Vendola: “il manifesto è l’orgoglio della sinistra, una spina nel fianco contro la pigrizia”

Qualche giorno fa Nichi Vendola aveva chiesto se poteva passare a trovarci al giornale. Se non era, chissà perché, un disturbo. Come tante e tanti, vuole sapere se ci siamo, come va l’ultima campagna per la salvaguardia del manifesto, che cosa succederà adesso.

E’ passato ieri, subito prima della nostra riunione di redazione. Con lui, come con tutti, abbiamo avuto in questi anni sintonie e distanze. Litigate furibonde e gioie spericolate. Come le quattro elezioni in Puglia, primarie e «secondarie», raccontate – tra gli altri – da Cosimo Rossi per la manifestolibri. Ne è venuto fuori un forum informale con giornalisti e poligrafici, una specie di intervista in piedi nello stanzone dei capiredattore.

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L’editoria non profit sopravvivrà? Domanda di fine anno a Mario Monti

Matteo Bartocci del manifesto, domanda alla conferenza stampa di fine anno del presidente del consiglio Mario Monti (29 dicembre 2011).

Intervista a Carlo Malinconico

Il sottosegretario all’editoria: «Giornali di idee, faremo presto per scongiurarne la chiusura. Ma la riforma è indispensabile»

Intervista di Carlo Lania

«Occorre arrivare al più presto a una riforma dell’editoria che sappia ritrovare lo spirito iniziale della legge, che difendeva il pluralismo senza le zone opache che si sono create in seguito. E non escludo che dopo una riforma sostanziale del sistema si possa anche ripristinare il diritto soggettivo».

Carlo Malinconico è l’uomo chiamato dal governo Monti a ricoprire la carica di sottosegretario con delega all’Editoria. Compito non facile, tanto più perché si trova a svolgerlo dopo che l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha inesorabilmente tagliato i finanziamenti fino a mettere in ginocchio l’intero settore. Al punto che oggi un centinaio di testate giornalistiche rischiano di chiudere i battenti grazie anche alla decisione, contenuta nel decreto “Salva-Italia”, di cancellare definitivamente il fondo per l’editoria.

Un’intenzione che Malinconico smentisce, insieme alle accuse di rappresentare un conflitto di interessi, vista la carica di presidente della Fieg ricoperta fino a qualche settimana fa. «Sapevo che questo passaggio mi sarebbe stato fatto notare, lo avevo messo nel conto», risponde nel suo ufficio a due passi da palazzo Chigi.

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Una vita dopo Genova

A proposito di un pezzo del Corriere della Sera di Giovanni Bianconi. Ecco un’intervista che il manifesto ha pubblicato il 18 luglio dell’anno scorso, durante il primo incontro nazionale delle “fabbriche di nichi” a Bari.

Il pezzo di Bianconi lo trovi qui.

Di nuovo insieme a discutere, ballare, parlare di politica. Nove anni sono tanti ma alcuni tra i protagonisti di Genova 2001 si aggirano tra i tanti “operai di Nichi” qui a Bari. Ci sono Nicola Fratojanni – neoassessore pugliese – e Gennaro Migliore di Sel, ma tra spiagge ed eucalipti si incontrano anche altri “osservatori” un po’ speciali, che invece con Sel, e prim’ancora con Rifondazione, non avevano avuto, dopo Genova e la “svolta nonviolenta” di Bertinotti, rapporti idilliaci. Sotto un albero in un clima africano improvvisiamo un forum con Luca Casarini (ex disobbediente del Nord Est), Andrea “Tarzan” Alzetta di Action (unico consigliere comunale di sinistra eletto a Roma) e Francesco Raparelli del collettivo Esc.

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Giordano (Sel): patrimoniale «unica via»

Tobin tax, patrimoniale, rendite al 20%, tracciabilità: «Quando eravamo al governo avevamo gettato alcuni semi di equità. Siamo statimassacrati per un manifesto che diceva ‘anche i ricchi piangano‘ e adesso sono i ricchi a offrire qualche obolo a tutela del capitalismo». Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione oggi in Sel, alterna autoironia e indignazione nel commentare una «manovra iniqua e dannosa». «Non ci sono più i ‘sinistri’ ma non c’è nemmeno la sinistra. Fa impressione – dice – leggere Buffett che vuole essere tassato di più o Montezemolo che si immola per la conquista del ceto medio. Trasecolo quando vedo Merkel e Sarkozy proporre una sorta di Tobin tax. Le idee della sinistra sono abbracciate da indiscutibili esponenti della destra mondiale».

 

Grande la confusione sotto il cielo…
Ma attenzione, in tutta Europa non c’è unmovimento di sinistra che delinei un’alternativa all’altezza. Anche le proposte più condivisibili saranno inefficaci se la politica, e per me la sinistra, non ridisegna in maniera netta i confini in cui deve stare una finanza completamente fuori controllo.

Facile a dirsi. Ma a farsi?
La finanza nasce per sostenere la produzione ma oggi è decine di volte superiore al Pil mondiale. Imbrigliare le società di rating e gli hedge fund, vietare le vendite allo scoperto.Ol’Europa ricontratta il patto sociale e si dà un’anima oppure se condivide amalapena una moneta e qualche trattato è destinata a non vederemai la luce. La crisi non nasce da un eccesso di debito ma da un eccesso di speculazione. Anche tornando al «vecchio mondo» non saremo mai tranquilli. Bisogna davvero voltare pagina.

