Europa e legge elettorale, Monti cambia tunnel

Da un tunnel all’altro. Non più quello celeberrimo, fisico e sotterraneo, del primo incontro separato tra Monti e i segretari di Pd, Pdl e Udc. Ma quello metaforico di una politica europea sbagliata che ha trasformato la crisi dell’eurozona in un labirinto da cui l’Italia, nonostante i sacrifici e il cambio di governo, rischia di non uscire più.

La colazione di lavoro a quattro tra il premier, Alfano, Bersani e Casini è durata oltre tre ore. Ma nonostante alla fine tutti i protagonisti dicano che il primo incontro multilaterale ufficiale sia andato bene molti nodi restano irrisolti.

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Tre poli, la manovra e il gioco dell’estate

Il limbo degli Scilipoti è finito. Il decreto di agosto determinerà equilibri e alleanze fino al 2013

Di fatto, oggi è l’ultimo giorno di ferie per la politica. Da domani il gioco si fa duro. E la canea di dichiarazioni, deliri estivi, ipotesi e contromanovre degli ultimi giorni dovrà sedimentarsi in un confronto leggibile. Il 29 agosto sindaci in piazza a Milano (tra di essi decine saranno i leghisti, a cominciare dal varesino Fontana) e domani è previsto un direttivo di fuoco del Carroccio a via Bellerio. Martedì invece ci sarà a Roma l’appuntamento dei frondisti del Pdl con il segretario Alfano e l’incontro del Pd con le parti sociali per la contromanovra democratica.

E’ soprattutto la maggioranza ad arrivare al dunque con un doppio braccio di ferro che rende difficilissima la «quadra» politica, economica e finanziaria sul decreto di Ferragosto. Sulla presunta (molto presunta) salvezza dei conti pubblici italiani si gioca la prima vera partita sull’identità del centrodestra dopo l’addio di Fini di un anno fa.

Con la crisi globale, il limbo degli Scilipoti è finito. Prima o poi dovranno «scendere in campo» i big: oltre ai sempreverdi Berlusconi, Bossi e Tremonti scalpitano astri «nascenti» come Alfano e Formigoni, Maroni e Calderoli. Con Pierfurby Casini che più che uno spettatore interessato è un protagonista assoluto. Le elezioni – siano nel 2013 o a primavera – si avvicinano e gli schieramenti anche se ancora fluidi e trasformisti iniziano a contarsi prima dello scontro definitivo. Comunque vada, nel fuoco della crisi e nel bagno di sangue sociale della quarta manovra finanziaria che ne deriva si forgerà il «nuovo» centrodestra.

I politici non sono gente “normale”. Parlano di pensioni, famiglia, Iva e privatizzazioni ma in realtà intendono alleanze, voti, «poteri» da sedurre o sconfiggere. E’ questo dibattito-specchio, soprattutto, ciò che rende così disordinato e perfino contraddittorio il confronto reale su misure e contromisure di bilancio. Perfino la disputa apparentemente culturale e identitaria tra socialisti e liberali dentro gli ex Forza Italia prelude-allude al nuovo ordine che (forse) nascerà.

Da un lato ci sono soprattutto Formigoni, Scajola e forzisti liberal come Martino e Crosetto. Chiedono di intervenire sulle pensioni, di abbassare le tasse per i redditi medio-alti e massacrare l’inefficiente stato sociale che resta. Più che alle partite Iva puntano a Confindustria. Soprattutto, vogliono l’alleanza con l’Udc, creare finalmente il partito dei «moderati». Sarebbe la restaurazione liberista dopo l’anarchia berlusconiana.

Il flirt (non privo di sospetti reciproci) tra Casini e questo gruppo di neo-post berlusconiani è sempre più smaccato mano a mano che si avvicina il confronto in senato. I centristi sembrano sempre più vicini all’orbita di centrodestra. E la difficoltà del Pd a ritrovare centralità tra le opposizioni sta lì a dimostrarlo.

L’esito non è scontato. Perché lo stretto entourage berlusconiano per non sbagliare non ha ancora deciso che pesci prendere. Molto dipenderà da cosa sceglierà Alfano nell’incontro previsto martedì con i frondisti ormai incontenibili (ieri l’ex presidente del senato Pera è arrivato a insulti scritti contro Cicchitto).

