di anzianità la differenza con la Germania è di un solo anno: noi siamo a quota 97 (60 anni, 35 di contributi più 1 di «finestra»), la Germania a 98 (63 anni più 35). E’ probabile che sarà simile a questa la proposta che Berlusconi porterà a Bruxelles.

Oltre la Lega non va: «Le pensioni di anzianità non si toccano, altrimenti la gente ci prende a calci in culo» (Calderoli). «Se le portiamo a 67 anni ci ammazzano» (gli fa eco Bossi dimentico che l’hanno già fatto nella manovra di agosto).

Il Carroccio – in sintonia con Tremonti – pare dire no a tutto: pensioni, condoni e patrimoniale. Per questa assenza di strategia il rischio di crisi resta altissimo. Ma non c’è nessuno che abbia un’idea né per il dopo né per l’adesso. Se potesse, la Lega avrebbe fatto come sulla Libia, tirare al massimo senza rompere davvero.

Come nelle tragedie greche, è il deus ex machina a sciogliere un intreccio senza via d’uscita. E in questo caso sono le borse, l’Europa, la Bce e gli altri governi.

Se fosse per loro Pd, Udc e anche la Lega, sarebbero pronti ad andare al voto anticipato. I primi per cercare il governo, la seconda per provare a «cannibalizzare» il fallimento del Pdl senza Berlusconi. Ma ad oggi nessuno ha la garanzia reale che un eventuale esecutivo balneare-natalizio non tocchi anche la legge elettorale. O che sgombri il campo a richiesta, giusto il tempo necessario per fare liste e coalizioni e aprire le urne. Perciò serve tempo. Quello che tutti, da Napolitano a Confindustria e sindacati, da Bruxelles a Parigi e Berlino, dicono essere «scaduto».

Lo scontro italiano si sposta oggi in Belgio, con la doppia e ingombrante presenza del premier e di Napolitano. Il Cavaliere parte da solo, senza nessun incoraggiamento né sostegno in patria e senza che l’opposizione gli faccia da stampella.

Per preparare l’incontro della vita, a Palazzo Grazioli si tratta nella notte. «Vediamo cosa dice l’Europa», avverte Bossi sinistro prima di entrare. Come se il verdetto finale spetti ad altri e la Lega la spina l’avesse già staccata. La crisi più che un’eventualità è una certezza. Ma quando?

dal manifesto del 26 ottobre 2011

Tra Pdl e Lega è colpo di «cena», c’è la crisi

Ore drammatiche nella maggioranza. Muro contro muro a Palazzo Chigi. Berlusconi prova l’ultima mediazione.  L’asse Bossi-Tremonti sulla previdenza fa tremare il governo. Bossi: se i tagli passano con i voti Udc, tutti a casa

Il governo è a un passo dalla crisi. Va avanti come un funambolo su un filo sempre più lungo ed esile. Nell’entourage del Cavaliere già da ieri mattina era chiaro che la data cerchiata in rosso sul calendario sarebbe stata quella di oggi.

Per la prima volta dal ’94 si è incrinato l’asse tra Berlusconi e Bossi. E come allora, anche stavolta sulla riforma delle pensioni (da 65 a 67 anni). Novanta minuti di consiglio dei ministri (iniziato con un’ora di ritardo per un faccia a faccia tra Berlusconi e i tre ministri leghisti) non sono bastati a sciogliere la matassa. Anzi, la discussione ufficiale e ufficiosa non ha risparmiato toni drammatici.

Tutto il Carroccio, dal «cerchio magico» a Maroni, si dice contrario a tagliare le pensioni. «Scontro finale, la Lega non arretra», titola bellicosa la Padania di oggi. Reguzzoni, Rosi Mauro e il ministro dell’Interno si muovono all’unisono. «Noi abbiamo una posizione molto chiara – avverte Maroni – i pensionati hanno già dato». Di parere opposto quasi tutto il Pdl e soprattutto Bce, Ue e Commissione europea.

