Vendola: «Dopo il voto sull’Agcom incolmabile la distanza col Pd». Di Pietro: «Bersani si allei con Alfano». Alla vigilia della direzione del Pd di oggi, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola non nascondono che nel centrosinistra fotografato a Vasto (e vincente in quasi tutta Italia) la situazione è critica, forse irrecuperabile.
Archivio tag: Agcom
Nomine Agcom, la madre di tutte le battaglie
La partita sulle nuove nomine per l’Agcom (la delicatissima autorità di controllo sulle telecomunicazioni) è forse la più violenta tra le tante che sottotraccia governo e parlamento, ma anche i partiti di maggioranza tra loro, si scambiano da giorni.
Editoria, Angelucci perde al Consiglio di stato la partita sui contributi
Il Consiglio di stato ha condannato Antonio Angelucci per i contributi pubblici doppi e dunque illeciti per i giornali «Libero» e « il Riformista» (sentenza 02128/2012) .
Rovesciando la vittoria provvisoria del deputato del Pdl presso il Tar del Lazio, la terza sezione di Palazzo Spada, presieduta da Pier Giorgio Lignani, ha riconosciuto le ragioni dell’Agcom e della presidenza del consiglio, che dopo un’istruttoria lunghissima (iniziata nel novembre del 2008) avevano cancellato il diritto ai rimborsi per l’editoria ai giornali della famiglia dei potentissimi re delle cliniche romani. Il giudizio amministrativo è definitivo.
Fondi editoria, il Tar salva Angelucci per Libero e Riformista
Una sentenza clamorosa del Tar del Lazio dà torto all’Agcom e restituisce provvisoriamente alla famiglia Angelucci i 43 milioni di euro del fondo editoria dal 2006 al 2010 (vedi il manifesto del 30 marzo).
La II sezione del Tar presieduta da Luigi Tosti ha anche annullato la multa da 103mila euro contro l’on.le Antonio Angelucci, deputato Pdl ed editore di due giornali finanziati dallo stato: Libero e fino a pochi mesi fa anche il Riformista.
Il Tar (sentenza n. 9285) non entra nel merito della decisione dell’autorità alle Tlc (la legge del resto vieta espressamente i contributi pubblici a più di una testata per editore, qui la decisione dell’Agcom integrale). Né ha accolto il ricorso del deputato relativo al controllo occulto e al finanziamento illegittimo delle due testate.
Tuttavia ha cancellato lo stesso il provvedimento per due cavilli.
- Il primo asserisce che il diritto di difesa del deputato-editore è stato violato perché non è stato ascoltato personalmente dai commissari come da lui richiesto. Questo nonostante le società coinvolte, il gruppo Tosinvest, la Fondazione San Raffaele e gli Angelucci si siano avvalsi di fronte all’Agcom di ben quattro studi legali molto noti: Guizzi, Libonati, D’Amelio Sciacca e Carleo.
- Sul secondo, invece, scoppia il giallo del refuso: come si calcola il quorum dei 9 commissari guidati da Corrado Calabrò?
I 43 milioni a Libero e Riformista furono sospesi a febbraio grazie a 4 sì, 3 astenuti e solo 2 contrari. Il Tar ha dato ragione al legale di Angelucci, Gianluigi Pellegrino, secondo il quale la decisione non è valida perché non fu presa a maggioranza dei presenti (solo 4 sì su 9) come prevedeva il regolamento originario dell’Agcom.
Nel dibattimento però è emerso che quell’interpretazione è superata. Dal 23 gennaio 2008, proprio per chiarire il «computo del quorum funzionale degli organi collegiali con specifico riferimento alle ipotesi di astensione», il regolamento fissa la soglia per le decisioni dell’autorità alla maggioranza dei «votanti» e calcola gli astenuti come «non presenti».
