Editoria, da Grillo le forbici «liberiste» contro le cooperative

Abolire tutti i contributi pubblici ai giornali è uno dei 20 punti del governo 5 stelle. Strano che cinque anni dopo il gigantesco e indistinto «vaffanculo» alla stampa del secondo V-Day (25 aprile 2008) questa richiesta ci sia ancora.

Beppe Grillo non lo dice ma ha vinto (con la complicità di Tremonti prima e di Malinconico poi). I contributi diretti ai giornali oggi ammontano a 51 milioni, la Francia ne spende oltre 400. E dal 2015 non ci saranno più, aboliti da Monti.

 

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Guerra al «Corriere della Sera», i banchieri litigano e tagliano

Debito a quota 900 Dall’ad Scott Jovane piano shock: redazione tagliata di un terzo (-110 giornalisti) e 270 esuberi tra i poligrafici

Via Solferino sembra diventata Fort Alamo. O quasi. Alla storica sede del Corriere della Sera (probabilmente in vendita ma forse no) oggi non si presenterà nessuno. Per due giorni niente giornale in edicola a causa dello sciopero della redazione e dei lavoratori contro il maxi piano di tagli presentati dall’ad di Rcs Pietro Scott Jovane.

I manager hanno annunciato 270 esuberi tra personale amministrativo e grafici della sede di via Rizzoli. Inoltre si discute di una riduzione di 110 giornalisti al Corriere della Sera (su 355), della riduzione del contratto integrativo e della chiusura di tutte le sedi all’estero.

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Roma, primarie a 8 con l’incognita Grillo

Ridda di nomi contro Alemanno. Con un Pdl al minimo storico e un centrosinistra debole, i 5 stelle potrebbero terremotare facilmente i già precari equilibri nazionali.

Parte nel caos, ma parte, la corsa del centrosinistra alle primarie per il candidato sindaco di Roma convocate il 7 aprile. Rinviate senza spiegazioni e tra qualche polemica invece le primarie on line per i 13 candidati del Movimento 5 stelle, che almeno sulla carta potrebbe arrivare al ballottaggio terremotando definitivamente i già fragili equilibri nazionali.

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All’estero i giornali sono molto più «assistiti»

In Italia il finanziamento pubblico ai giornali ammonta a 95,7 milioni di euro (decreto dipartimento editoria del 19 febbraio scorso sui contributi diretti): appena 1,50 euro all’anno a cittadino.

È una cifra notevole anche se, per dire, quest’anno il ministero dell’agricoltura verserà agli ippodromi e alle corse ippiche (anche loro in forte crisi) 250 milioni di euro.

In ogni caso è una cifra ben lontana dalla vulgata che tratteggia un pozzo senza fondo e cita come un mantra i tanti casi di truffa finiti nel mirino della magistratura come quelli di Angelucci, Verdini, De Gregorio, Bocchino… tutti parlamentari di centrodestra i cui giornali oggi o hanno chiuso o sono esclusi dal finanziamento pubblico per gli anni «sospetti». Oltre a un calo drastico delle risorse, il governo Monti ha infatti approvato nuovi criteri di finanziamento e controlli molto più rigorosi, incluso l’obbligo dell’equo compenso per i collaboratori.

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Editoria al minimo storico, pubblicità a -24%

Dal «Financial Times» a «Newsweek» le difficoltà non riguardano solo l’Italia o i quotidiani. In Spagna hanno chiuso 57 testate

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il manifesto, abbiamo una banca (e un nuovo formato)

Abbiamo, avete, una banca. Etica, perfino. Fassino ci scuserà della citazione ma è per un buon motivo. Nella sua nuova vita dopo la liquidazione decretata l’anno scorso, la cooperativa del manifesto ha scelto Banca Etica come suo partner finanziario.

Questo giornale è «una forma originale della politica» e in tempi di relazioni incestuose tra banche e potere (Siena insegna) abbiamo deciso di prendere una strada completamente diversa. Forse più impegnativa ma trasparente e sostenibile. Pubblica e indipendente dai buoni uffici nelle sedi centrali. In queste prime settimane di vita il neonato manifesto sta prendendo molte decisioni importanti. Editoriali, industriali e finanziarie.

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il manifesto, le cose da fare

Presi dal passaggio di consegne e contratti tra commissari liquidatori e nuova cooperativa non siamo ancora riusciti a rendere conto a voi, cari lettori e lettrici, delle tante cose, positive, che stiamo cercando di realizzare tra mille difficoltà. Anche perché siamo impegnati in un’impresa mai tentata finora da un quotidiano in fallimento e non vogliamo perdere neanche un giorno in edicola con voi.

Johnny Depp per il manifesto – foto di Luca Celada

La prima leggenda da sfatare è quella dell’imprenditore o del socio privato che starebbe comprando e/o finanziando questa testata. Contrariamente a sospetti e a timori incontrollati che circolano su Internet, il manifesto non è stato comprato da nessuno ed è tuttora pubblicato, come sempre, dal collettivo di redattori e collaboratori che stampa il giornale in totale autonomia.

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Per Monti dimissioni programmatiche

Il premier rimette il mandato al Quirinale e non rivela il suo futuro. In cottura un «manifesto» che spacchi il Pd e certifichi l’isolamento del Pdl. Ma senza di lui il centro c’entra poco.

Mario Monti ha rimesso l’incarico al presidente della Repubblica intorno alle 19.30 di ieri sera. Le sue dimissioni sono «irrevocabili». Dal punto di vista istituzionale il premier non è mai stato sfiduciato dal parlamento, anzi, ha incassato proprio ieri la sua ultima fiducia alla camera sulla legge di stabilità. Si concludono così nel paradosso i 13 mesi della «strana maggioranza» a sostegno del governo «del presidente» (Napolitano).

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Una nuova storia per il manifesto

Per la prima volta 41 tra giornalisti, poligrafici e collaboratori storici del manifesto raccontano tutti insieme la storia di questo anno in liquidazione e cosa vogliono fare con la nuova cooperativa che editerà e gestirà il giornale.

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Pareggio di bilancio, sì all’unanimità

Ultima parola al senato. Bruxelles avverte: «Approvatelo subito».

«Approvando questo provvedimento stiamo riscrivendo la costituzione economica del nostro paese». Per una volta Renato Brunetta non è lontano dal vero. Nonostante la liquefazione della maggioranza, la camera dei deputati ha approvato quasi all’unanimità (442 sì, 6 astenuti e soltanto 3 no) la legge di attuazione del principio costituzionale del pareggio di bilancio. Il via libera definitivo ora spetta al senato, che non ha calendarizzato il ddl perché contrario alla composizione a tre membri dell’authority di controllo dei conti pubblici prevista dal provvedimento su richiesta dell’Europa.

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