La privatizzazione dell’Acea non è una vicenda locale. Le utility comunali del Nord-Ovest cercano di fondersi in un’azienda più grande e puntano ad allargarsi al Veneto e all’Emilia. L’azienda domina il centro e punta al Sud. Il sindaco vuole venderla da due anni nonostante il referendum. Ma è sempre più solo: litiga con i cittadini, con la sua stessa maggioranza e con i potenziali alleati. Oggi vertice decisivo in Campidoglio.
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Atac, il disastro della Roma di Alemanno
La Caporetto di Bossi e Berlusconi
La Lega perde 6 candidati e in Lombardia vince solo a Varese. Per il Pdl batosta dal Piemonte al Lazio.
I candidati del Carroccio perdono a Desio, Mantova e Rho. Il Pd vince perfino a Pavia e Novara.
Bondi si dimette e Maroni giura: «Una sberla ma no a alleanze strane»
Diciamo subito le cose come stanno: una sconfitta così il centrodestra non l’ha mai subita. Berlusconi ha perso il primo turno, Bossi anche il secondo.
E’ una «doppietta» storica che dovrebbe imporre al centrosinistra la richiesta di elezioni anticipate e la convocazione delle primarie subito, visto che tanto bene hanno portato ovunque si siano fatte (anche al Pd a Bologna e Torino).
I perdenti conclamati, Bossi e Berlusconi, ammettono entrambi la sconfitta. «Abbiamo perso, è evidente», confessa in serata un premier che fino all’ultimo ha perusato i dati cercando un appiglio, un qualcosa che consentisse una resa onorevole, un «quasi pareggio», per dirla con Verdini. Non c’è: non a caso Sandro Bondi si dimette immediatamente dal coordinamento nazionale. Una mossa che innescherà il redde rationem anche contro gli altri due triumviri, Verdini e La Russa, che sono ammutoliti.
Il tracollo è totale. Perfino il senatur, votando alla chetichella a Milano un paio d’ore prima della chiusura delle urne ne era consapevole. Tanto che dopo aver provato a dare la mano a una rappresentante di lista di Pisapia quando questa l’ha rifiutata ha sibilato: «La mano allo sconfitto si stringe sempre».
I dati elettorali che arrivano a via Bellerio raccontano un tracollo del Carroccio. Certo, vince a Varese (città natale di Maroni) ma non sfonda (53,9%). Il sindaco Attilio Fontana conserva i voti che aveva al primo turno mentre la candidata del Pd Luisa Oprandi ne prende quasi 5mila in più.
Per il resto, una Caporetto. Nelle città capoluogo chiamate al voto i cittadini amministrati dal centrosinistra erano 3.353.219 contro i 2.182.184 amministrati dal centrodestra. Dopo i ballottaggi la situazione è 5.039.457 (centrosinistra) a 690.678 (centrodestra). Una slavina senza precedenti.
La Lega perde nei comuni grandi e piccoli di tutto il Nord, dal Veneto al Piemonte. A queste elezioni su 210 candidati ne aveva 51 in solitaria contro il Pdl. In 39 città è sparita al primo turno, in 9 è arrivata al ballottaggio. E ne ha persi ben 6. In Lombardia a parte Varese perde ad Arcore (dove sarà sindaca una donna del Pd), Nerviano, Desio e Rho, il comune della Fiera e dell’expò. In una città eletta a simbolo come Gallarate il candidato del Pd vince a man bassa. E altrettanto clamorose e inaspettate poche settimane fa sono le sconfitte alla provincia di Mantova e a quella di Pavia (qui però il candidato era del Pdl e non della Lega). Il centrodestra unito vince col 51% per 1.400 voti solo quella di Vercelli. Ma nel 2007 – non un secolo fa – aveva trionfato al primo turno con il 66%.
E non è un fantasmatico «effetto Pisapia». In Piemonte, il comune di Novara, feudo del governatore Roberto Cota, passa al centrosinistra col 53%. Perde Bossi insomma ma perdono anche i suoi colonnelli. Per la Lega è un tonfo senza precedenti anche in quasi tutti i comuni più piccoli. In Lombardia svaniscono i sogni di gloria a Vimercate, Cassano D’Adda, Limbiate, Pioltello, San Giuliano Milanese, Malnate. Dopo i ballottaggi resistono col centrodestra solo Treviglio e Busto Arsizio. Uniche consolazioni, magrissime, le vittorie dei due candidati leghisti a Salsomaggiore (in Emilia) e Montebelluna (in Veneto). Poca, pochissima roba.
Nota agrodolce: dopo Arcore il Pdl perde anche a Casoria in Campania, la città di Noemi Letizia. Là dove il «sexgate» è venuto alla luce al culmine del consenso berlusconiano.
