Missioni all’estero, il falso “pacifismo” della Lega

Nulla cambia (per ora) nella missione in Libia. Sulle altre invece si valuterà «di concerto con le istituzioni internazionali» una riduzione dei contingenti e dei relativi oneri finanziari. Al Consiglio supremo di difesa convocato il 6 luglio da Giorgio Napolitano ci sono tutti: Berlusconi, Letta, Maroni, Tremonti, La Russa e il capo di stato maggiore Abate.

L’appuntamento semestrale del massimo organismo di coordinamento politico delle forze armate stavolta non è di routine.

Primo perché i troppi soldati morti in Afghanistan e la rivolta che si avvicina a Tripoli richiedono valutazioni strategiche serrate.

Secondo perché la Lega, soprattutto, ha fatto di Libia e Kabul il nuovo obiettivo della sua propaganda post-Pontida.

Terzo perché i costi complessivi delle missioni militari in 28 paesi di 7.280 soldati superano i 2 miliardi di euro all’anno.

Il grosso del contingente (4.200 uomini) si trova in Afghanistan, seguono il Libano (1.780) ed i Balcani (650). Un investimento complessivo ormai incompatibile con le scarse finanze pubbliche. Per fare un raffronto, il sostegno alla cooperazione civile – secondo l’Ong Intersos – è pari ad appena 27 milioni di euro per progetti finanziati in diversi paesi: l’1% delle spese di guerra.

La riunione, durata oltre due ore, di fatto azzera il presunto entusiasmo pacifista del Carroccio. Il decreto di rifinanziamento (scaduto il 30 giugno) ancora non c’è. Le indiscrezioni dicono che potrebbe finire nel consiglio dei ministri convocato per oggi ma nell’ordine del giorno non c’è traccia. Nelle primissime bozze della manovra la spesa complessiva da giugno a dicembre era quantificata in 700 milioni, appena 54 in meno del semestre appena finito.

In attesa della gazzetta ufficiale però, scrutando il testo inviato al Quirinale, quella voce (al capo IV art. 1) è sparita. Il prudente «avanti piano» decretato al Colle evidentemente non è piaciuto al Carroccio.

Dopo ore di silenzio, Roberto Calderoli in serata ha scritto a Gianni Letta avvertendo che non si può discutere il decreto di rifinanziamento nemmeno «fuori sacco» e in via informale se non si è «certificato» prima il taglio dei contingenti. Una lettera incendiaria, che guasta il clima paludoso emerso dopo la riunione al Colle, dove si è deciso che i tagli alle truppe sul terreno si faranno ma vista la delicatezza e l’eterogeneità degli organismi coinvolti (Nato, Onu, Ue) la trattativa con gli alleati sarà lunga.

La «data certa per la fine delle operazioni militari in Libia» ottenuta battendo i pugni dalla Lega all’inizio di maggio alla camera è ormai un fantasma delle passate risse italiche, tanto violente quanto lunari. Oltre alle basi, finora l’Italia ha messo a disposizione della Nato 14 aerei (di cui 2 aerorifornitori) e 2 navi. Nel disinteresse generale solo nell’ultima settimana Tornado, Eurofighter e F-16 hanno effettuato ben 37 missioni su Tripoli e dintorni. E nonostante i ruggiti primaverili di Bossi, i nostri aerei sono decollati dalla Sicilia 477 volte (65 ad aprile, 198 a maggio, 177 a giugno, 37 a luglio), aumentando in numero ed armamento. Cosa e chi abbiano colpito, da allora, resta un segreto militare, visto che il parlamento non ha più discusso la questione.

Unified Protector infatti è finanziata con un decreto a parte: 150 milioni per tre mesi fino a giugno. In più, gli aiuti «coperti» della Farnesina a Bengasi sono stimati in altri 400 milioni.

Dal Consiglio supremo di difesa di ieri emerge però per la prima volta «l’opportunità di valutare insieme agli alleati» le azioni da intraprendere «nella situazione post-conflittuale che tende a delinearsi a conclusione della missione Onu».

Cioè qual è e quale sarà la politica italiana nel delicato vertice Nato del 13 luglio a Bruxelles con il Cnt di Bengasi.

