Con il crollo di Abc è spazzato via anche il Monti bis. E Bersani gongola

La verità è che l’altolà del Pdl più che far cadere il governo Monti attuale salvo sorprese fa cadere soprattutto l’ipotesi del Monti bis. La continuazione dei «tecnici» dopo il voto era uno scenario che ha dominato i calcoli dei vari partiti e delle cancellerie internazionali per quasi un anno. Oggi quello scenario non c’è più, spazzato via dalle primarie del centrosinistra prima e dal ritorno di Berlusconi poi. In un certo senso, il Pdl ha fatto le sue primarie ieri, iniziate e finite con la ricandidatura del padre-padrone e il plauso entusiasta di decine di parlamentari presunti critici o malpancisti (chi si ricorda, oggi, i dotti retroscena sull’elenco di «pisaniani» pronti a mollare Silvio per un nuovo centrodestra?).

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I referendum sul lavoro e l’Unità del Pd

Bersani e il Pd non hanno nascosto le critiche ai referendum sul lavoro presentati in questi giorni. Per una volta, i democratici appaiono granitici, addirittura unanimi sull’Unità. Peccato si concentrino tutti sul metodo evitando accuratamente la sostanza. Cioè gli effetti nefasti della riforma Fornero per i lavoratori.

Ieri sul manifesto i primi operai licenziati con il nuovo articolo 18 hanno raccontato le loro storie. Guarda caso sono quasi tutti iscritti alla Fiom e tutti critici sulle condizioni di lavoro e di sicurezza in fabbrica. Altro che «motivi economici oggettivi».

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Monti caterpillar: l’articolo 18 scoraggia gli investimenti

Bersani sale al Quirinale e minaccia di staccare la spina: «Pdl sleale, così non si va avanti»

Mario Monti ha visto il mostro tricefalo di persona, giovedì sera subito dopo il patatrac sulla giustizia alla camera. Ha ascoltato tutti, e a tutti ha chiesto sostegno leale nonostante i mugugni. Ma a cose fatte, tra Alfano, Bersani e Casini il più furioso è il segretario del Pd, che ieri pomeriggio è salito al Quirinale per dire a Napolitano che così non si può più andare avanti: «Siamo preoccupati», avverte Bersani, «perché il Pd non può accettare di garantire il sostegno al governo Monti mentre altri, il Pdl, lo fanno solo a parole».

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Europa e legge elettorale, Monti cambia tunnel

Da un tunnel all’altro. Non più quello celeberrimo, fisico e sotterraneo, del primo incontro separato tra Monti e i segretari di Pd, Pdl e Udc. Ma quello metaforico di una politica europea sbagliata che ha trasformato la crisi dell’eurozona in un labirinto da cui l’Italia, nonostante i sacrifici e il cambio di governo, rischia di non uscire più.

La colazione di lavoro a quattro tra il premier, Alfano, Bersani e Casini è durata oltre tre ore. Ma nonostante alla fine tutti i protagonisti dicano che il primo incontro multilaterale ufficiale sia andato bene molti nodi restano irrisolti.

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Change for Europe, sì da Delors a Vendola

La sinistra europea – socialista, laburista, verde e post-comunista – inizia a serrare i ranghi contro il fallimento sempre più palese delle destre al potere in quasi tutto il continente. Partita in sordina a giugno, su Internet sta crescendo la raccolta di firme a un appello che ha tra i primi firmatari il gotha del progressismo rosso-verde continentale: Jacques Delors, Martin Schulz, Daniel Cohn Bendit, Poul Rasmussen, Marine Aubry oltre agli italiani Monica Frassoni, Bersani, D’Alema e Vendola.

«E’ possibile risanare la finanze pubbliche senza annientare lo sviluppo economico e gli investimenti inmateria di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, e senza alimentare l’ingiustizia sociale e l’esclusione – si legge nel testo dell’appello – è possibile ritrovare margini di bilancio essendo coraggiosi ed innovatori».