Non meno aggrovigliata la situazione nella Lega. Domani un direttivo voluto fortemente da Maroni e i suoi dovrà decidere – finalmente – su cosa punterà il Carroccio nella roulette del decreto. Dire sì alle richieste di Casini (su pensioni e Iva, per esempio) indebolisce la golden share della Lega sul governo ma permetterebbe di difendere meglio una base un tempo sensibile come gli amministratori e gli enti locali. Anche qui gli insulti non mancano (Calderoli redarguisce pubblicamente il «maronita» Tosi) e il puzzle è arduo. Perché Bossi ha detto tutto e il suo contrario. E soprattutto di rompere con Berlusconi per ritrovarsi con Alfano nei democristiani europei non ha voglia. Un ruolo come tra Cdu e Csu bavarese sarebbe una mutazione genetica definitiva per la Lega. Maroni tesse la sua tela. Confida che il tempo giochi dalla sua parte ma prima o poi uno strappo andrà giocato.

Peggio ancora sta il Pd. Che non fa nulla per amalgamare una constituency sociale alla sua sinistra e si guarda bene dal rafforzare l’alleanza con chi non vede l’ora come Idv e Sel. Anche qui, il confronto di forze uguali e contrarie tra le varie anime e radici democratiche è un perenne gioco a somma zero. Eppur si muove, lotta e propone. Ma ogni volta (tre segretari in un anno non saranno mai abbastanza sottolineati) ricomincia da capo. Molto rumore per nulla.

dal manifesto del 21 agosto 2011

Spunta la vendita di uffici e caserme

Caos sui conti: la Lega in crisi esclude interventi sulle pensioni. Bossi fugge dal Cadore. I «maroniti» invocano la patrimoniale. E al Tesoro si studia l’ennesima dismissione di immobili pubblici

Forse è il caldo. Forse è il timore della rabbia popolare. Sta di fatto che sulle correzioni alla manovra sembra abbiano spalancato le porte dei vecchi manicomi. Non c’è figura pubblica più o meno nota – dal sindaco di Forlimpopoli al cardinal Bagnasco – che non dica la sua su come correggere il decreto di Ferragosto.

Nel silenzio imbarazzato dei «big», peones e comprimari di ogni rango e provenienza affollano etere e agenzie con le ricette più varie. C’è chi vuole legalizzare la prostituzione e farla tassare in modo federalista dai sindaci e chi come Carlo Giovanardi tiene famiglia. Il sottosegretario ex Udc annuncia di aver già consegnato a Gianni Letta (sì a Letta, come le suppliche al sovrano) un emendamento che dice che se hai tre figli non paghi il contributo di solidarietà anche se sei milionario, se non li hai chissà perché lo paghi da 80mila euro invece che 90.

Chi per sedersi al tavolo della trattativa vuole prima abolire tutte le province (Casini) e chi dimezzare secchi i parlamentari (Veltroni e il Pd). Una parte del Pdl e del terzo polo invece vuole portare l’età pensionabile fino a 70 anni (Baldassarri, Fli) alla faccia della disoccupazione giovanile mentre altri assicurano che le pensioni non si toccano punto e basta (Calderoli, Lega). Spunta perfino l’Italiafutura di Montezemolo a chiedere una patrimoniale dello 0,5% sui beni oltre i 10 milioni di euro e più Iva (in cambio però si riduca almeno l’Irap).

«Certo non offriamo un bello spettacolo», conferma il Pdl Osvaldo Napoli. Ognuno ha la sua ricetta e vista la scomparsa dei partiti non c’è nessuna sede comune per elaborarla. Il risultato è un frastuono tanto sterile quanto umiliante, visto che un decreto già c’è ed è stato votato dai ministri all’unanimità. Per ora è difficile anche solo intuire come e dove si andrà a «quagliare» la settimana prossima, quando la discussione in senato entrerà nel vito.

Confuso il Pdl ma anche il Carroccio è in pieno marasma. Bossi ha dovuto abbandonare il Cadore in piena notte, irritato dalle contestazioni di piazza, incapace di indicare una rotta condivisibile per i tanti amministratori nordisti massacrati dai tagli. I vertici del partito si riuniranno lunedì prossimo a via Bellerio per una riunione che non si annuncia rituale.

