L’Aga Cannes perde pezzi

Berlusconi annuncia la fiducia sulla legge di stabilità ma la sua maggioranza non c’è più. Due deputati del Pdl passano all’Udc. E alla camera è tutto pronto per la trappola sul rendiconto.

A Montecitorio quota 316 addio. Mezzo Pdl chiede un passo indietro al premier e spera nell’improbabile soccorso dei centristi. Il problema però è che fare dopo.

Silvio Berlusconi si aggira tra i grandi della Terra come un intruso. Obama non lo vuole vedere e con Sarkozy ormai è andata com’è andata. La Germania, costretta ad averci a che fare, ha chiarito per tempo a Napolitano che l’unico interlocutore internazionale per il nostro paese è il capo dello stato.

Il premier è a terra ma non è disarcionato. Anzi. Dalla Francia annuncia che il governo chiederà la fiducia sulla legge di stabilità. Un modo lampante per dire a tutti che l’unico modo per mandarlo a casa è votargli contro in parlamento.
Eppure è proprio dentro il suo partito che si annidano ormai i pericoli maggiori. Due deputati (Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito) sono passati direttamente dal Pdl all’Udc.

Più Alfonso Papa ai domiciliari e Pietro Franzoso in ospedale, addio la maggioranza a quota 316 alla camera. Ieri altri 3 «sudisti» hanno lasciato il gruppo dei responsabili e sono passati al misto pur dichiarando di stare ancora nel centrodestra.

Smottamenti ufficiali che si aggiungono ai 6 deputati che hanno firmato pubblicamente la lettera sui giornali che chiede al premier un passo indietro. Alla fine da quelli dell’Hassler (lussuoso hotel di Roma sede dei loro incontri) si sono sfilati gli scajoliani Andrea Orsini e Paolo Russo ma ormai più che un fuoco di paglia sembra un incendio.

L’ex ministro con casa al Colosseo dice che «se Berlusconi ritiene di poter fare questa svolta gestendo lui la presidenza del Consiglio lo faccia, altrimenti si faccia da parte. Non bisogna più pensare a un interesse di parte, siamo sull’orlo di un baratro».

La galassia pidiellina è vicina al big bang: in allarme il Pri di Nucara, gli ex finiani Urso, Ronchi e Buonfiglio, i siciliani di Miccichè, gli ex Udc passati al Pid. «Berlusconi deve trattare una resa onorevole, sennò finisce schiantato», avverte il pidiellino Giuliano Cazzola. Perfino Maurizio Paniz (quello di «Ruby è la nipote di Mubarak») gli suggerisce di fare «il padre nobile» e salvare la ditta.

Secondo i colloqui dell’Udc, sarebbero altri quattro o cinque i deputati del Pdl pronti a lasciare il partito di Berlusconi. Verdini è già in pista per convincerli a desistere. Ma intanto al senato (maggioranza di 18 voti) i dubbiosi sarebbero già più di 10, sufficienti dunque a mandare a casa il Cav.

Non che frondisti e malpancisti la pensino tutti allo stesso modo, per carità. La maggior parte – sia tra quelli usciti allo scoperto che tra quelli in «sonno» – non pensa a un ribaltone ma a un governo Letta. Gianni, l’unico uomo sul pianeta di cui il premier pensa di potersi fidare veramente a parte la prole (non tutta) e Fidel Confalonieri.

L’opposizione prova a giocarsi la partita. Per Gianfranco Fini è chiaro che «il governo ha i giorni contati». E a chi gli fa notare che sono parole poco consone per un presidente della camera, il leader di Fli risponde che «anche Bossi e Berlusconi sono un’anomalia».

Visto che l’approvazione della finanziaria non è in discussione con la crisi dell’euro e i calendari parlamentari sono vuoti proprio per evitare incidenti, per l’opposizione la madre di tutte le battaglia è martedì, quando alla camera si rivoterà il rendiconto generale bocciato dall’aula l’11 ottobre. Una vicenda viziata da incostituzionalità e dalla lesione dei regolamenti della camera (cfr. Gianni Ferrara sul manifesto del 25 ottobre) su cui Casini e Bersani sono pronti a far scattare la trappola. Cioè trasformare malumori e paure in un missile contro il governo.