Le ricette condivise sono semplici: condivisione del risanamento tra i vari paesi in deficit e in surplus, no all’austerità generalizzata, una politica fiscale europea comune, più tasse sui redditi da capitale e meno su quelli da lavoro, una tassazione veramente progressiva che non danneggi i cetimedio-bassi, varo di una fiscalità veramente ecologica, tassa sulle transazioni finanziarie e soprattutto gli «eurobond». Obbligazioni comuni che però più che a sostenere il debito in questo caso dovrebbero servire a finanziare crescita, infrastrutture e sviluppo, tanto che qualcuno a scanso di equivoci li ha già ribattezzati «project bond».

Non è escluso che almeno il gruppo socialista europeo già in autunno punti a trasformare alcune di queste idee in iniziative di legge popolare da portare avanti a livello continentale.

Per informazioniwww.changeforeurope.eu

 

Il Pd s’impantana nelle primarie. La destra le copia

«Viva le primarie. Importiamole nel centrodestra», firmato Stefania Prestigiacomo. Misteri post-elettorali: l’«effetto Pisapia» intimorisce il Pd ma contagia il Pdl.

Sui giornali della destra fioriscono interviste e dichiarazioni a favore delle primarie. «Con le regole giuste sono uno straordinario strumento di selezione delle classi dirigenti», commenta entusiasta la ministra siciliana dell’ambiente. «Quando Berlusconi non ci sarà le faremo e io mi candido sicuramente», avverte il ras della Lombardia Roberto Formigoni.

Il Foglio di Giuliano Ferrara prenota già i gazebo e pubblica in prima pagina una bozza di regolamento per scegliere all’inizio di ottobre il presidente del Pdl e i coordinatori regionali proprio come fa il Pd. A destra il dibattito è ben avviato.

Qualcuno (per ora pochi pasdaran) le vede come lo strumento per eleggere il (i) leader dopo Berlusconi. La maggior parte invece pensa di utilizzarle soprattutto a livello locale per la scelta dei sindaci e governatori. Non a caso i più entusiasti della corsa a due tappe sono i dirigenti siciliani del Pdl, che sperano di utilizzare le primarie già per il sindaco di Palermo e, un domani, per il presidente della Sicilia.

Insomma nell’ex Forza Italia c’è un entusiasmo quasi pari a quello stranoto di Vendola, che però non sfiora chi ha il marchio (le stimmate) della consultazione dal basso, e cioè il Pd. Pierluigi Bersani è prudente: «Primarie sicuramente ma non come automatismo, la politica deve poter valutare caso per caso», scandisce su Repubblica. E non perché il segretario non ci creda. Anzi, sicuramente adesso più di prima sente quel tipo di corsa a palazzo Chigi nelle sue corde. Un pronunciamento chiaro però non arriva.

La road map della segreteria è un missile a tre stadi un po’ confusi: il Pd decide in casa propria i «dieci punti del programma» di governo. Li sottopone agli alleati, si forma la coalizione e poi, spiega Bersani, si deciderà tutti insieme il leader «nella forma più ampia possibile». Un esercizio moroteo che dice e non dice, attento agli equilibri interni e a non rompere con nessuno degli «alleabili», da Vendola e Di Pietro fino a Casini.

Poco importa che non sia questo che viene fatto né a livello locale né dentro al Pd, dove ogni candidato si presenta subito con la sua faccia, la sua base sociale e il suo programma e viene valutato dagli elettori. La tesi è espressa in bersanese puro: «Dove non arrivano i partiti possono arrivare i cittadini, il centrosinistra non alzi le paratie verso il ‘terzo polo’ perché se il progetto è credibile tira da tutte le parti».

Il Pd come il polo Nord magnetico dell’alternativa, le coordinate geografiche arriveranno. C’è la convinzione che Berlusconi non entrerà in crisi e che l’unica possibilità di intervento è tentare la Lega con una riforma elettorale bizantina che le consenta di sganciarsi dal Pdl senza pagare dazio.