La votazione contro Angelucci quindi sarebbe valida: 4 sì contro 2 no. Secondo il Tar però la Gazzetta contiene un refuso non corretto che parla ancora di presenti. Perciò la modifica adottata dall’Autorità «non è mai stata pubblicata» e dunque «non esiste».
Il giallo si infittisce. Sui siti specializzati sull’editoria e su un archivio attendibile come gazzette.comune.jesi.an.it, nella gazzetta ufficiale n. 95 del 22 aprile 2008, a pag. 26, la modifica al regolamento dell’Autorità appare nella forma corretta (decisioni a maggioranza dei votanti) e senza refusi.
Dall’Autorità nessun commento. Non si arriva a parlare di sentenza politica, ci mancherebbe, però in diversi si spingono a parlare di decisione «molto confusa»: «Motivazioni puramente formali che non cambiano minimamente la delibera».
La sezione presieduta da Luigi Tosti non è nuova a sentenze clamorose. Nel 2008 ha annullato le strisce blu che a Roma erano in vigore da 4 anni e a luglio ha sciolto la giunta Alemanno per le quote rosa. E’ molto probabile che l’ultima parola spetterà al Consiglio di stato.
Aggiornamento:
In data 30 novembre 2011 l’Agcom ha presentato il ricorso al Consiglio di stato. Leggi qui.
Mauro Masi e la Fieg, assalto a Google per il diritto d’autore
Guarda chi si rivede a Palazzo Chigi: Mauro Masi, l’ex dg Rai trasferito a peso d’oro alla concessionaria pubblica delle assicurazioni, torna nella sua antica reggia come presidente del «comitato antipirateria multimediale della presidenza del consiglio».
Il «tavolo Masi» – che presto presenterà le sue «proposte concrete» al governo – è solo uno dei missili a 360 gradi con cui Bonaiuti prova a ridisegnare prima dell’addio tutto il sistema dell’informazione. Una serie di «riforme» amministrative elaborate rigorosamente a porte chiuse che, se andranno a segno, rischiano di far arraffare ai soliti noti tutto l’arraffabile.
Trofeo assai ambito è il diritto d’autore. Bonaiuti ieri alla camera ha annunciato un’imminente direttiva della presidenza del consiglio che dovrebbe vietare la pubblicazione on line degli articoli da parte delle amministrazioni pubbliche in assenza di un accordo con gli editori.
Niente rassegne stampa gratis, dunque, sui siti del governo, del parlamento o delle regioni. Non è difficile immaginare che senza obbligo di parità di trattamento le istituzioni per risparmiare cancelleranno anche dal digitale tutti i giornali scomodi o di nicchia.
Dall’alleanza governo-editori battaglia serrata anche contro i motori di ricerca e gli aggregatori tipo Google news. Sull’«indicizzazione» degli articoli, infatti, si ipotizza l’autorizzazione preventiva degli aventi diritto. In mancanza di intesa, la parola passerebbe all’Agcom che potrebbe multare i siti “pirata” e perfino – come prevede il modello francese – oscurarli d’autorità.
A sigillo di questo pericoloso rush finale anche la soluzione delle tariffe postali per le onlus che il solito Tremonti un anno fa ha aumentato del 500% (0,28 euro a lettera). Da novembre, reggetevi forte, Airc e Medici senza frontiere potranno pagare 0,17 euro a spedizione, la stessa cifra degli enti a scopo di lucro! Lo chiamano intervento pubblico ma sembra la repubblica delle banane, dove lo stato fa finta di non vedere e il “mercato” ci vede benissimo.
dal manifesto del 20 ottobre 2011
«Troppa glasnost», madama Agcom
Non c’è solo il bavaglio al Web. L’Agcom continua a muoversi come un elefante in una cristalleria. Chiede (giustamente) trasparenza ai giornali ma una direttiva kafkiana può cancellare il diritto ai contributi pubblici all’editoria.