Questa la situazione internazionale…ma i nostri compiti?
Bisogna dire chiaro che di fronte a questa manovra totalmente iniqua

e dannosa serve una vera patrimoniale. L’Italia è l’unico paese che ne è privo. Non parlo di un esproprio proletario ma di una tassa sulle grandi ricchezze. Oltre a essere una misura giusta non è recessiva, non colpisce i salari e non distrugge il welfare. Solo lo 0,17% degli italiani dichiara più di 200mila euro. Di chi sono le auto di lusso o gli yacht in giro? Per noi questa patrimoniale deve essere destinata a non al debito ma a un nuovo modello di sviluppo.

Che ne pensi dell’inasprimento postumo dello scudo fiscale chiesto dal Pd?
E’ giusto ma è piccola cosa di fronte all’immensità dell’evasione. Purtroppo c’è un pezzo del Pd che accetta il pareggio di bilancio nella Costituzione. E’ assurdo, sarebbe il rovesciamento di una Carta che

mira al progresso sociale e all’emancipazione della persona. Se proprio dobbiamo cambiare la Costituzione perché non cimettiamo la piena occupazione o la difesa integrale dell’ambiente? La verità è che in questi giorni stanno venendo al pettine tutte le contraddizioni. In solitudine avevamo criticato Marchionne e oggi i mercati lo stanno massacrando. Tutti a dargli retta, tutti pronti a sacrificare il lavoro in nome della produzionema come si vede quel progetto non esiste più, investe sul prezzo e non sul prodotto. Noi rovesciamo l’assunto di Agnelli: l’interesse del lavoro è l’interesse dell’Italia.

Nel decreto c’è la libertà di licenziamento e la deregulation sindacale. Anche il Pd è contrario, eppure sull’art.18 ci fu una bella dialettica  a sinistra.
Quell’intervento è odioso ed è giusto che anche il Pd chieda di cancellarlo. Del resto chi come Sacconi e Marchionne vuole azzerare i
diritti nel lavoro è stato già sconfitto dai mercati.

Dici che manca la sinistra. Però in tutta Europa ci si organizza:

in Germania contro il nucleare, gli indignados in Spagna, studenti e referendum in Italia.
E’ vero: la vertenzialità è diffusa ovunque ma non ha uno sbocco politico. I movimenti – a cominciare da quelli arabi – cercano democrazia, vita e futuro. Attenzione ai riot londinesi e ai roghi delle auto di lusso in Germania. Non sto giustificando le razzie ma un ragazzo di una banlieu non ha più nulla da perdere, non ha futuro né un’organizzazione politica intorno a sé. Gli dicono di arricchirsi ma non può. E allora, come nel film l’Odio, può cedere a meccanismi distruttivi incontrollabili. Si rischia di perdere fiducia nella politica come il primo strumento collettivo per migliorare le proprie condizioni.

Per me è l’ultima chiamata: o la sinistra si schiera o perderà un’occasione storica. Se c’è, batta un colpo.

dal manifesto del 20 agosto 2011

Delrio (Anci): “Tremonti ha fallito, i comuni non si svendono”

Il sindaco di Reggio Emilia spiega perché questo governo ha fallito e il paese non cresce. L’Anci prepara la sua contro-manovra

«Una politica dannosa e iper-centralista che va cambiata radicalmente». Graziano Delrio, dal 2004 sindaco pd di Reggio Emilia, non trattiene la rabbia contro l’ultimo decreto Tremonti. 51 anni, cattolico e vicepresidente dell’Anci, Delrio è di fatto al timone dell’associazione dei comuni nella transizione post-Chiamparino.

Sindaco, partiamo dalla privatizzazione forzata dei servizi pubblici locali (leggi qui). Il governo vi ricatta: da un lato taglia i trasferimenti a tutti, dall’altro darà soldi solo a chi vende i servizi.
Guardi, questo è proprio il segno di uno stato incapace. È chiaro che se la legge impone di vendere tutto in un anno non troverò nessuno che pagherà il prezzo giusto. I privati aspetteranno l’ultimo minuto e ti prenderanno per il collo. È un esempio grave di una logica completamente sbagliata.

Qual è il suo punto di vista?
Come sindaco dico che le partnership pubblico-privato servono nei settori in cui mi interessa attirare capitali privati. Ma lo devo decidere io in base ai bisogni del mio comune, non in tempi stretti e per forza. In Emilia, visti i tagli, stiamo fondendo le aziende di trasporto pubblico di Modena, Reggio e Piacenza. Il governo invece di incentivare queste operazioni ci mette il cappio al collo. Ci sono decine di municipalizzate che nell’acqua, nei rifiuti e nell’energia funzionano bene. È una politica schizofrenica: le privatizzazioni forzate non servono, i comuni sono stanchi di subire regole fatte da altri.

E come Anci cosa farete contro la manovra?
Intanto partiamo dai fatti. Questa è la quarta manovra in pochi mesi ed è evidente che nessuna delle altre ha portato i risultati attesi. Sono stati tutti interventi pasticciati e confusi. Se siamo a questo punto l’errore è proprio nel manico: se vuoi ridurre il debito il vero obiettivo è stimolare la crescita, a fare i tagli a pioggia sono buoni tutti.

La colpa è solo del governo?
Ma quale governo, abbiamo sempre avuto solo un interlocutore: il ministro Tremonti. Da dieci anni è lui il regista dell’economia ed è lui che ha portato il paese sull’orlo del baratro. Possibile che solo per lui non si possano valutare i risultati delle sue scelte?

