Bomba a Brindisi, prudenza e dolore bipartisan

Monti dal G8: «Un atto senza precedenti, l’eversione non ritornerà». Napolitano elogia la reazione delle piazze.

Per una volta le parole e i gesti sono stati più forti del dolore immenso che come un fulmine si è propagato in un sabato assolato in tutta Italia. Tanto più cauti istituzioni e inquirenti, tanto più forte il segno di migliaia di persone scese spontaneamente in tutte le piazze d’Italia. Una giornata di democrazia e di sangue.

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Alla vigilia del voto tecnici e populisti perdono la bussola

Le urne per le elezioni amministrative si aprono, oggettivamente, in un paese allo sbando. Tra un governo non eletto e sempre più impopolare e partiti che non ispirano fiducia nemmeno ai propri iscritti , i quattro anni di crisi durissima che abbiamo alle spalle rischiano di sembrare una passeggiata.

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La tecno Dc in provetta di Casini e l’armata Brancaleone di Pisanu

Casini cerca la «tecnopolitica» dopo l’Udc e Pisanu va «oltre il Pdl» con firme imbarazzanti. Alfano teme il crac e si aggrappa all’arma segreta del Cavaliere.

Aiuto, rinasce la Dc. Il Pdl non è ancora nemmeno sepolto e sono già tre i nuovi «progetti politici» che desiderano spartirsi l’eredità del “partito unico dei moderati” dominato per vent’anni dal Cavaliere.

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«Porcellum bis», l’ira degli esclusi sulla legge elettorale

Gli sherpa di Pd, Pdl e Udc vanno avanti sulle riforme costituzionali e sul «porcellum bis». Certo il conforto del capo dello stato dovrebbe far gonfiare le vele dei «riformatori» ma in realtà la situazione è critica ancora prima di cominciare.

Prima di tutto per ragioni interne al Pdl. Tutti i critici di Alfano (ex An ma anche ex forzisti) sono usciti allo scoperto e usano il presunto accordo del segretario con Bersani e Casini sul «porcellum bis» per demolire una leadership ancora tutta da digerire. Capifila i «colonnelli-generali» Altero Matteoli e Ignazio La Russa, che nella riforma vedono troppe concessioni all’Udc e di conseguenza temono un ridimensionamento cospicuo del proprio peso politico.

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Monti, dalla Corea con furore

Monti al parlamento: «Noi non tiriamo a campare, se non ci volete ce ne andiamo». Fornero esclude veri cambiamenti e insiste per un rapido sì alla sua riforma. Il lavoro manda in pezzi l’asse «Abc» A Seoul tensione tra il premier e la Spagna. E dal professore arriva stilettata anche a Obama sul «buco del bilancio».

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L’Italia “dopo Cristo”, l’articolo 18 non c’è più

L’Italia del lavoro entra nell’era «dopo Cristo»: meno tutele e meno ammortizzatori sociali. L’impresa paga un indennizzo e diventa l’arbitro assoluto delle relazioni economiche. Palazzo Chigi: il quadro ormai è questo, ci confrontiamo solo in parlamento.

In pochi giorni l’Italia entra nell’era che Marchionne ha chiamato «dopo Cristo». Il governo Monti cancella in un colpo solo sia un metodo ultradecennale – la concertazione con le parti sociali in materia di lavoro – sia un sistema consolidato di welfare, tutele e ammortizzatori sociali a cominciare dall’articolo 18.

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Vendola, no a Monti: “Il futuro è Vasto”

Prc e Sel festeggiano l’addio di Berlusconi e criticano Monti. E il governatore aspetta il Pd

Nella sinistra fuori dal parlamento le premesse sono identiche. Ma opposte le conclusioni. Sia Rifondazione comunista che Sinistra ecologia e libertà festeggiano la fine del governo Berlusconi. E, non potrebbe essere altrimenti, criticano la nascita del governo Monti. Ma le strategie – e i giudizi di merito – restano diversi.

Paolo Ferrero non vede sfumature: «Il programma di Monti è quello della Confindustria, della Merkel e della Bce. Proseguirà sulla strada delle misure già varate da Berlusconi: c’è un cambio di stile, di toni, ma non di contenuti politici, con questo programma la crisi si aggraverà».