Con Berlusconi è un destino: se sei un editore in cooperativa o non profit, «senza padroni né padrini», allora devi soffrire. Sempre. Stavolta oltre al solito Tremonti «mani di forbice» ci si mette pure l’Autorità per le comunicazioni (Agcom) presieduta da Corrado Calabrò. Per gli editori puri, che ogni anno chiedono allo stato un rimborso delle spese documentate, non c’è pace nemmeno dal lato amministrativo.
Una direttiva approvata dall’Agcom il 18 giugno scorso impone a tutti i richiedenti i contributi diretti una tale quantità di notizie da rendere impossibile perfino fare domanda a palazzo Chigi (leggi qui).
Il fine della decisione (n. 283/11/Cons) è giusto: chi bussa allo stato da quest’anno dovrà certificare chi possiede la testata e la relativa catena di controllo. L’idea è dare trasparenza e svelare subito eventuali partecipazioni incrociate vietate come già avvenuto nel caso di Ciarrapico, degli Angelucci e di Bocchino.
L’Agcom però pare andata oltre. Ogni giornale dovrà dichiarare soci, amministratori, se siedono in altri cda, la catena di comando della propria e di altre società partecipate o controllate o controllanti. Va scritto tutto: vita, morte e miracoli a valle e a monte.
Il termine è perentorio: entro il 31 luglio, altrimenti non si può nemmeno fare domanda.
Bene? Insomma. Nel caso di una realtà come il manifesto l’iter diventa kafkiano. Dal ’95 questa testata è proprietà della «manifesto spa», una società diffusa in cui il 78,2% delle quote è rimasto alla cooperativa storica del giornale, il 15,3% è stato «comprato» da 6.533 persone fisiche e il 7% circa è di 109 organizzazioni sindacali o associazioni, 47 società e 23 cooperative. Di ognuna di queste, entro un mese dovremo ricostruire tutto come se fossimo un nucleo speciale delle fiamme gialle. Se non ti uccidono i tagli, ecco i cavilli. Eppure sarebbe bello che la stessa trasparenza si applicasse a tutta l’editoria. Allora sì che ne vedremmo delle belle.
Aiuto, è tornato Berlushenko!
Berlusconi esce dal freezer e a reti unificate rilancia bandiere rosse, zingaropoli e incubo fiscale.
Piove, Pisapia ladro! Nell’attesa che i cosacchi dei centri sociali si abbeverino in piazza Duomo agitando bandiere rosse e inneggiando alle tasse, Silvio “Luigiovic” Berlushenko esce dal sarcofago post-elettorale e lancia il suo ultimo messaggio nella bottiglia ai patrioti milanesi.
Il format delle interviste generosamente concesse da Palazzo Chigi a Tg1, Tg2, Gr1, Tg4, Tg5 e Studioaperto è completamente identico. Domande preordinate e tre risposte univoche nonostante «gli impegni molto assorbenti» (ipse dixit):
- qualsiasi cosa accada ai ballottaggi, non c’è alternativa al governo Pdl-Lega;
- se a Milano (dio non voglia) governerà «l’avversario» della Moratti estremisti e «centri sociali» ingrasseranno grazie alle maggiori tasse amate dalla sinistra, mentre arabi e «zingari» avranno moschee e libertà di «baracca» senza limiti;
- a Napoli non si può che vincere perché ci sono «un pm d’assalto e giustizialista votato dalla sinistra più estrema» che non possono superare il ballottaggio.
Fine delle trasmissioni. Pisapia e De Magistris non vengono nemmeno nominati. Con un simbolo del Pdl più grande della sua faccia e un planisfero mondiale sulla scrivania, un premier ingessatissimo sorvola su ogni bon ton istituzionale. In fondo, dovrebbe essere il premier di tutti gli italiani.