Il «maronita» Flavio Tosi innesca la miccia: «Bossi conosce benissimo cosa vuole la nostra gente. Berlusconi, invece, non l’ha ancora capito e la Lega non può farsi massacrare per cercare continuamente la mediazione». Il sindaco di Verona, fedelissimo di un ministro dell’Interno desaparecido da Ferragosto, dà una ricetta assai descamisada per un dirigente di centrodestra: «La patrimoniale e una tassa sulle rendite o sugli scudati sono senz’altro meglio dei tagli a comuni e regioni o dell’aumento dell’Iva e dell’età pensionabile», sentenzia sicuro. Dello stesso avviso Calderoli, che di fronte al pressing dell’ala liberista del Pdl insiste nel fare muro a nuovi interventi sulle pensioni.

Al Tesoro si lavora ma trapela poco. Secondo indiscrezioni Tremonti starebbe studiando l’ennesima dismissione del patrimonio immobiliare dello stato. Nel mirino soprattutto un migliaio di caserme, 400 delle quali però sono già state trasferite al Demanio per la loro «valorizzazione». Cifre certe ancora non se ne fanno. L’idea dovrebbe essere affidare a Fintecna uno stock immobiliare in cambio di soldi cash. Un intervento adombrato ieri per iscritto sul Giornale dal capogruppo del Pdl alla camera Cicchitto insieme a ritocchi decisamente più soft: revisione della tassa di solidarietà, quoziente familiare, utilizzazione dello scudo fiscale, eliminazione del blocco del Tfr dei dipendenti pubblici.
Il momento della verità si avvicina. Il sottosegretario Crosetto, capofila dei frondisti pidiellini, non usa giri di parole in un’intervista su A: «Questa manovra è un male, non un’opportunità». Tremonti? «E’ impulsivo, permaloso, aspro. Ma la Costituzione è chiara, o un ministro lascia di sua volontà o il premier può solo aspettare che le Camere correggano la manovra. E lo faranno: con la scure, non con il bisturi».

La trama si infittisce perché di accordo nella maggioranza non c’è traccia. L’Udc, soprattutto, non vedrebbe l’ora di essere coinvolta per rinsaldare l’asse con i moderati del centrodestra nel dopo-Berlusconi. Per ora, però, soprattutto Tremonti ha sempre risposto picche ai centristi. Un comportamento che sia Maroni che Alfano potrebbero presto imputargli come fatale.

dal manifesto del 20 agosto 2011

Berlusconi non andrà al processo il 6 aprile

Nubi nere, nerissime su palazzo Grazioli. Il premier compulsa i sondaggi ossessivamente come facevano i latini con le viscere degli uccelli. E quello che vede non gli piace. Lo scarto col centrosinistra è minimo e il «terzo polo» resta determinante (sfiora addirittura il 10%). Così ai suoi Berlusconi torna a suggerire di vedere un po’ se con Casini si può tornare a parlare. L’Udc da sola vale il 6% e può voler dire la vita o la morte del centrodestra. «In fondo basterebbe fargli fare il premier…», lascia cadere lì l’attuale inquilino di palazzo Chigi.

Parole che sanno di disperazione. Anche perché tutto intorno non c’è cosa che si risolva facile. A cominciare dalle inchieste milanesi. Ieri i legali del premier hanno presentato alla presidente del tribunale Livia Pomodoro la richiesta di rinvio dell’udienza di lunedì per il caso Ruby. La motivazione ufficiale è che la chiusura delle indagini contro Mora, Minetti e Fede per induzione alla prostituzione ha portato un’enorme quantità di nuovi documenti da leggere. Quella ufficiosa è che in quelle carte ci sono nuovi filoni, potenzialmente pericolosissimi per il premier.

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Casarini a Vendola: è questa la nuova narrazione?

di Luca Casarini

L’uscita con cui Nichi Vendola ipotizza forma e conduzione di quella che viene definita «alleanza democratica» contro Berlusconi mi trova in profondo disaccordo.

Voglio comunicarne le ragioni per tentare di aprire un dibattito politico vero non solo con Nichi, ma anche con coloro che guardano queste cose in maniera diversa: quelli che stanno dentro i partiti della sinistra, o li votano, ma percepiscono tutti i limiti che essi incarnano e quelli che ne stanno fuori, convinti che il cambiamento passi solo attraverso un rifiuto della rappresentanza. Questi due modi di vedere il problema, quello critico e quello antagonistico, li considero fondamentali entrambi per ogni processo costituente che provi ad affrontare seriamente il nodo dell’alternativa in questo paese.

