A.A.A. svendesi servizio pubblico, il comune privatizza bus e asili

Ventisette milioni e 637.945 sì non sono bastati. Nonostante al referendum di giugno ci sia stato quasi un plebiscito, il governo non si rassegna e torna sul luogo del delitto, con l’intento di liberalizzare e/o di vendere per decreto tutti i servizi pubblici locali tranne l’acqua.

Il titolo degli articoli incriminati (il 4 e il 5) spiega che servirebbero ad adeguare il settore ai risultati referendari (qui il testo del decreto). Ma la realtà è ben diversa. Otto pagine minuziose e solenni, fitte di rimandi a leggi precedenti, non bastano a sciogliere quello che un fautore delle liberalizzazioni come Giulio Napolitano (professore in materia molto ascoltato nella Roma che conta, nonché figlio del capo dello stato) sul Sole 24 Ore di ieri continuava a chiamare il «rebus dei servizi pubblici locali».
Secondo Napolitano, dopo il referendum e le varie leggi incrostate nel tempo, «la ricomposizione del mosaico» è ormai «molto difficile se non impossibile». Eppure il governo, diligentemente, ci riprova.

Come si aggira il referendum

Sulla carta a parte acqua, luce, gas, ferrovie regionali e farmacie comunali, la concorrenza dovrebbe diventare la regola e ogni ente locale che non si adegua dovrà motivarlo dopo «un’indagine di mercato» (così impone il decreto) e deciderlo con una delibera pubblica.

Sembra un diktat, ma in sostanza somiglia più a una pericolosa e sofisticata norma manifesto che umilia la maggioranza degli italiani che ha votato al referendum. Tenendo presente la realtà e le competenze amministrative degli enti locali, infatti, le decine di prescrizioni sofisticate e minuziose inserite nel decreto, lasciano a comuni, province e regioni il compito di decidere se, come e con chi gestire i propri servizi. In compenso, se liberalizzare è difficile e non è nelle corde del governo Berlusconi, privatizzare e svendere i beni comuni è nel suo Dna.

La svendita forzata dei servizi

Non è un caso che il successivo articolo 5, ben più stringato, introduca un premio sostanzioso a comuni, province e regioni che entro la fine del 2012 vendono le «quote azionarie delle società esercenti servizi pubblici locali di rilevanza economica».

In questo caso tutti tranne l’acqua. Che significa in concreto? Tra i più lucrosi ci sono i trasporti locali su gomma o rotaia e i rifiuti. Ma in linea di principio tutto è possibile: si possono vendere anche società pubbliche che gestiscono parcheggi e la sosta a pagamento, illuminazione e pulizia stradale, servizi cimiteriali, biblioteche, pubbliche mense scolastiche, asili nido e assistenza sociale o domiciliare. L’unico discrimine chiaro che descrive un servizio pubblico di rilevanza economica infatti è il pagamento corrispettivo di un canone o di una tariffa.

In appena 18 righe dal titolo «norme per le società municipalizzate», il decreto estivo stanzia un tesoretto di 250 milioni di euro nel 2013 e 250 milioni nel 2014 che il ministro delle Infrastrutture (Altero Matteoli) elargirà motu proprio agli enti locali che privatizzano.

Mezzo miliardo non è poca cosa in tempo di tagli selvaggi ai comuni. Soprattutto perché si tratta di soldi freschi, cash, da prendere tra i 4 miliardi residui dei fondi Fas nazionali non ancora assegnati e immediatamente spendibili. Il decreto non specifica con che criterio il governo elargirà quei soldi. Si limita a dire che ogni comune riceverà dal governo la stessa quota ricavata dalle azioni che riuscirà a vendere sul mercato (se vendi azioni per 5 milioni, ne riceverai altrettanti). Insomma, se non riesci a liberalizzare i servizi, sbarazzatene.

E nessuno controlla

A differenza che per le possibili liberalizzazioni, qui non ci sono controlli, vincoli, prescrizioni di congruità o trasparenza.

Lo stato non controllerà né a chi vendi né a quanto. Lo stesso Giulio Napolitano – favorevole alla norma – denuncia «il pericolo di trasferire la rendita dal pubblico al privato e di vendere non alle migliori condizioni».