L’analisi di Nichi Vendola è simile. Ma il governatore pugliese non straccerà la foto di Vasto: «Non ci penso proprio, archiviare quella speranza sarebbe un delitto. Rispettiamo le scelte del Pd e di Napolitano – spiega alla fine della direzione di Sel – ma l’alleanza di centrosinistra è l’unica speranza per chi aspetta il cambiamento. Dopo la quaresima tecnocratica di Monti arriverà la resurrezione della politica. E da oggi lavoreremo ancora di più e ancora meglio alla costruzione del centrosinistra di governo. L’Italia che vogliamo è quella di giugno, dei referendum e delle tante vittorie alle comunali».

Alla direzione di Sel hanno ascoltato tutti insieme, in religioso silenzio, il discorso di Monti in senato. E visto il tilt improvviso e un po’ fantozziano della televisione proprio all’inizio, se non fosse spuntata una vecchia radiolina a pile collegata al microfono, nessuno avrebbe potuto giudicare il debutto del governo dei rettori. «Festeggiamo la fine di uno stile, non ancora di una politica», dice Vendola ai suoi. E poi: «Prendiamo finalmente congedo da un ceto politico commercial-pornografico».

Nel governo Monti ci sono scelte buone: la nomina di Andrea Riccardi, per esempio, e altre «molto problematiche», come quella di Corrado Passera, già dipinto sui giornali inglesi come l’industrial overlord della politica italiana.
Vendola esulta per la «fine del provincialismo, delle piccole patrie, del leghismo». Per il «ritorno all’austerità della parola e del decoro istituzionale». Ma non basta. Non può bastare.

«Il discorso di Monti ha deluso, non c’è nessun coraggio sulla patrimoniale, non c’è l’Italia reale, quella che sprofonda nel fango e vede piovere sempre sul bagnato», l’Italia segnata «dalla povertà e da un’ingiustizia sociale clamorosa».

In sintesi: c’è una svolta nello stile, ma non c’è una svolta nella politica. «La bussola del nuovo governo è la lettera di Berlusconi all’Europa, troppa continuità con le politiche del passato. Si intravedono troppe scelte tipiche di un governo schiettamente conservatore».

Esempio immediato: «Indicare la riforma Gelmini come il primo terreno operativo non è il modo migliore per intercettare l’immensa volontà giovanile di cambiamento». E poi ci sono obiezioni di fondo. Non solo Monti vuole introdurre il pareggio di bilancio nella Costituzione, vuole anche un authority indipendente che vigili sulla sua applicazione. «Ma indipendente da chi? Dai cittadini?», si chiede Vendola. E poi: «parlare di crescita e sviluppo, nel 2011, senza mai pronunciare l’aggettivo ‘sostenibile’ è come minimo inquietante».

La rotta nell’immediato è stretta ma nel futuro non tanto. «Berlusconi non è fuori da questa stagione – avverte Vendola – cerca di rifarsi una verginità e manda la Lega in avanscoperta». Attorno al governatore quasi tutti scommettono che Monti non durerà fino al 2013. A porte chiuse si ragiona su un possibile «election day» (amministrative e politiche) a primavera. Un appuntamento al quale Sel vuole arrivare senza farsi mettere nell’angolo. Lavorando fuori dal Palazzo ma in raccordo con l’Idv senza strappare col Pd.

«Quello che manca in Italia – sottolinea il presidente pugliese – è la sinistra. Lavoreremo per la costruzione di questo soggetto e soprattutto per cercare di rendere percepibili dalla gente le nostre proposte per l’alternativa di governo. Se una critica si può fare alla fotografia di Vasto – conclude – è che è arrivata troppo tardi».

Di sicuro Vendola e compagni non lasceranno i democratici in balia degli eventi. Per Franco Giordano, ex segretario del Prc, una «scomposizione e ricomposizione delle forze politiche» è «inevitabile». Ma se da questo travaglio nascerà un «grande centro» tecnocratico e neo-democristiano o «un nuovo Pd» non è un esito scontato.

In senato, Nicola Latorre, ex dalemiano e uomo di collegamento vendoliano nel Pd, ci tiene a far sapere che i contatti con Vendola sono quotidiani: «Con Nichi abbiamo la stessa linea», dice sorridendo sotto i baffi. Certo, per chi deve votare la fiducia in parlamento criticare il governo che nasce è un po’ difficile. E Vendola (che non ha di questi problemi) lo può fare apertamente.

dal manifesto del 18 novembre 2011

Il video integrale del confronto di Vasto alla festa dell’Idv tra Bersani, Di Pietro e Vendola (16 settembre 2011).

httpv://www.youtube.com/watch?v=c71llSTX67k

Mauro Masi e la Fieg, assalto a Google per il diritto d’autore

Guarda chi si rivede a Palazzo Chigi: Mauro Masi, l’ex dg Rai trasferito a peso d’oro alla concessionaria pubblica delle assicurazioni, torna nella sua antica reggia come presidente del «comitato antipirateria multimediale della presidenza del consiglio».

