Debito vietato per tutti, il pareggio di bilancio nella Costituzione

E adesso mai più debito Non varrà solo per stato e regioni ma anche per tutti gli enti pubblici. Inclusi Inps, comuni e università

È dio che lo vuole. Cioè il mercato. Cioè l’Unione europea. E quindi si farà, anche se male.

La camera approverà oggi in prima lettura la riforma costituzionale che introduce il pareggio di bilancio non solo a livello centrale ma anche per «tutte le amministrazioni pubbliche». In linea di principio dunque indebitarsi sarà vietato non solo al governo e agli enti locali ma anche all’Inps, le università, la massa del parastato.

Il testo che uscirà dall’aula di Montecitorio (tutti i partiti sono favorevoli) è molto diverso da quello discusso dalle commissioni. Secondo il relatore Donato Bruno (Pdl), i «tempi ristretti» che «la congiuntura economica ha imposto all’Italia» non hanno permesso di «affrontare fino in fondo tutte le numerose questioni aperte».

Che si vari una riforma discutibile lo dice lo stesso Bruno: la materia è «delicata e complessa» e il testo «è ulteriormente migliorabile».

Il lavorio «informale» tra il ministro Giarda e i vari partiti ha portato a una riforma in due tempi: un cambio «conciso e più asciutto» della Costituzione subito (art. 81, 97 e 119) e una legge di attuazione entro il 28 febbraio 2013 che specificherà la normativa di dettaglio.

Il nuovo art. 81 prevede che lo stato assicuri «l’equilibrio tra le entrate e le spese» tenendo conto del ciclo economico. L’indebitamento è consentito solo per «eventi eccezionali previa autorizzazione delle due camere a maggioranza assoluta». D’ora in poi, inoltre, «ogni legge di spesa deve indicare i mezzi per farvi fronte».

La riforma prevede l’istituzione di una sorta di supercommissione bilancio che vigili sul budget. Un organismo parlamentare, tecnico e non politico, che sorvegli i conti e l’andamento dell’economia e del bilancio.

Il ministro ai rapporti con il parlamento Giarda ha fatto capire in aula che il nuovo testo è un compromesso con l’Authority indipendente immaginata da Monti nel suo discorso di insediamento.

In ogni caso, l’attuazione concreta su poteri, eventuali sanzioni, soglia numerica del debito come negli Usa, precisazione delle deroghe, obblighi di correzione e regole generali sulla spesa è affidata alla futura legge attuativa costituzionale.

dal manifesto del 30 novembre 2011

Dal 2012 taglio ai vitalizi dei parlamentari

Blitz di Fini e Schifani con la ministra Fornero. Dal 2012 parlamentari in pensione dopo i 60 anni e con il contributivo. La riforma darà assegni più bassi e più tardi. Ma non per chi è già pensionato.

Zac, dal 1 gennaio 2012 i vitalizi dei parlamentari saranno pesantemente tagliati. Lo hanno deciso con un blitz i presidenti delle camere Fini e Schifani in una riunione a Montecitorio con la neoministra del Welfare Elsa Fornero. Il nuovo sistema entrerà in vigore col nuovo anno e non tocca gli assegni già percepiti dagli ex parlamentari.

Due le novità principali sulla durata e l’importo. Per tutti gli onorevoli in carica o che subentreranno dall’anno prossimo il futuro assegno sarà calcolato col metodo contributivo. Il sistema introdotto nel ’95 con la riforma Dini, com’è noto, collega le pensioni ai contributi effettivamente versati e dunque prevede importi più bassi. Attualmente i contributi degli onorevoli sono pari all’8,6% dell’indennità contro il 33% di un normale lavoratore dipendente Inps.

In più, la pensione non potrà essere mai percepita prima del compimento dei 60 anni di età per chi sia stato eletto per più di un’intera legislatura e al compimento dei 65 anni di età per chi abbia versato i contributi per una sola intera legislatura. Attualmente il sistema prevedeva 65 anni ma a scalare, in modo tale che non sono rari ex onorevoli «baby pensionati».

Secondo stime della camera sono circa duecento i deputati che dovranno aspettare il compimento dei 65 anni per avere diritto alla pensione con le nuove regole. Tra questi anche l’ex presidente leghista Irene Pivetti, che avrebbe potuto andare in pensione ad aprile 2013. Resta in vigore, comunque, l’anomalia di pensioni che si sommano a qualsiasi altro reddito.

L’approvazione definitiva arriverà entro fine anno dall’ufficio di presidenza dei due rami del parlamento ma secondo Fini e Schifani non ci saranno «sorprese». E’ molto probabile che il passaggio al nuovo sistema per gli onorevoli sia il primo passo, da parte della ministra Fornero, per imporre il calcolo contributivo a tutti i lavoratori, anche quelli che furono esclusi dalla riforma Dini.

dal manifesto del 30 novembre 2011

Monti, il sottogoverno è fatto, ora l’Europa

Partiti in ansia sulle misure economiche. Il premier cerca la «trojka A-B-C» e si prepara a convincere Bruxelles

E la squadra è fatta. Zeppa di esperti del governo di centrodestra e di grand commis sconosciuti, politici democratici cencellizzati per correnti e professori più o meno illustri. L’elenco (vedi sotto) non scalda i cuori. Ma chiuderlo evidentemente non è stato facile, visto che il consiglio dei ministri convocato alle 19 è iniziato alle 20.25. Un’ora e mezza di pausa a Palazzo Chigi che è servita a Mario Monti per indicare come nuovo ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi.

