Fine di Monti, altro che conclusione “ordinata” della legislatura

In senato salta il decreto taglia province e il ddl stabilità diventa un blob Il Pd: entro il 17 sì alla finanziaria. Corsa finale anche sul pareggio di bilancio

Mentre al senato il Pd depone le armi e accelera al massimo il via libera al ddl stabilità, alla camera inizia oggi un’altra partita perfino più significativa della finanziaria di fine anno. Logico che se ne parli molto meno, perché la legge di attuazione del pareggio di bilancio in Costituzione (in ossequio al «fiscal compact») è imbarazzante per tutte le forze politiche appena entrate in campagna elettorale.

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Election day, tutte le strade portano a marzo. Ma con quale legge elettorale?

Sulla data delle elezioni «non parlo». Giorgio Napolitano non si sbilancia in pubblico sull’ultimo miglio di una legislatura inedita. Si limita a dire, però, che ha le sue prerogative e che non si limiterà «a tagliare i nastri». La posta in gioco è chiara «nessuno può giocare con il rischio fallimento – ammonisce il presidente – chiunque governi, qualunque situazione politica esca dalle elezioni».

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5 flash su #csxfactor e primarie del Pd

  1. Tutti e 5 i candidati hanno o hanno avuto responsabilità di governo locale. In tempi di casta e antipolitica lo rivendicano e fanno bene;
  2. Queste del 2012 non sono affatto come le primarie per Prodi del 2005. All’epoca c’erano Pecoraro, Bertinotti, Mastella e Di Pietro… Stavolta tutti e 5 i candidati – anche se differenti – sembrano tutti poter stare nello stesso partito e questo al di là della performance televisiva è politicamente la cosa più significativa;
  3. Ve l’immaginate una cosa analoga per il centrodestra? (A cominciare dal fact-checking)
  4. E’ la prima volta in 20 anni che la sinistra in campagna elettorale non parla di Berlusconi ma di quello che vuole fare
  5. Non è più il Pd all’americana di Veltroni e non è ancora il Pd alla francese di Bersani. Il segretario democratico ha studiato alla scuola di Hollande e si vede. Si sente proprio che Bersani vuole e pensa un partito. Che discute ma è un partito, non una somma di individui.

Insomma, anche stavolta diffido di chi ha già capito tutto e dei tifosi. Questo confronto non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza che innesca meccanismi molto profondi e va interpretato più sulle sfumature che sugli slogan e i tweet.

Bomba a Brindisi, prudenza e dolore bipartisan

Monti dal G8: «Un atto senza precedenti, l’eversione non ritornerà». Napolitano elogia la reazione delle piazze.

Per una volta le parole e i gesti sono stati più forti del dolore immenso che come un fulmine si è propagato in un sabato assolato in tutta Italia. Tanto più cauti istituzioni e inquirenti, tanto più forte il segno di migliaia di persone scese spontaneamente in tutte le piazze d’Italia. Una giornata di democrazia e di sangue.

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Imu, per i tecnici della camera nuove norme “incostituzionali”

Casa e supertasse Già 400 gli emendamenti a Montecitorio. Il Pdl apre la campagna elettorale e punta su un pagamento a rate della mega-patrimoniale da 31,4 miliardi. Oggi vertice Alfano-Monti.

Dopo il tragico «errore» sugli esodati arriva anche quello sull’Imu, la nuova tassa sugli immobili in vigore da quest’anno. Secondo i tecnici della commissione Finanze della camera le modifiche fatte da parlamento e governo nel passaggio al senato sono addirittura «incostituzionali».

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Monti, dalla Corea con furore

Monti al parlamento: «Noi non tiriamo a campare, se non ci volete ce ne andiamo». Fornero esclude veri cambiamenti e insiste per un rapido sì alla sua riforma. Il lavoro manda in pezzi l’asse «Abc» A Seoul tensione tra il premier e la Spagna. E dal professore arriva stilettata anche a Obama sul «buco del bilancio».

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Politici in tv, il Pd si inventa una par condicio “sessuata”

Forse perché ieri era il primo anniversario di «Se non ora quando», sta di fatto che il Pd, in commissione Affari costituzionali alla camera, ha aggiunto alle regole della «par condicio» televisiva anche la parità di quote tra candidati donne e candidati uomini in campagna elettorale. L’emendamento, a prima firma della democratica Sesa Amici, aspetta ora il voto dell’aula.