E dal suo punto di vista quali sono?
Il principale fattore che impedisce la crescita sono i vincoli del patto di stabilità interno.

Che significa in concreto?
I comuni non possono spendere nemmeno i soldi che hanno in cassa e pagare le imprese per i lavori già iniziati. Siamo vittime di un paradosso: da un lato abbiamo soldi che non possiamo usare, dall’altro non arrivano i trasferimenti. E tutto questo mentre il debito pubblico e la spesa corrente, cioè quella non produttiva, continua ad aumentare. Secondo Bankitalia nel 2010 gli investimenti sono calati del 20%. Nel 2011 caleranno di un altro 15%. Quindi per forza caleranno sia il Pil che l’occupazione. Di fatto l’intero paese è fermo. Rivedere l’impostazione seguita finora ci sembra logico. O no?

E invece?
Invece il patto è stato addirittura inasprito. E nei vari decreti si susseguono cervellotiche ristrutturazioni istituzionali fuori dalla sede propria che è il codice delle autonomie. Basterebbe dare incentivi ai comuni per fare delle unioni civiche invece di inventarsi farraginosi accorpamenti che alla fine costano come lo stipendio di tre deputati. Nei piccoli comuni i consiglieri prendono 19 euro lordi a seduta per 4 sedute l’anno. La verità è che queste pseudoriforme servono solo a salvare altri organi, come province o parlamento.

Non è vero che anche enti locali e regioni sono responsabili del debito?
Fatto 100 il debito pubblico (1.900 miliardi), il 95% è stato generato dallo stato. Quindi per diminuirlo la cosa più ovvia è ristrutturare il livello centrale. Invece si fa l’opposto. In questi anni i comuni hanno dato un saldo positivo di 3 miliardi per il patto di stabilità.

Come giudica la sincerità con cui il federalista Bossi ha confessato che per salvare le pensioni i comuni possono pure arrangiarsi?
Con questa manovra non si salvano né le pensioni né i comuni. Maroni a differenza di Bossi lo ha capito benissimo. Altro che federalismo: Roma ci dice perfino se possiamo assumere un dirigente. Il 29 a Milano ci sarà una grande manifestazione con sindaci di tutte le parti politiche. Saremo in piazza con l’orgoglio di chi ha contribuito a tenere in ordine i conti dello stato. Se non siamo falliti è merito delle autonomie, non del ministro Tremonti.

Quali sono le vostre proposte?
Presenteremo al parlamento una contro-manovra che abbia la stessa dignità di quella del governo. Chiediamo un grande piano di opere pubbliche da realizzare con i proventi delle privatizzazioni parziali delle aziende di stato e delle municipalizzate che non funzionano. È inutile che vengano a rompere le scatole a me che ho aziende in ordine e che vanno bene. E poi pensiamo che non sia uno scandalo aumentare l’Iva di un punto, magari aiutando in altre forme i consumatori a basso reddito. La manovra insomma può stare in piedi con misure totalmente differenti. Dire che questo decreto è l’unico che ci garantisce dalle turbolenze dei mercati è una solenne bugia, basta guardare la Borsa. La storia insegna il contrario: serve la crescita. Non c’è una sola ragione per cui questa manovra debba rimanere così com’è. Per noi deve cambiare radicalmente.

dal manifesto del 19 agosto 2011

Pisapia, un sogno di sindaco

A due giorni dal voto, due arcobaleni straordinari rendono magica la festa carica di attese per l’elezione che può segnare un nuovo inizio. A un passo dall’impresa impossibile, Giuliano Pisapia è pronto a trasformare Milano in una delle città più belle d’Europa: «Non deluderemo l’entusiasmo dei cittadini milanesi chiudendoci nelle stanze dei partiti»

di Luca Fazio

 