Il premier si muove in un campo minato. Lo dimostra la ridda di incontri in cui ha provato a preparare il terreno con l’alleato leghista. In mattinata si chiude con Tremonti e Alfano a palazzo Grazioli. Poi sale al Quirinale insieme a Gianni Letta per discutere la bozza di decreto. Poi torna a casa sua per un nuovo incontro con i fedelissimi e convoca il consiglio dei ministri alle 18, dissodato dal pre-vertice coi leghisti. Tutto inutile. Ma un accordo va trovato per forza e entro domattina un nuovo consiglio dei ministri dovrà approvare un testo da portare a Bruxelles.

Su una sola cosa nella maggioranza concordano tutti: se il decreto dovesse passare senza i voti della Lega si aprirebbe la crisi di governo. Lo dichiarano – dalle sponde opposte della maggioranza – sia il ministro Rotondi che Maroni. E Matteo Salvini lo dice chiaro: «Se il Pdl farà passare il decreto sull’innalzamento dell’età pensionabile con i voti del Terzo Polo vorrà dire che non c’è più la maggioranza e quindi il governo». Ma se passa il decreto, voi mollate?, gli chiedono su Radio2. «Ovvio – risponde l’europarlamentare – sì, yes, oui. Noi usciremo da un governo che per una decisione come questa esclude la Lega e vota coi democristiani».

Il Carroccio sembra avere nostalgia dei tempi della secessione e del populismo più sfrenato. Non ha torto, infatti, il capogruppo Pdl in senato Maurizio Gasparri quando ricorda che nel 2004 fu proprio l’allora ministro del welfare Maroni ad approvare lo «scalone» previdenziale poi leggermente ammorbidito dal governo Prodi.

Lo scontro, dunque, è tutto politico.In caso di elezioni la Lega non ha nulla da potersi «rivendere» in campagna elettorale: il federalismo è evaporato sotto montagne di carta bollata e bollette da pagare, le ronde non sono mai esistite, le famose «riforme» l’ha portate via il vento e le tasse stanno al massimo storico. Il tutto mentre migliaia di capannoni del Nord giacciono abbandonati e vuoti.

Fare muro sulle pensioni contro l’«Europa delle banche» è l’unica carta mediatica in mano ai leghisti. Che però, a differenza del ’94, devono stare accorti. Perché stavolta se si formasse un governo di «responsabilità nazionale» (come invocano Pd e Udc) i padani potrebbero essere messi in difficoltà nell’inevitabile discussione sulla riforma elettorale.

Infatti mentre la maggioranza si dilania sulle pensioni di anzianità, un’Europa mai così ostile chiede all’Italia «agenda e calendario» delle riforme «necessarie» (non solo pensioni ma anche privatizzazioni, liberalizzazioni, welfare e giustizia civile). Impegni scritti accompagnati dalle scadenze con cui si intende approvarli.

Per Berlusconi è l’ora più difficile. Già domani sera dovrà dimostrare agli altri capi di stato e di governo di aver fatto i «compiti». «Dobbiamo mettere le misure nero su bianco, altrimenti si rischia di andare a Bruxelles allo sbaraglio. Non possiamo mettere a rischio la tenuta del paese», avverte quasi disperato un uomo solitamente prudente come Gianni Letta in consiglio dei ministri. Un ragionamento di fronte al quale Bossi non ha fatto una piega: «Bisogna trovare soluzioni che vadano bene a tutti».

E’ surreale che in questo clima il “superministro” dell’Economia Giulio Tremonti non si esprima pubblicamente. Chi ha potuto parlargli, però, riferisce di un Tremonti asserragliato sulle posizioni leghiste. Sicuro che tra finestre già chiuse o «mobili» (12 mesi per i dipendenti, 18 per gli autonomi) e l’adeguamento della soglia all’aspettativa di vita, il sistema pensionistico italiano è sostanzialmente al sicuro. E anche tagliando come vuole Bruxelles non darà risparmi sensibili prima del 2014. Argomenti solidi ma che non convincono l’Europa.

La cena di Palazzo Grazioli tra Berlusconi, Bossi, Maroni, Calderoli, Tremonti e Letta – iniziata mentre chiudiamo il giornale – potrebbe aver appianato alcuni nodi. Difficile però che stavolta se ne esca senza vincitori né vinti con il classico compromesso all’italiana.