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Il «Mimmo e Silvio» show

Il Cavaliere apre il congresso di Scilipoti e inizia le sciarade sulla legge elettorale. Rebus preferenze e sviluppo nel trionfo della «kitsch-politik» tra hostess, auto blu e il Tao alla siciliana

Lo slogan che campeggia sul palco non è nuovissimo: «Cristiani, patria e famiglia». Eppure il neomovimento del siciliano ex dipietrista Mimmo Scilipoti è ormai diventato a buon diritto l’emblema della politica all’epilogo della Seconda repubblica.

Un sistema politico nato col karaoke, le bande di paese, i cieli di cartone e un’Italia da sogno girata in videocassetta davanti a una calza da donna non può non finire con il più onorevole dei (para)guru che fa gli onori di casa, concede interviste, stringe mani, cura pazienti in diretta, distribuisce i suoi libri e il suo giornale come il primo (o l’ultimo) dei segretari della nuova «kitsch-politik».

Simbolo del partito? Il tao tricolore: bianco, verde e rosso. Autodotato (di colore blu), «Mimmuzzo, Mimmuzzo» è accolto dai delegati (?) come il medico in una mutua degna di Alberto Sordi, istrionico padrone della vita e della morte di pazienti untuosi e sorridenti. Scilipoti osserva compiaciuto le «scilipotine», quattro modelle vestite di blu che decorano la presentazione di un progetto edilizio per pensionati, dal palco critica i gay e difende la «famiglia tradizionale».

In lui tutto si tiene, dall’agopuntura al Vangelo. L’editoriale del suo nuovo quotidiano anche oggi parla chiaro: obiettivo del movimento è «raggiungere la scossa ormonale dei consensi». E’ ovvio che in un parterre simile il Cavaliere si senta più a suo agio che nei corridoi bui di Palazzo Koch o nelle asettiche moquette di Bruxelles.

Silvio Berlusconi concede mezz’ora di discorso ai responsabili siciliani. Conferma i toni da campagna elettorale («ma anche stavolta durerò cinque anni», giura) e non scioglie i rebus che paralizzano il governo: la legge elettorale e il decreto sviluppo.

Sulla riforma del «porcellum» Berlusconi è categorico: dà la colpa a Ciampi per il no al premio di maggioranza nazionale al senato («il porcellum è il frutto di una sua personale interpretazione della Costituzione», attacca Berlusconi riferendosi al premio su base regionale) e fa capire che si potrebbe partire proprio da qui: superpremio in entrambe le camere e ritorno delle preferenze. «Alla luce del milione e duecentomila cittadini che hanno firmato il referendum dobbiamo introdurre una variante nella legge che consente di scegliere candidato per candidato», spiega il premier.

Peccato che non passa nemmeno mezz’ora e i vertici parlamentari – Cicchitto e Quagliariello – seppelliscono l’ipotesi delle preferenze e preferiscono parlare di nuovi collegi «più piccoli» (circoscrizioni che andrebbero disegnate e dunque regalerebbero un po’ di mesi di ossigeno al governo).

Inevitabile il no del corteggiatissimo Udc di Pier Casini. «L’imbarazzata e repentina presa di distanze di diversi esponenti del Pdl dalle parole di Berlusconi a sostegno delle preferenze dimostra che il Pdl è una Torre di Babele in cui ognuno parla un linguaggio diverso», sentenzia serafico il segretario centrista Lorenzo Cesa.

Acque altrettanto torbide sul decreto sviluppo. Berlusconi vorrebbe avere qualcosa in mano già oggi, prima di volare a Bruxelles per un vertice delicatissimo sulla crisi dell’euro. Il ministro Romani ieri è salito al Quirinale per illustrare a Napolitano le prime bozze del governo. Finora l’unica ipotesi quasi certa è quella di un condono o concordato fiscale di massa. Perché soldi nuovi non ce ne sono e in ogni caso Tremonti non vuole spenderli.