Il «tavolo Masi» – che presto presenterà le sue «proposte concrete» al governo – è solo uno dei missili a 360 gradi con cui Bonaiuti prova a ridisegnare prima dell’addio tutto il sistema dell’informazione. Una serie di «riforme» amministrative elaborate rigorosamente a porte chiuse che, se andranno a segno, rischiano di far arraffare ai soliti noti tutto l’arraffabile.

Trofeo assai ambito è il diritto d’autore. Bonaiuti ieri alla camera ha annunciato un’imminente direttiva della presidenza del consiglio che dovrebbe vietare la pubblicazione on line degli articoli da parte delle amministrazioni pubbliche in assenza di un accordo con gli editori.

Niente rassegne stampa gratis, dunque, sui siti del governo, del parlamento o delle regioni. Non è difficile immaginare che senza obbligo di parità di trattamento le istituzioni per risparmiare cancelleranno anche dal digitale tutti i giornali scomodi o di nicchia.

Dall’alleanza governo-editori battaglia serrata anche contro i motori di ricerca e gli aggregatori tipo Google news. Sull’«indicizzazione» degli articoli, infatti, si ipotizza l’autorizzazione preventiva degli aventi diritto. In mancanza di intesa, la parola passerebbe all’Agcom che potrebbe multare i siti “pirata” e perfino – come prevede il modello francese – oscurarli d’autorità.

A sigillo di questo pericoloso rush finale anche la soluzione delle tariffe postali per le onlus che il solito Tremonti un anno fa ha aumentato del 500% (0,28 euro a lettera). Da novembre, reggetevi forte, Airc e Medici senza frontiere potranno pagare 0,17 euro a spedizione, la stessa cifra degli enti a scopo di lucro! Lo chiamano intervento pubblico ma sembra la repubblica delle banane, dove lo stato fa finta di non vedere e il “mercato” ci vede benissimo.

dal manifesto del 20 ottobre 2011

A.A.A. svendesi servizio pubblico, il comune privatizza bus e asili

Ventisette milioni e 637.945 sì non sono bastati. Nonostante al referendum di giugno ci sia stato quasi un plebiscito, il governo non si rassegna e torna sul luogo del delitto, con l’intento di liberalizzare e/o di vendere per decreto tutti i servizi pubblici locali tranne l’acqua.

Il titolo degli articoli incriminati (il 4 e il 5) spiega che servirebbero ad adeguare il settore ai risultati referendari (qui il testo del decreto). Ma la realtà è ben diversa. Otto pagine minuziose e solenni, fitte di rimandi a leggi precedenti, non bastano a sciogliere quello che un fautore delle liberalizzazioni come Giulio Napolitano (professore in materia molto ascoltato nella Roma che conta, nonché figlio del capo dello stato) sul Sole 24 Ore di ieri continuava a chiamare il «rebus dei servizi pubblici locali».
Secondo Napolitano, dopo il referendum e le varie leggi incrostate nel tempo, «la ricomposizione del mosaico» è ormai «molto difficile se non impossibile». Eppure il governo, diligentemente, ci riprova.

Come si aggira il referendum

Sulla carta a parte acqua, luce, gas, ferrovie regionali e farmacie comunali, la concorrenza dovrebbe diventare la regola e ogni ente locale che non si adegua dovrà motivarlo dopo «un’indagine di mercato» (così impone il decreto) e deciderlo con una delibera pubblica.

Sembra un diktat, ma in sostanza somiglia più a una pericolosa e sofisticata norma manifesto che umilia la maggioranza degli italiani che ha votato al referendum. Tenendo presente la realtà e le competenze amministrative degli enti locali, infatti, le decine di prescrizioni sofisticate e minuziose inserite nel decreto, lasciano a comuni, province e regioni il compito di decidere se, come e con chi gestire i propri servizi. In compenso, se liberalizzare è difficile e non è nelle corde del governo Berlusconi, privatizzare e svendere i beni comuni è nel suo Dna.