A guardarlo, torna alla memoria Konstantin Ustinovic Cernenko, invisibile presidente dell’Urss prima di Gorbaciov. Non c’è perestrojka possibile nel mondo berlusconiano. Moratti assicurerà «meno tasse e più servizi» per anziani e bambini, le orde della sinistra sono meticci assetati di sangue e manette. E’ il solito equilibrio del terrore che va avanti dal ’94. Basterà la paura a smuovere le decine di migliaia di voti che mancano a Moratti per vincere?
Berlusconi non cambia linea e non parteciperà direttamente agli ultimi giorni di Moratti. Tanto a che serve: assicura che Fini è finito e anche Casini è ininfluente però prende voti solo se è alleato col centrodestra. Sbavature illogiche, contraddizioni che illuminano la realtà di un governo tanto forte nell’aula della camera da lasciarla deserta per mesi.
Certo, i puntelli non mancheranno: quelli sudisti sono travagliati ma paiono in cottura, per i finiani delusi tipo Urso e Ronchi manca solo un approdo formale che non li riduca a degli Scilipoti qualsiasi.
Il Pd è stufo dell’ordalia mediatica. «Non siamo in Bielorussia, i telegiornali non si mettano a disposizione di una telefonata del presidente del consiglio», commenta Bersani. Quattro commissari dell’Agcom (l’autorità delle comunicazioni) avvertono che «in diverse testate è stata messa sotto i piedi ogni minima regola di corretta informazione e violata in maniera macroscopica la par condicio».
Oggi i democratici manifesteranno davanti l’authority: «Saremo lì – dice Bersani – al grido ‘i romani difendono la libertà dei milanesi, dei napoletani, dei triestini e così via’». Emilio Fede, recidivo plurisanzionato, prima di mandare in onda il monologo del suo coimputato e datore di lavoro, precisa che giovedì il Tg4 ha fatto parlare il pd Stefano Boeri «per 4 minuti». Benedetto cronometro.
Bastonare l’avversario è una cosa, accarezzare il tuo elettorato un’altra. Sempre sulle reti Mediaset, Calderoli annuncia una «bella sorpresa» da parte di Bossi e Berlusconi. L’Idv si sbilancia sullo spostamento di un paio di ministeri a Milano e uno a Napoli. Un sarcasmo che potrebbe essere non lontano dalla verità. In Germania li hanno spostati per il crollo del Muro, qua traslocano per far arrivare l’anti-pm Lassini a palazzo Marino.
dal manifesto del 21 maggio 2011
Feltri e Riformista senza contributi pubblici
Editoria, Palazzo Chigi toglie 43 milioni a «Libero» e «Riformista» e gli Angelucci minacciano 3mila licenziamenti nelle cliniche Tosinvest del Lazio.
La sentenza Agcom del 9 febbraio scorso (leggi il Pdf) lasciava ben pochi dubbi, e ieri al Dipartimento per l’Editoria di palazzo Chigi non hanno potuto far altro che prenderne atto. Antonio Angelucci e il gruppo Tosinvest dovranno rinunciare a tutti i contributi pubblici per l’editoria incassati o richiesti negli ultimi cinque anni. Una cifra che in totale supera i 40 milioni di euro, di cui circa la metà già erogati nel 2006 e nel 2007.
L’Authority presieduta da Corrado Calabrò ha accertato al di là di ogni ragionevole dubbio che gli imprenditori romani sono di fatto gli editori sia di Libero (direttori Feltri e Belpietro) che del Riformista. La commissione tecnica che si è riunita ieri a palazzo Chigi ha perciò deciso che i due quotidiani perdono il diritto ai contributi dal 2008 al 2010 e dovranno restituire i contributi incassati nel 2006 e nel 2007.
La legge 416/81, infatti, consente il sostegno pubblico solo a una testata per ciascun editore. La destra non è nuova a «furbate» di questo tipo. Nella stessa situazione si è già trovato Giuseppe Ciarrapico (editore e senatore Pdl) e potrebbe presto trovarsi anche Italo Bocchino (Fli), su cui sempre l’Agcom ha aperto un’inchiesta come possibile gestore sia del quotidiano napoletano Roma che dell’Indipendente.