Il Pd è scettico sulle capacità del governo di fare qualcosa di significativo. Ma a sorpresa anche il segretario del Pdl Alfano mette le mani avanti: «E’ bene non caricare un decreto di attese salvifiche». A Palazzo, il segreto di Pulcinella è che il decreto o è vuoto o sarà una via crucis per l’esecutivo, non immune dal rischio incidenti. Non a caso tra i pochi big a chiedere a Berlusconi di «fare in fretta» è il leghista Maroni.

dal manifesto del 22.10.2011

Tagli ai ministeri, il decreto delle beffe

Nel divorzio Berlusconi-Tremonti spariscono i tagli ai ministeri

Non bastano i decreti economici ancora da fare ad agitare i sonni del governo. Ora ci si mettono anche quelli in teoria già fatti. Mentre Tremonti si chiude in conclave con Bossi e Maroni nella sede della Lega a via Bellerio, nella capitale scoppia l’ennesimo giallo.

Il decreto ministeriale Berlusconi-Tremonti con cui si devono ripartire materialmente i 6 miliardi di tagli tra i vari ministeri ancora non c’è. Eppure soltanto tre giorni fa, il 22 settembre, a pagina 9 della nota di aggiornamento al Def presentata in consiglio dei ministri il decreto presidenziale è dato per certo con tanto di data: sarà emanato «entro il 25 settembre». Come se fosse già chiuso. E invece no. Scomparso nel nulla. Sigillo migliore all’incomunicabilità tra il premier e il ministro dell’Economia e a un azione di governo estemporanea non poteva esserci.

La questione è tanto semplice tecnicamente quanto delicata dal punto di vista politico: Tremonti nella manovra di agosto aveva scritto solo la cifra da tagliare complessivamente a livello centrale (6 miliardi appunto). Per venire incontro alle richieste di «collegialità» che già allora gli venivano avanzate dai colleghi di governo, aveva rinunciato ai soliti tagli lineari e affidato a Berlusconi il compito di decidere e ratificare in tempi brevi la ripartizione effettiva dei «sacrifici» da appioppare a ciascun ministro.

Risultato: il documento che ogni dicastero attende come una questione di vita o di morte ancora non c’è. Anzi, a via XX settembre ti rispondono che non sanno nemmeno ipotizzare quando sarà emanato né spiegare perché fosse stato dato per acquisito prima della partenza di Tremonti per gli Usa. Di sicuro il Def il superministro non l’ha voluto presentare di persona ma ai colleghi l’ha fatto trovare pronto affidandolo alle spiegazioni verbali di Gianni Letta.

Già, il solito Gianni Letta, il visir tuttofare che stando ai rumor è ormai l’unico collante delle mosse economiche del governo. Ieri è stato il sottosegretario e non il presidente del consiglio a telefonare al ministro dell’Economia appena tornato da Washington. Né è un caso che Tremonti prima di tornare a Roma per una settimana decisiva si sia preoccupato di parlare a lungo, a Milano, con Umberto Bossi, Roberto Maroni insieme ai rispettivi colonnelli Cota e Giorgetti.

Il senatur è l’ultimo baluardo per un ministro che ogni giorno che passa è sfiduciato sui giornali e in privato sia dal suo partito che da mezzo governo. «Collegialità? Diciamo che Tremonti va commissariato», dice senza peli sulla lingua il veneto Galan. Se fosse per il Pdl, o abbassa le penne o se ne va, come chiede apertamente il Giornale berlusconiano.

«Quando un matrimonio arriva a punti di incomprensione alti come quello tra Tremonti, il premier e il governo, beh, forse il divorzio è una strada percorribile», dice Alessandro Sallusti, ipotizzando le dimissioni del ministro con parole molto simili a quelle usate per la cacciata di Fini.

Sarebbe un’espulsione che stavolta metterebbe in crisi definitivamente la credibilità internazionale del governo.

Non per caso – pur con le dovute distanze – il Colle vigila con attenzione e nell’entourage del premier c’è chi vuole scongiurare la rottura irreparabile.

La solita dialettica tra «falchi» e «colombe» Pdl è aggravata dai soliti annunci di Berlusconi, che domenica dava per già fatto il nuovo decreto sviluppo e assicurava di avere perfino identificato «27 provvedimenti» pronti per la crescita. Certezze che stonano con una realtà mai così caotica.

Il premier, dopo il weekend in Sardegna, ha sbrigato alcune misteriose faccende a Roma per poi volare all’ora di pranzo a Milano. I suoi avvocati prima hanno dato per sicura la sua presenza all’udienza in tribunale, poi hanno dovuto smentire in corsa. Berlusconi invece si è recato ad Arcore per un vertice con i dirigenti Mediaset. E in serata ha invitato a villa San Martino una settantina di imprenditori e banchieri. Segnale che vuole tastare il polso a un mondo industriale che ufficialmente è pronto ad abbandonarlo e dimostrare che è ancora lui il perno intorno a cui tutto è destinato a girare.