In questo clima che secondo Ferrero (Prc) annuncia un «inferno greco», è tragicomico scorrere nella bozza del cosiddetto decreto sviluppo un lungo articolato riguardante addirittura il diritto di famiglia. Una norma che consentirebbe a Berlusconi di poter dividere Mediaset a suo piacimento tra i figli di primo e di secondo letto.

Come commentava Franco Bechis (di Libero) ieri su twitter: «E’ geniale, una norma ad personam post mortem». Nulla ci viene risparmiato.

dal manifesto del 25 ottobre 2011

Editoria, la Crociata dei giornali cattolici

«L’orientamento delle risorse pubblicitarie alle emittenti televisive nazionali; l’aumento considerevole delle spese postali seguito alla soppressione delle tariffe agevolate; la riduzione del sostegno pubblico con la drastica e sistematica riduzione del fondo per l’editoria… sono tutti elementi che contribuiscono a mettere a rischio di sopravvivenza decine e decine di testate e quindi centinaia di posti di lavoro. Pur tenendo conto delle precarie condizioni legate alla crisi economica, una simile prospettiva significherebbe anche un impoverimento del pluralismo informativo, del dibattito pubblico e del patrimonio culturale del paese».

Sono parole di un monsignore ma sembrano prese pari pari dalle denunce di questi mesi del manifesto, Mediacoop o della Fnsi. Mariano Crociata, il “numero due” della Cei, ha rilanciato così l’allarme per la fine del sostegno pubblico all’editoria nel suo intervento di chiusura a Cesena durante il convegno nazionale della Fisc (la federazione della stampa cattolica, nata nel 1966) dedicato quest’anno a «Internet e territorio».

La Fisc a Cesena

«Delle 189 testate che fanno capo alla Fisc - spiega il presidente Francesco Zanotti – circa la metà beneficia di aiuti governativi, per un totale che non arriva a quattro milioni di euro. Si tratta di briciole per il bilancio statale, eppure molto importanti se non decisive per diversi nostri giornali».

La stampa cattolica – fatta di decine di settimanali diocesani o parrocchiani medio-piccoli sparsi su 160 diocesi diffonde oltre 1 milione di copie a settimana e riceve un rimborso pubblico forfettario di pochi centesimi a copia. E’ un lavoro giornalistico evidentemente connotato ma che spesso è l’unico o quasi a parlare «dal vivo» di temi scomodi come l’immigrazione, la povertà o l’emarginazione.

«C’è una parte di paese che non fa notizia – insiste Zanotti – ma che ogni giorno vive, opera, soffre e si danna l’anima per fornire una prospettiva positiva a un presente quanto mai incerto. A questa parte d’Italia ogni settimana diamo voce. Una voce che magari non arriva nei piani alti dei palazzi, ma che accompagna l’esistenza delle borgate, dei paesi di montagna, delle mille città di provincia di cui quasi mai ci si occupa».

«Togliere l’ossigeno a questi fogli (e oltre a noi a diversi «giornali di idee») – riconosce Zanotti – significherebbe mettere il bavaglio al territorio, da sempre un’immensa risorsa per questo paese… Per ogni voce che si spegne nessuno ha un guadagno, ma di certo tutti ci rimettiamo in libertà e democrazia».

Il tema è caldo e quanto mai urgente. Nella legge di stabilità in discussione in senato, infatti, Tremonti ha disposto un ennesimo taglio lineare pari al 30-40% del fondo Editoria. Una riduzione tale da rendere di fatto superfluo – tra i 25 e i 35 milioni di euro in tutto – il rimborso pubblico che dovrebbe riequilibrare le distorsioni del mercato e garantire a soggetti particolari, come i giornali in cooperativa, non profit o di partito di arrivare in edicola.

dal manifesto del 23 ottobre 2011

Il «Mimmo e Silvio» show

Il Cavaliere apre il congresso di Scilipoti e inizia le sciarade sulla legge elettorale. Rebus preferenze e sviluppo nel trionfo della «kitsch-politik» tra hostess, auto blu e il Tao alla siciliana

Lo slogan che campeggia sul palco non è nuovissimo: «Cristiani, patria e famiglia». Eppure il neomovimento del siciliano ex dipietrista Mimmo Scilipoti è ormai diventato a buon diritto l’emblema della politica all’epilogo della Seconda repubblica.