Insomma, l’Italia cambia, il Pd un po’ meno. Questa ipotetica via parlamentare al dopo Berlusconi è identica a quella vagheggiata senza successo negli ultimi tre anni. Positiva o no, la lezione di queste elezioni imbarazza non poco i big del Nazareno. Tanto a destra quanto a sinistra gli elettori hanno votato (o non votato) a prescindere dai gusti di Bersani, Vendola o Di Pietro.

La «seconda Repubblica» tramonta su un curioso paradosso: manifestazioni e voto si danno solo e soprattutto senza i partiti. Non è certo con un accordo in parlamento che si salda questo profondo gap tra politica e società.

dal manifesto del 1 giugno 2011

Ferrero: «De Magistris l’alternativa che serve»


Comunisti «pancia a terra» nelle città, ma per il segretario del Prc la partita finale si gioca ai referendum di giugno: «Bersani sbaglia a puntare su Casini, Napoli e Milano insegnano». Contro le destre «fronte democratico» ma anche gruppi unici nei consigli comunali. Le primarie vanno fatte ma da sole non bastano. Serve una sinistra unita e partecipata.

Fronte democratico «per cacciare Berlusconi» e «una sinistra unita che qualifichi politicamente e socialmente il programma per l’alternativa». Paolo Ferrero è «orgoglioso e felice» per il risultato elettorale della Federazione della sinistra, ottenuto grazie a un partito che c’è, «è credibile e resiste nonostante un oscuramento mediatico pressoché integrale».

Pensi che i succesi al primo turno siano incoraggianti per i ballottaggi?

Il centrodestra ha perso ma ora bisogna lavorare pancia a terra per sanzionare definitivamente un governo Berlusconi che ormai è minoranza nel paese. E poi dobbiamo puntare tutto sui referendum, perché temo che il messaggio arrivato a qualche milione di italiani è che il referendum non c’è più…

… adesso però il Pd promette di impegnarsi per i 4 sì ai questi di giugno.

E’ positivo. Perché se raggiungiamo il quorum, Berlusconi è definitivamente sconfitto. Se non ce la facciamo, invece, temo che riprenda fiato: «Vabbè abbiamo perso qualche città ma alla fine…». Se vogliamo cacciare Berlusconi ci aspetta un impegno straordinario, non cadrà né per i processi né per i trabocchetti in parlamento. Cade se è sfiduciato dal paese. Adesso abbiamo tutti l’occasione di farlo, e non va sprecata.

La sconfitta del Pdl al Nord è acclarata. Al Sud però il centrosinistra non sfonda. Basta il caso Napoli a fare primavera?

Al Nord l’asse Pdl-Lega è saltato perché la Lega pensava di poter lucrare sulla crisi del Pdl. Quello schema è finito. Al Sud invece manca un’alternativa chiara e De Magistris è una possibile risposta: penso che se non ci fosse stata la sua candidatura Lettieri rischiava di vincere al primo turno. De Magistris è stato un valore aggiunto perché è chiaramente contro le destre ma è anche un segno di discontinuità con un centrosinistra che si è rivelato fallimentare. Questo è il punto: costruire un’opportunità simile in tutto il paese.

E come si può costruire questa discontinuità?

Secondo noi con l’aggregazione di un polo della sinistra. Questa è la proposta che facciamo a Sel, Idv, Verdi, alle forze anticapitaliste, a movimenti e comitati. Per battere la destra è evidente che va costruito un fronte democratico insieme al Pd. Ma bisogna costruire anche un’altra gamba, uno schieramento aperto delle forze della sinistra che sia in grado di incidere seriamente, non solo di protestare. Le primarie sono utili ma da sole non sono sufficienti per garantire il cambiamento che serve. La costruzione di un polo di sinistra permetterebbe non solo di tenere insieme forze politiche divise ma anche di attivare tutta quella società civile che c’è, che è a sinistra e che è fatta di centinaia di migliaia di persone, come abbiamo visto per le firme sull’acqua. Ovvio che penso a un’aggregazione aperta, in cui ognuno partecipa con la sua storia e la sua identità.