Non contento, il governo impone anche dove l’ente locale dovrà spendere tanta «manna» dal cielo: solo in infrastrutture locali. Il sindaco deve rifare le strade? Venda l’asilo, la mensa, la discarica o il parcheggio della stazione e poi bandisca il progetto. Un do ut des tra beni pubblici e cemento di smaccata malizia. Poco importa che almeno finora non c’è stata la corsa ad accaparrarsi servizi come autobus o cassonetti. Secondo l’Osservatorio dei servizi pubblici del Cnel, nel 2006 su 507 gestori di servizi pubblici scrutinati a campione erano solo 297 le società private coinvolte a vario titolo nella gestione dei rifiuti o dell’igiene urbana (la maggior parte in Sicilia). Meno ancora nel trasporto locale: appena 12 su 158.

dal manifesto del 18 agosto 2011

Finiani, a volte ritornano

Adesso che il Secolo d’Italia ritorna a sembrare il Popolo d’Italia, adesso che Fini si è cacciato da solo nel limbo delle occasioni perdute, adesso che Berlusconi ha fatto un passo di lato e Angelino promette «sacrifici, successo e primarie» per tutti, adesso è il momento giusto: Urso, Ronchi e Scalia tornano alla casa del padre-padrone e lasciano Futuro e libertà.

La premiata ditta «Adolfo, Pippo e Andrea» in questi mesi fuori dal Pdl ha ingoiato dosi industriali di Maalox ma ora può rifarsi. Alla Mirabello «lealista» i tre ex esuli annunciano il ritorno in patria. Per fare nientemeno che il Ppe italiano. Forse non gli ridaranno le poltrone che Fini gli ha fatto perdere ma almeno potranno tornare a Porta a porta.

Pdl, dopo Fini i colonnelli marciano su La Russa

La priorità del Pdl? «Salvare Berlusconi, se cade lui cadiamo tutti – ammette un deputato ex An – ma il malfunzionamento del partito e del governo ormai è totale». Gli equilibri decisi da Berlusconi all’inizio della legislatura non reggono più. Tanto meno dopo l’uscita di Fini. Nel mirino ci sono sia i triumviri che reggono il partito, sia la conduzione del gruppo a Montecitorio. Le poltrone di La Russa e Cicchitto scottano sempre di più.

L’ex viceré di An, più di tutti, ha fatto filotto: controlla il partito come coordinatore, ha un ministero di primo piano e ha piazzato un suo uomo, Massimo Corsaro, come vicecapogruppo di Montecitorio. Senza contare il suo asse storico con Gasparri (capogruppo a palazzo Madama) più una miriade di nomine nelle aziende di stato. Tradotto: o cede qualche poltrona o le compensa con altre. «Le quote tra An e Forza Italia vanno superate – attaccano i parlamentari vicini ad Altero Matteoli – ma non è che la quota ex An è una quota La Russa». Il ministro per le infrastrutture ha ormai un patto di ferro con altri big come Alemanno e Augello.

Il triumviro è accerchiato: oltre che dai suoi ex compagni di partito è nel mirino di azzurri di peso come Scajola e Miccichè.

Il primo round di cene separate di «scajoliani» (53 deputati), «matteoliani» (oltre 35) e «alemanniani» finisce con un messaggio inequivocabile al quartier generale: va bene essere uniti, ma essere fessi no. La cosa più logica è riordinare il partito e fare almeno i congressi locali: si fa la conta sul territorio e poi chi vince governa.

Però intanto bisogna sistemare le cose anche in parlamento. La giustizia l’impone Ghedini, l’Economia la fa Tremonti e le nomine le decide non si sa più nemmeno bene chi oppure vanno ai responsabili (forse già oggi la seconda tranche di sottosegretari). «Sul resto non possiamo fare nulla», si sfoga un deputato che fa politica da una vita. A parte salvare Silvio, qual è la missione del partito? E sotto Silvio chi comanda su chi? Sono le stesse cose che criticava Fini prima di andarsene: «Sì, Fini aveva pensato di aprire uno spazio nuovo per la destra – confida un onorevole in passato a lui vicino ma rimasto nel Pdl – ha provato ma non ci è riuscito». Ormai la scissione è andata.

E allora eccoli lì gli ex colonnelli, alle prese con il berlusconismo senza un generale che faccia da filtro. Il Pdl va rivoluzionato, basta La Russa. «Va arginato», dicono tutti. Ma come? «Certo non puoi mortificarlo, se se ne va lui altro che Fini». L’incarico spetta al sodale storico. Gasparri si è già attivato per una mediazione in prima persona con una sorta di «tavolo» che accontenti le varie anime in pena.

