Mario Monti ha rimesso l’incarico al presidente della Repubblica intorno alle 19.30 di ieri sera. Le sue dimissioni sono «irrevocabili». Dal punto di vista istituzionale il premier non è mai stato sfiduciato dal parlamento, anzi, ha incassato proprio ieri la sua ultima fiducia alla camera sulla legge di stabilità. Si concludono così nel paradosso i 13 mesi della «strana maggioranza» a sostegno del governo «del presidente» (Napolitano).
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Pareggio di bilancio, sì all’unanimità
«Approvando questo provvedimento stiamo riscrivendo la costituzione economica del nostro paese». Per una volta Renato Brunetta non è lontano dal vero. Nonostante la liquefazione della maggioranza, la camera dei deputati ha approvato quasi all’unanimità (442 sì, 6 astenuti e soltanto 3 no) la legge di attuazione del principio costituzionale del pareggio di bilancio. Il via libera definitivo ora spetta al senato, che non ha calendarizzato il ddl perché contrario alla composizione a tre membri dell’authority di controllo dei conti pubblici prevista dal provvedimento su richiesta dell’Europa.
Regola aurea, spareggio di bilancio
Traballa il via libera al provvedimento più «tecnico» eppure più «politico» della legislatura: la legge di attuazione alla riforma costituzionale sul pareggio (equilibrio) di bilancio inserito all’articolo 81 della nostra Carta.
Fine di Monti, altro che conclusione “ordinata” della legislatura
Mentre al senato il Pd depone le armi e accelera al massimo il via libera al ddl stabilità, alla camera inizia oggi un’altra partita perfino più significativa della finanziaria di fine anno. Logico che se ne parli molto meno, perché la legge di attuazione del pareggio di bilancio in Costituzione (in ossequio al «fiscal compact») è imbarazzante per tutte le forze politiche appena entrate in campagna elettorale.
Con il crollo di Abc è spazzato via anche il Monti bis. E Bersani gongola
La verità è che l’altolà del Pdl più che far cadere il governo Monti attuale salvo sorprese fa cadere soprattutto l’ipotesi del Monti bis. La continuazione dei «tecnici» dopo il voto era uno scenario che ha dominato i calcoli dei vari partiti e delle cancellerie internazionali per quasi un anno. Oggi quello scenario non c’è più, spazzato via dalle primarie del centrosinistra prima e dal ritorno di Berlusconi poi. In un certo senso, il Pdl ha fatto le sue primarie ieri, iniziate e finite con la ricandidatura del padre-padrone e il plauso entusiasta di decine di parlamentari presunti critici o malpancisti (chi si ricorda, oggi, i dotti retroscena sull’elenco di «pisaniani» pronti a mollare Silvio per un nuovo centrodestra?).
Mezzo Pdl non vota il fiscal compact negoziato da Berlusconi
«Siamo davanti a un importantissimo passaggio nel percorso di costruzione europea, con nuove e sostanziali cessioni di sovranità, è un momento storico e insieme possiamo farcela», afferma il ministro per gli affari europei Enzo Moavero di fronte a un’aula della camera mezza vuota e soprattutto terrorizzata dal «generale agosto» e dalle voci di una nuova manovra del governo.
Montecitorio ha approvato definitivamente in un paio di giorni di non-dibattito i trattati di ratifica del «fiscal compact» e del «Mes», il fondo salva-stati (o salva-banche) dell’eurozona. Di fatto, la cessione di sovranità che Moavero tanto elogia, è al vaglio delle corti costituzionali della Francia e della Germania.
Nel silenzio totale oggi la camera dice sì al fiscal compact, il “taglia-debito” da 45 miliardi all’anno
Il senato l’ha approvato il 12 luglio senza dibattito. Lo stesso si appresta a fare oggi la camera. Meno di una settimana di lavoro per ratificare il «fiscal compact», il trattato europeo che impone all’Italia di tagliare 45 miliardi di debito pubblico all’anno per 20 anni (la spending review «cancella» spese per 29 miliardi in 3 anni).
Fiscal compact, il senato approva senza fiatare 45 miliardi di tagli per 20 anni
Nel silenzio generale, senza discussioni, il senato ha approvato in prima lettura il fiscal compact e il Mes: 215 i sì (Pd, Pdl e Udc), 24 astenuti (Idv) e 24 i no (Lega e l’Idv Lannutti). Unico dissidente democratico Vincenzo Vita.
I trattati passano alla camera per il via libera definitivo.
Un Monti molto Tremonti si aggira per l’Europa
Idee poco chiare a Bruxelles. Integrazione bancaria forse a ottobre e Tobin Tax solo per chi ci sta non calmano lo spread con la Germania (a 470 per l’Italia e a 520 per la Spagna). Il Colle e Palazzo Chigi non rinunciano al rigore. Ma temono gli agguati in patria e si appellano all’Europa. In Parlamento Monti va avanti sulla difensiva: chiede gli eurobond a Berlino e più unità alla sua rissosa maggioranza. Poi rispolvera le privatizzazioni pensate dal suo predecessore e sullo «sviluppo» imbriglia Passera.
Monti convoca Abc, per l’euro è questione di settimane, non di mesi
Ministri al lavoro sui nuovi tagli alla spesa pubblica (spending review). Oggi informativa alla camera sul Consiglio europeo del 28.
Solo l’emergenza può tenere in piedi il governo Monti. Che nei momenti di «relax» si complica la vita e incorre in svarioni che ricordano molto da vicino l’epilogo tragicomico dell’ultimo governo Berlusconi.
Soltanto ieri, ben quattro ministri «pesanti» (Fornero, Severino, Giarda e Passera) hanno inanellato una serie di brutte figure nelle aule parlamentari da far impallidire Tremonti e Calderoli. Il tutto mentre da giorni a Palazzo Chigi suona l’allarme rosso per la tenuta dell’euro.