Nel mirino del Carroccio ci sono soprattutto le missioni in Libia, a Kabul e Libano. In Afghanistan la ritirata (lenta e senza fanfare) è già iniziata: entro 12 mesi si ritireranno 33mila americani e tutti i 2.800 canadesi, più qualche centinaio di francesi e tedeschi. Anche la nostra Difesa, in sordina, ha iniziato il rimpatrio da Libano, Kosovo ed Herat. Secondo il ministro Franco Frattini, ieri alla festa del 4 luglio all’ambasciata Usa, «le decisioni sono state illustrate al presidente della Repubblica ma non sono ancora divulgabili dei dettagli». Solo il sottosegretario alla Difesa Crosetto si sbilancia un po’: «La riduzione supera i 140 milioni di euro».

Parlare di conti e bilanci, in Italia, è spesso l’unico modo per conoscere e discutere una politica militare tradizionalmente appannaggio di apparati poco trasparenti. Avere informazioni tempestive e attendibili in questo campo è difficile perfino per i membri delle commissioni parlamentari.

Sia come sia, proiettando lo stesso volume di impegno, entro fine anno Tremonti dovrà trovare almeno un altro miliardo di guerra. Mentre macella conti in banca, consumi, pensioni, enti locali, servizi pubblici e sanità.

dal manifesto del 7 luglio 2011

 

Ma quanto ci costa la “sarkozata” in Libia

Un frullatore impazzito. Nelle commissioni parlamentari ministri e capigruppo di Pdl e Lega leggono pedissequamente testi già scritti, cercando di evitare che i dissidi nella maggioranza deflagrino anche in pubblico. Ma evidentemente quello che non si può tenere non si tiene più.

Lontani da Roma, Bossi e Maroni se ne stanno rintanati per tutto il giorno a Milano, nella sede di via Bellerio. Il senatur tace e affida al ministro dell’Interno il compito di mettere i puntini sulle i: «La Lega ha avuto e ha una posizione netta e precisa, ed è il no ai bombardamenti pronunciato chiaramente da Bossi e ribadito anche sulla Padania».

Contraddicendo il capogruppo leghista, Maroni accusa Berlusconi di aver accettato una «escalation» e per questo ritiene «inevitabile» un voto del parlamento come chiesto da Pd e Idv. Un pronunciamento parlamentare che il Pdl però continua a escludere. Anche perché la «quadra» con la Lega è lontana e non sono pochi i malumori anche nell’ala cattolica della maggioranza.

E però dove non possono le bombe potranno, forse, i soldi. La missione in Libia costa cara. Per i 12 aerei e le 5 navi italiane si spendono 350mila euro al giorno solo di spese «vive» (carburante, manutenzione, ricambi, etc.). Dal 19 marzo a oggi i costi stimati dall’aeronautica sono di 44 milioni di euro. Un’ora di volo di un Tornado, per esempio, costa 19mila euro e bombe o non bombe fino al 18 aprile scorso le ore di volo totali avevano già superato le 1.200. Un impegno finanziario enorme, al quale si aggiungono gli 11 milioni al mese a carico della Marina (un solo giorno di navigazione della portaerei Garibaldi è a bilancio per 130mila euro) più i costi ordinari per l’assistenza agli alleati fornita nelle nostre basi. A questi 55 milioni, se ne devono aggiungere altri 15 già affidati al prefetto di Palermo per la prima gestione dell’«emergenza profughi».

La somma è facile: fin dall’esordio la missione libica costa più di 2 milioni di euro al giorno. Non a caso, la Padania di ieri, imbeccata da Tremonti, calcolava il costo della «sarkozata» di Berlusconi fino a 700 milioni di euro. Un impegno finanziario che per ora grava sul bilancio annuale di esercizio della Difesa ma che a lungo andare rischia di bruciare munizionamento, manutenzione, combustibili e ricambi preventivati in un anno. Una cifra che si aggiunge ai 754 milioni già stanziati fino al 30 giugno per gli 8mila soldati impegnati nelle altre missioni militari all’estero, Afghanistan, Libano. etc. Portando il totale «bellico» a 2,1 miliardi di euro.

Finora le coperture sono state garantite soprattutto dal gettito dei giochi. Ma Tremonti l’ha già detto ai ministri a caccia di denaro: «Volete fare la guerra? Chiedete agli italiani due centesimi in più sulla benzina». Il Cavaliere ufficialmente non commenta ma ai suoi assicura che indietro non si torna. Ieri mattina Berlusconi è andato ad Alba per i funerali di Pietro Ferrero e al ritorno a Roma, in volo con Calderoli, ha provato a placarlo. Evidentemente senza successo.