Un sistema politico nato col karaoke, le bande di paese, i cieli di cartone e un’Italia da sogno girata in videocassetta davanti a una calza da donna non può non finire con il più onorevole dei (para)guru che fa gli onori di casa, concede interviste, stringe mani, cura pazienti in diretta, distribuisce i suoi libri e il suo giornale come il primo (o l’ultimo) dei segretari della nuova «kitsch-politik».

Simbolo del partito? Il tao tricolore: bianco, verde e rosso. Autodotato (di colore blu), «Mimmuzzo, Mimmuzzo» è accolto dai delegati (?) come il medico in una mutua degna di Alberto Sordi, istrionico padrone della vita e della morte di pazienti untuosi e sorridenti. Scilipoti osserva compiaciuto le «scilipotine», quattro modelle vestite di blu che decorano la presentazione di un progetto edilizio per pensionati, dal palco critica i gay e difende la «famiglia tradizionale».

In lui tutto si tiene, dall’agopuntura al Vangelo. L’editoriale del suo nuovo quotidiano anche oggi parla chiaro: obiettivo del movimento è «raggiungere la scossa ormonale dei consensi». E’ ovvio che in un parterre simile il Cavaliere si senta più a suo agio che nei corridoi bui di Palazzo Koch o nelle asettiche moquette di Bruxelles.

Silvio Berlusconi concede mezz’ora di discorso ai responsabili siciliani. Conferma i toni da campagna elettorale («ma anche stavolta durerò cinque anni», giura) e non scioglie i rebus che paralizzano il governo: la legge elettorale e il decreto sviluppo.

Sulla riforma del «porcellum» Berlusconi è categorico: dà la colpa a Ciampi per il no al premio di maggioranza nazionale al senato («il porcellum è il frutto di una sua personale interpretazione della Costituzione», attacca Berlusconi riferendosi al premio su base regionale) e fa capire che si potrebbe partire proprio da qui: superpremio in entrambe le camere e ritorno delle preferenze. «Alla luce del milione e duecentomila cittadini che hanno firmato il referendum dobbiamo introdurre una variante nella legge che consente di scegliere candidato per candidato», spiega il premier.

Peccato che non passa nemmeno mezz’ora e i vertici parlamentari – Cicchitto e Quagliariello – seppelliscono l’ipotesi delle preferenze e preferiscono parlare di nuovi collegi «più piccoli» (circoscrizioni che andrebbero disegnate e dunque regalerebbero un po’ di mesi di ossigeno al governo).

Inevitabile il no del corteggiatissimo Udc di Pier Casini. «L’imbarazzata e repentina presa di distanze di diversi esponenti del Pdl dalle parole di Berlusconi a sostegno delle preferenze dimostra che il Pdl è una Torre di Babele in cui ognuno parla un linguaggio diverso», sentenzia serafico il segretario centrista Lorenzo Cesa.

Acque altrettanto torbide sul decreto sviluppo. Berlusconi vorrebbe avere qualcosa in mano già oggi, prima di volare a Bruxelles per un vertice delicatissimo sulla crisi dell’euro. Il ministro Romani ieri è salito al Quirinale per illustrare a Napolitano le prime bozze del governo. Finora l’unica ipotesi quasi certa è quella di un condono o concordato fiscale di massa. Perché soldi nuovi non ce ne sono e in ogni caso Tremonti non vuole spenderli.

Il Pd è scettico sulle capacità del governo di fare qualcosa di significativo. Ma a sorpresa anche il segretario del Pdl Alfano mette le mani avanti: «E’ bene non caricare un decreto di attese salvifiche». A Palazzo, il segreto di Pulcinella è che il decreto o è vuoto o sarà una via crucis per l’esecutivo, non immune dal rischio incidenti. Non a caso tra i pochi big a chiedere a Berlusconi di «fare in fretta» è il leghista Maroni.

dal manifesto del 22.10.2011

Editoria, Tremonti esaudisce Beppe Grillo/2

Ripubblico la risposta (necessariamente molto lunga)  ai tanti lettori che sul manifesto chiedono chiarimenti e notizie sul finanziamento pubblico all’editoria.

 

Ringrazio i lettori per i tantissimi commenti che arrivano sul sito e per posta su una materia molto complessa ma secondo noi decisiva come quella della libertà di informazione.

