«Approvando questo provvedimento stiamo riscrivendo la costituzione economica del nostro paese». Per una volta Renato Brunetta non è lontano dal vero. Nonostante la liquefazione della maggioranza, la camera dei deputati ha approvato quasi all’unanimità (442 sì, 6 astenuti e soltanto 3 no) la legge di attuazione del principio costituzionale del pareggio di bilancio. Il via libera definitivo ora spetta al senato, che non ha calendarizzato il ddl perché contrario alla composizione a tre membri dell’authority di controllo dei conti pubblici prevista dal provvedimento su richiesta dell’Europa.
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Bomba a Brindisi, prudenza e dolore bipartisan
Monti dal G8: «Un atto senza precedenti, l’eversione non ritornerà». Napolitano elogia la reazione delle piazze.
Per una volta le parole e i gesti sono stati più forti del dolore immenso che come un fulmine si è propagato in un sabato assolato in tutta Italia. Tanto più cauti istituzioni e inquirenti, tanto più forte il segno di migliaia di persone scese spontaneamente in tutte le piazze d’Italia. Una giornata di democrazia e di sangue.
Intervista a Carlo Malinconico
Il sottosegretario all’editoria: «Giornali di idee, faremo presto per scongiurarne la chiusura. Ma la riforma è indispensabile»
Intervista di Carlo Lania
«Occorre arrivare al più presto a una riforma dell’editoria che sappia ritrovare lo spirito iniziale della legge, che difendeva il pluralismo senza le zone opache che si sono create in seguito. E non escludo che dopo una riforma sostanziale del sistema si possa anche ripristinare il diritto soggettivo».
Carlo Malinconico è l’uomo chiamato dal governo Monti a ricoprire la carica di sottosegretario con delega all’Editoria. Compito non facile, tanto più perché si trova a svolgerlo dopo che l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha inesorabilmente tagliato i finanziamenti fino a mettere in ginocchio l’intero settore. Al punto che oggi un centinaio di testate giornalistiche rischiano di chiudere i battenti grazie anche alla decisione, contenuta nel decreto “Salva-Italia”, di cancellare definitivamente il fondo per l’editoria.
Un’intenzione che Malinconico smentisce, insieme alle accuse di rappresentare un conflitto di interessi, vista la carica di presidente della Fieg ricoperta fino a qualche settimana fa. «Sapevo che questo passaggio mi sarebbe stato fatto notare, lo avevo messo nel conto», risponde nel suo ufficio a due passi da palazzo Chigi.
Dalle redazioni un appello comune a Napolitano
Il conto alla rovescia è partito tanto tempo fa, nel luglio del 2008, ma ormai il cronometro è arrivato davvero a pochi giorni dalla fine.
L’azzeramento del fondo editoria da parte del governo, senza che contemporaneamente non sia stata fatta nessuna vera riforma del settore porterà sicuramente alla chiusura decine di testate non profit, in cooperativa e di partito.
«Se la Fieg vuole contribuire a cancellare il contributo pubblico deve sapere che si sta assumendo la responsabilità di ridurre il pluralismo», avverte Franco Siddi della Fnsi aprendo un’affollatissima conferenza stampa in senato con parlamentari di Pd, Idv e Udc, Mediacoop e Confcooperative, Fisc, File, Articolo21, sindacati e rappresentanti di tutti i soggetti coinvolti in Italia e all’estero.
Secondo il segretario del sindacato dei giornalisti, di una riforma dell’editoria «è stata accantonata perfino l’idea» e sui contributi pubblici «si cerca di circoscrivere il perimetro dei beneficiari» senza riequilibrare nulla né offrire certezze.
Il metodo è sempre lo stesso. Siddi ricorda gli ultimi tagli alle convenzioni con le agenzie di stampa: «Se 9 sono la politica deve agevolare una riorganizzazione industriale, non può permettersi di scegliere in modo autonomo quali e quante finanziare secondo il proprio presunto fabbisogno. Vuol dire solo che chi disturba e se disturbi avrai di meno».