Intanto un primo effetto l’ira leghista lo ha già dato. Il consiglio dei ministri che doveva «premiare» i responsabili con le poltrone tanto attese è saltato alla settimana prossima.

La distanza tra Lega e Tremonti da un lato e Pdl dall’altro non è mai stata così ampia. I casi Parmalat ed Edison («siamo una colonia francese», strepitava Bossi sulla Padania), le «leggi» sulla giustizia, un rimpasto inevitabile nel sottogoverno, le grandi manovre ai vertici Rai (oggi Masi potrebbe togliere il disturbo aggravando le tensioni sul rimpiazzo e le varie contropartite) sono tutti problemi reali aggravati dalla propaganda «pacifista» funzionale al voto imminente delle amministrative. E’ una corsa in cui la Lega cerca in modo confuso e spregiudicato il sorpasso dell’alleato in tutto il Nord.

dal manifesto del 28 aprile 2011

La Russa graziato, alla camera è “vaffa day”

E alla camera spunta la grazia per Ignazio La Russa. Mandare affanculo il presidente Fini nell’aula di Montecitorio si può fare. L’ufficio di presidenza guidato proprio da Fini ha infatti ammorbidito a maggioranza le sanzioni per le recenti intemperanze del ministro della Difesa. Per La Russa solo una lettera di censura con un «fermo richiamo» da inviare anche al presidente del consiglio Berlusconi.

Una sanzione tanto minima da essere evanescente.

A favore di La Russa ha votato tutto il centrodestra compatto mentre il centrosinistra al momento del voto si è spaccato: Silvana Mura dell’Idv ha votato contro, Rocco Buttiglione e Renzo Lusetti dell’Udc e Donato Lamorte di Fli si invece sono astenuti. A pezzi soprattutto il Pd: mentre gli ex Ds hanno votato per la censura morbida, Rosi Bindi e Giampaolo Bocci sono usciti dalla sala per non partecipare alla votazione: una scelta dettata dalla loro non condivisione della proposta dei questori e per venire incontro al presidente Fini che aveva chiesto lui per primo la massima coesione dell’organismo. Per Bindi «la censura è troppo poco, il ministro La Russa avrebbe dovuto avere, come membro della camera oltre che del governo, l’interdizione almeno dalla partecipazione al voto. Siamo peraltro in assenza di scuse… Anche perché comportamenti come quello di La Russa fanno scattare processi emulativi».

In Transatlantico scattano i mugugni ma il capogruppo del Pd Franceschini corre ai ripari e difende le scelte di Fini e della maggioranza: «Io credo che la censura proposta dai questori sia un atto forte», sostiene. Durissima l’Idv: Silvana Mura parla di «presa in giro», mentre per Massimo Donadi «la sanzione irrisoria comminata a La Russa è un vero e proprio atto di codardia da parte dell’ufficio di presidenza».

E La Russa? Il ministro, appena tornato dall’Afghanistan, era in aula per il voto sul conflitto di attribuzione sul caso Ruby . «È una decisione che rispetto, ne prendo atto con grande serenità. Credo che fosse inevitabile dal punto di vista giuridico, tecnicamente corretta, giustissima. Leggerò la lettera e risponderò, naturalmente con il massimo rispetto, ma finalmente mettendo in fila i fatti così come sono avvenuti».

Il ministro ammette che c’è stata «sicuramente una mia responsabilità, ma assai diversa da quella che è stata dipinta in questi giorni». Ed è »da valutare – insiste – insieme a tutti gli altri fatti che sono successi: non solo fuori ma anche dentro l’Aula e su cui, mi pare, si sia sorvolato troppo in questi giorni». La miglior difesa, come sempre, è l’attacco.

dal manifesto del 6 aprile 2011

Onu, in calo i rifugiati richiedenti asilo

GINEVRA – Continua a diminuire, anche nel 2010, il numero di richiedenti asilo nei paesi del mondo industrializzato. La cifra attuale infatti è pari a circa la metà del livello di inizio millennio.

È questo uno dei dati principali emersi dal rapporto statistico sulle domande d’asilo presentate nel 2010 in 44 paesi industrializzati*, pubblicato oggi dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR (vedi il testo completo). È importante precisare che il rapporto prende in esame le nuove domande d’asilo presentate e non il numero di persone alle quali è stato riconosciuto lo status di rifugiato.