Rosi Bindi fa balenare una mozione di sfiducia (ma solo se e quando avrà raggiunto preventivamente le 316 firme di maggioranza). In realtà però Udc e Pd stavolta giocano di fino.

Al momento non si valutano né mozioni né altre diavolerie parlamentari. «Bastano le votazioni già previste», dicono dal Nazareno e confermano fonti centriste.

Il bug che potrebbe mandare in tilt il centrodestra è l’arma più antica di tutti, la mancanza del numero legale nell’aula della camera. Uno strumento soft ma inaggirabile che potrebbe raccogliere tutti, dall’Idv al più scontento dei berlusconiani.

«A Berlusconi chiediamo di dare un segnale, altrimenti vedremo come comportarci – spiega la frondista del Pdl Isabella Bertolini – se passerà attraverso un rimpasto, un azzeramento di questo governo, un nuovo governo o un nuovo premier, questo spetta a lui deciderlo». Nota bene: in tutti i casi si prevedono le dimissioni di Berlusconi.

Il dubbio, infatti, è su che succede dopo. In caso di elezioni almeno un terzo dei parlamentari Pdl non sarà rieletto. Evitare le urne, per i frondisti, è il primo obiettivo. Ma mettere in piedi una «cosa« che duri un anno è più difficile. Mentre il Pd accetta di malavoglia un eventuale governo del presidente, nel Pdl sperano ancora in una nuova maggioranza allargata all’Udc. Sono entrambi scenari improbabili. Esplosivi con numeri risicati e con i partiti in piena decomposizione.

dal manifesto del 4 novembre 2011

Milanese salvo per tre voti, il Pdl teme la bomba Sicilia

Prima di prendere il trolley e tornare a casa, gli onorevoli si guardano tra loro come dei sopravvissuti. La camera «salva» dal carcere il deputato Marco Milanese, accusato dai pm napoletani di associazione per delinquere, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio.

La maggioranza tiene nonostante le assenze (tra cui Tremonti e Frattini impegnati negli Usa) ma tra Pdl e Lega non tira aria di rivincita sull’odiata magistratura. Anzi, basta guardare il volto livido e tiratissimo di Berlusconi alla fine del voto: 312 i contrari all’arresto (solo 3 più del quorum) e 306 favorevoli. Sono stati almeno 7 i franchi tiratori della maggioranza che si sono aggiunti ai 299 parlamentari delle opposizioni presenti.

Dato l’anonimato del voto e la libertà di coscienza concessa dall’Udc, è impossibile avere certezze. Ma nella maggioranza tutti i sospetti si appuntano sul gruppo forzasudista del palermitano Miccichè, composto proprio da 7 deputati. Non a caso, è proprio con il sottosegretario al Cipe che Berlusconi si intrattiene a lungo in aula dopo il voto. Lo stesso che nel pomeriggio tuona dal suo blog contro Tremonti che non gli dà 10 milioni di euro per aprire l’aeroporto civile a Comiso. Lo stesso che in questi giorni si agita tanto, visto che in molti comuni siciliani si vota a primavera e il suo grande antagonista Angelino Alfano è appena stato promosso segretario del Pdl.

A differenza che per Alfonso Papa, stavolta il Carroccio ha votato compatto a difesa del braccio destro di Tremonti. Ma i colpi sotto la cintura tra la Lega nord e la futura lega sud sono destinati inevitabilmente ad aumentare. Soprattutto perché mercoledì prossimo la camera dovrà votare la mozione di sfiducia presentata dal Pd contro il ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, palermitano cuffariano ex Udc accusato di corruzione e concorso esterno in associazione mafiosa.

Antonio Di Pietro, unico big a parlare in aula, denuncia un «voto di scambio, come si fa nelle associazioni criminali, io ti lascio governare e tu non mi mandi in galera», azzarda un parallelo tra questo imbarazzato e burocratico no all’arresto di Milanese con il fragoroso salvataggio di Craxi nel ’93 che portò al seppellimento della Prima Repubblica a colpi di monetine e manette.