Eppure il governo va avanti, i due sconfitti si sono sentiti per telefono e giurano che nulla cambia. Parole di pulcinella Perché la sconfitta è maggiore per la Lega (che già al primo turno aveva perso il triplo dei voti del Pdl) ma disarciona anche il partito del Cavaliere. Il candidato di Berlusconi perde a Cagliari, Grosseto, Macerata.
E nel Lazio è una debacle totale. Mentana e Pomezia, due grandi comuni in provincia di Roma, il Pdl tonfa sonoramente. Alemanno e Polverini sono chiusi nella capitale come a Stalingrado. Come Bossi, erano andati alla conta contro il proprio partito e ne sono usciti con le ossa rotte. In entrambe le città ha vinto il candidato dell’ala Meloni-Gasparri-Fazzone. Polverini si consola a modo suo: «Sora e Terracina sono gli unici comuni dove il Pdl ha vinto». Ma la sopravvivenza autonoma del sindaco di Roma e della presidente del Lazio sono sempre più precarie.
Se non basta, anche il «terzo polo» elettoralmente non esiste. Certo, a conti fatti probabilmente molti suoi voti al ballottaggio sono andati al centrosinistra. Ma i voti oltre che contare vanno soprattutto pesati.
Nulla di quello che è visibile in una campagna elettorale in termini di candidati, coalizione, eletti, programma, significato e sentimento collettivo può essere ascritto al trio Fini-Casini-Rutelli.
Una sconfitta di queste proporzioni – al di là dei desiderata del Pd e dell’Udc – non concede scappatoie o «inciuci» di palazzo. Bossi tace ma Maroni e Calderoli già chiedono una «fase due» per il governo. Articolarla però è un’impresa quasi impossibile. Meglio votare.
dal manifesto del 30 maggio 2011
Pdl, dopo Fini i colonnelli marciano su La Russa
La priorità del Pdl? «Salvare Berlusconi, se cade lui cadiamo tutti – ammette un deputato ex An – ma il malfunzionamento del partito e del governo ormai è totale». Gli equilibri decisi da Berlusconi all’inizio della legislatura non reggono più. Tanto meno dopo l’uscita di Fini. Nel mirino ci sono sia i triumviri che reggono il partito, sia la conduzione del gruppo a Montecitorio. Le poltrone di La Russa e Cicchitto scottano sempre di più.
L’ex viceré di An, più di tutti, ha fatto filotto: controlla il partito come coordinatore, ha un ministero di primo piano e ha piazzato un suo uomo, Massimo Corsaro, come vicecapogruppo di Montecitorio. Senza contare il suo asse storico con Gasparri (capogruppo a palazzo Madama) più una miriade di nomine nelle aziende di stato. Tradotto: o cede qualche poltrona o le compensa con altre. «Le quote tra An e Forza Italia vanno superate – attaccano i parlamentari vicini ad Altero Matteoli – ma non è che la quota ex An è una quota La Russa». Il ministro per le infrastrutture ha ormai un patto di ferro con altri big come Alemanno e Augello.
Il triumviro è accerchiato: oltre che dai suoi ex compagni di partito è nel mirino di azzurri di peso come Scajola e Miccichè.
Il primo round di cene separate di «scajoliani» (53 deputati), «matteoliani» (oltre 35) e «alemanniani» finisce con un messaggio inequivocabile al quartier generale: va bene essere uniti, ma essere fessi no. La cosa più logica è riordinare il partito e fare almeno i congressi locali: si fa la conta sul territorio e poi chi vince governa.
Però intanto bisogna sistemare le cose anche in parlamento. La giustizia l’impone Ghedini, l’Economia la fa Tremonti e le nomine le decide non si sa più nemmeno bene chi oppure vanno ai responsabili (forse già oggi la seconda tranche di sottosegretari). «Sul resto non possiamo fare nulla», si sfoga un deputato che fa politica da una vita. A parte salvare Silvio, qual è la missione del partito? E sotto Silvio chi comanda su chi? Sono le stesse cose che criticava Fini prima di andarsene: «Sì, Fini aveva pensato di aprire uno spazio nuovo per la destra – confida un onorevole in passato a lui vicino ma rimasto nel Pdl – ha provato ma non ci è riuscito». Ormai la scissione è andata.
E allora eccoli lì gli ex colonnelli, alle prese con il berlusconismo senza un generale che faccia da filtro. Il Pdl va rivoluzionato, basta La Russa. «Va arginato», dicono tutti. Ma come? «Certo non puoi mortificarlo, se se ne va lui altro che Fini». L’incarico spetta al sodale storico. Gasparri si è già attivato per una mediazione in prima persona con una sorta di «tavolo» che accontenti le varie anime in pena.