Lo scorso anno – si legge nel rapporto – nei paesi industrializzati sono state inoltrate complessivamente 358.800 domande d’asilo, il 5% in meno rispetto all’anno precedente e ben il 42% in meno del 2001. Negli ultimi dieci anni, il 2001 è stato l’anno in cui è stato presentato il maggior numero di domande: 620mila.

“Le dinamiche dell’asilo a livello globale sono in continuo mutamento” ha affermato l’Alto Commissario per i rifugiati António Guterres. “Il numero di domande d’asilo nel mondo industrializzato si attesta oggi su un livello molto più basso rispetto a un decennio fa. Le cifre annuali sono in crescita solo in un ridotto gruppo di paesi. È necessario studiare le cause alla base di questa tendenza per capire se il declino nel numero di domande sia la conseguenza di una riduzione dei fattori di spinta nelle aree di origine o invece di più rigidi controlli delle migrazioni nei paesi d’asilo”.

Numeri in discesa nella maggior parte dei continenti

Il numero di domande di asilo presentate lo scorso anno rappresenta il quarto più basso dell’ultimo decennio. Su base annuale sono state riscontrate diminuzioni in gran parte delle regioni del mondo, tra cui Europa, Nord America e Asia del nord. Nel vecchio continente, il declino più sensibile si è registrato nei paesi meridionali, nei quali il numero di domande presentate nel 2010 è stato complessivamente inferiore del 33% rispetto all’anno precedente. Ciò si spiega principalmente col fatto che un numero minore di persone ha chiesto protezione a Malta, in Italia e in Grecia. Tale diminuzione è tuttavia bilanciata da aumenti in altri paesi, come in Germania (+49%), Svezia (+32%), Danimarca (+30%), Turchia (+18%), Belgio (+16%) e Francia (+13%). Al contrario, sensibili diminuzioni sono state registrate in Norvegia (-42%) e Finlandia (-32%).

Nel 2008 in Italia si era verificato un significativo aumento delle domande di asilo, in linea con gli standard europei (30.300). Molti di coloro che presentavano domanda arrivavano prevalentemente via mare. Nel 2009, il numero delle domande di asilo è diminuito drasticamente, tale calo va attribuito anche alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia, fra le quali i respingimenti in alto mare. Dal 2008 al 2009 le domande di asilo si sono quasi dimezzate (17,600). Nel 2010, questo trend è continuato con 8,200 domande (sulla base dei dati attualmente disponibili), classificando l’Italia al 14° posto per destinazione tra i 44 paesi industrializzati.

A livello di continenti, solo in Australia il numero di domande d’asilo presentate lo scorso anno è stato superiore a quello del 2009. In Australia le domande inoltrate sono state 8.250, per un aumento del 33%. Tuttavia le cifre relative a questo continente sono ben al di sotto dei livelli riscontrati in altri paesi – sia del mondo industrializzato che non industrializzato – e si sono rivelate inferiori di oltre un terzo se paragonate con quelle del 2001.

Stati Uniti in cima alla classifica dei paesi destinatari di domande d’asilo

Se si prendono in considerazione i singoli paesi, gli Stati Uniti sono risultati ancora una volta – per il quinto anno consecutivo – il principale destinatario di domande d’asilo. Ogni sei domande d’asilo presentate nei paesi industrializzati considerati dal rapporto, una è stata depositata negli USA. Nel paese il numero di domande è aumentato di 6.500 rispetto all’anno precedente, anche per l’incremento di richieste d’asilo provenienti da cittadini di Cina e Messico.

Al secondo posto, tra paesi che hanno ricevuto più richieste d’asilo, si trova ancora la Francia. Soprattutto provenienti da cittadini di Serbia, Federazione Russa e Repubblica Democratica del Congo, le 47.800 domande pervenute nel 2010. Il terzo paese – con una crescita del 49% – è invece diventato la Germania, anche a seguito dell’aumento di domande presentate da cittadini di Serbia e Repubblica ex jugoslava di Macedonia. Si tratta di uno sviluppo ampiamente attribuibile al fatto che dal dicembre 2009 i cittadini di questi due paesi non hanno più bisogno di un visto per entrare nell’Unione Europea. Al quarto e quinto posto troviamo poi Svezia e Canada. Complessivamente, i primi cinque paesi hanno ricevuto più della metà (il 56%) del numero totale di domande d’asilo presentate in tutti i paesi presi in esame dal rapporto.