Lui, il deputato un tempo tanto arrogante quanto potente, corre a colloquio da Berlusconi. E a caldo in Transatlantico si lascia sfuggire un «Giulio mi ha deluso, oggi non doveva mancare, sono nauseato».

Le accuse contro di lui restano pesantissime e il processo andrà avanti. Si parla di almeno 450mila euro in tangenti, orologi di valore, gioielli, auto di lusso – tra cui una Ferrari Scaglietti e una Bentley – viaggi e soggiorni all’estero, tutti donati in cambio di notizie riservate sulle indagini della Guardia di Finanza e di una nomina nelle società controllate dal ministero dell’Economia.

In particolare, per i pm è accertato «al di fuori di ogni dubbio» che Milanese abbia assicurato la nomina di Guido Marchese a componente del collegio sindacale nelle società a partecipazione pubblica Ansaldo Breda, Oto Melara, Ansaldo Energia, Sogin, Sace, ricevendo «dallo stesso la somma di 100mila euro». E con lo stesso «modus operandi», potrebbe aver imposto la nomina di Carlo Barbieri a consigliere di amministrazione di Federservizi, società controllata dalle Ferrovie dello Stato.

In serata, intervistato da Bruno Vespa, Milanese nega tutte le accuse e difende piuttosto freddamente il ministro e suo ex compagno di casa: «Tremonti era in missione, come Frattini. Non mi sento di muovere critiche. Sono tutti assenti giustificati. Con lui non c’è nessun rapporto strano o opaco».

dal manifesto del 23 settembre 2011

Legislatura record per l’arresto dei parlamentari

Legislatura record per le richieste di arresto dei parlamentari: ad oggi sono 9 in tutto (7 del Pdl e 2 del Pd).

Camera

Sono 5: Margiotta del Pd, Angelucci, Cosentino, Papa e Milanese del Pdl.

12 invece le richieste dei pm per l’uso di intercettazioni in vari processi.

Senato

Sono 4: Tedesco del Pd, Nespoli e 2 per Di Girolamo del Pdl.

8 invece le richieste di intercettazioni.

I precedenti

Dal 1996 al 2006 le richieste d’arresto sono state 15 in tutto: :

  • 0 alla camera e 4 al senato (XV legislatura, 2006-2008, centrosinistra)
  • 3 e 7 (XIV, centrodestra)
  • 1 e 1 (XIII, centrosinistra)

 

Pdl, la sbandata degli «onesti»

Il Quirinale chiede altre modifiche alla manovra: dopo la salva-Fininvest nel mirino ci sono anche le «quote latte» care a Bossi. Berlusconi abbandonato da tutti ritira il comma contestato, Tremonti fugge dai giornalisti, Alfano tace, Letta si scusa con Napolitano. La Lega ribolle e il Pdl rischia sulla P4.

Qualcuno più realista del re si trova sempre, Daniele Capezzone e il ministro Sacconi, per esempio, difendono nel generale imbarazzo di colleghi ministri e deputati il comma salva-Fininvest. Peccato che poche ore dopo il Cavaliere li pugnali alle spalle ritirando lui in persona la norma inserita da chissà chi in finanziaria, un comma «senza autore» che per tutto il giorno in Transatlantico ha angosciato peones e big di Pdl e Lega.

Dietro le quinte lo scontro col Quirinale è tale che ieri mattina Gianni Letta non ha potuto far altro che telefonare al Colle per scusarsi con Napolitano e assicurare alla presidenza della Repubblica che (nemmeno) lui di quella norma contestata ne sapeva nulla.

