Dagli Usa venti di guerra su Angela

Anche i tedeschi devono pagare la crisi e aiutare il resto d’Europa. Sulla stampa mondiale è tutti contro tutti. Secondo il «Wall Street Journal» Merkel chiese a Napolitano le dimissioni di Berlusconi. Tra polemiche e smentite il giornale mette la Germania con le spalle al muro: è tanto onnipotente quanto inefficace nel salvataggio dell’euro.

Nel pomeriggio del 20 ottobre la cancelliera tedesca Angela Merkel ha telefonato al presidente della Repubblica per chiedergli molto gentilmente di «sostituire» un Silvio Berlusconi «troppo debole»: se l’Italia non riesce a cambiare, allora cambiate il primo ministro, bitte.

Lo scrive il Wall Street Journal in una lunga inchiesta pubblicata ieri. L’articolo di Marcus Walker, «basato su due dozzine di interviste a politici internazionali e documenti riservati», rivela come la Germania ha fronteggiato il «pericolo Italia» imponendo il suo potere su «un’Eurozona divisa». Deutschland über alles. E i due capigruppo del Pdl insorgono. Gasparri paragona in modo paradossale la Merkel a Hitler, Napolitano a Petain e Monti a Quisling. Mentre Cicchitto tira in ballo «la nota ostilità di potenti forze statunitensi contro l’euro».
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Editoria, per Monti il contributo pubblico è indispensabile

Il governo è pronto a garantire il pluralismo: le proposte sono tante ma il tempo è poco. Le testate a rischio chiusura si incontrano oggi nella redazione del giornale di Rifondazione comunista. Conto alla rovescia per 90 pubblicazioni. Il premier «glissa» sulle frequenze tv ma si impegna a fermarlo.

«Dopo 41 anni di storia questa potrebbe essere l’ultima volta che il manifesto fa una domanda al presidente del consiglio»… Parole che mai avremmo voluto pronunciare ma che, purtroppo, sono vere. Per noi come per altri novanta giornali di idee, in cooperativa, non profit e di partito, che rischiano di morire strangolati da un disimpegno pubblico totale e da un mercato unico al mondo come quello italiano, che concentra nella televisione nazionale (Rai e Mediaset) quasi il 50% delle risorse private complessive.
Una competizione truccata. Che l’ex commissario europeo alla concorrenza promette di correggere solo in parte. Nella sua conferenza stampa di fine anno, infatti, il Professore ha glissato sulla domanda relativa alle frequenze tv e alla pubblicità ma ha lasciato aperto uno spiraglio sul fondo all’editoria.

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Monti il “tedesco”, prova a convincere la Germania

Il Professore non scopre le carte sulle sue prossime mosse. Ma più che in parlamento, cerca l’accordo dei partner e dei vertici europei. Giro di incontri con Cameron, Merkel e Sarkozy.

Da Mario Monti una lezione sugli «spread» più che una conferenza stampa. Per il Professore due ore e mezza piene di domande più che di risposte. Un botta e risposta avarissimo di notizie ma denso di contenuto. In cui la distanza con lo slang berlusconiano non potrebbe essere maggiore, ed è un bene. Ma da cui emerge anche con una crudezza estrema che la soluzione della crisi italiana passa ormai solo per Bruxelles e, purtroppo, da una obbediente sottomissione alle dottrine neoliberiste che infiniti guai stanno seminando in tutto il mondo.

Qui il video.
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Monti, l’anno nuovo del Professore

La conferenza stampa di oggi apre di fatto il 2012. La crisi internazionale complica i piani del governo, commissariato in Europa e mal sopportato in patria. Napolitano corre ai ripari e chiede lumi su riforma delle università e nuova cittadinanza.

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L’Udc scarica Lombardo e inguaia Bersani

L’Udc esce dalla giunta di Raffaele Lombardo e affonda il quarto governo siciliano in tre anni. La rottura dei centristi non solo getta l’isola nel caos ma è un terremoto che rischia di cambiare definitivamente anche gli scenari nazionali, visto che il partito di Casini è ormai organico in quasi tutto il Sud al Pdl di Angelino Alfano.