Proviene da cittadini serbi il maggior numero di domande

Passando ora ai paesi d’origine, il più alto numero di domande – 28.900, si legge nel rapporto – è stato presentato da cittadini della Serbia, tra i quali vanno inclusi anche quelli provenienti dal Kosovo. La cifra rappresenta un aumento del 54% rispetto al 2009, quando il paese si collocava alsesto posto nella classifica dei paesi d’origine di richiedenti asilo. È interessante notare che la cifra del 2010 risulta vicina a quella del 2001, quando si era appena usciti dalla crisi del Kosovo.

Al secondo posto – tra i paesi d’origine delle persone che hanno presentato domande d’asilo nel 2010 – si trova l’Afghanistan, con una diminuzione del 9% rispetto all’anno precedente. A differenza del 2009, quando la maggior parte degli afghani ha inoltrato la propria domanda in Norvegia e Regno Unito, l’anno scorso i paesi più richiesti sono stati Germania e Svezia. Terzi tra i richiedenti asilo del 2010 i cinesi, anche per la contemporanea sensibile diminuzione di domande presentate da cittadini di Iraq e Somalia. Per la prima volta dal 2005 infatti l’Iraq non è tra i primi due paesi d’origine di richiedenti asilo. Si trova ora invece al quarto posto, seguito dalla Federazione Russa. La Somalia – terza nel 2009 – si trova invece al sesto posto.

È necessario – secondo Guterres – ricondurre le cifre più recenti alle recenti emergenze in corso in Costa d’Avorio e in Libia. “In definitiva – aggiunge l’Alto Commissario – è ancora il mondo in via di sviluppo a  farsi carico della responsabilità maggiore nell’accoglienza dei rifugiati. Nonostante debbano far fronte a molte altre sfide, paesi come Liberia, Tunisia ed Egitto hanno tenuto aperte le proprie frontiere per le persone bisognose. Esorto tutti i paesi a sostenere il loro impegno”.


* I 44 paesi presi in esame dal rapporto sono – oltre ai 27 dell’Unione Europea – Albania, Australia, Bosnia-Erzegovina, Canada, Repubblica di Corea, Croazia, Giappone, Islanda, Liechtenstein, Repubblica ex jugoslava di Macedonia, Montenegro, Norvegia, Nuova Zelanda, Serbia, Stati Uniti, Svizzera e Turchia.

 

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Where people seek asylum, and where they are from

LAST year 358,800 applications for asylum were lodged in 44 of the world’s richer countries, according to a report by the UN High Commissoner for Refugees published on March 28th.

This has fallen by around half since 2001. The largest number of claims came from Serbians, for whom restrictions on travel to the European Union without a visa were lifted in December 2009. This resulted in a rise in applications from 18,800 in 2009 to nearly 29,000 last year. Meanwhile, claims from citizens of neighbouring Macedonia increased by 600% to 6,351. Applications made by people from Afghanistan and Iraq fell by 9% and 18%.

Over 11,000 applications for asylum in America last year were made by Chinese citizens, by far the biggest claimant nationality in the United States.

tabella e testo in inglese tratti dall’Economist.

 

Giuliana Sgrena e il pacifismo perduto

L’8 marzo scorso ero a Tunisi con le donne della rivoluzione dei gelsomini. Stavano programmando la campagna per la promozione dell’uguaglianza di genere nella Costituzione, oltre alla separazione tra stato e religione. Una di loro, Sana ben Achour, mi ha detto: «Se la nostra rivoluzione non violenta, nata dal basso, senza ideologie, senza leader carismatici, avrà successo sarà un esempio non solo per i paesi arabi ma per tutto il mondo».

Un’affermazione sull’onda dell’entusiasmo rivoluzionario, ho pensato allora. Ma ripensandoci ora ritengo che avesse proprio ragione. Non ho mai negato nel passato il diritto dei popoli alla lotta armata contro gli occupanti o gli oppressori, ma il contesto in cui viviamo oggi richiede un ripensamento su queste forme di lotta. La rete mondiale dell’informazione (internet, blog, Al Jazeera) cambia la natura dei conflitti, esalta la forza delle idee sulla forza delle armi, scuote le coscienze molto più di un qualsiasi atto simbolico.