Per tutto il giorno, tornato da Milano, il presidente del consiglio ha lavorato alle misure economiche, prima a via XX settembre e poi a pranzo al Quirinale per chiudere con Napolitano la lista del sottogoverno e preparare ciò che conta davvero, l’agenda europea dei prossimi giorni.

Dismessi i panni da presidente del consiglio, infatti, oggi e domani Monti indosserà quelli di ministro delle Finanze. Il premier vola oggi a Bruxelles per la riunione dell’Ecofin e dell’Eurogruppo.

Ad attenderlo soprattutto il primo rapporto dedicato al nostro paese stilato dal commissario agli affari Economici Olli Rehn. Secondo il suo portavoce, Rehn riferirà anche i punti chiave toccati durante i recenti colloqui a Roma non solo con Monti ma anche con il ministro del Lavoro Elsa Fornero e il ministro allo Sviluppo Corrado Passera.

«Il pareggio di bilancio nel 2013 è stato confermato in modo molto chiaro da Monti», ha tenuto a precisare Altafaj, sottolineando quindi che quel che resta da fare è «l’attuazione concreta e il prima possibile delle misure». La situazione di tensione sui mercati, ha concluso il portavoce, è ormai «generalizzata» e «non dipende solo da quel che succede in Italia».

Prima della plenaria, Monti vedrà in un bilaterale il presidente dell’Eurogruppo, il lussemburghese Juncker e il ministro delle Finanze francese Francois Baroin.

«Non amo fare il catastrofista – commenta l’ex premier Giuliano Amato a Ottoemezzo – ma credo non sia sbagliato pensare che al punto in cui siamo sia anche possibile la disintegrazione dell’Euro». Sul tavolo del Consiglio in primo luogo c’è il varo del moribondo fondo salva-stati (Efsf), l’eventuale via libera definitivo alla sesta tranche di aiuti alla Grecia, le proposte di Bruxelles per gli Eurobond.

A margine, ovviamente, anche i piani franco-tedeschi sulla nascita di un euro di serie A tramite una modifica volontaria del Trattato di Lisbona che sancisca l’unione fiscale e di bilancio dei paesi «forti». Del resto, la procedura corretta porterebbe via più di un anno di tempo, varie conferenze intergovernative e la successiva ratifica dei parlamenti nazionali.

Il vertice segna soltanto l’inizio della settimana di passione dell’eurozona che culminerà nel vertice dei capi di governo del 9. L’Italia smentisce ufficialmente qualsiasi richiesta di finanziamento all’Ue o al Fondo monetario. Anche per Altafaj l’ipotesi non è mai stata «discussa» e in ogni caso, «secondo le regole» deve essere avanzata sul tavolo degli organismi internazionali.

Ma il 5 dicembre Monti varerà il suo «pacchetto» di misure «impressionanti» (Merkel dixit) e non c’è dubbio che il premier, tunnel o non tunnel, stavolta voglia assicurarsi davvero prima possibile il consenso della trojka «Abc» (Alfano, Bersani, Casini).

L’ansia dei partiti è alle stelle. Il Pdl ribadisce il no alla patrimoniale. Il Pd teme la stangata sull’Iva e la scure sulle pensioni. «Quando chiama ci sono», dice Bersani. «Lo vedrò nei prossimi giorni», assicura Alfano. Il governo Monti ormai è in corsa ma a giudicare dalla bassa qualità della squadra non dovrebbe durare oltre la primavera.

Il primo vero test in aula sarà oggi pomeriggio alla camera, con la votazione in prima lettura (entro domani) della riforma costituzionale sul pareggio di bilancio. Il lavorio, rigorosamente dietro le quinte, dovrebbe portare a un testo finale molto più snello di quello approvato all’unanimità dalla commissione.

Il ministro ai rapporti col parlamento Giarda si sarebbe orientato a un articolato più snello, che punti tutto o quasi sulle leggi attuative. Pare scontato che il governo varerà una super-commissione indipendente sui conti pubblici sul modello del «Cbo» americano. Un’ipotesi che però fa infuriare la Corte dei conti, che si sentirebbe defraudata del controllo contabile sulle leggi dello stato.

dal manifesto del 29 novembre 2011

Fondi editoria, il Tar salva Angelucci per Libero e Riformista

Una sentenza clamorosa del Tar del Lazio dà torto all’Agcom e restituisce provvisoriamente alla famiglia Angelucci i 43 milioni di euro del fondo editoria dal 2006 al 2010 (vedi il manifesto del 30 marzo).

La II sezione del Tar presieduta da Luigi Tosti ha anche annullato la multa da 103mila euro contro l’on.le Antonio Angelucci, deputato Pdl ed editore di due giornali finanziati dallo stato: Libero e fino a pochi mesi fa anche il Riformista.

Il Tar (sentenza n. 9285) non entra nel merito della decisione dell’autorità alle Tlc (la legge del resto vieta espressamente i contributi pubblici a più di una testata per editore, qui la decisione dell’Agcom integrale). Né ha accolto il ricorso del deputato relativo al controllo occulto e al finanziamento illegittimo delle due testate.

Tuttavia ha cancellato lo stesso il provvedimento per due cavilli.

  1. Il primo asserisce che il diritto di difesa del deputato-editore è stato violato perché non è stato ascoltato personalmente dai commissari come da lui richiesto. Questo nonostante le società coinvolte, il gruppo Tosinvest, la Fondazione San Raffaele e gli Angelucci si siano avvalsi di fronte all’Agcom di ben quattro studi legali molto noti: Guizzi, Libonati, D’Amelio Sciacca e Carleo.
  2. Sul secondo, invece, scoppia il giallo del refuso: come si calcola il quorum dei 9 commissari guidati da Corrado Calabrò?