La svendita forzata dei servizi

Non è un caso che il successivo articolo 5, ben più stringato, introduca un premio sostanzioso a comuni, province e regioni che entro la fine del 2012 vendono le «quote azionarie delle società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica».

In questo caso tutti tranne l’acqua. Che significa in concreto? Tra i più lucrosi ci sono i trasporti locali su gomma o rotaia e i rifiuti. Ma in linea di principio tutto è possibile: si possono vendere anche società pubbliche che gestiscono parcheggi e la sosta a pagamento, illuminazione e pulizia stradale, servizi cimiteriali, biblioteche, pubbliche mense scolastiche, asili nido e assistenza sociale o domiciliare. L’unico discrimine chiaro che descrive un servizio pubblico di rilevanza economica infatti è il pagamento corrispettivo di un canone o di una tariffa.

In appena 18 righe dal titolo «norme per le società municipalizzate», il decreto estivo stanzia un tesoretto di 250 milioni di euro nel 2013 e 250 milioni nel 2014 che il ministro delle Infrastrutture (Altero Matteoli) elargirà motu proprio agli enti locali che privatizzano.

Mezzo miliardo non è poca cosa in tempo di tagli selvaggi ai comuni. Soprattutto perché si tratta di soldi freschi, cash, da prendere tra i 4 miliardi residui dei fondi Fas nazionali non ancora assegnati e immediatamente spendibili. Il decreto non specifica con che criterio il governo elargirà quei soldi. Si limita a dire che ogni comune riceverà dal governo la stessa quota ricavata dalle azioni che riuscirà a vendere sul mercato (se vendi azioni per 5 milioni, ne riceverai altrettanti). Insomma, se non riesci a liberalizzare i servizi, sbarazzatene.

E nessuno controlla

A differenza che per le possibili liberalizzazioni, qui non ci sono controlli, vincoli, prescrizioni di congruità o trasparenza.

Lo stato non controllerà né a chi vendi né a quanto. Lo stesso Giulio Napolitano – favorevole alla norma – denuncia «il pericolo di trasferire la rendita dal pubblico al privato e di vendere non alle migliori condizioni».

Non contento, il governo impone anche dove l’ente locale dovrà spendere tanta «manna» dal cielo: solo in infrastrutture locali. Il sindaco deve rifare le strade? Venda l’asilo, la mensa, la discarica o il parcheggio della stazione e poi bandisca il progetto. Un do ut des tra beni pubblici e cemento di smaccata malizia. Poco importa che almeno finora non c’è stata la corsa ad accaparrarsi servizi come autobus o cassonetti. Secondo l’Osservatorio dei servizi pubblici del Cnel, nel 2006 su 507 gestori di servizi pubblici scrutinati a campione erano solo 297 le società private coinvolte a vario titolo nella gestione dei rifiuti o dell’igiene urbana (la maggior parte in Sicilia). Meno ancora nel trasporto locale: appena 12 su 158.

dal manifesto del 18 agosto 2011

Salva-Fininvest, la legge imbroglio del padre-padrone

E 18! La diciottesima norma ad personam per Silvio Berlusconi (calcolo sicuramente per difetto) se ne sta lì, poche righe aggiunte da qualche manina proprio alla fine della «riforma della giustizia civile» che Angelino Alfano ha pomposamente inserito nella finanziaria triennale targata Tremonti. Un comma malandrino, che bloccherebbe alla vigilia della sentenza d’appello il risarcimento milionario che Fininvest dovrebbe dare a De Benedetti per il cosiddetto «lodo Mondadori».

Incurante dell’opinione pubblica e del significato «politico» del referendum sul legittimo impedimento, Berlusconi torna a piegare la legge per decreto alle sue convenienze personali. Col risultato che mentre in una causa civile i «poveri cristi» dovranno pagare subito i danni, i grandi debitori e le super-aziende non lo faranno mai fino a una sentenza definitiva della Cassazione.

L’articolo 37, comma 23, pagina 110, della bozza di decreto legge alla firma di Napolitano è un’aggiunta al testo visibilmente posticcia, che dà il via a un diritto civile di serie A e uno di serie B (qui il pdf della manovra). Tutti i risarcimenti civili superiori ai 10 milioni di euro infatti saranno sospesi per legge fino alla sentenza definitiva. Giuseppe Maria Berruti, giudice della prima sezione civile della Cassazione, avverte che se approvata questa norma produrrà «un guasto irreparabile», fino a mettere in discussione la «credibilità» stessa del processo civile.