Contatti diplomatici e non che hanno costretto nel pomeriggio il «mero proprietario» della Fininvest a usare la carta intestata della presidenza del consiglio per annunciare la cancellazione del comma incriminato. Il comunicato di Berlusconi (disponibile sul sito del governo) dovrebbe andare nei libri di storia per quanto è esemplare del groviglio di interessi di cui è tessuto il crepuscolo del berlusconismo. In sostanza, il premier certifica che «nella cosiddetta manovra» c’era una norma «non solo giusta ma doverosa» che consentiva alla sua azienda di non pagare i danni a un concorrente (De Benedetti). Già che c’è, Berlusconi parla del processo e dà la linea ai giudici: «Conoscendo la vicenda sono certo che la Corte d’Appello di Milano non potrà che annullare una sentenza di primo grado assolutamente infondata e profondamente ingiusta. Il contrario costituirebbe un’assurda e incredibile negazione di principi giuridici fondamentali». Conclude con minaccia: «Spero non accada che i lavoratori di qualche impresa, in crisi perché colpita da una sentenza provvisoria esecutiva, si debbano ricordare di questa vergognosa montatura» (dell’opposizione, ndr). E’ l’apoteosi del conflitto di interessi con tanto di ventilata serrata-vendita di Mediaset (mediatica o reale è lo stesso) contro toghe rosse e comunisti.

Mortaretti che non spostano di una virgola «la scrupolosa attenzione» del Quirinale sul decreto che definirà i conti pubblici fino al 2014. A stretto giro infatti dal Colle filtra la richiesta di «nuovi chiarimenti», in particolare sul trasferimento dell’Ice alla Farnesina e l’ennesima sanatoria sulle «quote latte» della Lega.

Se questo è il clima al vertice, nel governo e nella maggioranza è il caos. Ieri Tremonti ha annullato all’ultimo minuto una conferenza stampa convocata in pompa magna per illustrare la manovra. Il malumore di super-Giulio è alle stelle. Nel lasso di tempo in cui il testo è passato per Palazzo Chigi prima di andare al Colle – concordano diverse fonti parlamentari – qualcuno voleva «infilare» nella manovra altri provvedimenti indigeribili. Non è un caso che il segretario del Pdl di fresca nomina, Angelino Alfano (l’indiziato numero uno), pubblicamente non abbia detto una sola parola nonostante sia ancora il ministro della Giustizia in carica.

Anche la Lega è in subbuglio. L’asse del Nord basato su Bossi-Berlusconi scricchiola sempre di più. Tagli, missioni militari, ministeri al Nord, rifiuti, giustizia e leggi ad personam. Quasi nessuna delle richieste della Lega è passata senza colpo ferire. Una voce per tutti: «Ma Silvio ci è o ci fa?» si chiede il milanese Matteo Salvini su Facebook.

La miccia di via Bellerio o è bagnata, o gioco forza si accorcerà sempre di più. Per paradosso, è soltanto l’eccesso di caos a tenere in piedi la legislatura.

Il governo in senato ha chiesto la fiducia sul decreto sviluppo e si appresta a fare lo stesso anche sulla manovra (in aula dal 19 luglio). Voti campali che non possono andar male a meno di incidenti. Ma tenere le redini è sempre più difficile.

Anche vicende che un tempo sarebbero state risolte d’imperio da palazzo Grazioli adesso rischiano di far saltare il banco. Sulla P4 e il «caso Papa» la maggioranza è in frantumi. Oggi la giunta per le autorizzazioni della camera inizierà a valutare la richiesta di arresto per il deputato napoletano complice di Bisignani. La Lega si dice pronta a lasciare le cricche berlusconiane al loro destino. Ma anche nel gruppo del Pdl l’ala ex An (La Russa e non solo) vorrebbe «libertà di coscienza» nel voto in aula. Una scelta che per il «partito degli onesti» di Alfano sarebbe una prima assoluta, visto che il centrodestra ha sempre salvato i deputati sotto inchiesta come fanno i marines sul campo di battaglia. Alfonso Papa parlerà in Giunta stamattina. Ma ha già detto che non si dimetterà e che è pronto a dire «la sua verità». A parte i pasdaran, non ha grossi sponsor nel partito.

La sua richiesta d’arresto si intreccia con quella avanzata mesi fa contro il senatore Pd Alberto Tedesco, su cui l’aula di Palazzo Madama deve ancora esprimersi.

Salvare entrambi, nessuno, o solo uno dei due è la scelta che divide tutti i partiti coinvolti.

dal manifesto del 6 luglio 2011