Dopo l’addio di Fini la galassia ex aennina è ormai frantumata: Alemanno e Mantovano fanno corrente a sé. Il sindaco di Roma per la prima volta ritiene di essere abbastanza forte nella capitale da sfidare le correnti storiche ex An di Storace, Rampelli, Augello e soci. Quest’ultimo, ex assessore al Bilancio del Lazio (megabuco alla regione), senatore e sottosegretario, ormai gioca una partita a sé.

Rimescolare non è solo lotta tra neri e azzurri. E’ anche logico. I muri tra soci fondatori sono in parte già caduti. Augello trova ascolto sia in Berlusconi sia nei ministri forzisti di Liberamente. Al senato Gasparri e Quagliariello si muovono come un sol uomo. Matteoli ha sicuramente feeling con Verdini, se non altro per la comune toscanità.

Il decano ex missino ha in testa però anche un compito più ampio. Vorrebbe raccogliere attorno a sé sia le anime ex Fli di camera e senato tipo Moffa e Briguglio sia alcuni finiani pronti a tornare all’ovile come Urso e Ronchi. Nel Pdl la loro uscita da Fli è considerata una certezza. «Per ora però non c’è uno spazio, visto che non siederanno mai tra i responsabili e non vogliono tornare nel Pdl». Matteoli proverà a crearlo.

Al di là della cena pasquale tra partito e governo di ieri sera, ogni cambiamento è spostato a dopo le amministrative. Berlusconi per sa che non sarà facile. Per ora pensa al rimpasto e ha già in mente due grandi eventi a Milano e Napoli, le città chiave. Non a caso, quelle dove Bocchino (Fli) ha già annunciato che il terzo polo non sosterrà il Pdl al secondo turno.

dal manifesto del 15 aprile 2011

Università, finiani con Silvio per l’ultima volta

La riforma Gelmini passa. Senza fanfare o applausi e con numeri assai risicati per la «maggioranza più ampia della storia»: solo 307 i sì (Pdl, Lega, Pid, Mpa e Fli), 252 no (Pd, Udc, Idv), 7 astenuti (Api). La legge torna ora al senato ma per Berlusconi e Bossi quella di ieri è una vittoria di Pirro.

Il governo è andato sotto altre due volte e ormai questa non è più una notizia. I finiani alla fine la votano, perché secondo loro è un «onesto tentativo di migliorare l’università». Ma sarà l’ultima volta: «Questo governo senza i nostri voti non ha più una maggioranza e ha esaurito la sua capacità di parlare al paese», sentenzia in aula in serata Benedetto Della Vedova (Fli). «Il ministro dell’Economia è forte ma il premier è assente. Questo governo è debole e non ha più la nostra fiducia. Chi vuole tornare alle elezioni sappia che ci aspettano scelte difficili. Mettiamo un punto e ripartiamo – conclude – serve un nuovo governo in questa legislatura, con pochi punti e una maggioranza se possibile più ampia».

Alla camera l’atmosfera è sospesa. Una calma nervosa che fa il paio con il clima plumbeo e allucinato costruito ad arte all’esterno. Blindati a ogni angolo, tutte le vie principali del centro di Roma letteralmente sbarrate da centinaia di poliziotti e finanzieri. Una «zona rossa» che circonda i Palazzi delle capitale e che getta il caos nel traffico.

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Fiducia a Silvio, Fli fa flop

Berlusconi porta a termine la campagna acquisti in parlamento e mette Fini nell’angolo con il voto di fiducia. Bocchino depone le armi e promette la resa «purché il premier non voglia stravincere». Oggi il discorso alle camere con l’incognita della giustizia. Altro che 316 voti, oggi Berlusconi sulla carta potrebbe arrivare perfino a quota 351 deputati.

L’ultimo vertice a palazzo Grazioli del Pdl ha sciolto anche gli ultimi dubbi: dopo il discorso del premier il governo chiederà la fiducia alle camere. Italo Bocchino, il capogruppo alla camera, l’uomo che si è più distinto negli attacchi a Berlusconi fino a dipingerlo come lo stratega della distruzione di Fini capitola senza che si spari un colpo: Fli è pronto a votarla. «Per noi è positivo il ricorso alla fiducia, perché rende il passaggio parlamentare più chiaro, così come lo stesso Fini aveva chiesto». Certo, il voto non è scontato perché – confessa Bocchino – «dipenderà da toni e contenuti delle sue parole in aula». La voce davvero sepolcrale e chiaramente imbarazzata con cui perfino i falchi «finiani» si preparano alla giornata di oggi andrebbe registrata. «Certo che votiamo la fiducia. A meno che…». A meno che? «A meno che Berlusconi non voglia stravincere».

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