Non sono certo stati i tunisini – e dopo di loro egiziani, yemeniti, siriani, etc. – i primi a teorizzare o praticare la non violenza – non possiamo certo dimenticare Gandhi e Capitini – ma hanno in qualche modo dimostrato che in questo contesto mondiale un’insurrezione non violenta è l’unica che abbia qualche possibilità di successo.

Tutte le forme di lotta armata cui abbiamo assistito negli ultimi tempi si sono ben presto trasformate in lotte militarizzate: la violenza delle armi ha permeato la vita dei suoi detentori fino a spingerli a usarle anche nei confronti del proprio popolo, come in Iraq. La potenza delle armi si è rivelata una debolezza di fronte alla forza dimostrata dalle recenti manifestazioni di popolo in Tunisia, Egitto, Yemen e forse ora in Siria. E proprio in Iraq e in Palestina, solo per fare due esempi, dove i movimenti di liberazione hanno percorso la strada della lotta armata, ora si fanno strada esperienze di movimenti non violenti, che dovremmo aiutare a emergere, perché potrebbero rappresentare una soluzione ad annosi conflitti.

Ma veniamo a noi. Negli anni Ottanta il movimento pacifista era andato crescendo culturalmente proprio sulle scelte non violente, in questo distinguendosi dai vecchi movimenti contro la guerra. Il movimento pacifista mondiale, dopo il suo momento più alto di mobilitazione (nel 2003 era stato considerato la seconda potenza mondiale), non essendo riuscito a impedire la guerra in Iraq, ha interiorizzato la sconfitta e non riesce più a trovare oggi, nonostante lo scenario internazionale, le motivazioni forti per una mobilitazione.

Con la guerra in Iraq il movimento pacifista ha subito una profonda sconfitta perché si è dimostrato incapace di tradurre le aspirazioni di tanti in risultati concreti.

Oggi mi sembra che nella discussione sull’opposizione alla guerra in Libia (obiettivo urgente e prioritario in questo momento) la cultura della non violenza si sia smarrita: tra i «pacifisti» c’è chi difende la guerra «umanitaria» a sostegno dei ribelli libici (che a differenza degli altri sono armati, anche se questo non deve impedirci di difendere il loro diritto a ribellarsi all’oppressione di Gheddafi) e chi invece è contro la «guerra» dei volonterosi ma è pronto ad appoggiare qualsiasi rivolta armata contro i tiranni.Tra questi sostenitori delle rivolte del Mediterraneo c’è anche chi mi ha detto che non può esserci rivoluzione senza la distribuzione di armi al popolo.

La pace non è solo assenza di guerra e per costruirla occorre una cultura che negli anni Ottanta (quelli del pacifismo contro gli euromissili) sembrava cominciasse a sedimentarsi. Già allora si parlava del pericolo di conflitti nel Mediterraneo e della nostra esposizione con le basi militari collocate nelle regioni del sud.

Tutto questo è diventato realtà, ma i «pacifisti» non hanno memoria del proprio passato, forse non sono più nemmeno disposti a scendere in piazza, così come non espongono più le bandiere della pace. A tutte le finestre oggi vediamo le bandiere italiane, esposte per i 150 anni, ma a qualcuno verrà in mente che la stessa bandiera è quella dei caccia che vanno a bombardare la Libia, come era avvenuto 100 anni fa con la prima avventura coloniale?

Gli interventisti si fanno scudo di una risoluzione ambigua dell’Onu di cui i «volonterosi» hanno forzato i termini. Essere contro la guerra è sempre più difficile ed essere per la pace lo è ancora di più. Schierarsi contro la guerra senza se e senza ma è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere pacifisti.

di Giuliana Sgrena

dal manifesto del 26 marzo 2011

Morti ammazzati, Messico batte Afghanistan

  • In Messico solo nel 2010 sono state uccise 15.273 persone in violenze legate al traffico di droga. Si tratta dell’anno più sanguinoso da quando il presidente Felipe Calderon ha dichiarato guerra ai narcos, ha riferito un portavoce del governo. Dal dicembre del 2006 ad oggi in tutto il paese sono state uccise più di 32mila persone.
  • Il conteggio ufficiale delle vittime della guerra in Afghanistan nel 2010 è di 10.081 persone (tra cui 5.225 ribelli, 2.043 civili, 1.300 poliziotti, 711 soldati Isaf e Usa). Lo afferma il portavoce del ministro degli Interni afghano. 