L’inchiesta sugli Angelucci è durata quasi due anni (iniziò nel novembre del 2008). Più che indizi la guardia di finanza ha trovato una serie di smoking gun che disegnano «una catena di controllo» dei due giornali «non conosciuta e parallela a quella dichiarata».
Formalmente Libero era edito dalla Fondazione San Raffaele, un ente senza scopo di lucro. Mentre la testata del Riformista è affittata da anni alla cooperativa Edizioni Riformiste. Nella realtà invece i veri editori di entrambi i quotidiani sono società della galassia Tosinvest (alcune anche in trust lussemburghesi) tutte riconducibili ad Antonio Angelucci, attuale deputato del Pdl e fondatore di un «impero» economico che spazia dall’editoria alla sanità passando per quote rilevanti in banche come Capitalia (oggi Unicredit).
Dal 2003 al 2010 Tosivest Spa ha investito a fondo perduto nel Riformista oltre 22 milioni di euro. E dal 2001 al 2007 ha finanziato Libero con oltre 7 milioni, comportandosi di fatto come un editore che ripiana costi e perdite. Secondo l’Agcom sono importi annuali che non hanno «logiche di investimento» ma rappresentano «un contributo costante alla gestione ordinaria dell’impresa editrice». Le casse delle società in molti casi erano gestite come un calderone unico su cui spostare i fondi senza una logica precisa per la singola azienda. Per l’Agcom fra Tosinvest, Libero e Riformista esiste «un’unità gestionale».
A riprova, quasi tutte le riunioni sociali e del cda dei due giornali si sono tenute in un’unica sede, il quartier generale della Tosinvest a Roma in via Marche 1, «più volte indicato come “sede legale” anche delle imprese editrici»: 22 riunioni su 26 per il Riformista e 26 su 33 per Libero. Riunioni in cui risultano le stesse verbalizzanti (due impiegate Tosinvest) e spesso gli stessi soci e dirigenti (tra gli altri, Daniele Cavaglià, Roberto Pagnotta, Carmine Gianni Di Giore).
Insomma: «Le due imprese editrici sono condotte da persone di fiducia del gruppo Tosinvest» e «operano in coordinamento con tutto il gruppo Tosinvest di cui la Finanziaria Tosinvest Spa rappresenta il motore economico». Ai vertici di questa catena di controllo occulta sono collocate due società lussemburghesi, T.H. S.A. e SPA di Lantigos S.C.A., che si trovano al medesimo indirizzo nel Granducato e sono entrambe riconducibili alla famiglia Angelucci in generale e all’onorevole Antonio in particolare. Tutti fatti dimostrati – scrive l’Agcom – «almeno dall’anno 2006».
Una condotta grave e reiterata che è costata all’imprenditore eletto in parlamento una multa personale di 103.300 euro contro cui pende un ricorso al Tar. Per gli Angelucci è una batosta economica. Vanno in fumo crediti per oltre 43 milioni di euro: 10 per il Riformista più altri 33 per Libero, il giornale con più contributi diretti di tutti.
Sarà una coincidenza, ma poche ore dopo le brutte notizie in arrivo da palazzo Chigi il gruppo Tosinvest lancia un’operazione «shock and awe» contro la regione Lazio. Gli Angelucci all’improvviso minacciano di chiudere i battenti, licenziando entro il 15 aprile i 3.171 dipendenti del gruppo San Raffaele e costringendo la regione a trasferire altrove i 2.283 pazienti ricoverati. Per evitare una «catastrofe sanitaria» la regione deve onorare i 150 milioni di debito col gruppo e riconoscere al San Raffaele Pisana il carattere di «Irccs» come fatto per il Santa Lucia.
- L’ordinanza integrale Agcom del 9 febbraio 2011 che condanna Antonio Angelucci (file pdf)
dal manifesto del 30 marzo 2011