Potrebbero essere dei gruppi unici nei consigli comunali la prima tappa di questo processo?

Qui ti rispondo a titolo personale: io sarei d’accordo a fare dei gruppi unitari della sinistra che si danno anche un regolamento di consultazione e di verifica con la propria gente. Sarebbero un’ottima cosa, il tentativo di mantenere un processo di partecipazione che duri nel tempo e di cui l’aggregazione istituzionale delle forze della sinistra può essere un primo passo.

Ma non pensi che accentuare la divisione tra “riformisti” e “radicali” rischia di essere una palla al piede per il futuro? Le primarie in fondo superano quello schema.

Ma non è vero, perché i consigli comunali esistono e quante volte votano contro i propri sindaci o presidenti, pensa a Soru in Sardegna. Noi non possiamo fare politica come Berlusconi, che chiediamo una delega ogni tot anni e poi riuniamo ogni tanto delle masse plaudenti. Dobbiamo costruire un processo di partecipazione che è un processo di ricostruzione della soggettività di massa, di un popolo. Ciò detto, noi le primarie le sosteniamo. In Puglia siamo stati gli unici ad aver appoggiato Nichi e siamo per le splendide candidature di Pisapia e Zedda fin dall’inizio. Le primarie sono un passaggio utile ma l’idea che con quel meccanismo si cambia il paese per me non sta né in cielo né in terra.

Tu chiedi un fronte democratico. Il Pd però guarda soprattutto all’Udc. E’ un problema?

Adesso siamo tutti impegnati nelle elezioni. Secondo me però l’ipotesi del Pd non sta in piedi soprattutto alla luce dei risultati elettorali. Diciamo la verità: il centro non esiste, c’è l’Udc, non altro. E il caso di Pisapia è emblematico: non è con il «centro» che batti la Moratti, ma con una proposta alternativa chiara, partecipata e riconoscibile.

Al Nord non c’è solo Pisapia. C’è anche la grande vittoria di Fassino a Torino. Pensi che un domani questi due modelli diversi di centrosinistra possano entrare in competizione?

Diciamo la verità: a Torino di fronte alla Fiat la politica non è esistita, ha accettato supinamente i diktat di Marchionne. Quello che ci divide da Fassino è il giudizio sulla globalizzazione. Secondo noi quello che decidono le imprese va discusso. Soprattutto nei territori. Ad esempio noi abbiamo presentato una proposta di legge regionale che dice che le aziende che delocalizzano debbono restituire i soldi che han preso di finanziamento pubblico. Non è estremismo, il vero estremismo sono le tossine ideologiche del pensiero unico. Io spero che proprio Giuliano (Pisapia, ndr) possa essere l’esempio di un pensiero diverso del rapporto tra comunità e globalizzazione, che è uno dei punti decisivi della partita che è aperta e su cui ci scontriamo davvero con il Pd.

dal manifesto del 20 maggio 2011

Giordano: oltre il Pd, un partito unico della sinistra

«Bisogna costruire qui e ora un nuovo soggetto politico, una nuova sinistra che faccia dell’unità e dell’innovazione culturale il perno dell’alternativa a Berlusconi». Per Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione e dirigente del partito di Vendola, Sinistra e libertà «da sola non basta». E’ questo il senso del «patto di consultazione» proposto ancora ieri dal governatore pugliese a Pd e Idv. Un «oltre Berlusconi» declinato in modo un po’ diversamente dal Bersani in maniche di camicia.

Giordano, Sel propone un «patto di consultazione» a Pd e Idv ma Bersani vi risponde che state già facendo qualcosa in più, visto che siete alleati alle amministrative…

Purtroppo le cose non stanno così e non sono così semplici. Dobbiamo prendere decisioni importanti, il patto di consultazione e di unità è decisivo, altrimenti non saremo credibili. Col Pd bisogna battere molto il tasto dell’unità perché entro giugno ci sono appuntamenti fondamentali per un’alleanza che vuole essere alternativa a Berlusconi: lo sciopero generale della Cgil, le amministrative e i referendum. Il treno sta passando. E se non lo prendiamo ora vuol dire che l’alternativa alla destra non è ancora pronta.