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Fase 2, Monti punta tutto sulle liberalizzazioni

L’emergenza continua. Nei prossimi tre giorni scadono 20 miliardi di Bot e Btp. Monti torna a Roma: giovedì il punto in consiglio dei ministri. Pd e Idv stanno con i sindacati: «Modificare le misure più pesanti»

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Nuova grafica di fine anno

DIstrazione

 

Come tutte le cose viventi, anche il blog invecchia. Sto aggiornando la grafica. E’ possibile che nelle prossime ore si verifichino malfunzionamenti o rallentamenti. Tutto normale, lavori in corso.

In ogni caso fatemi sapere che cosa ne pensate.

Milleproroghe, un decreto molto (radio) radicale

La più pazza delle crisi: 90 testate rischiano di chiudere entro tre mesi e per 19 di queste Palazzo Chigi ha sospeso anche i contributi dell’anno scorso. Ma Monti salva la radio di Pannella col mini-fondo per la carta stampata

Un governo più radicale dei radicali. 568 parlamentari di tutti i partiti (il 59.7% del totale) avevano chiesto a Monti di salvare – giustamente – la storica convenzione tra Radio radicale (o meglio, la Centro di produzione spa) per assicurare anche per l’anno prossimo la trasmissione delle dirette parlamentari e dei lavori delle commissioni.

E così, tra le pieghe del decreto milleproroghe, puntuale come le tasse, l’emendamento Pannella o «salva Radio radicale» alla fine è arrivato. Ma nel testo uscito da Palazzo Chigi una manina ignota ha trasferito il finanziamento della radio «Dentro, ma fuori dal Palazzo» dal dicastero delle Comunicazioni (Passera) al fondo per l’editoria di Palazzo Chigi. Sette milioni per un solo anno, il 2012 (a fronte dei 10,2 milioni biennali assicurati finora).

Nota: 3 milioni sono stati stanziati da Giulio Tremonti nella legge di stabilità di novembre (leggi qui). Più questi sette fanno 10 milioni in tutto solo per il 2012. Radio radicale, dunque, è salva. Col 100% dei contributi.

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Perché Monti non è Amato e i tecnici di oggi non sono quelli di vent’anni fa

Fin dalla nascita il governo di «salvezza nazionale» guidato da Monti e dai suoi rettori è vittima e artefice di un gigantesco equivoco.

Agli italiani è stato presentato – e così si ammanta nei talk show – come un governo tecnico 2.0, simile a quelli che in passato hanno salvato l’Italia, venduto i servizi pubblici e portato l’Italia nell’euro.

Ma Monti, Passera e Fornero non sono le riedizioni aggiornate di Amato e Ciampi.

Tra le due esperienze i tratti in comune sono molti: la manovra lacrime e sangue, l’accanimento sulle pensioni, il disastro economico, la fine di un’epoca politica, la «prima Repubblica».

Venti anni però non sono passati invano. Negli anni ’90 si trattava veramente di «salvare» l’Italia, cioè di correggere la rotta di un paese manifatturiero fortissimo ma giudicato (a torto) arcaico e troppo statalista.

Negli anni ’10 invece, nonostante la retorica bocconiana e le “tredicesime a rischio” di Fornero, la sfida non è salvare il paese ma ristrutturarlo su nuove basi. Lì bisognava soprattutto reindirizzare (certo, a suon di liberalizzazioni epocali).

Qui si tratta invece di ricostruire dalle fondamenta un paese che oggi è molto più simile alla Grecia che alla Francia.

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Monti, la fase due del Professore

Oggi via libera definitivo in senato con il voto di fiducia. Il premier incontra Berlusconi e Bersani per blindare le prossime mosse

Cambia il governo ma il copione è identico. Il ministro Giarda chiede il voto di fiducia sul decreto Monti e il senato, senza sorprese né modifiche, trasformerà definitivamente in legge l’aggiustamento lacrime e sangue imposto dal governo tecnico.

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