Habemus papam. Non è che ti verrà l’attacco di panico come a Michel Piccoli nel film di Moretti? Fare il sindaco di Milano in questo momento è un incarico da far girare la testa.
Non credo. Sento il peso di una grande responsabilità. So che dovrò affrontare molte difficoltà. Però mi conforta il fatto che durante tutti questi mesi sono stato sempre affiancato da persone validissime a tutti i livelli. Professionisti, volontari, studenti, lavoratori, tantissimi giovani. Si sono messi a disposizione con grande impegno e lo hanno fatto credendoci quando questa impresa sembrava impossibile, quando l’obiettivo di battere la destra qui a Milano sembrava un sogno irrealizzabile. Sono sicuro che adesso mi staranno vicini con ancora più convinzione, non mi sento per niente solo in questa impresa, ho dietro di me gran parte della città. Adesso ci crediamo ancora di più.
Tra i milanesi c’è un’aspettativa fortissima. Per la prima volta le persone sono ritornate alla politica divertendosi. A questo punto la città si aspetta un segnale di cambiamento forte, qui e ora, non fosse altro che per essere risarcita di tutto l’affetto che ha riversato sulla tua persona.
Lo so. Beh, intanto… calma. Devo ancora vincere, poi, eventualmente, passeranno circa venti giorni prima dell’insediamento a Palazzo Marino. Datemi tempo. In queste settimane continuerò a fare quello che ho sempre fatto, tornerò nei quartieri dove sono già stato, alla Bovisa a Niguarda… Ho ripetuto più volte che non ho la bacchetta magica ma farò di tutto per onorare gli impegni presi. Credo che il principale segnale di cambiamento consista nel continuare il dialogo, l’ascolto e il confronto con la città reale. Anziché stare a Palazzo Marino tornerò in mezzo alla gente.
Quando hai avuto la sensazione che potevi farcela sul serio?
A settembre, dopo la pausa estiva, ho percepito che Milano era rinata, la partecipazione dei cittadini mi ha impressionato, da quel momento non ho mai smesso di credere che questa sfida potesse essere alla nostra portata. Se devo scegliere due momenti particolari, due sensazioni forti che mi hanno dato la percezione di qualcosa di straordinario che stava avvenendo, non posso non ricordare il concerto in piazza Duca d’Aosta e la straordinaria biciclettata di martedì scorso. La qualità della partecipazione a quel concerto è stata incredibile, all’inizio ero terrorizzato dall’idea di interrompere la musica per fare un intervento politico, credevo che salire sul palco potesse essere molto rischioso, con tutti quei giovani davanti. Poi ho capito che non erano venuti in piazza solo per ascoltare musica, erano venuti per la politica, volevano testimoniarmi la loro vicinanza. E’ stata una sensazione molto intensa, positiva, non me l’aspettavo. La biciclettata è indescrivibile. Nemmeno lo sapevo, era stata organizzata dal basso, in maniera spontanea, come gran parte delle iniziative. Ero alla Feltrinelli con alcuni scrittori, stavo parlando davanti a centinaia e centinaia di persone quando mi hanno avvisato di questo fiume di bici che si stava impossessando del centro città. Sono andato a vedere, c’erano un caos e un entusiasmo mai visti. Ho avuto anche un po’ di timore per via del traffico.
Non cominciare a fare il sindaco…
Ma no, è che non avevo mai visto così tante biciclette per la strada.
Sei pronto a diventare l’icona del nuovo rinascimento milanese? Mi sa che nei prossimi mesi assisteremo a un ribaltamento dei luoghi comuni negativi che da anni penalizzano l’immagine di questa città. Milano tornerà a piacere. Sei pronto? Te l’aspettavi la Pisapia-mania?
Come ha ricordato in questi giorni il maestro Claudio Abbado, che ringrazio per il sostegno, ho sempre fatto riferimento alla città di Berlino. La mia speranza è di far diventare Milano una città bella e dinamica come Berlino. Solo non mi aspettavo che le condizioni per realizzare questo sogno si mettessero in moto così velocemente. Il problema è che adesso questo sogno bisogna realizzarlo. Non sono spaventato, ma non posso negare che sento un certo peso sulle spalle. Ho il timore di deludere le persone.
I milanesi hanno un problema con l’attuale vicesindaco. Non puoi fare nomi, ma almeno un ritratto dell’essere umano che prenderà il posto di De Corato ce lo devi. Sarà donna?
Deve essere una persona con grande entusiasmo e che conosce bene la macchina comunale. Credo che la struttura comunale sia il punto di partenza di ogni buona amministrazione, tutti devono mettersi quotidianamente al servizio delle città. Tra i lavoratori del Comune di Milano ho percepito grande entusiamo, c’è voglia di riscatto dopo le delusioni accumulate in tutti questi anni.
Ma donna?
Io l’ho letto su qualche giornale, ti direi di sì, ma per ora lo dici tu…
Hai detto più volte che vuoi farla finita con la spartizione partitocratica ma il difficile viene adesso. Credi davvero che ce la farai, senza troppe resistenze, a premiare le competenze e non le segreterie dei partiti che ti hanno sostenuto? Se vinci, in consiglio comunale su 29 consiglieri 20 saranno del Pd.
Sì. Sono convinto che la composizione delle liste dei partiti che mi hanno sostenuto sia già la dimostrazione di un’apertura inedita verso la società civile. Questo significa volontà di cambiamento, un fatto che mi fa ben sperare. Del resto è un segnale di disponibilità che i partiti hanno già lanciato durante la campagna elettorale: non porre veti oggi significa poter accontentare l’elettorato che siamo stati capaci di recuperare alla politica. Se facciamo diversamente rischiamo di perderlo, a questo punto glielo dobbiamo. Solo per fare un esempio, non è un caso se Sel ha eletto due indipendenti, è un fatto molto significativo.
C’è un’aria strana da «saliamo tutti sul carro del vincitore». Non è insidioso questo abbraccio indistinto di quell’imprenditoria o «poteri forti» che in questi anni sono rimasti a guardare? Come farai adesso a tenere insieme le esigenze di questi soggetti con quelle delle persone «normali» che in questi mesi hanno riscoperto l’entusiasmo per la politica?
Credo di avere abbastanza esperienza per distinguere chi ci sta salendo all’ultimo minuto da chi ha lavorato con me fin da subito mettendoci la faccia quando sembrava una partita impossibile. Sono però convinto che per rilanciare Milano sia necessario saper valorizzare tutte le esperienze e le professionalità che si mettono a disposizione. Non possiamo rischiare di perdere competenze decisive che lavorano nei diversi settori strategici di questa città. Ce ne sono tante. Tutte utili.
Quanto ti ha cambiato questa campagna elettorale?
Sono la stessa persona di prima, non ho mai avuto paura. Nella mia vita ho già affrontato sfide importanti. Però un timore ce l’ho: so bene che non potrò soddisfare tutte le aspettative, per questo ho il dovere di impegnarmi al massimo.
Mancano ancora poche ore, ti spaventa ancora questa destra che ti ha attaccato con ferocia bestiale?
Non mi sarei mai immaginato una campagna elettorale così tremenda con attacchi pesanti sul piano personale. Non sono spaventato ma fino a lunedì sera bisogna tenere alta l’attenzione, ci rilassiamo martedì.
Cosa sei andato a fare nel canile?
A Milano ci sono 300 mila famiglie che hanno animali! Questo è un tema di cui non avrei mai percepito l’importanza se nel mio staff non ci fossero persone con una certa sensibilità. Diciamo che le mie «visite» sono il merito di una squadra coesa e molto eterogenea, nelle passioni e nelle competenze. Dopo aver tanto frequentato le periferie, mi sono concesso anche una visita al canile. In base alle richieste ne avrei tantissime altre da fare, anche più strane. Probabilmente le farò.