Dopo l’addio di Fini la galassia ex aennina è ormai frantumata: Alemanno e Mantovano fanno corrente a sé. Il sindaco di Roma per la prima volta ritiene di essere abbastanza forte nella capitale da sfidare le correnti storiche ex An di Storace, Rampelli, Augello e soci. Quest’ultimo, ex assessore al Bilancio del Lazio (megabuco alla regione), senatore e sottosegretario, ormai gioca una partita a sé.
Rimescolare non è solo lotta tra neri e azzurri. E’ anche logico. I muri tra soci fondatori sono in parte già caduti. Augello trova ascolto sia in Berlusconi sia nei ministri forzisti di Liberamente. Al senato Gasparri e Quagliariello si muovono come un sol uomo. Matteoli ha sicuramente feeling con Verdini, se non altro per la comune toscanità.
Il decano ex missino ha in testa però anche un compito più ampio. Vorrebbe raccogliere attorno a sé sia le anime ex Fli di camera e senato tipo Moffa e Briguglio sia alcuni finiani pronti a tornare all’ovile come Urso e Ronchi. Nel Pdl la loro uscita da Fli è considerata una certezza. «Per ora però non c’è uno spazio, visto che non siederanno mai tra i responsabili e non vogliono tornare nel Pdl». Matteoli proverà a crearlo.
Al di là della cena pasquale tra partito e governo di ieri sera, ogni cambiamento è spostato a dopo le amministrative. Berlusconi per sa che non sarà facile. Per ora pensa al rimpasto e ha già in mente due grandi eventi a Milano e Napoli, le città chiave. Non a caso, quelle dove Bocchino (Fli) ha già annunciato che il terzo polo non sosterrà il Pdl al secondo turno.
dal manifesto del 15 aprile 2011
Berlusconi, il Pdl “no Fli zone” e la paura del voto
Allarme rosso nel partitone berlusconiano. Tutti in fila a palazzo Grazioli: il 15 aprile si chiudono le liste. Dopo Mantovano e La Russa anche Cicchitto nel tritacarne. L’ex ministro Scajola segue le orme di Fini. Il premier lancia l’urlo di Prodi: «State uniti».
Dopo il caos e gli insulti, nel Pdl arrivano anche le botte. Metaforiche, si intende. Perché di ora in ora la crisi del Pdl si aggrava sempre di più. E visti gli incidenti degli ultimi giorni, rischia di trascinare con sé anche il governo. «Unità, basta divisioni», ripete Berlusconi come faceva Prodi in mezzo alla tempesta.
Il Pdl deve essere una «no-Fli zone», dichiara Gaetano Quagliariello: ovvero le correnti vanno bombardate, perché rischiano di terremotare il partito. «Ci sono tutte le condizioni per arrivare alla scadenza della legislatura», aggiunge Cicchitto. Se si sente così tanto il bisogno di ribadirlo vuol dire che è vero il contrario.
Dopo le consultazioni al Quirinale Pd, Udc e Idv sono sicuri: «In queste condizioni si torna a votare». Se il governo non governa ma deve correre alla camera per votare perfino un verbale di seduta siamo vicini a un definitivo e catastrofico cedimento strutturale.
La cronaca delle ultime ore è un bollettino di guerra per il Cavaliere. Nel mirino del premier non solo La Russa, ma anche Cicchitto e i capigruppo alla camera Corsaro e Baldelli, colpevoli di aver affossato in poche ore la manovra avvolgente del ministro Alfano sulla giustizia. Quel blitz è andato in fumo. Rallentando la corsa al «delfinato» del giovane guardasigilli siciliano.
E’ noto pure ai sassi che – con Fini e Tremonti impegnati in altre partite – Alfano avrebbe raccolto un bel dividendo per aver portato al premier pluri-imputato la somma di ogni scudo giudiziario possibile immaginabile. La stizza con cui il ministro di Agrigento ha mancato il voto alla camera è il sigillo che su «processo breve» e Ruby si gioca la partita della vita.
Invidie, voglia di protagonismo, timori. Il gruppo azzurro è una ciurma in rivolta. Da cui trapelano voci incontrollate e interessate di prossime «purghe». Cicchitto potrebbe andare al governo (alle politiche Ue) ed essere sostituito al vertice del gruppo. «Tutti ormai chiedono a Berlusconi di mettere mano al partito ma in questa situazione non può cambiare nulla, se tocchi uno e lo sposti da un’altra parte crolla davvero tutto», racconta sconsolato un ex An.
I triumviri scricchiolano e la balcanizzazione del Pdl non si può sanare con la retorica dell’unità quando le priorità di ognuno sono schiacciate su quelle del capo. Il nucleo storico ex forzista è ormai dilaniato. Il gruppo dei Martino, Pisanu, Urbani e Pera è ai margini da tempo. Poi si è sfilato il siciliano Miccichè, poi i ministri di «Liberamente» (Frattini e Gelmini su tutti), poi Scajola. Un’eruzione che non risparmia la vecchia An, quasi tutta abbarbicata attorno a un La Russa non in stato di grazia e orfana di Mantovano al governo, capofila nazionale dell’area di Alemanno.