Innanzitutto due avvertenze generali e che possono essere tranquillamente saltate a piè pari.

La prima: diffidate delle semplificazioni e del qualunquismo e informatevi sempre in modo critico su tutto quello che leggete e pensate. Non perdete mai, insomma, il gusto della cultura anche quando sembra eresia.

La seconda: ha ragione Valerio. A monte di tutte le considerazioni sul finanziamento pubblico o privato dei giornali c’è un’enorme conflitto di interessi tra governo e informazione che non ha paragone in nessun paese del mondo civile. Un dato soltanto: più della metà di tutta la pubblicità italiana (avete letto bene: tutta, compresa quella nei cinema, sul Web e sui cartelloni stradali) va a un solo soggetto: Mediaset. Se ci aggiungiamo anche la Rai si arriva al sostanziale monopolio delle risorse private da parte di un unico soggetto: il governo e i partiti.

Esaurita la solfa, provo a rispondere alle vostre domande e/o perplessità.

1) Serve davvero il finanziamento pubblico ai giornali?
2) Quello attuale funziona? E come può essere migliorato?

1) Sull’idea di finanziamento pubblico ci sono due posizioni molto semplici.

a) Quella ultraliberista dice che lo stato non deve finanziare nulla e la «mano invisibile» del mercato premierà il migliore (mi pare sia la tesi di gonzo72). E’ un’idea. Però non si capisce perché allora lo stato finanzi la Fiat oppure – per dirne alcune – ogni anno dia 150 milioni di euro agli allevatori di cavalli, 400 ai camionisti e 300 per l’acquisto di frigoriferi e cucine componibili;
b) La seconda riconosce che il mercato come minimo va regolato e dunque deve intervenire o direttamente dando incentivi a determinati settori che da soli in quel momento non ce la fanno a essere competitivi (per esempio l’energia solare) o indirettamente concedendo sgravi per esempio ad assumere i giovani, i disabili, rinnovare i propri macchinari, etc.

A meno di non credere ai «Chicago Boys», crediamo che quest’ultima tesi sia quella prevalente. Diamo cioè per scontato che i soldi alla scuola pubblica si devono dare, l’assistenza sanitaria deve essere garantita a tutti e che i cittadini italiani abbiano diritto a un’informazione plurale e non controllata o autorizzata dal governo.

Qui nascono i problemi.

Come si garantisce il pluralismo e la libertà di informazione?

Beppe Grillo – non proprio un nativo digitale – sostiene in modo assoluto e un po’ naif il valore della Rete contrapponendolo a quello di tutti gli altri media (tv, giornali, stampa, radio, etc.). A nostro avviso dice una cosa e una sbagliata. Quella giusta è che la Rete per sua stessa natura cambia tutto (la risposta in diretta tra giornalista e lettori su questo sito è un esempio). Quella errata invece è vedere steccati o imporre pregiudizi dove non è necessario.

Il giornale inglese Guardian, per esempio, ha un sito bellissimo, dove pubblica tutti i propri articoli gratuitamente, discute con i lettori il giornale prima che vada in pagina, promuove il giornalismo dal basso e lo scambio di opinioni nei forum. E’ forse il miglior esempio mondiale di come un giornale mainstream e for profit riesca a promuovere l’innovazione senza rimetterci. Perciò non è che su Internet si leggono cose più “vere” che sui giornali. In generale, mi fido a occhi chiusi di un pezzo del «New Yorker» e diffido sempre di un blog semi sconosciuto. Sarà impopolare, ma “fare” informazione  è un mestiere. Banale come tanti altri ma un mestiere. Un giornale nasce dall’incontro quotidiano tra i lettori e i giornalisti. Gli uni senza gli altri non esistono. Un popolo solo di navigatori avrebbe informazione zero. E un popolo di blogger sarebbe intasato di notizie senza avere nessuna chiave di lettura o capacità di orientarvisi, un puro esercizio solipsistico.

Il punto, allora, è perché i giornali in Italia si vendono poco?

E perché solo in Italia non esistono editori “puri” (cioè che fanno solo questo mestiere, trovare e vendere notizie)?