Bitjoka: «Ecco i veri immigrati di Milano»

Trentamila imprese, di cui 5mila oltre i 2 milioni di euro, ecco il lato “oscuro” dell’immigrazione sotto la Madonnina.

Otto Bitjoka è il «fan» di Pisapia aggredito tre giorni fa a Milano. Imprenditore di origini camerunensi, è milanese da oltre trent’anni. Presidente della Fondazione Etnoland è anche vicepresidente di Extrabank, il primo istituto di credito per stranieri.

Lavora da anni per l’immigrazione «qualificata» e alle comunali ha appoggiato apertamente la sinistra. Da «imprenditore» è sconcertato dalla campagna elettorale di Moratti: «Parla di cose che non c’entrano nulla con la città. La destra ha fatto l’apologia della paura: odio per gli immigrati, gli zingari, le moschee. Solleticano istinti primordiali perché hanno fallito e non hanno altro da dire.

E la sinistra?

Dovrebbe insistere sulla ragione. Anche perché l’emotività fa brutti scherzi. I problemi di Milano sono reali: mobilità e immigrazione vanno affrontate.

La moschea è un problema?

Ma non esiste! C’è la Costituzione e va rispettata. Punto. Basta andarsi a leggere gli articoli 8, 19 e 20. Un fenomeno come l’immigrazione non può essere schiacciato tra Islam e rom. Perché non si parla delle chiese evangeliche e carismatiche o del sincretismo brasiliano? Scaricano tutto sull’Islam dipingendolo come fede «terrorizzante».

Lei sostiene Pisapia. Perché?

Culturalmente sono di sinistra, sono nato quadrato e non divento tondo a una certa età. Ovvio che è un ottimo candidato ma il problema non è vincere le elezioni…

Beh, però aiuta.

Sì ma la sinistra è campione nel litigare. Oltre a vincere deve consegnare i risultati sperati. Milano ha un disperato bisogno di innovazione, non di una guerra per le poltrone. E l’innovazione si conquista con l’eterodossia. Ne abbiamo bisogno, perché se vinciamo oggi e non abbiamo una buona amministrazione alle politiche rischiamo una Waterloo.

Lei conosce bene i problemi e le opportunità dell’immigrazione. Cosa si può fare?

L’immigrato non ha bisogno di tutori e consulte che agiscano per lui. Deve essere liberato dalla povertà e messo in condizione di migliorare. Non sono mica sfigati eh? E’ gente che ha bisogno di comprarsi una casa, di lavori regolari, di una scuola decente per i figli. Mica stanno qui a ciulare le case popolari degli altri. Lo dico anche alla chiesa, che va bene ma spesso ha l’assistenza come core-business. Anche alla chiesa «conviene» un immigrato povero di cultura e di mezzi.

In concreto, cosa si deve fare a Milano?

Serve un patto di civiltà basato su dignità e rispetto reciproci. Gli immigrati milanesi sono molto «bancarizzati», non ci sono solo delinquenti. Ma lo sa quante sono le imprese gestite da immigrati in questa città? Sono 30mila. E 5mila fatturano più di 2 milioni di euro. L’80% dei «padroncini», quelli dei furgoni, sono immigrati. Praticamente hanno in mano la piattaforma logistica della città. Se si fermano loro non si muove più neanche una cassetta. Per non parlare delle infermiere o dei portinai. Possibile che per gli italiani tutta questa gente va bene di giorno e di notte invece si trasforma in delinquenti?

Insisto, cosa dovrebbe fare Pisapia?

Un assessorato all’immigrazione, alla coesione sociale e allo sviluppo. Tutto insieme. Senza se e senza ma. Basta pietismo, paternalismo e assistenzialismo. Anche a sinistra.

Lei nei giorni scorsi ha subito un’aggressione xenofoba. Cosa direbbe a quel ragazzo se lo avesse davanti?

Ho preso una bella sberla ma ne parlerò a urne chiuse perché non voglio strumentalizzazioni né da una parte né dall’altra. Secondo me rendere nota la cosa è stato sbagliato. La campagna elettorale non ha bisogno di enfasi e non si deve rincorrere la destra, tanto si squartano già per conto loro. Se vogliamo rovesciare le vecchie logiche non dobbiamo lottare nel fango. Prosciughiamolo.

dal manifesto del 27 maggio 2011

Antigone fa vent’anni, intervista a Mauro Palma

Venti anni contro la società carceraria. Antigone è una costola del manifesto. È nata dal rifiuto delle leggi d’emergenza e continua a denunciare un sistema politico che cancella le garanzie e soffia sul fuoco dell’insicurezza sociale» Parla il presidente onorario dell’Associazione, oggi rappresentante per l’Italia del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa.