La richiesta, unanime, è di rifinanziare il fondo (il fabbisogno reale è di circa 100 milioni, ce ne sono sì e no 30) continuando a fare pulizia tra i beneficiari dei contributi nell’ottica esclusiva di garantire il pluralismo dell’informazione fuori dai condizionamenti del governo pro-tempore.
«Minoranze linguistiche, giornali italiani all’estero, testate che fanno informazione, politica e cultura fuori dai monopoli devono essere sostenuti», spiega Siddi.
Le proposte per trovare le risorse all’interno del sistema e non nelle tasche dei cittadini sono note da tempo:
- l’Iva piena sui prodotti non editoriali
- una minialiquota dell’1% sulle pubblicità tv
- un tetto ai finanziamenti pubblici legato ai dipendenti veri e stabili al 2010
- una presenza minima in edicola
- privilegiare la carta stampata rispetto alla tv almeno per la pubblicità istituzionale.
Punto dolente, questo. Nel mercato de noantri, il Dipartimento editoria di Palazzo Chigi ha affidato gli spot istituzionali solo alle tv o ai grandi giornali.
«Di sicuro non possiamo accettare la logica dei tagli lineari fini a se stessi e tantomeno un taglio del 70% come quello ipotizzato», tuona Siddi.
Perché sul fondo editoria sono caricate altre voci, come i 45 milioni della Rai o i 50 milioni di debiti verso Poste che non con il pluralismo non c’entrano nulla.
«In effetti c’è un salto di qualità nell’iniziativa del governo – spiega Lelio Grassucci di Mediacoop – se prima riduceva stavolta ha deciso di eliminare il sostegno pubblico all’editoria». Secondo sindacati e associazioni il taglio non c’entra nulla con la crisi: dopo la chiusura tra ammortizzatori sociali, entrate mancate e crollo dell’indotto «i costi per lo stato saranno di molto superiori all’importo del contributo», dice Grassucci.
Secondo le stime di Mediacoop scomparirà un fatturato di 500 milioni di euro e 2mila giornalisti andranno a spasso, mettendo in seria difficoltà i bilanci dell’Inpgi. Per dirla con Vincenzo Vita (Pd): «Non possiamo tollerare un Fahrenheit 451 dei giornali. E’ chiaro che il fondo editoria costa ma è altrettanto chiaro che abolirlo costa di più».
Il taglio è mortale anche perché è retroattivo: quei soldi sono già stati spesi e tra un anno saranno rimborsati, se va bene, al 20%. «Non capisco perché la Fieg – si chiede Grassucci – cavalchi l’idea che finiti i contributi diretti i pochi soldi che restano vadano a tutto il mondo della comunicazione, da Rcs ai giornali parrocchiani, come se fossero la stessa cosa. Un’associazione che si rispetti cerca di fare esattamente il contrario di quanto si sta proponendo».
Sindacati e giornali sono pronti a una manifestazione nazionale. E domenica sulle testate coinvolte comparirà una lettera al presidente della Repubblica firmata dai direttori di tutti i giornali, dal manifesto ad Avvenire. La partita sulla finanziaria, in senato, è appena iniziata.
dal manifesto del 28 ottobre 2011
Vogliono resistere tre mesi, poi al voto nel 2012
Fini con Pd e Udc: nuovo premier e nuovo governo. Il Pdl fa muro e mira Tremonti. Asse tra Berlusconi e Maroni contro il super ministro: l’Economia va spacchettata
L’inchiesta pugliese, nonostante lo squallore mai visto della piccola parte di intercettazioni pubblicate finora, non smuove il premier: «Finché ho la maggioranza in parlamento non mollo», conferma Berlusconi dal bunker di Arcore, dove trascorrerà il weekend insieme ai suoi avvocati.
Il premier domani sarà al Tribunale di Milano per un’udienza del processo Mills. Allo stato non è prevista alcuna iniziativa del Pdl davanti al palazzo di Giustizia come in passato, né è chiaro se il premier interverrà nel procedimento o si limiterà a dichiarazioni a margine.
Per ora sulle sorti di Berlusconi è muro contro muro tra maggioranza e opposizione.