I 43 milioni a Libero e Riformista furono sospesi a febbraio grazie a 4 sì, 3 astenuti e solo 2 contrari. Il Tar ha dato ragione al legale di Angelucci, Gianluigi Pellegrino, secondo il quale la decisione non è valida perché non fu presa a maggioranza dei presenti (solo 4 sì su 9) come prevedeva il regolamento originario dell’Agcom.

Nel dibattimento però è emerso che quell’interpretazione è superata. Dal 23 gennaio 2008, proprio per chiarire il «computo del quorum funzionale degli organi collegiali con specifico riferimento alle ipotesi di astensione», il regolamento fissa la soglia per le decisioni dell’autorità alla maggioranza dei «votanti» e calcola gli astenuti come «non presenti».

La votazione contro Angelucci quindi sarebbe valida: 4 sì contro 2 no. Secondo il Tar però la Gazzetta contiene un refuso non corretto che parla ancora di presenti. Perciò la modifica adottata dall’Autorità «non è mai stata pubblicata» e dunque «non esiste».

Il giallo si infittisce. Sui siti specializzati sull’editoria e su un archivio attendibile come gazzette.comune.jesi.an.it, nella gazzetta ufficiale n. 95 del 22 aprile 2008, a pag. 26, la modifica al regolamento dell’Autorità appare nella forma corretta (decisioni a maggioranza dei votanti) e senza refusi.

Dall’Autorità nessun commento. Non si arriva a parlare di sentenza politica, ci mancherebbe, però in diversi si spingono a parlare di decisione «molto confusa»: «Motivazioni puramente formali che non cambiano minimamente la delibera».
La sezione presieduta da Luigi Tosti non è nuova a sentenze clamorose. Nel 2008 ha annullato le strisce blu che a Roma erano in vigore da 4 anni e a luglio ha sciolto la giunta Alemanno per le quote rosa. E’ molto probabile che l’ultima parola spetterà al Consiglio di stato.

Aggiornamento:

In data 30 novembre 2011 l’Agcom ha presentato il ricorso al Consiglio di stato. Leggi qui.

Mr. Monti e il «pacco» di Natale

Il «pacchetto» di tagli e riforme promesso da Mario Monti arriverà. Ma con calma, come sfotteva «il Foglio» venerdì. Sarà approvato venti giorni dopo il giuramento, il 5 dicembre. Subito prima del delicato vertice europeo dei capi di stato e di governo del 9.

Le misure dovrebbero articolarsi in almeno un decreto legge più alcuni disegni di legge. E a tutto il «pacchetto» dovrebbe essere garantita la corsia preferenziale in parlamento in modo da essere approvato entro natale.

Il premier oggi è tornato a Milano per una giornata di riposo. Ma ieri per tutto il giorno è rimasto chiuso a via XX settembre prima con i vertici del Tesoro (Vittorio Grilli e Vincenzo Fortunato) più il ragioniere generale dello stato Mario Canzio. Poi in un primo vertice dedicato alla «crescita» con i ministro Passera (sviluppo), Elsa Fornero (welfare), Pietro Giarda (rapporti col parlamento), Enzo Moavero (politiche europee).

Il volume delle misure – vista la conferma del pareggio di bilancio nel 2013 – dovrebbe essere una mega manovra da 25-30 miliardi. In pole position le misure sulla casa (nuova Ici e aumento rendite catastali), Iva (10% e 21%), mini patrimoniale, uso del contante sotto 300 euro. I tecnici però sono ancora alle prese con le varie simulazioni. E’ scontato, a questo punto, che Monti attenda le valutazioni dell’Ecofin di mercoledì prima di mettere nero su bianco in Italia i suoi decreti.

In ambienti governativi si tende a minimizzare le attese. Chi va piano va lontano. I problemi sul tavolo del resto sono infiniti: da un lato si vocifera di conti pubblici più in sofferenza di quanto dichiarato da Tremonti; dall’altro fare le riforme «strutturali» – quelle dedicate alla «crescita» – richiede passaggi complessi da negoziare con i partiti e le parti sociali.

L’Europa chiede forti liberalizzazioni (direttiva Bolkestein) e privatizzazioni spinte dei servizi pubblici locali e delle Poste (che Passera ben conosce perché le ristrutturò prima di arrivare a BancaIntesa). Sono strade impervie per qualsiasi governo.

Partire e non arrivare al traguardo sarebbe esiziale. Così nel decreto si potrebbero anticipare solo cose già studiate, come ad esempio l’adeguamento delle pensioni alle aspettative di vita. Per le le riforme più ambiziose – fisco, pensioni, lavoro, welfare, bisognerà attendere i vari ddl.

E’ un rallentamento imprevisto, che mette sul chi vive i partiti, tagliati fuori dall’elaborazione dei sacri testi. Il Pd più di tutti, perché privo di sponde nelle alte sfere ministeriali, rimaste identiche a quelle del governo precedente.

Sottosegretari: Grilli ha 524.840 dubbi 

Entro martedì Monti nominerà viceministri e sottosegretari. Dovrebbero essere tutti tecnici. La quadra si è incagliata sulle caselle care al Cavaliere: Giustizia e Comunicazioni (qui non è escluso che se il Pdl insisterà con gli impresentabili Monti mantenga la delega a Passera).