Paradossi e alcune certezze sul caso Wikileaks

No, l’America non è come la Cina, l’Iran o la Birmania. O perlomeno non ancora. Se non altro perché nemmeno la Repubblica popolare riesce a controllare i server Dns, Paypal, Amazon, Visa e Mastercard contemporaneamente. Cioè l’infrastruttura di servizi finanziari e tecnologici essenzialmente americani che rendono Internet la rete sociale globale che conosciamo. Eppure c’è qualcosa nella reazione Usa che assomiglia a quella dei regimi totalitari bersagliati da informazioni “scomode”, critiche o incontrollabili dall’alto.

Dopo dieci giorni di “cablegate” alcune domande possono iniziare ad avere risposta:

1) Wikileaks non può essere fermata.

2) Il suo destino è diverso da quello personale di Julian Assange, accusato di stupro in modo molto discutibile e riguarda il futuro stesso di Internet.

3) L’alleanza tra soggetti come Wikileaks e giornali ufficiali è la posta in gioco e va salvaguardata.

4) La diplomazia segreta degli stati deve e può finire.

Vediamo come.

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Marco D’Eramo: l’appello di Obama

di Marco D’Eramo

I finanziamenti occulti dei Tea Party, la guerra, l’economia, e cosa è in gioco nelle elezioni parlamentari di novembre. In un’intervista al magazine «Rolling Stone» il presidente degli Stati uniti cerca di mobilitare la sua base progressista, quella che lo ha eletto due anni fa e ora è disillusa.

Il presidente degli Stati uniti, Barack Obama, ha messo i piedi nel piatto ed è entrato con tutto il suo peso nella campagna elettorale: in fondo mancano al voto meno di quattro settimane. Va a parlare a studenti di college, alle minoranze etniche, dà interviste. Il suo obiettivo è evitare che la sua base, quella che l’aveva eletto due anni fa, si astenga in massa per disillusione. Quest’obiettivo è particolarmente evidente nella lunghissima intervista (circa 20 cartelle) che ha concesso a Jann Wenner del magazine Rolling Stone. Già la scelta del giornale è significativa: Obama si rivolge ai lettori giovani e progressisti. E Rolling Stone gli rivolge le domande più scomode sui temi che più hanno fatto imbestialire la sua base. Ne esce un profilo esauriente dell’«Obama pensiero».

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L’Europa fa cucù a Silvio, figuraccia mondiale

Lo statista più anziano del continente ha ottenuto un’altra delle sue sfolgoranti vittorie diplomatiche. Sono state rese note le delegazioni europee che il neonato servizio diplomatico di Catherine Ashton ha distribuito tra i vari paesi. Ebbene all’Italia sono state affidate le prestiogissime sedi di Albania e… Uganda. Finalmente contiamo qualcosa sulla scacchiera internazionale.

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Nel Pd si apre il fronte pro Vendola

Albertina Soliani non ci gira intorno e lo dice subito: «C’è bisogno di un grande abbraccio tra il Pd – la sua gente e i suoi dirigenti – e Nichi Vendola». Emiliana e cattolica ultradoc, senatrice del Pd vicinissima a Romano Prodi e al suo «sogno ulivista», Soliani è stata un po’ la sorpresa nella piccola rete di parlamentari democratici che pochi giorni fa ha incontrato a Roma il presidente della Puglia per un primo giro di opinioni sulla sua candidatura alle primarie.

Un convivio informale che ha raccolto un po’ di tutto: ex popolari, prodiani, ecodem, l’area di sinistra di Vincenzo Vita, Beppe Giulietti di Articolo21. Altri incontri sicuramente seguiranno. Anche se la chiacchierata ha fatto subito scattare l’allarme rosso al Nazareno. Con tanto di altolà e scomuniche telefoniche da parte di Maurizio Migliavacca (coordinatore della segreteria Bersani) contro alcuni dei partecipanti: «Una reazione spropositata, eccessiva, qui si rischia la radiazione», commenta a posteriori chi l’ha subite.

«Vendola interpreta bene la vera vocazione del Pd e riecheggia l’esperienza vincente dell’Ulivo – spiega Soliani – l’unico modo per cambiare l’Italia è mescolare esperienze e culture diverse. Per questo Vendola deve poter parlare anche a chi sta dentro il Pd e i parlamentari devono essere protagonisti per aiutarlo a capirsi. Il tempo dei distinguo e delle cautele reciproche è finito. Mettiamoci in cammino, il futuro verrà».

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