Intervista di Donatella Panzieri (dal manifesto del 19 maggio 2011)

Oggi Antigone compie vent’anni. L’associazione «per i diritti e le garanzie nel sistema penale» è una costola del manifesto. Mauro Palma, presidente uscente del Comitato europeo contro la tortura e uno dei fondatori, racconta come e perché questa lunga storia è ancora dannatamente attuale.

L’associazione Antigone nasce nel marzo 1991. Quali furono le ragioni dei fondatori e quale era il contesto?

Antigone è stata la forma associativa data a un dibattito che coinvolgeva già da vari anni un largo gruppo di operatori del diritto, parlamentari, docenti, intellettuali critici attorno al tema dell’emergenza della giustizia in Italia e dei mutamenti intervenuti nel decennio precedente. Ma il tema forte su cui si avverte la necessità di costituire un’associazione è la percezione di un’inversione di rotta in quella che era stata una conquista di pieno adempimento del dettato costituzionale, con l’ordinamento penitenziario nel 1975 e successivamente nel 1986 (con la legge Gozzini) la sua revisione in senso estensivo delle forme alternative. Alla fine degli anni ’80, primi ’90 si sente il rischio di un rifiuto. In quel periodo c’erano molte pressioni per rivedere quelle leggi in senso restrittivo. Per questo, in difesa di quei principi ispiratori, nasce Antigone. Il panorama carcerario era ben diverso dall’attuale: i detenuti erano 30.000 a fronte dei 67.000 attuali, eppure già si capiva che la legge sulla droga da poco approvata e l’accentuazione sul tema della sicurezza avrebbero portato i numeri del carcere a crescere con rapidità e soprattutto avrebbero dato alla detenzione la fisionomia di strumento di gestione delle contraddizioni della società, invece che misura da riservare a un numero ben limitato di casi.

Proprio sulla sua origine, c’è una radice di contenuto nella scelta del nome: l’eroina di Sofocle. Perché?

Il nome deriva dalla rivista che quel gruppo aveva creato in collaborazione con il manifesto nella metà degli anni Ottanta. La rivista Antigone aveva come sottotitolo «bimestrale di critica dell’emergenza». La scelta del nome Antigone potrebbe essere letta anche in modo un po’ ambiguo, di prevalenza del diritto naturale sul diritto positivo: in realtà nella figura di Antigone, e dunque nella scelta del nome, noi indicavamo il ruolo centrale che l’eroina di Sofocle ha nella critica del potere. In questo continuavamo un lungo percorso di pensiero critico del diritto che ha attraversato il dibattito giuridico italiano e che ha continuato a caratterizzare l’approccio che negli anni l’associazione ha avuto rispetto alla giustizia penale e al carcere.

Perché il carcere?

Negli anni ’70 si iniziò a monitorare gli effetti che le nuove norme, a partire dalla legge Reale del 1975, producevano. Con Rossanda, Cacciari, Rodotà, Saraceni e altri costituimmo un Centro di documentazione sulla legislazione di emergenza che seguì e documentò in particolare il processo 7 aprile e il processo alle UCC romane: due casi emblematici dell’estensione abnorme della responsabilità penale e dei conseguenti effetti. Verso la metà degli anni ’80 venne la rivista, diretta da Manconi, che durò solo tre anni ma che diede un contributo notevole per far allargare il dibattito e superare la dicotomia che allora si presentava tra «irriducibili» e «collaboratori»: una via per chiudere con quel periodo dando comunque una prospettiva a chi era stato partecipe di un fenomeno che pur avevamo politicamente contrastato.

Ma il nome venne ripreso poi.

Quando nel 1991 costituimmo l’associazione, il riprendere quel nome significò collegarsi, in un mutato contesto, a quell’esperienza. In quel periodo il contributo dei Verdi, di Democrazia Proletaria, di singoli esponenti socialisti e anche comunisti – penso per esempio a Franco Russo, ma anche a Giuliano Vassalli, sempre ottimo e acuto consigliere, o a Nilde Jotti che patrocinò il convegno per l’abolizione dell’ergastolo, una delle prime iniziative della nuova associazione.

Dopo questa rievocazione, a distanza di vent’anni, quali sono secondo te le principali tappe, che hanno provocato un complessivo, profondo cambiamento dello scenario nel quale Antigone si muove oggi?

La situazione è mutata completamente. Noi siamo partiti dal volere tenere insieme la questione carceraria e la questione penale; in particolare la discussione attorno al nuovo codice penale: un tema che ancora attende di giungere a conclusione, ma che sembra cancellato dall’agenda politica. L’asse è sempre stato di tipo riduzionista: restringere l’area dell’intervento penale, per un diritto penale minimo, cioè limitato a laddove il ricorso penale sia effettivamente necessario e al suo interno restringere il ricorso alla pena detentiva. Molte di queste parole sono diventate oggi quasi slogan, apparentemente accettati da molti. Eppure si è avuta una produzione abnorme di leggi penali e il carcere si è esteso diventando sempre di più, come avevamo previsto, uno strumento di politica del territorio. Si è accentuata la sua caratterizzazione di luogo dove vanno a finire tutte le contraddizioni sociali irrisolte: dalla marginalità all’immigrazione irrisolta fino alla presenza alta di disturbi psichiatrici. Una fotografia di classe che registra il fallimento di altre politiche sociali. Non è però solo un bilancio in negativo, perché senza dubbio l’informazione sui problemi carcerari è cresciuta enormemente: nel ’91 le associazioni, che si occupavano di carcere erano poche e prevalentemente di impostazione assistenziale. Oggi sono molte quelle che si occupano di analisi e di elaborazione di progetti.