Tutto da verificare resta il «caso» Grilli all’Economia. L’attuale direttore generale è pronto a fare il viceministro ma non vuole ridursi lo stipendio. Adesso guadagna 524.840 euro lordi, come politico non arriverebbe a 180mila (7mila netti mensili). Per lui si studia il cumulo di cariche come fu per Bertolaso.

dal manifesto del 27 novembre 2011

Mario il temporeggiatore

Monti vede Rehn e aspetta l’ok da Bruxelles. Ma la crisi ormai vola Sorpresa, Germania e Olanda (con la Bce) chiedono al Fmi di finanziare i paesi europei in difficoltà

Il core business di Mario Monti è l’Europa. Un continente in crisi, in cui evitare passi falsi è la priorità. Dopo l’enorme fiducia concessagli, Monti vuole ottenere il via libera di Bruxells su tutto ciò che farà.

Ma il tempo non si ferma e il Professore sa che deve fare in fretta. «Presenteremo le misure quando siamo sicuri, non si possono fare annunci e poi tornare indietro», si difende il ministro dell’Ambiente Claudio Clini. La manovra arriverà in parlamento prima del decisivo vertice europeo del 9 dicembre. Dove l’Italia in qualche caso potrebbe addirittura trovarsi tra i primi della classe, anticipando la creazione di un’authority di vigilanza sui conti pubblici inserendola nella riforma sul pareggio di bilancio che sarà approvata alla camera entro mercoledì.

Audito in parlamento ieri, il commissario agli Affari economici Olli Rehn ha provato ad alleggerire il clima immaginandosi «Don Camillo e Peppone che sostengono il governo Monti».

Ma freddure a parte, il finlandese ha delineato un quadro critico: «l’Europa è in stallo», il Pil dell’eurozona crescerà solo dello 0,5% nel 2012 e la disoccupazione «resterà alta». «Il risanamento dei conti pubblici – ammette Rehn – è ancora più complesso. Ormai il contagio (sic) del debito è arrivato al cuore (core) dell’Europa».

In questo contesto, l’Italia «è un paese troppo vulnerabile al mercato» e dunque deve «crescere di più». Come? Rehn lo dice per titoli: «riforma del mercato del lavoro e della pubblica amministrazione, dismissioni, liberalizzazioni». Un menù antico al quale il commissario al Mercato interno Michel Barnier, audito anche lui dalle camere, ha aggiunto soprattutto il recepimento integrale della direttiva Bolkestein che liberalizza i servizi.

Per ora la commissione è indulgente con l’Italia. Su di noi pendono due multe: una per la mancata ricapitalizzazione delle banche e l’assenza di un tetto ai bonus dei banchieri; l’altra per la «golden share» di Tremonti contro le scalate straniere di società strategiche o partecipate dallo stato.

All’Ecofin di martedì la Commissione presenterà il primo rapporto sull’Italia. Rehn ricorda che i paesi a rischio di sanzioni per il budget 2012 sono già cinque: Cipro, Malta, Ungheria, Polonia e Belgio.

Avverte che dal 13 dicembre cambia musica. Di fatto la Commissione diventerà l’arbitro ultimo delle finanziarie nazionali. Se Barroso e Rehn chiedono di multare i paesi inadempienti, i governi del Consiglio europeo si possono opporre solo a maggioranza qualificata (evento altamente improbabile).

Nella sua audizione Rehn è esplicito: «Il 2003 non si ripeterà più. Userò da subito tutti i miei poteri». Com’è noto, nel 2003 un’intesa tra Francia e Germania (con la benedizione italiana di Tremonti) consentì ai due paesi di sforare il 60% del debito. Stavolta il Belgio (senza governo da oltre 500 giorni) rischia una multa automatica da 700 milioni (lo 0,2% del Pil).

La crisi europea si avvicina all’ingestibilità. Più i debiti sovrani crollano, più crollano le banche che li hanno comprati. Più crollano le banche, meno scorre l’economia. Una spirale perversa che sta contagiando il resto del mondo. A Washington, nella sede del Fondo monetario (Fmi), studiano già i piani di emergenza.

La prima nazione dell’Europa occidentale a chiedere il salvataggio del Fmi potrebbe essere la Spagna. Secondo la stampa madrilena il nuovo governo Rajoy starebbe studiando un fondo salva-banche quasi identico alla legge «Tarp» approvata dal governo Bush nel 2008. Lo stato comprerebbe dalle banche i titoli tossici del mercato immobiliare attraverso una «bad bank» pubblica. Il problema è che questi titoli basura valgono 300 miliardi e Madrid non li ha: potrebbe chiederne un po’ al Fmi.

Il quadro si complica sempre di più. Il «Fondo salva stati» è un morto che cammina: con quasi tutti i paesi europei declassati, il “salvatore” è considerato meno sicuro dei “salvati”, più fragile dei bond tedeschi, troppo piccolo per funzionare davvero, infinanziabile se il «contagio» si radicherà nel cuore dell’Europa. Rehn ha fatto capire che il suo potenziamento (fondo «Esm») potrebbe essere anticipato al 2012.

Ma dalle parti di Francoforte (e non solo) aleggia un’idea diabolica. Germania, Olanda e Finlandia hanno chiesto ieri al Fondo monetario di finanziare i paesi in crisi. Magari attraverso prestiti bilaterali delle banche nazionali (e in futuro della Bce). E’ l’unico modo, forse, per fare in fretta aggirando statuti internazionali vetusti e opinioni pubbliche nordiche sempre più ostili.