«Auspico un nuovo governo e un nuovo premier», dice un Gianfranco Fini più nella giacchetta da leader di Fli che nell’abito da presidente della camera. Non si è mai sentita la terza carica dello stato esprimersi così esplicitamente sulla vita dell’esecutivo, anche se le sue dichiarazioni sono identiche a quelle di Pd, Idv e Udc che invocano le dimissioni di un premier «a mezzo servizio».
L’appello a un passo indietro da Palazzo Chigi ormai è forsennato. Prende piede perfino nella maggioranza, tra figure oggi defilate ma con un passato importante nel Pdl come l’ex ministro Beppe Pisanu e lo storico legale del premier Gaetano Pecorella.
Berlusconi fa spallucce, trova il sostegno compatto dei ministri e dei maggiorenti del suo partito, che anzi rovesciano critiche e improperi contro i pm che intercettano e i giornali che pubblicano. A via dell’Umiltà giurano che la maggioranza è blindata e finché ha i numeri non accadrà nulla. Al prossimo consiglio dei ministri i «responsabili» Francesco Pionati e Giuseppe Galati potrebbero essere perfino premiati con la poltrona da sottosegretario.
E tuttavia una simile determinazione è tanto ostentata quanto fragile. Il Carroccio è a pezzi. Bossi ha disertato la discesa del Po e il suo degno sostituto, Roberto Calderoli, è stato accolto appena da una trentina di militanti. La festa dei «popoli padani» è decisamente sottotono rispetto agli anni passati.
Non meno agitate le acque nel Pdl. Gli «scajolani» hanno segnalato il loro scontento votando la fiducia alla manovra soltanto alla seconda chiama. L’area di Alemanno si salda sempre di più con quella iper-critica di Formigoni.
L’unica cosa che ormai mette d’accordo tutte le anime (in pena) di Lega e Pdl è l’odio per Tremonti. Mentre l’Italia sprofonda nel ridicolo e rischia il default, il ministro Galan si aggiunge ai tanti che entro l’anno vogliono «spacchettare» le deleghe del super ministro. L’idea non è nuova e una proposta di legge è già depositata in parlamento. Secondo la quale il Mef va smembrato: da una parte il Tesoro (le spese), dall’altro le Finanze (le entrate), a Palazzo Chigi il Bilancio (cioè la regia della politica economica), al ministero dello Sviluppo le nomine nelle aziende pubbliche e il Sud.
Galan è in buona compagnia: tra i primi sponsor ci sono pasdaran berlusconiani come Santanchè, i «frondisti» come Martino, i «sudisti» di Miccichè e soprattutto, da luglio, l’alter ego di Bossi nella Lega cioè Roberto Maroni. Mettere in mora Tremonti è il sogno di ogni pretendente dell’eredità berlusconiana. E poco importa che proprio la mancanza di un coordinamento unico tra controllo delle spese e incasso delle tasse ha portato all’enorme debito degli anni ’80.
Un’arma così ambiziosa appare rivolta più alla resa dei conti interni alla maggioranza che al risanamento dei conti pubblici. L’obiettivo di Berlusconi è resistere almeno fino a natale. Se dovesse cadere ora, infatti, sarebbe inevitabile un governo tecnico o di larghe intese che lo porrà definitivamente ai margini.
Non a caso, da tutte le forze che sponsorizzano questa idea (a cominciare da Udc, Confindustria, banche e Cisl) la pressione contro di lui in questo momento è massima.
Di parere opposto, almeno per ora, Pierluigi Bersani che invece preferirebbe andare al voto in primavera. Il segretario del Pd alla festa dell’Idv a Vasto non ha solo riesumato il Nuovo Ulivo aperto a Verdi e socialisti. Gli ha anche dato un’agenda con una «Gargonza 2» sul programma e la manifestazione comune. E’ un tiepido inizio – «profumo di speranza» lo chiama Nichi Vendola – che però sarebbe spazzato via dal governo tecnico o da un dialogo Pd-Pdl comandato dal Colle in caso di caduta rapida del premier.