Vedi un Pd troppo timido sullo sciopero generale della Cgil ?

E’ in gioco non solo il contratto nazionale ma anche un tema fondamentale come il diritto di sciopero. Il Pd da che parte sta nella vertenza Bertone? Era da sciocchi pensare che Mirafiori e Pomigliano fossero un’eccezione. Come si vede, avevamo ragione noi: la Fiat continua ad affossare i diritti e a perseguire l’abbattimento del costo del lavoro senza investire in qualità e innovazione. Non a caso le macchine di Marchionne non si vendono. Lo sciopero generale va sostenuto perché può rappresentare l’approdo e l’identità sociale di una nuova coalizione, un centrosinistra unito che mette il lavoro al centro della sua proposta.

Come si concilia però la critica a Marchionne con il sostegno a Piero Fassino a Torino?

La nostra presenza in quella coalizione serve proprio a condizionare le sue politiche e a fargli cambiare di segno. Fassino lo sa: non è mai stato in discussione, e non lo sarà mai, il nostro appoggio alla Fiom e al sindacato. L’accordo con il Pd è reciproco.

Insistere su un patto tra partiti non significa che alle primarie non ci credete più nemmeno voi?

Le primarie verranno. Questa proposta è propedeutica a definire il perimetro dell’alternativa. Contro i referendum Berlusconi le sta tentando tutte. Come nel gioco delle tre carte rinvia il nucleare perché sa che farebbe da calamita per il quorum. Mi piacerebbe discutere con il Pd anche di acqua pubblica e rinnovabili, dell’alternativa economica a Tremonti. Dobbiamo iniziare a farlo.

D’Alema però (e non solo lui) continua a escludere le primarie.

D’Alema è sempre D’Alema. Segue lo stesso schema fin da ragazzo: cerca un accordo con pezzi del centrodestra per portarli a sinistra. Ma aspetta Godot. Dobbiamo provare ad animare questo processo unitario dotandolo di una partecipazione di massa. Se il Pd non investe sullo sciopero generale e sui referendum non avremo più il tempo di cambiare marcia. Stiamo vivendo un passaggio epocale, le miserie della politica italiana occultano a stento quello che sta accadendo nel mondo. Bisogna investire qui e ora sulla fondazione di una nuova sinistra in grado di costruire un modello culturale e politico nuovo, una diversa idea di democrazia.

Sel non è sufficiente per questa «nuova sinistra»?

Sel da sola non basta. Continuo a pensare che bisogna costruire un unico soggetto politico. L’affondo unitario di Vendola sul Pd ha esattamente questa ambizione. Certo, come dice Nichi, aspettiamo a mettere il carro davanti ai buoi ma questo processo intanto dobbiamo costruirlo.

Rifondazione e il Pdci sono esclusi da questa coalizione?

Lungi da noi il voler ridurre la platea. E’ Rifondazione ad aver detto che non è disponibile a una coalizione di governo. E’ un tema che ci divide da tempo e secondo me è auspicabile una loro maturazione. Il problema non è nostro. L’unità di partiti, movimenti e associazioni è dirimente per costruire una sinistra nuova. Ma per battere la destra non puoi più eludere il tema del governo, dell’unità e dell’innovazione culturale. Come opposizione siamo già uniti, in molti casi lavoriamo insieme. Ma le forze vanno unificate di più fino a costruire un nuovo soggetto politico. La scomparsa di una grande sinistra in questo paese è un’anomalia che va sanata.

Berlusconi a Milano si è candidato per il Pdl. Pensi che il Pd sia pronto a una sfida così importante?