Per ora nessuna conferma ma una fonte interpellata dall’Ansa fa notare che quattro giorni fa l’Fmi ha annunciato meccanismi di prestito più flessibili, in particolare verso i paesi con «fondamentali solidi» in difficoltà.

dal manifesto del 26 novembre 2011

Parlamento ko, Monti c’è ma non si vede

Europa über alles, Monti concorda l’agenda con Napolitano, Fini e Schifani Il pareggio di bilancio nella Costituzione è tutto da scrivere . Ma il governo «senza partiti» ottiene corsie preferenziali per gli interventi economici

«Vi ravviso, o luoghi ameni, in cui lieti, in cui sereni, sì tranquillo i dì passai della prima gioventù». Alla camera Piero Giarda esordisce da ministro per i rapporti col parlamento citando Bellini (la Sonnambula). Ma subito un grido lo interrompe: «Professore, sulla lirica è forte, questo lo sappiamo. Adesso però vediamo il resto».

Il “benvenuto” – rozzo ma efficace – viene da Giancarlo Giorgetti, leghista d’opposizione ma anche presidente della strategica commissione Bilancio e relatore della riforma costituzionale che importerà le regole di Maastricht nella Carta del ’48.

Nel deserto generale, al di là delle citazioni e delle nostalgie il clima è quello che è («Devo dire preliminarmente che sono un po’ imbarazzato a riprendere i miei interventi alla camera dopo undici anni e sei mesi», ricorda Giarda con precisione certosina).

Il ddl costituzionale uscito dalle commissioni con voto bipartisan sicuramente sarà cambiato dal nuovo governo. Ma nessuno sa ancora né come né quanto. A peggiorare le cose, una riunione informale martedì sera del neoministro con i maggiorenti della Bilancio e della Affari costituzionali di cui pochi deputati erano a conoscenza. Sede amena ma opaca, per il primo scambio di opinioni su una riforma che tutti vorrebbero profonda nella gestione delle finanze pubbliche («Ho reagito perché mi hanno dato delle carte e ho espresso le mie reazioni su queste carte», si difende Giarda).

Anche se tutti i partiti sono favorevoli, nel dibattito parlamentare di ieri (aula quasi deserta) la norma viene sezionata. Si capisce subito che presenta molti punti deboli e oscuri. C’è il timore che la Corte dei conti possa «commissariare» il parlamento portando le leggi alla Consulta. La paura che blindare le spese degli enti locali (che pesano per il 50% del totale ma avviano anche il 70% degli investimenti pubblici) renda il sistema ingestibile concretamente.

C’è chi chiede una commissione indipendente di controllo dei conti sull’esempio del Congressional budget office americano. E c’è anche tanta ideologia, con i «falchi» che vorrebbero un tetto al debito come negli Usa e le «colombe» che sperano a un intervento costituzionale soft, che si limiti a una dichiarazione di principio e affidi la materia all’attuazione concreta.

Il pareggio di bilancio, del resto, Berlusconi e Monti lo hanno già deciso dal 2013 da soli, senza bisogno di modificare ben quattro articoli della Costituzione.

Giarda in aula ammette le difficoltà di un dibattito spinoso e ancora in alto mare: «Non c’è un testo o un’opinione del governo». Martedì se ne saprà di più. Il democratico Marco Causi lo dice chiaro: «L’impegno va rispettato in tempi brevi raggiungendo in via preventiva tramite consultazioni informali il consenso necessario ad approvare fin dalla prossima settimana un testo definitivo».

In confronto la Costituzione modificata dal centrodestra in una baita di Lorenzago era una procedura trasparente. La road map è certa: entro la fine del mese il ddl deve passare sia alla camera che al senato, in modo da poter diventare definitivamente legge già a marzo.

Le camere insomma assistono inerti ai primi passi del governo Monti. Si andrà avanti così: maggioranze variabili sui provvedimenti parlamentari extra economici (il Pd insiste sulla legge di cittadinanza e il taglio dei deputati) e valutazione caso per caso delle varie forze sulle proposte del governo. Una palude nebbiosa, senza partiti, da cui si rischia di non uscire più.

Senza sottosegretari manca chi segua concretamente l’iter delle leggi. E senza un’agenda concordata i vari ministri non si sono ancora presentati alle commissioni per illustrare il programma di propria competenza. L’ordine per tutti è obbedir tacendo. Giarda (come Berlusconi?) dice perfino di non leggere i giornali da 15 giorni.

I partiti non ci sono più ma Monti sì. E lavora. Appena tornato da Bruxelles il primo ministro si chiude a pranzo con Fini e Schifani per concordare una «corsia preferenziale» permanente in entrambe le camere riservata agli interventi economici.

Subito dopo è salito al Quirinale per riferire sulla situazione europea e discutere del delicatissimo vertice di oggi a Strasburgo con Merkel e Sarkozy. Non è escluso che con Napolitano sia affiorata anche la scelta dei sottosegretari. Una quadra difficile, alla quale tutti lavorano sotto traccia e che deve essere composta prima possibile, probabilmente entro lunedì.

dal manifesto del 24 novembre 2011

Pareggio di bilancio: Maastricht entra nella Costituzione

Riforme: regola aurea=regola ferrea. Dal 2014 pareggio di bilancio obbligatorio per lo stato e gli enti locali. Deficit solo in caso di catastrofi o “grave recessione”. La finanziaria diventa una vera legge «speciale».

Il primo atto del governo di «impegno nazionale» sarà riformare la Costituzione introducendo l’obbligo del pareggio di bilancio per tutti i conti pubblici: da quelli dello stato a quelli di regioni, province e comuni.