Qual è stato il rapporto di Antigone con le istituzioni. E come è cambiato, se è cambiato?

Antigone ha sempre cercato di essere elemento di coagulo di vari momenti di pensiero. Questi hanno riguardato l’elaborazione legislativa e dunque il confronto con i parlamentari, il confronto con le università, quindi con tutta quella parte relativa alla sociologia e alla filosofia del diritto, il confronto con magistratura e avvocatura, il confronto con chi ritiene che il problema della giustizia non vada relegato agli esperti, ma coinvolga tutti coloro che hanno a cuore la civiltà del nostro sistema. Antigone dialoga molto anche con l’amministrazione penitenziaria, tant’è che da molti anni è autorizzata a entrare negli Istituti per esaminare la situazione e produce biennalmente un Rapporto di questo suo Osservatorio. Voglio ricordare che già nel ’97 Antigone propose l’istituzione di un difensore civico per i detenuti: un dibattito da cui sono partite le varie esperienze di Garanti che agiscono per ora a livello locale e che, peraltro, ancora attendono una legge complessiva che ne definisca ruolo e poteri. L’altra interlocuzione che Antigone ha avuto, è con gli organismi internazionali che si occupano della tutela dei diritti delle persone private della libertà: lasciata la presidenza di Antigone, io sono divenuto membro per l’Italia del Comitato europeo che svolge questo compito e questo ha saldato il rapporto tra esperienza nazionale e dibattito europeo.

Mai incidenti con l’amministrazione?

Solo una volta e risolto in tempi brevi. Un’accusa nel primo anno di governo del ministro Castelli, in cui Antigone venne accusata di vicinanza con gruppi «anarco-insurrezionalisti». L’immediata solidarietà di un alto numero di parlamentari, di maggioranza e opposizione, produsse le scuse dell’amministrazione e il rinnovo della autorizzazioni per l’Osservatorio. Episodio chiuso.

Ma oggi com’è cambiato il confronto?

Direi che è rimasto positivo, nel senso che Antigone ha continuato ad essere considerata un interlocutore con cui confrontarsi. È cambiata però la qualità del dibattito e, quindi, anche dell’interlocuzione. Oggi è ben più difficile discutere di abolizione dell’ergastolo o del fatto che le pene edittali in Italia sono tra le più alte in Europa. Nel ’91 gli ergastolani erano poco più di 400, oggi sono il quadruplo, ma questo non indica né un numero più alto di reati da ergastolo, né una maggiore incisività delle indagini; al contrario la sensazione diffusa nel sociale è di un sistema quasi troppo mite. Non ci si interroga più sui tre quesiti fondamentali: perché punire, cosa punire e come punire. Il carcere è divenuto un elemento simbolico che è fa parte della ricerca di consenso elettorale, con campagne sulla risposta all’insicurezza sociale attraverso la promessa di una presunta maggiore sicurezza individuale. Si insegue la pancia di un senso comune insicuro promettendo durezza e ferocia, un po’ da tutti gli schieramenti. Per questo Antigone ha ampliato la sua attività rivolgendosi di più ai giovani, alle scuole, alla formazione di una diversa attenzione a questi problemi. Non a caso anche fra di noi sono mutate le generazioni degli aderenti, con l’adesione di molti giovani presenti nelle diverse regioni.

Oggi, maggio 2011, quali sono le principali linee di lavoro, che Antigone svolge, quali le forme per comunicarle?

Gli anni recenti hanno portato a interrogarci su episodi molto gravi, dai maltrattamenti a Bolzaneto, qualificati dallo stesso procuratore in aula come vere e proprie torture, a singoli casi, sporadici, ma gravissimi, che la drammatica vicenda di Stefano Cucchi ha portato alla conoscenza del grande pubblico. Nei Rapporti del suo osservatorio, Antigone ha dato notizia di episodi di violenza riportati da vittime o familiari, su cui chiede efficaci e accurate indagini, che tolgano una anche minima percezione d’impunità. In questo contesto tuttavia ha sostenuto la battaglia che associazioni più grandi, quali Amnesty International, portano avanti per l’introduzione nel nostro codice del reato di tortura. Un altro obiettivo prioritario è l’introduzione, in sintonia con quanto richiesto da un Protocollo alla Convenzione Onu contro la tortura che l’Italia ancora non ha ratificato, di un’autorità indipendente incaricata di monitorare con continuità tutti i luoghi di privazione della libertà. Contro la crescita del numero di detenuti, Antigone è impegnata a costruire una inversione radicale di tendenza, rispetto alle droghe, al reato di clandestinità, alla rilevanza della recidiva per l’accesso alle alternative. Ma il tema più ampio su cui dobbiamo ricostruire un dibattito, nel sociale e nelle istituzioni, è sullo spazio del penale, sul nuovo codice, sulla misura della pena, sul suo ruolo in stretta aderenza con il dettato costituzionale. È un grande tema culturale e politico, prima ancora di essere legislativo.

dal manifesto del 19 maggio 2011

1991-2011
Diritto penale minimo, sicurezza, carceri
Oggi e domani due convegni a Roma

Oggi, giovedì 19 maggio, dalle ore 14.30, presso l’Università di Roma Tre (Facoltà di giurisprudenza, aula 2), via Ostiense 161, «Esecuzione della pena, titolarità dei diritti e strumenti di tutela», primo incontro che Antigone ha organizzato per festeggiare i venti anni dalla sua fondazione invitando magistrati, costituzionalisti, giuristi, garanti, esponenti di associazioni.