E’ un aiutino al disastrato bilancio del Biscione che arriva a poche ore dalla sentenza sul lodo Mondadori della seconda corte di appello di Milano presieduta da Luigi De Ruggiero, attesa entro questa settimana o al massimo entro il 15 luglio. I giudici ormai sono in camera di consiglio dal 4 marzo, alla vigilia delle elezioni amministrative. Se il decreto legge entrerà in vigore, non gli resterà che sospendere il pagamento fino alla parola fine della Cassazione. Ai magistrati rimarrebbe solo il compito di giudicare l’«idoneità» della cauzione offerta da Fininvest, poi De Benedetti resterebbe a bocca asciutta e chissà, nel «Palazzaccio» tutto potrà succedere. Anche clamorosi ribaltamenti.

Sul capo della della famiglia Berlusconi dal 2009 pesa una condanna in primo grado a versare alla Cir 750 milioni di danni, per un totale tra spese e interessi di 806 milioni complessivi. La sentenza, come da codice, era già immediatamente esecutiva. Ma Fininvest ha preferito non appostare in bilancio gli oneri di rischio offrendo a De Benedetti una fidejussione ottenuta quasi gratis al volo dalle prime banche italiane (Intesa-San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi e Popolare di Sondrio). La cosiddetta «guerra di Segrate», iniziata all’inizio degli anni ’90 per il controllo dei primi gruppi editoriali italiani, si arricchisce di una nuova battaglia. E stavolta Tremonti pare entrarci poco, visto che nelle bozze circolate dopo il consiglio dei ministri del 28 la norma salva-Fininvest non c’era. Anzi, all’inizio il testo prevedeva perfino una multa per le dilazioni ingiustificate nei risarcimenti.

L’origine della vicenda è nota: nel 1991 Cesare Previti corruppe il giudice Metta con 400 milioni di lire e scippò il gruppo di Segrate all’Ingegnere, che si “accontentò” di Repubblica, giornali Finegil e Espresso. Vista la secca sconfitta in primo grado (basata anche sulla condanna penale definitiva di Cesare Previti), Berlusconi temeva il bis. Negli ultimi giorni è apparso ossessionato dal risarcimento a De Benedetti. Ne ha discusso a porte chiuse con i figli, si è sfogato in diverse occasioni pubbliche italiane e internazionali, ha arringato gli amici perfino al funerale di un suo compagno di classe (Renato Comincioli). E’ un chiodo fisso, di cui è arrivato a confidarsi con l’arci-nemico Antonio Di Pietro sui banchi della camera.

In primo grado Cir aveva chiesto un risarcimento da oltre 1 miliardo di euro. Il 3 ottobre 2009 il giudice Raimondo Mesiano (immortalato pochi giorni dopo su Canale5 con i suoi calzini azzurri) accordò invece 750 milioni di euro più spese e interessi. Oggi Fininvest non naviga in buone acque. Le azioni in borsa sono crollate, la famiglia ha deciso che i dividendi quest’anno non ci saranno. Il Biscione tuttavia è sicuro di vincere la causa e sabato scorso ha smentito ufficialmente qualsiasi ipotesi di transazione con la Cir di De Benedetti. Certo, con un «padre-padrone» che siede a palazzo Chigi avere fiducia nella giustizia è più facile.

In ogni caso, la perizia tecnica di ufficio depositata a novembre in tribunale (curata da un pool di super-periti come Luigi Gautri, ex rettore della Bocconi, Maria Martellini, docente di economia all’università di Brescia, e Giorgio Pellicelli, ordinario della facoltà di economia a Torino) ridimensionerebbe il risarcimento finale portandolo a una cifra vicina a 560 milioni. Carlo De Benedetti, che ieri doveva incontrare a un convegno proprio Angelino Alfano preferisce non commentare.

Mentre il Quirinale fa sapere che valuterà «scrupolosamente» il testo e «per tutto il tempo necessario». Piccola curiosità: anche Fininvest sarebbe danneggiata in parte dal decreto. Deve ricevere infatti un maxi-risarcimento di circa 100 milioni di euro dal miliardario egiziano ex Wind Sawiris per una vecchia vicenda legata al portale Internet di Italia on line. Spiccioli, in confronto alla guerra politica, legale ed editoriale che devasta l’Italia ormai da vent’anni esatti.

dal manifesto del 5 luglio 2011