Inizia oggi alla camera il lungo viaggio della cosiddetta «regola aurea». Il primo voto in aula è previsto per martedì prossimo, ma il neoministro Piero Giarda si è augurato ieri che entro la prossima settimana arrivi il secondo via libera (sui quattro necessari) anche dal senato.

La norma, scritta praticamente all’unanimità da tutti i partiti, riscrive quattro articoli della Costituzione (81, 100, 117 e 119) ed entrerà in vigore dal 2014 (leggi qui).

Legge di bilancio e rendiconto consuntivo generale (quello su cui è caduto Berlusconi) assumono il rango di leggi “speciali”, da approvare ogni anno entro il 30 giugno con maggioranza non più semplice ma «assoluta» dei membri delle camere.

Il cuore della riforma è l’introduzione dei criteri di Maastricht e del patto di stabilità nel nuovo articolo 81: «Lo stato, nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio». Tot entra di tasse, tot puoi spendere. Soltanto due le deroghe previste: eventi «eccezionali» (tipo catastrofi naturali) e una «grave recessione economica».

Anche in questo caso però il debito deve essere «accompagnato da un percorso di rientro» e soprattutto deve essere autorizzato «con deliberazioni conformi delle due camere» a «maggioranza assoluta». E’ una regola simile ma più restrittiva del tetto al debito che ha consumato la politica Usa quest’estate.

Peggio ancora, a cascata il principio del pareggio di bilancio viene esteso «a tutte le pubbliche amministrazioni» e a tutti gli enti locali. Alla faccia del federalismo, sarà il governo con la finanziaria annuale a imporre a tutti il deficit zero.

La riforma prevede «controlli preventivi e consuntivi». Un tema su cui Mario Monti è molto sensibile. Nel suo discorso alle camere il premier ha fortemente sostenuto il ddl aggiungendo una postilla che aleggia nel dibattito europeo: l’introduzione di una sorta di authority indipendente che vigili sui conti pubblici.

Questo il passaggio integrale dal discorso di Monti al senato: “È in discussione in Parlamento una proposta di legge costituzionale per introdurre un vincolo di bilancio in pareggio per le amministrazioni pubbliche, in coerenza con gli impegni presi nell’ambito dell’Eurogruppo. L’adozione di una regola di questo tipo può contribuire a mantenere nel tempo il pareggio di bilancio programmato per il 2013, evitando che i risultati conseguiti con intense azioni di risanamento vengano erosi negli anni successivi, come è accaduto in passato. Affinché il vincolo sia efficace, dovranno essere chiarite le responsabilità dei singoli livelli di Governo. A questo proposito ed anche in considerazione della complessità della regola, ad esempio l’aggiustamento per il ciclo, sarà opportuno studiare l’esperienza di alcuni Paesi europei che hanno affidato ad autorità indipendenti la valutazione del rispetto sostanziale della regola, dato che in questa materia la credibilità nei confronti di noi stessi e del mondo è un requisito essenziale”.

 

Se così sarà, non solo il parlamento potrà fare poco o nulla ma anche i ministri potrebbero essere commissariati per sempre rispetto a entrate e uscite. Non è escluso che il governo introduca in aula modifiche al testo parlamentare. Per ora, la norma affida alla Corte dei conti la vigilanza su tutti i bilanci, concedendole il potere di ricorrere alla Consulta in caso di sospette violazioni contabili.

Vincolare i bilanci alla disciplina ferrea delle compatibilità europee è un impegno che tutti i governi, incluso Berlusconi, hanno preso nel marzo scorso con il cosiddetto patto «Euro plus», che recepiva la riforma tedesca del 2009.

Da allora quell’impegno è rimasto in naftalina finché la Bce, nella famosa lettera del 5 agosto, ci ha chiesto di onorarlo. Il 10 novembre le commissioni hanno terminato i lavori (tra i 14 esperti consultati figura anche il neoministro Giarda, leggi qui). Se nel 2012 la legge sarà approvata definitivamente con una larga maggioranza anche qui, come in Spagna, non ci sarà nessun referendum confermativo dei cittadini.

Oltreoceano la «regola aurea» è un cavallo di battaglia dei repubblicani ed è una «priorità assoluta» per la maggioranza guidata da John Boehner. Ma i sogni anti-deficit della destra Usa si sono infranti il 15 novembre scorso, quando l’emendamento costituzionale sul pareggio di bilancio è stato bocciato dalla camera, mancando di 23 voti il quorum dei due terzi richiesto (leggi qui).

Finora dei grandi paesi europei la Francia ha iniziato l’iter e solo la Spagna l’ha ratificato (leggi qui). Senza benefici visibili, tra l’altro, per i propri «spread».

Una contraddizione di cui anche la relazione che accompagna il ddl è consapevole: «In prospettiva il limite all’indebitamento potrebbe risultare addirittura eccessivo» – scrivono Bruno (Pdl) e Giorgetti (Lega) a pag. 7 – ma «è chiaro che ci troviamo di fronte a un’emergenza»: «occorre dare un segnale politico forte ai mercati».

Di sicuro non saranno i giuristi a salvare l’economia dal suo fallimento.

Legiferare sull’onda dell’emergenza raramente produce buoni risultati, basti pensare ai vari «pacchetti sicurezza» tirati fuori dopo qualche odioso delitto. Ma cambiare la Costituzione sull’onda degli «spread» è perfino peggio.