Beninteso, con tutta l’umiltà e la profonda amicizia per Nichi, che chi scrive segue con attenzione perché nel desolante panorama della sinistra italiana, di certo non c’è stato nient’altro, oltre ai movimenti che si autorappresentano, di così interessante come il percorso descritto dalle sue «fabbriche» e dall’idea di «nuova narrazione» sottintesa anche dalla grande richiesta delle primarie.

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Il Pd perde l’onda e va avanti con Casini

La suora, la segretaria generale della Cgil e l’avvocatessa di Fini e Andreotti. Queste tre donne che si avvicendano tra le altre sul palco di Roma non sono i tre volti della «santa alleanza» contro Berlusconi. Sicuramente non dovrebbero. Eppure è così che tra un dire e un non-dire il Pd va avanti dopo il successo planetario della manifestazione di domenica.

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Vendola al Pd: “la santa alleanza è un suicidio”

In questa intervista al manifesto fatta da Iaia Vantaggiato Nichi Vendola mette la parola fine alle speculazioni su un sì di Sel alla “santa alleanza” anti-berlusconiana da Fini alle sinistre.

Il presidente pugliese, a scanso di equivoci, difende la presenza nella coalizione di Antonio Di Pietro e avverte che l’abbandono delle primarie sarebbe un “depotenziamento” dell’alternativa alle destre.

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Oltretevere, oltre Berlusconi

La lettura delle parole di Bagnasco fa scattare l’allarme rosso nel Pd. «Qua rischiamo di non vedere palla per i prossimi dieci anni», drammatizza un dirigente democratico scandagliando la prolusione vescovile. Decoro istituzionale, ringiovanimento della politica, religione cattolica come perno tanto di un paese che compie 150 anni quanto della fase dopo-Berlusconi.

Tre indizi fanno una prova: la linea Ruini stavolta ha vinto. E’ alla ristrutturazione del centro-destra (col trattino) che si guarda Oltretevere e nei sacri palazzi. Di Pd e dintorni non c’è quasi bisogno. E infatti nella prolusione non se ne trova cenno. Come d’incanto, al di qua del Tevere, nei palazzi romani tacciono i tamburi di guerra. Rinviato al 2 febbraio il voto della «bicameralina» sul federalismo e rimandata, salvo sorprese, anche la sfiducia a Bondi prevista alla camera. Oggi i capigruppo dovranno decidere sul rinvio proposto dall’Udc con la scusa del voto nel Consiglio d’Europa contro la persecuzione dei cristiani.

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Per Di Pietro nozze a tre ma Bersani non è pronto

Berlusconi pensa alla compravendita di deputati. La Lega scalda i motori per le urne. Il «terzo polo» si blinda in attesa di tempi migliori e della benedizione apostolica. E l’Idv? E il Pd? Già, che fa il Pd?

Antonio Di Pietro – tritato dal duo Razzi-Scilipoti – tira fuori un coniglio dal cilindro e lancia una dichiarazione d’amore improvvisa verso l’alleato di un tempo. «E inutile che ci giriamo attorno. Tanto alla fine saremo noi tre: Idv, Pd e Sel – dice l’ex pm – a questo punto, formalizziamo subito la coalizione. Se matrimonio deve essere, sposiamoci entro Natale».

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Casini, Fini e Rutelli fanno cento

Azione, reazione. Berlusconi apre la caccia al centrista e i centristi più i finiani fanno quadrato per resistere. «O stiamo tutti insieme o ci impiccano uno per uno», spiega Rocco Buttiglione citando il «primo Americano» Benjamin Franklin. Resistere, resistere e contare il più possibile nel caotico inter-regno che si è aperto in parlamento. E’ passato appena un giorno dalla conta di Montecitorio ma già le macchine dei partiti spingono a tutto vapore verso le elezioni.

Udc, Fli, Mpa e Api – più singoli vari come lib-dem, La Malfa e Guzzanti – danno vita al cosiddetto «polo della Nazione». Un coordinamento unico per 103-105 parlamentari (più di 80 sicuri alla camera, più di 20 al senato). Non hanno più ministri ma hanno ovviamente il presidente della camera. E’ la prima volta nel quasi ventennio bipolarista che una così alta carica istituzionale è guidata dall’opposizione.

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