Divisioni rese più abrasive dalla calata dei barbari «responsabili» in cerca di mercede e dalla chiusura, entro il 15 aprile, di liste e candidature per le amministrative.
Il problema di Berlusconi è che Gianfranco Fini aveva ragione, prima di infilare la porta. Regole, tessere, poltrone, deleghe, sono essenziali per un partito. La teoria «carismatica» del capo che tutto vede, tutto sa e tutto può, soprattutto quando ha 75 anni e diversi processi sul collo, è un’invenzione che non congela la realtà.
Il «caso Scajola», soprattutto, rivela una dinamica identica a quella che portò all’espulsione di Fini un anno fa.
L’ex ministro chiede un ruolo interno al partito che gli viene negato. Prova a trattare in privato con le buone e non funziona. Appena scoppia il caso La Russa parte una mezza raccolta di firme che però viene stoppata (lo stesso fece fare Fini a Bocchino nel 2009). Un avvertimento a cui seguono generiche dichiarazioni sulla debolezza del partito, l’assenza di regole e di tessere sul territorio, su chi decide i posti che contano (a Roma e non solo). Si rafforzano le fondazioni (Fare futuro e Cristoforo Colombo). E poi uno slogan: «Non moriremo fascisti», ha detto l’ex divo Claudio ai suoi. Un grido di battaglia speculare al «non moriremo berlusconiani» dei finiani della prima ora. E’ possibile che Scajola non uscirà dal Pdl tra pochi mesi come accadde a Fini. Certo è che il Giornale, a firma Sallusti, non è tenero con l’ex ministro.
Si è detto tante volte che Berlusconi fosse arrivato alla fine. Anche stavolta forse non sarà così. Però tra molte somiglianze non mancano le differenze.
Il 10 aprile i parlamentari avranno diritto alla pensione. Soprattutto, la Lega oggi ha ottenuto il federalismo, come faceva notare a tutta pagina in solitaria la Padania di ieri esultando per l’approvazione del fisco regionale.
In autunno tutto è possibile. Finora non si è mai votato per via della finanziaria. Ma con le nuove regole adesso si fa a luglio. E in quella partita l’arbitro sarà Tremonti, uno che di scontenti intorno ne ha già a bizzeffe. In molti, non solo nell’opposizione, pensano che sia meglio staccare la spina.
Per Berlusconi la partita immediata – processi a parte – sono le amministrative di maggio. Se perde, le scosse potrebbero diventare incontrollabili. Non è un caso che ieri abbia deciso di essere ancora una volta il capolista al comune di Milano. La strada è in salita. E’ costretto a pedalare sempre più forte se non vuole cadere. Ma potrebbe anche scoprire di aver fatto tanto strada per ritrovarsi al punto di partenza.
dal manifesto del 2 aprile 2011
Unità d’Italia, ristorante da Gianni (Alemanno)
Pennette tricolore obbligatorie per legge. Il piatto preferito di Arcore e Villa Certosa sbanca anche nella Capitale.
Un’ordinanza del comune guidato da Gianni Alemanno impone nelle varie mense scolastiche della città un adeguato “menù tricolore” per il 16 marzo, la vigilia del cinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.
L’editto del 24 febbraio scorso, regolarmente protocollato col numero 5378, campeggia nei corridoi delle scuole materne e primarie comunali da giorni.
Bimbe e bimbi di “Roma capitale” dovranno adeguarsi alla giornata patriottica degustando un piatto di pasta tricolore e un non meglio precisato “bollito risorgimentale” accompagnato da patate al forno.
Il fax rispetta il precetto costituzionale e a scanso di equivoci precisa che la semola deve essere di colore “verde, bianca e rossa”: 50 grammi per i bimbi della materna e 70 per quelli delle elementari. Il condimento? Burro e parmigiano per non rovinare l’impatto estetico. Impossibile sapere dove si saranno approvvigionate le aziende appaltatrici: la “pasta tricolore” ricorda i gironi più sinistri degli autogrill anni ’80 al confine con l’odiata Austria.
Milleproroghe, il senato boccia Tremonti
Un guazzabuglio di norme «incomprensibili e senza necessità e urgenza». Caos su sfratti, soldi per Roma e funivie. Gli uffici del senato bocciano il decreto creativo di Tremonti: incostituzionale.
Il servizio studi del senato boccia le «furbate» di Tremonti nel milleproroghe. Gli uffici di Palazzo Madama sono durissimi con il decreto approvato dal governo a fine anno.