In Europa infatti solo da noi tutti i mezzi di informazione sono in mano a banche e imprese manifatturiere, sanitarie o delle costruzioni. Oppure, come la Rai, in mano ai partiti. L’unico esempio di editori puri sono le cooperative come «il manifesto». Dispiace ma è così. Questo giornale è di proprietà esclusiva di chi lo fa (giornalisti e poligrafici) più un piccolo gruppo (meno del 30% delle quote) di 3mila sostenitori esterni. Non c’è nessun altro giornale nazionale come questo. E’ un’eresia che va in edicola da quarant’anni e, va riconosciuto, per merito anche del contributo pubblico. Non tutto il male vien per nuocere…

La domanda ricorrente di questi mesi la solleva Andrea: «Perché il Fatto quotidiano ce la fa senza aiuti di Stato e gli altri no? Così è concorrenza sleale!».

Caro Andrea, mi pare ci sia un equivoco. La stragrande maggioranza dei giornali non percepisce alcun contributo diretto da parte dello stato. In questo il «Fatto» è un giornale normale, come La Stampa, il Sole 24 Ore o Panorama. Ha degli editori (tra i proprietari ci sono anche i suoi direttori-fondatori Antonio Padellaro e Marco Travaglio, proprio come fece Scalfari con Repubblica). L’originalità del «Fatto» – che ha imparato molto da alcuni giornali e può insegnare altrettanto ad altri – sta soprattutto nel suo successo “iper-capitalista”. Non c’è in Europa nessun altro quotidiano che abbia raddoppiato le vendite pochi mesi dopo la sua nascita. Segno che c’era un vuoto di mercato che viene colmato magistralmente e giustamente: onore al «Fatto».

Non bisogna dimenticare però che quell’esperienza nasce da un lungo e inedito “traino” televisivo nella trasmissione di Santoro e da un altrettanto lunga direzione di un giornale eterodosso e schierato come «l’Unità». Come dimostrerà il prossimo successo della piattaforma di Santoro («Servizio pubblico»): c’è un pubblico vasto che né la Rai né i giornali esistenti sono in grado di intercettare. Inevitabile che qualcuni ci provi. E ci riesca.

Il punto qui è diverso. Un giornale che non ha padroni come questo ed è discriminato dal mercato pubblicitario come molti altri, può provare a stare in edicola o non ne ha diritto?

Un altro Andrea, omonimo, si chiede: «Da ignorante in materia, mi verrebbe da dire “meglio che lo Stato non dia contributi a nessuno piuttosto che pagare giornali che stampano copie e le distribuiscono gratis solo per far risultare una tiratura maggiore ed incassare di più” ed inoltre, come ad andrea qui sotto, anche a me viene subito in mente l’esempio del Fatto Quotidiano, che prosegue senza contributi statali e mi chiedo perchè anche gli altri quotidiani più diffusi non lo facciano.
In conclusione, può essere una soluzione eliminare del tutto i contributi all’editoria o sarebbe solo dannoso all’informazione? E’ meglio allora cambiare le modalità di erogazione di questi contributi? Se sì, come? Scusate l’insistenza ma mi premerebbe capire come funziona questo settore».

Allora. Sul giornale di carta abbiamo spiegato molte volte come funziona, o meglio, funzionava, il contributo pubblico.

Certo che i truffatori non hanno diritto ad esistere. Ma se qualcuno evade le tasse non vuol dire che queste non vadano pagate.

Sempre, sempre, sempre (antico vizio comunista) abbiamo proposto anche le modifiche secondo noi necessarie per migliorare il sostegno pubblico garantendo risparmi allo stato, trasparenza ai lettori più equità e giustizia nella distribuzione delle preziose risorse pubbliche.

Perciò Giampaolo, mi dispiace, ma hai torto marcio. O sei in malafede oppure perdi almeno qualche minuto a leggere in rete le posizioni che in questi anni «il manifesto», Fnsi, Mediacoop, Articolo21, Cgil e altri hanno fatto sulla riforma dell’editoria.

Allora, come funziona la legge attuale?