Tremonti ha fatto capire di volere misure per la crescita a costo zero: vendita degli immobili pubblici che si possono alienare rapidamente, il minimo indispensabile di grandi opere e tanta propaganda sulle riforme. Il premier vuole di più: vuole qualcosa di spendibile e tangibile. Qualcosa che non bruci la partenza di una campagna elettorale sanguinosa che quasi tutti, anche nel Pdl, danno ormai per inevitabile.

dal manifesto del 27 settembre 2011

La Lega ha un piede sulla porta, il Pdl cerca un nuovo premier

Il centrodestra smotta sul territorio ma non frana a Roma. E Tremonti tira dritto. Chiama Unicredit e si vende più di 300 caserme in barba a La Russa

«Non penso si vada avanti più di qualche mese, la Lega di pazienza ne ha avuta sin troppa». Il milanese Matteo Salvini, libero da vincoli parlamentari, ce la mette tutta per accreditare un Carroccio con un piede sulla porta a Roma. Ma non sarà con le giravolte dell’ultimo secondo che il Carroccio potrà sfilarsi dal crollo che incombe sul centrodestra.

In Veneto, ormai è in rivolta non solo lo zoccolo duro leghista ma anche la base ex democristiana del Pdl. «Qui c’è un’Italia che si fa il mazzo per arrivare a fine mese da una parte, e dall’altra uno che dà 20mila euro al mese a Tarantini per i suoi capricci – attacca il capogruppo comunale Pdl di Vicenza, Maurizio Franzina – ma scherziamo? Chi stiamo prendendo in giro? Serve un cambio». Soltanto l’immobilismo romanocentrico di mamma Rai impedisce di apprezzare in tutta la sua ampiezza il fallimento dell’asse Pdl-Lega. Dalla Sicilia al profondo Nord, centrodestra e «terzo polo» sembrano ovunque in ebollizione.

La maggioranza smotta ovunque ma non frana in parlamento. Non ancora. Il giorno dopo il salvataggio di Milanese, i frondisti del Pdl tuonano ancora contro l’assenza di Tremonti dalla camera. Pasdaran e peones – perfino Scilipoti – si affannano nel chiedere la testa del ministro. Un sentimento che a Berlusconi piacerebbe assai assecondare. Peccato che di possibili candidati per via XX settembre non si veda l’ombra. E sostituire il super-ministro senza avere in tasca un nome inattaccabile sarebbe l’ultima follia di re Silvio.

La corte del premier tuttavia insiste per una maggiore «collegialità» nelle scelte finanziarie. Vuole che al timone ci sia il premier in prima persona. Soprattutto se la campagna elettorale è alle porte e serve una minestra digeribile per un elettorato deluso da crisi, festini e iper-casta.

Il ministro è a Washington e tira dritto, fedele come sempre alla politica del fatto compiuto.

Giovedì prossimo affiderà a Unicredit e allo studio legale Bonelli Erede Pappalardo il ruolo di advisor nella creazione di un mega-fondo immobiliare che gestirà e venderà 300 tra caserme e arsenali.

Lo studio legale milanese ha assistito Alessandro Profumo per la sua super-liquidazione da Unicredit ed è lo stesso che, tra gli altri, ha gestito gli affari Cai-Alitalia e Bnl-Bnp. Una vendita a trattativa privata che fa infuriare, naturalmente, il frondista Guido Crosetto, sottosegretario di un ministero della Difesa che a quella riunione non è nemmeno stato invitato.

A inquinare ulteriormente la giornata, la polemica Alemanno-Lega sul peso nell’alleanza e il rifiuto di Alfano di sbilanciarsi sulla premiership del centrodestra. Rumori di fondo che il premier segue distratto. Forse dall’arrivo pomeridiano a Palazzo Grazioli di Sabina Began. L’«ape regina», coimputata con Gianpi Tarantini a Bari, è rimasta nell’edificio per un’ora e mezza. In serata un comunicato della «segreteria di Silvio Berlusconi» precisa che la signora voleva solo donare un libro al premier per il suo compleanno (il 29) ed è rimasta sempre in anticamera senza essere ricevuta.

dal manifesto del 24 settembre 2011