Già il centrosinistra cambiò il titolo V a pochi giorni dal voto per dare un segnale sul federalismo. Da allora quella mezza riforma ha ingolfato la Consulta di ricorsi. Tra legislazione «esclusiva» e «concorrente» decidere su un mucchio di questioni (per esempio le scelte sul nucleare o le «internalizzazioni» dei precari) è un calvario. Non a caso, questo ddl costituzionale toglie l’«armonizzazione dei bilanci pubblici» dalle competenze concorrenti affidandola a quella «esclusiva» dello stato.

Ulteriore dimostrazione che è la politica, non il diritto, a governare le umane sventure.

dal manifesto del 23 novembre 2011

 

 

 

 

 

Bce, eurobond e conti, Mr. Monti alla prova d’Europa

È in carica da meno di una settimana. Ma ha di fronte a sé decisioni epocali sul futuro dell’eurozona e sui disastrati conti pubblici italiani.

Nel suo primo vero consiglio dei ministri Mario Monti si mantiene ancora sulle generali. Agli altri «professori» insediati a Palazzo Chigi illustra a grandi linee la linea che terrà nei vertici europei di questa settimana e l’impianto generale dei primi provvedimenti economici. Le parole d’ordine sono «una stretta collegialità» (vigilata dalla presidenza del consiglio) e una ritrovata «centralità del parlamento».

Nella sua «missione impossibile» (così l’ha definita alla camera chiedendo la fiducia) Monti incassa il pieno sostegno degli Stati uniti in una lunga telefonata con Barack Obama.

Anche la Casa Bianca è preoccupatissima per l’euro. E un ritorno dell’Italia sulla scena europea nella sua tradizionale funzione di “ago della bilancia” tra Francia e Germania può contribuire a evitare l’abisso. Monti è favorevole agli eurobond (con la Francia) ma è contrario alla revisione dello statuto della Bce (con la Germania). Di fatto, se salterà la «tripla A» della Francia il cosiddetto fondo salva-stati è abortito prima ancora di nascere. Il debito di chi doveva garantirlo non è più a prova di bomba: rimarrebbero solo 6 paesi nell’Olimpo della solvibilità.

L’era «Merkozy», visti anche i risultati, è forse alle spalle. Oggi il premier italiano sarà a Bruxelles per un faccia a faccia con le istituzioni comunitarie: colazione di lavoro Pranzo con Barroso e Rehn, nel pomeriggio vertice con Van Rompuy e in serata incontro con gli europarlamentari italiani. Ad accompagnarlo il neo ministro per gli Affari europei Enzo Moavero (suo storico braccio destro) e il numero due del Tesoro Vittorio Grilli.

Giovedì vedrà a Strasburgo Merkel e Sarkozy in un trilaterale decisivo per l’Ue e il nostro paese. Con Barroso Monti ha in agenda il piano sugli eurobond (stability bond) che la Commissione presenterà domani e anche un confronto sulle misure urgenti che l’Italia dovrà adottare dopo le recentissime ispezioni dell’Unione.

Il calo del Pil e l’aumento degli «spread» sul debito richiedono una manovra di aggiustamento certamente superiore ai 15 miliardi (sarebbe la quinta nel 2011 dopo il decreto sviluppo, i due decreti di agosto e la finanziaria emendata da Tremonti).

Se Monti varerà un ddl e uno o più decreti non è ancora definito: ieri di fronte ai ministri ha ribadito l’assoluta «centralità» del parlamento. Un orientamento raccolto da Gianfranco Fini, secondo il quale dopo i guasti dell’era Berlusconi la decretazione d’urgenza tornerà ad essere limitata «se non eccezionale».

E’ inevitabile, del resto, che intervenire su conti e crescita richiederà un mix di strumenti: oltre al decreto legge (il premier vorrebbe metterci un «pacchetto» complessivo) sono necessari decine di decreti ministeriali per completare le riforme lasciate a metà dal precedente governo (dal federalismo alla Gelmini al fisco), più la necessaria attenzione alle camere su decisioni «politicamente» sensibili come Ici, patrimoniale, pensioni, mercato del lavoro, etc.

Da domani la camera discuterà (in prima lettura) l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. Una misura molto controversa (si cambiano 4 articoli della Carta) ma che Roma si è già impegnata ad approvare con tutte le istituzioni comunitarie.

Per mostrare ai partner europei che l’Italia è nuovamente credibile, Monti ha ricevuto ieri a Palazzo Chigi il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Una riunione operativa, concreta, che deve sminare il campo in un esordio internazionale da far tremare i polsi e che culminerà nel primo Ecofin del 28 e 29 novembre. Un vertice a cui l’Italia arriva da «sorvegliata numero uno».

Sui conti bisognerà fare in fretta. Perché la luna di miele con le cancellerie europee è di fatto già finita. A Berlino lo attendono a braccia aperte ma non a mani vuote: «Sono certo che Monti esporrà i piani del governo per il risanamento delle finanze e per implementare la competitività», afferma il portavoce della Merkel Steffen Seibert presentando l’incontro di giovedì.

dal manifesto del 22 novembre 2011

Dopo la fiducia, gli schiaffoni di Mr. Monti

Il Professore incassa una fiducia bulgara ma avverte i partiti: se staccate la spina a me, cittadini e mercati poi la staccheranno a voi. Alla camera 556 sì e 61 no (la Lega più Scilipoti e Mussolini). L’Italia torna in Europa, con Merkel e Sarkozy.  Il premier userà il feeling «permanente» con Parigi e Berlino contro la palude che lo attende in patria. A cominciare dal risiko dei sottosegretari

Tecnico sì ma non certo digiuno di politica. Mario Monti ottiene una fiducia bulgara alla camera (556 sì e soltanto 61 no, quelli della Lega più Mussolini e Scilipoti) ma è consapevole lui per primo che la forza dei numeri non sempre è pari a quella della politica.