La decisione con cui Moody’s ha rimandato al 15 ottobre il pronunciamento definitivo sul downgrade del debito italiano lascia a tutti meno di un mese per capire il da farsi. Difficile se ne farà buon uso.
dal manifesto del 18 settembre 2011
Change for Europe, sì da Delors a Vendola
La sinistra europea – socialista, laburista, verde e post-comunista – inizia a serrare i ranghi contro il fallimento sempre più palese delle destre al potere in quasi tutto il continente. Partita in sordina a giugno, su Internet sta crescendo la raccolta di firme a un appello che ha tra i primi firmatari il gotha del progressismo rosso-verde continentale: Jacques Delors, Martin Schulz, Daniel Cohn Bendit, Poul Rasmussen, Marine Aubry oltre agli italiani Monica Frassoni, Bersani, D’Alema e Vendola.
«E’ possibile risanare la finanze pubbliche senza annientare lo sviluppo economico e gli investimenti inmateria di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, e senza alimentare l’ingiustizia sociale e l’esclusione – si legge nel testo dell’appello – è possibile ritrovare margini di bilancio essendo coraggiosi ed innovatori».
Le ricette condivise sono semplici: condivisione del risanamento tra i vari paesi in deficit e in surplus, no all’austerità generalizzata, una politica fiscale europea comune, più tasse sui redditi da capitale e meno su quelli da lavoro, una tassazione veramente progressiva che non danneggi i cetimedio-bassi, varo di una fiscalità veramente ecologica, tassa sulle transazioni finanziarie e soprattutto gli «eurobond». Obbligazioni comuni che però più che a sostenere il debito in questo caso dovrebbero servire a finanziare crescita, infrastrutture e sviluppo, tanto che qualcuno a scanso di equivoci li ha già ribattezzati «project bond».
Non è escluso che almeno il gruppo socialista europeo già in autunno punti a trasformare alcune di queste idee in iniziative di legge popolare da portare avanti a livello continentale.
Per informazioni: www.changeforeurope.eu
Lodo Mondadori, ecco perché Berlusconi è colpevole
In dieci pagine della sentenza civile d’appello di Milano tutti i dettagli sulla corruzione prescritta. Altro che «teorema»: le attenuanti generiche (corruzione semplice) lo salvano dal carcere ma immortalano il reato
Non solo Fininvest. Nelle 281 pagine delle sentenza d’appello circa una decina ricordano che anche Silvio Berlusconi è personalmente colpevole di corruzione con sentenza definitiva passata in giudicato anche se il reato è prescritto. Da questa responsabilità personale, «civilisticamente», discende quella della sua impresa.
La tesi dei «berluscones» è questa: è vero, c’è stato un bonifico di 2.732.868 dollari che va dai conti Fininvest All Iberian e Ferrido a quelli di Cesare Previti. Secondo il «Biscione», Berlusconi (all’epoca capo-azienda) di quei soldi non sapeva nulla e in ogni caso quella modica quantità (3 miliardi di lire!) non era tale da meritare la sua preziosa attenzione.
La seconda corte d’appello di Milano rimette i puntini sulle i ricordando nel dettaglio che questa tesi è falsa, smentita nel processo penale. Tutti i giudici che si sono occupati del caso hanno accolto le tesi dell’accusa, riconoscendo che quei fondi erano la «provvista» corruttiva finita in mano, tra gli altri, al giudice Vittorio Metta per comprare la sentenza sul lodo Mondadori.
Come si ricorderà, nel processo penale tutti gli imputati (da Previti in giù) sono stati condannati definitivamente tranne Berlusconi. L’unico al quale i magistrati hanno riconosciuto le attenuanti generiche (corruzione semplice e non corruzione in atti giudiziari) facendo così prescrivere il reato.
Berlusconi, contro quella prescrizione, è ricorso in Cassazione, la quale per sua sfortuna non poteva entrare nel merito del processo e ha confermato la sentenza d’appello.
Ne consegue logicamente e giuridicamente, ricordano i giudici milanesi che se Silvio ha ricevuto le attenuanti generiche vuol dire che ha commesso un reato (perché sennò?). Berlusconi perciò è colpevole di corruzione, anche se prescritto.