E’ lungo e complesso, comunque:

1) La legge non dà “finanziamenti”: rimborsa ogni anno una parte (circa la metà) delle spese documentate (per esempio stipendi, carta, distribuzione, tipografia, affitti, etc.). Quindi rimborsa a posteriori, non regala vitalizi. E’ chiaro che se gli editori presentano fatture false lo stato viene truffato. Ma è come per il falso invalido: non è che se qualcuno si finge cieco allora vanno cancellati gli assegni ai ciechi. Bisogna controllare, come dire, che vadano ai ciechi “giusti”.
2)Lo stato rimborsa queste spese un anno dopo che sono state fatte. A novembre di quest’anno, per esempio, «il manifesto» prenderà il rimborso delle spese già fatte e documentate del 2010. In passato i giornali potevano farsi anticipare il contributo pubblico in banca come qualsiasi altra impresa, con la riforma di Tremonti del 2008, invece, questo non è più possibile e si tratta dunque di rimborsi veri e propri e per questo del tutto aleatori (da un anno all’altro lo stato può decidere aribtrariamente di dare di meno o addirittura niente, vedi sotto).

Pregi e difetti della norma:

Pregi: a meno di falsi e truffe, ripeto, i bilanci, le vendite e le spese dei giornali finanziati dallo stato sono certificati e verificati. Quelli del «manifesto», vi assicuro, sono controllati con scrupolo prima dalle banche, poi dai revisori dei conti, poi da una società di certificazione internazionale, poi da Palazzo Chigi e infine, in caso di controlli, anche dalla Guardia di finanza.

In teoria il sistema offre molta trasparenza. In pratica è pieno di buchi.

Dov’è stata allora la falla principale?

1) I rimborsi erano legati soprattutto alla tiratura e non alla distribuzione. Cioè si prendevano soldi solo per stampare il giornale e non per farlo arrivare in edicola e dunque venderlo. Un buco della norma che ha consentito liquidazioni molto alte a giornali molto piccoli e quasi sconosciuti. Su questo, va detto, il regolamento Bonaiuti approvato l’anno scorso fa chiarezza e dal 2010 non è più così (peccato che nel frattempo Tremonti quel fondo l’abbia di fatto azzerato).
2) Non c’è nessun tetto legato ai dipendenti. E’ chiaro che un giornale “vero” ha bisogno di persone in carne e ossa che lo facciano. La norma attuale però non entra nelle redazioni né impone contratti di lavoro regolari. E’ una richiesta che il «manifesto» ha fatto pubblicamente e in tutte le sedi: oltre alle copie distribuite veramente, il rimborso va collegato anche al lavoro vero che si fa nel giornale. E’ l’unico modo plausibile che abbiamo trovato finora per distinguere i giornali “veri” da quelli “falsi” senza voler entrare nel merito dei contenuti (lo stato cioè non può dire cosa pubblicare e cosa no, può dire però come secondo lui lo devi fare).
3) C’è stata una gestione politica e non industriale dei rimborsi. Il capitolo editoria ha rappresentato, a volte, l’aiutino che il potente di turno concedeva all’editore nazionale o locale come scambio di favori. E’ una prassi che va contrastata innanzitutto a livello politico. Di sicuro fare come ha fatto Tremonti peggiora le cose. Prima c’era la legge che diceva quanto e chi poteva prendere i rimborsi (il cosiddetto «diritto soggettivo»). Nel 2008 Tremonti ha deciso che al posto della legge i rimborsi li avrebbe decisi di anno in anno il governo, snaturando completamente il senso e l’ispirazione della norma con una modifica apparentemente “tecnica” ma in realtà tutta politica.

Quello che lamentiamo nell’assurda situazione attuale è che in Italia non c’è né un vero mercato editoriale dove chiunque possa misurarsi né un vero intervento pubblico che ne limiti le distorsioni e ampli il pluralismo. E’ questo, soprattutto, quello che ci sta a cuore e che ci sembra debba interessare tutti, non solo i nostri lettori/sostenitori.

Pur criticando il mercato, «il manifesto» vuole stare “sul” mercato come tutti gli altri. Per questo chiede come mimimo di lottare ad armi pari senza rinunciare a essere se stesso. Tutto qui. Scusate per la lunghezza poco “internettiana” ma spero di avervi invitato almeno un po’ ad approfondire una questione così complessa, importante e controversa.

Matteo Bartocci

 

Sull’argomento, vale la pena di leggere il supplemento Ultima Ora, pubblicato nel 2010. Il pdf lo trovi qui.