Sulla carta nessun esecutivo della storia ha mai avuto una fiducia così ampia dal parlamento. Ma nella sua replica alla camera, di fronte ai big di tutti i partiti, si vede subito che il Professore ci tiene a mettere le cose in chiaro dall’inizio. E di quando in quando, su tutti i punti chiave, lascia partire staffilate che dietro l’ironia e il sarcasmo arrivano dove devono.

Monti non dismette per un minuto i panni dell’«umiltà» e della «sobrietà» che hanno contraddistinto i primi passi del suo governo «di impegno nazionale». Dice che deve ancora «imparare» tante cose, che è un «novizio» delle aule parlamentari. Ancora una volta, inizia con omaggi e applausi per tutte le cariche che contano (per Gianni Letta secondo inchino e standing ovation in due giorni).

Alle molte perplessità sentite dentro e fuori l’aula Monti risponde citando la propria biografia. Ai leghisti in rivolta: «Di fronte a certi discorsi ho quasi un sussulto, non sono settentrionale io, non sono lombardo e varesino?».

Agli italiani all’estero che si sentono trascurati: «Vi capisco, per dieci anni sono stato anch’io un italiano all’estero». E ancora: «Io, nato a Varese, avevo un padre nato in Argentina, figlio di emigrati italiani, italiani all’estero».

Parla di sè per scoprirsi ma anche per scoprire le carte altrui. «Chiamatemi come volete – dice in aula prima e ai giornalisti poi – certo non sono ancora abituato a rispondere come presidente del consiglio. Come diceva Spadolini, i presidenti passano i professori restano».

E’ soprattutto all’accusa di essere un agente dei «poteri forti» che Monti reagisce con veemenza: «La considero offensiva. Di poteri forti, lo dico con molto rispetto, in Italia non ne conosco, magari l’Italia avesse un po’ di più qualche potere forte». Il Professore racconta di aver conosciuto i poteri forti quando era a Bruxelles – «quelli veri», li chiama – e ricorda che all’epoca aveva «resistito alle pressioni del presidente degli Stati uniti e l’Economist scrisse che per il business americano ero come Saddam Hussein» (era il 25.10.2002, leggi qui).

Monti non ha problemi nel riconoscere che «molta parte della responsabilità della crisi» è dovuta a «gravissimi vizi di funzionamento delle istituzioni finanziarie e dei mercati». Tuttavia invita ciascuno a prendersi le proprie responsabilità. A cominciare dalla politica, «da decisioni prese per decenni in quest’aula, quando c’era poca attenzione ai temi dell’equilibrio della finanza pubblica».

Umiltà ma anche determinazione, contro chi vuole mettergli i bastoni tra le ruote. Non a caso sul finale lancia due stoccate che sono uno schiaffo soprattutto alle pretese revansciste del Pdl.

«Pensiamo che se noi faremo un buon lavoro, nel darci o ritirarci la fiducia forse voi dovrete anche tener conto di quali sono le conseguenze per quanto riguarda la fiducia dei cittadini in voi». Come a dire, insieme partiamo e insieme cadiamo, se fallisco io la colpa è di chi non mi ha sostenuto e il popolo lo capirà.

Ma il vero asso nella manica del Professore è il ritorno permanente dell’Italia al tavolo dei grandi. Cancellando il Berlusconi-fantasma degli ultimi mesi, Monti annuncia che Roma torna stabilmente accanto a Parigi e Berlino nella complessa geografia europea.

Martedì sarà a Bruxelles per incontrare Barroso e Van Rompuy e giovedì, a Strasburgo, inaugurerà il nuovo asse italo-franco-tedesco. Se le cose si complicano tra i sostenitori in patria, gli alleati d’Oltralpe – quelli “veri” – faranno sentire la loro voce.

La cautela è d’obbligo. Ministri muti e carte ben coperte sui primi provvedimenti del governo. Ma a chi già lancia sue ricandidature a Palazzo Chigi (Bocchino) o al Quirinale (Casini) fa capire: «Non mi accingerei neanche ad andare oltre alla fine della legislatura, questo l’ho chiarito a tutti. E poi in vita mia non mi sono mai candidato a nulla».

«Certo – dice guardando lo scranno ancora vuoto di Berlusconi tra i banchi del Pdl – se fosse possibile rendere questo concetto di profonda dipendenza del governo dal parlamento con espressioni diverse da quella di staccare la spina, ne sarei grato». E tra gli applausi schiaffeggia: «Non ci consideriamo un apparecchio elettrico e saremmo incerti se essere un rasoio o un polmone artificiale». Sottinteso ma ben leggibile: ai partiti.

Tanta fiducia, e tanta chiarezza, non nascondono le difficoltà nella nascita del governo. Tra Pd e Pdl è già partito – sottotraccia – un duro scontro sui futuri sottosegretari.

I democratici insistono per affiancare ai tecnici ex parlamentari che siano in grado di condurre in porto le iniziative legislative nelle varie commissioni. Nomi affidabili, va da sé, che consentirebbero un minimo potere di controllo anche alle vecchie opposizioni. Il Pdl, al contrario, mira a zavorrare Monti promuovendo a sottosegretari la maggior parte dei capi di gabinetto dei ministri uscenti, a cominciare dal più potente di tutti, Vincenzo Fortunato, storico deus ex machina di Tremonti all’Economia.

dal manifesto del 19 novembre 2011