Domani, venerdì 20 maggio, dalle ore 9.00, a Roma, alla Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, il sociologo francese Loïc Wacquant, professore all’Università di Berkeley, aprirà il convegno: «Giustizia, sicurezza, carcere: gli ultimi vent’anni italiani». Interverranno, tra gli altri, Franco Ionta, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, che parlerà delle politiche della sicurezza e Giuseppe Cascini, Segretario Associazione nazionale magistrati, che, insieme a Valerio Spigarelli, Presidente Unione Camere Penali, discuteranno di politiche della giustizia. L’incontro è coordinato da Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella, conclude Mauro Palma.

Vito Michea (Sinagi): “Edicole al collasso”

«Troppe riviste fasulle e invendibili così questo sistema è al collasso»
«Il principio della parità di trattamento va rivisto, ci obbligano a prendere di tutto. Discutiamo con gli editori ma se non si rinnova l’accordo entro fine anno sarà guerra totale»

Vito Michea, 60 anni tra pochi giorni, edicolante barese purosangue, è da quasi venticinque anni nel sindacato. Da ottobre è il nuovo segretario nazionale del Sinagi e con ogni probabilità oggi sarà riconfermato dal congresso. Al termine della sua relazione introduttiva a Cervia, gli altoparlanti hanno mandato a tutto volume una canzone di Vasco Rossi che può diventare l’inno degli edicolanti: «Eh già, sembrava la fine del mondo… ma al diavolo non si vende… e io sono ancora qua».

Quali sono stati i temi al centro del congresso?

I temi fondamentali sono due: la riforma dell’editoria e il rinnovo del contratto. Due grandi questioni che sono rimaste in sospeso da troppo tempo.

Che proposte fate sulla riforma dell’editoria?

Insieme agli altri sindacati e associazioni abbiamo presentato al sottosegretario Bonaiuti un documento sul quale non abbiamo avuto ancora una risposta. Per noi la questione fondamentale è una revisione della «parità di trattamento» di tutte le testate editoriali. E’ un principio antico, pensato per un mondo in cui le pubblicazioni avevano in sé l’obiettivo di diffondere informazione e cultura. Oggi è cambiato tutto. Le rivendite sono piene di prodotti puramente commerciali che hanno poco a che fare con quel tipo di pluralismo. Riteniamo che per i quotidiani vada salvaguardato ma continuare ad accettare tutte le pubblicazioni crea un enorme problema di redditività della rete. E poi va adottato il modello del «contratto estimatorio», quello attuale è un documento che regolamenta tutto ormai solo in teoria. Sempre più spesso siamo costretti a pagare in anticipo per troppi prodotti e quindi quasi tutti i rivenditori hanno un’esposizione finanziaria notevole che è alla base delle tante chiusure e della nostra crisi. Paradossalmente noi siamo i soggetti più deboli e ci troviamo a finanziare tutta quanta la filiera.

Qual è l’evoluzione possibile delle edicole?

Mi limito a dare due spunti. Abbiamo chiesto ai monopoli di stato l’accesso a pari condizioni per quanto riguarda giochi, gratta e vinci, il lotto, etc. Continuiamo a essere esclusi da questo mercato senza motivo e per questo abbiamo scritto all’Antitrust. L’altro aspetto che per noi può essere un’opportunità è la fine dei rimborsi per gli abbonamenti deciso dal governo. Le edicole possono diventare un canale importante per vendere direttamente gli abbonamenti per conto degli editori, abbiamo delle proposte e sono convinto che ci potranno essere benefici per tutti. Portando gli abbonati in edicola si possono incentivare anche gli altri acquisti di «impulso». E poi c’è il tema dell’informatizzazione, che è carente e va sviluppata.

Una maggiore liberalizzazione potrebbe aiutare?

In questa fase liberalizzare ancora sarebbe dare il colpo mortale alle edicole. Il sistema si poggia su basi molto fragili: negli ultimi tre anni hanno chiuso 5mila rivendite e decine di distributori locali. Tra l’altro dal 2001 c’è già una rete di vendita non esclusiva presso tabaccai, librerie, pompe di benzina, supermercati, etc. Quello che rimane, di fatto, è solo un equilibrio precario tra i vari bacini di utenza dei punti vendita che consente almeno di sopravvivere. Liberalizzare ancora, tra l’altro, significherebbe tagliare fuori tutte le zone periferiche sia nelle grandi città che a livello locale.

Può fare degli esempi?

Sempre più spesso nei piccoli paesi le edicole vendono un po’ di tutto. Di giornali e riviste fatturano appena 50 euro a settimana. In queste condizioni i distributori non ce la fanno con le spese e tagliano il servizio penalizzando cittadini e consumatori. E’ una logica puramente commerciale di cui stato ed enti locali dovrebbero preoccuparsi, assicurando le condizioni per la diffusione dell’informazione in tutto il paese incluse le zone disagiate. Invece sia tra i politici che nell’opinione pubblica su questo c’è molta ignoranza.

L’altro tema del congresso, diceva all’inizio, è il rinnovo del contratto.

E’ scaduto dal 31 dicembre 2009 e non siamo ancora riusciti ad avviare un tavolo di trattativa. I temi sono tanti: l’afflusso abnorme delle pubblicazioni, la concorrenza sleale degli abbonamenti e l’aggio troppo basso. Se entro l’anno non c’è la volontà di affrontarli siamo pronti a tutto.