Per cui (pag. 139-142) «il Berlusconi ha commesso il fatto ‘de quo’» anche se «ai soli fini civilistici e risarcitori di cui qui si discute». Una «corresponsabilità che, come logica conseguenza, comporta, per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore commesso nell’attività gestoria, la responsabilità della stessa Fininvest».
dal manifesto del 10 luglio 2011
Salva-Fininvest, la legge imbroglio del padre-padrone
E 18! La diciottesima norma ad personam per Silvio Berlusconi (calcolo sicuramente per difetto) se ne sta lì, poche righe aggiunte da qualche manina proprio alla fine della «riforma della giustizia civile» che Angelino Alfano ha pomposamente inserito nella finanziaria triennale targata Tremonti. Un comma malandrino, che bloccherebbe alla vigilia della sentenza d’appello il risarcimento milionario che Fininvest dovrebbe dare a De Benedetti per il cosiddetto «lodo Mondadori».
Incurante dell’opinione pubblica e del significato «politico» del referendum sul legittimo impedimento, Berlusconi torna a piegare la legge per decreto alle sue convenienze personali. Col risultato che mentre in una causa civile i «poveri cristi» dovranno pagare subito i danni, i grandi debitori e le super-aziende non lo faranno mai fino a una sentenza definitiva della Cassazione.
L’articolo 37, comma 23, pagina 110, della bozza di decreto legge alla firma di Napolitano è un’aggiunta al testo visibilmente posticcia, che dà il via a un diritto civile di serie A e uno di serie B (qui il pdf della manovra). Tutti i risarcimenti civili superiori ai 10 milioni di euro infatti saranno sospesi per legge fino alla sentenza definitiva. Giuseppe Maria Berruti, giudice della prima sezione civile della Cassazione, avverte che se approvata questa norma produrrà «un guasto irreparabile», fino a mettere in discussione la «credibilità» stessa del processo civile.
E’ un aiutino al disastrato bilancio del Biscione che arriva a poche ore dalla sentenza sul lodo Mondadori della seconda corte di appello di Milano presieduta da Luigi De Ruggiero, attesa entro questa settimana o al massimo entro il 15 luglio. I giudici ormai sono in camera di consiglio dal 4 marzo, alla vigilia delle elezioni amministrative. Se il decreto legge entrerà in vigore, non gli resterà che sospendere il pagamento fino alla parola fine della Cassazione. Ai magistrati rimarrebbe solo il compito di giudicare l’«idoneità» della cauzione offerta da Fininvest, poi De Benedetti resterebbe a bocca asciutta e chissà, nel «Palazzaccio» tutto potrà succedere. Anche clamorosi ribaltamenti.
Sul capo della della famiglia Berlusconi dal 2009 pesa una condanna in primo grado a versare alla Cir 750 milioni di danni, per un totale tra spese e interessi di 806 milioni complessivi. La sentenza, come da codice, era già immediatamente esecutiva. Ma Fininvest ha preferito non appostare in bilancio gli oneri di rischio offrendo a De Benedetti una fidejussione ottenuta quasi gratis al volo dalle prime banche italiane (Intesa-San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi e Popolare di Sondrio). La cosiddetta «guerra di Segrate», iniziata all’inizio degli anni ’90 per il controllo dei primi gruppi editoriali italiani, si arricchisce di una nuova battaglia. E stavolta Tremonti pare entrarci poco, visto che nelle bozze circolate dopo il consiglio dei ministri del 28 la norma salva-Fininvest non c’era. Anzi, all’inizio il testo prevedeva perfino una multa per le dilazioni ingiustificate nei risarcimenti.
L’origine della vicenda è nota: nel 1991 Cesare Previti corruppe il giudice Metta con 400 milioni di lire e scippò il gruppo di Segrate all’Ingegnere, che si “accontentò” di Repubblica, giornali Finegil e Espresso. Vista la secca sconfitta in primo grado (basata anche sulla condanna penale definitiva di Cesare Previti), Berlusconi temeva il bis. Negli ultimi giorni è apparso ossessionato dal risarcimento a De Benedetti. Ne ha discusso a porte chiuse con i figli, si è sfogato in diverse occasioni pubbliche italiane e internazionali, ha arringato gli amici perfino al funerale di un suo compagno di classe (Renato Comincioli). E’ un chiodo fisso, di cui è arrivato a confidarsi con l’arci-nemico Antonio Di Pietro sui banchi della camera.