Penso che a Milano anche nel Pd si sia messo in moto un processo positivo. Le primarie e la figura straordinaria di Pisapia stanno facendo dare il meglio a tutte le forze politiche. C’è una partecipazione che va anche oltre i partiti. Milano non è ancora il laboratorio della nuova sinistra ma è sicuramente un segnale di buona politica.

dal manifesto del 21 aprile 2011

Milano e referendum, il voto che il Pd non vuole vedere

In piazza, in parlamento e nel paese. Le «tre p» con cui Bersani ha deciso di caratterizzare l’opposizione del Pd nel migliore dei casi sono (finalmente) il segno di un traguardo da conquistare. Nel peggiore però si rivelano un puro auspicio retorico.

Perché le tante piazze di questi ultimi mesi (convocate da studenti, donne, ambientalisti, precari, operai e perfino da antiche «caste» come i costituzionalisti e professori universitari) il Pd le ha più subite che amalgamate. Incapaci per natura di qualsiasi sintesi interna, i democratici si sono guardati bene dal trasformare quei segnali di crisi in proposta politica e – domani – di governo.

Anche in parlamento l’opposizione c’è. Ma avendo puntato tutto sulla spallata del 14 dicembre (e su Fini) il lodevole ostruzionismo primaverile non è in grado di andare al di là di qualche vittoria tattica su una destra allo sbando. Le assenze strategiche tra i banchi del Pd si notano poco ma ci sono. E in alcuni casi sono decisive (sfiducia a Cosentino e «election day», per citarne solo due).

Dicono: eppur si muove, D’Alema auspica il ritorno alle urne. Bene. Bravo. Bis. Peccato che le urne nei prossimi mesi ci sono già. Due, in particolare, possono essere decisive per sconfiggere Berlusconi e la destra in campo aperto: il comune di Milano e i referendum di giugno. Ora non pare che tra le «tre p» di Bersani ci sia anche quella di Pisapia, il candidato scelto con le primarie che potrebbe arrivare al secondo turno contro la triade Moratti-Cl-Berlusconi. Un tornado nordista che sconvolgerebbe equilibri romani sempre più precari tra Pdl e Lega.

Il Pd latita non perché non sappia qual è la posta in gioco ma precisamente perché la conosce fin dall’inizio e ha paura di farne le spese. Se Pisapia arriva vincente o piazzato a Milano, sarà un po’ difficile insabbiare la candidatura di Vendola e le primarie per il futuro «papa» di palazzo Chigi.
E se vincere i referendum arginerebbe per sempre l’onda lunga della narrazione berlusconiana sul «capo carismatico» che vince contro tutti e a dispetto di tutto, il Pd considera ancora quei quesiti come una iattura e una tragica fatalità. Certo, dopo Fukushima il passato nuclearista è per il momento archiviato (la dalemiana Italianieuropei dedicherà il prossimo numero proprio a questo). Ma se i referendum non dovessero passare sarà semplice depositare i cocci su chi ci aveva sperato fin dall’inizio come Vendola e Di Pietro.

A dicembre gli spin doctor bersaniani descrivevano il segretario come un lottatore di sumo piantato al centro del ring. Inaggirabile da chiunque, forte del suo peso elettorale e aperto ad alleanze variabili al centro e a sinistra. Sarà difficile, ma quel lottatore prima o poi dovrà muovere un passo.

dal manifesto del 13 aprile 2011

Dopo lo “spariglio”, Vendola ricarica le primarie

«Hai visto, abbiamo fatto saltare l’operazione Mario Monti», gongolano nel quartiere generale di Sinistra e libertà. Secondo Vendola e i suoi, lo «spariglio» nel centrosinistra è riuscito.

La «santa alleanza» Pd-Fini-Casini a guida moderata (dal presidente della Bocconi, appunto) per ora sembra scongiurata. In più, almeno secondo il presidente pugliese, il «siluro Bindi» ha rotto la complessa tela che Massimo D’Alema tesseva da mesi (e tesse ancora) con il «terzo polo». Un dalemone che secondo alcuni si è spinto fino a un «patto» con Fini su una riforma costituzionale semipresidenzialista sul modello francese.

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