In primo grado Cir aveva chiesto un risarcimento da oltre 1 miliardo di euro. Il 3 ottobre 2009 il giudice Raimondo Mesiano (immortalato pochi giorni dopo su Canale5 con i suoi calzini azzurri) accordò invece 750 milioni di euro più spese e interessi. Oggi Fininvest non naviga in buone acque. Le azioni in borsa sono crollate, la famiglia ha deciso che i dividendi quest’anno non ci saranno. Il Biscione tuttavia è sicuro di vincere la causa e sabato scorso ha smentito ufficialmente qualsiasi ipotesi di transazione con la Cir di De Benedetti. Certo, con un «padre-padrone» che siede a palazzo Chigi avere fiducia nella giustizia è più facile.
In ogni caso, la perizia tecnica di ufficio depositata a novembre in tribunale (curata da un pool di super-periti come Luigi Gautri, ex rettore della Bocconi, Maria Martellini, docente di economia all’università di Brescia, e Giorgio Pellicelli, ordinario della facoltà di economia a Torino) ridimensionerebbe il risarcimento finale portandolo a una cifra vicina a 560 milioni. Carlo De Benedetti, che ieri doveva incontrare a un convegno proprio Angelino Alfano preferisce non commentare.
Mentre il Quirinale fa sapere che valuterà «scrupolosamente» il testo e «per tutto il tempo necessario». Piccola curiosità: anche Fininvest sarebbe danneggiata in parte dal decreto. Deve ricevere infatti un maxi-risarcimento di circa 100 milioni di euro dal miliardario egiziano ex Wind Sawiris per una vecchia vicenda legata al portale Internet di Italia on line. Spiccioli, in confronto alla guerra politica, legale ed editoriale che devasta l’Italia ormai da vent’anni esatti.
dal manifesto del 5 luglio 2011
Il lavoro oscuro dietro le notizie
«Lavoro e libertà» è l’imperativo che riempie di sostanza l’appello che pubblichiamo oggi in prima pagina. Due parole che non possono lasciare indifferenti nemmeno il mondo dell’informazione che vive tutto, chi più chi meno, una crisi globale curata male, malissimo, dal nostro «babbo letale» Tremonti.
La maggioranza è ai ferri corti sul decreto milleproroghe. Il testo definitivo con ogni probabilità sarà reso noto solo oggi dopo la firma del capo dello stato. Se le indiscrezioni della vigilia saranno confermate, Tremonti avrà tagliato 95 milioni di euro dalle radio-tv locali e dall’editoria cooperativa, no profit e di partito lasciando in vigore la mancia di 30 milioni di euro per la grande stampa (impero Mondadori in testa) stabilita in finanziaria. Se andrà così, il governo avrà deciso di chiudere i conti con tutto ciò che di autonomo e libero si muove nel panorama dell’informazione garantendo spazi di manovra giganteschi solo ai quattro soliti noti dei grandi gruppi e al consorzio «Raiset» sulla tv analogica e digitale.
Appello per il reddito minimo
Appello per difendere e rilanciare la legge sul Reddito Minimo Garantito nel Lazio
L’associazione per il reddito di base BIN Italia ha promosso un appello in cui raccogliere la sensibilità delle associazioni, della società civile, delle personalità culturali ed accademiche, dei singoli cittadini per l’attuazione della legge regionale del Lazio sul Reddito Minimo Garantito, come primo esperimento nazionale di costruzione di un sostegno al reddito per contrastare la disoccupazione, la precarietà e le nuove povertà.
Hanno già firmato questo appello diverse associazioni, intellettuali, sindacalisti, lavoratori precari della conoscenza e di altri settori produttivi, rappresentanti di forze politiche, etc.
Per aderire inviare mail a info@bin-italia.org
Di seguito l’appello vero e proprio.
