Monti al parlamento: «Noi non tiriamo a campare, se non ci volete ce ne andiamo». Fornero esclude veri cambiamenti e insiste per un rapido sì alla sua riforma. Il lavoro manda in pezzi l’asse «Abc» A Seoul tensione tra il premier e la Spagna. E dal professore arriva stilettata anche a Obama sul «buco del bilancio».
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Articolo 18, via libera ai licenziamenti di stato
Politici in tv, il Pd si inventa una par condicio “sessuata”
Forse perché ieri era il primo anniversario di «Se non ora quando», sta di fatto che il Pd, in commissione Affari costituzionali alla camera, ha aggiunto alle regole della «par condicio» televisiva anche la parità di quote tra candidati donne e candidati uomini in campagna elettorale. L’emendamento, a prima firma della democratica Sesa Amici, aspetta ora il voto dell’aula.
Monti caterpillar: l’articolo 18 scoraggia gli investimenti
Mario Monti ha visto il mostro tricefalo di persona, giovedì sera subito dopo il patatrac sulla giustizia alla camera. Ha ascoltato tutti, e a tutti ha chiesto sostegno leale nonostante i mugugni. Ma a cose fatte, tra Alfano, Bersani e Casini il più furioso è il segretario del Pd, che ieri pomeriggio è salito al Quirinale per dire a Napolitano che così non si può più andare avanti: «Siamo preoccupati», avverte Bersani, «perché il Pd non può accettare di garantire il sostegno al governo Monti mentre altri, il Pdl, lo fanno solo a parole».
Liberalizzazioni, giornali nei supermercati e giornalai più liberi di scegliere
Edicole, editori e autori. Tutti sulla stessa barca, ovvero nello stesso articolo. Il decreto Monti liberalizza la rivendita dei giornali e interviene sul monopolio della Siae in materia di diritto d’autore che vige dal 1941.
Editoria, il governo integri il Fondo per non toccare il fondo
Pubblichiamo qui di seguito il documento conclusivo dell’assemblea dell’editoria cooperativa, non profit di partito. Questo articolo uscirà oggi e nei prossimi giorni su tutti i giornali e i settimanali messi a rischio dai tagli del governo.
La logica del mercato non garantisce una informazione libera, autonoma e pluralista. Porta tendenzialmente al monopolio ed alla omologazione. Ne è prova l’attuale allocazione delle risorse pubblicitarie: il 56% è indirizzato verso l’emittenza, a beneficio pressoché totale di Rai-Mediaset, e solo il 36% verso la carta stampata, in gran parte a favore dei grandi gruppi editoriali. Il mercato della pubblicità, così, penalizza le testate piccole e medie e discrimina oltre ogni misura i «giornali di idee», cooperativi, non profit e di partito.
Per correggere le distorsioni del mercato ed in attuazione dell’art. 21 della Costituzione, sin dai primi anni Ottanta del secolo scorso è stato costituito un Fondo per il sostegno all’editoria; sostegni simili sono attualmente garantiti anche negli altri Paesi avanzati.
Nel quadro del processo di risanamento dei conti pubblici il Fondo è stato drasticamente ridotto, ben oltre quanto operato in altri comparti: i contributi diretti sono passati da oltre 240 milioni ai 180 del 2010 ed ai 90 del 2011.
Con tali risorse gran parte di questo mondo della comunicazione non sopravviverà al 2011 con gravi danni economici e sociali e con l’impoverimento del pluralismo nel sistema dell’informazione.
Verrebbe sancito il fatto che soltanto i possessori di capitali possono manifestare liberamente il proprio pensiero.
Scompariranno testate locali che raccontano la vita delle comunità, essenziali per garantire un’informazione pluralistica nella provincia italiana. E chiuderanno testate nazionali, anche di grande valore culturale, riducendo il controllo, libero ed indipendente, del potere centrale e diffuso, cancellando la possibilità di dare presenza e voce a forze sociali rilevanti ed a orientamenti politici e culturali largamente presenti nella società, con danno grave per la democrazia e per la ricerca dialettica di una verità possibile.
Con la chiusura di un centinaio di testate si brucerà un giro d’affari che sfiora il mezzo miliardo di euro che ricadrà pesantemente anche sull’indotto, già in grande difficoltà. Si porranno problemi per l’occupazione diretta ed indiretta che riguarderanno circa 4.000 lavoratori con un onere per lo Stato, in termini di ammortizzatori sociali, valutabile pari se non superiore all’impegno richiesto per il rifinanziamento del Fondo, senza contare i danni per le casse previdenziali.
Limitandosi soltanto ai quotidiani, l’offerta informativa, che è già modesta e calante, perderebbe più di 400.000 copie diffuse giornalmente.
La cancellazione di oltre cento testate, sarebbe una sciagura per un bene comune quale è l’informazione pluralista di questo Paese e non sarebbe un vantaggio neppure per il risanamento dei conti pubblici.
E’ per questo motivo che chiediamo al Governo ed al Parlamento di provvedere, in occasione della stesura del «Decreto sviluppo» ovvero della prossima «Legge di Stabilità», a rifinanziare il Fondo Editoria di quel minimo indispensabile necessario per evitare la sciagurata prospettiva della chiusura dell’editoria di idee, cooperativa e non profit e di partito.
E deve essere questa anche l’occasione per introdurre, come ripetutamente sollecitato, ulteriori norme di rigore allo scopo di evitare che il sostegno pubblico finisca a soggetti e testate che gettano discredito sull’intero settore.
*** Articolo21; Federazione Italiana Settimanali cattolici (Fisc); Slc-Cgil; Federcultura-Confcooperative; Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, alla cultura e allo spettacolo; Fnsi; Mediacoop-Legacoop; Media non profit.
dal manifesto del 29 settembre 2011
La manovra, il Titanic e il governo mutante
Un parlamento muto approva la manovra. Tremonti scopre l’austerity e si atteggia a primo ministro. Napolitano grida al miracolo e blocca il rimpasto. Con 161 sì e 135 no il senato approva in un lampo la finanziaria da 80 miliardi, più pesante di quella Amato nel ’92. In piazza, nelle Asl e alla posta ira incontenibile contro la «casta»
«Non siamo preoccupati per l’impatto della manovra sui cittadini», assicurava Silvio Berlusconi un mese fa, il 16 giugno (video). E invece facendo un giro per Asl, poste e banche – luoghi ameni dove si forma il senso comune di milioni di persone – l’argomento del giorno era uno solo: i super-ticket. Nonostante la commissione del senato abbia licenziato la manovra soltanto alle 3.30 di mercoledì notte, i dettagli della finanziaria «più lacrime e sangue» della storia (70 miliardi contro i 46 di quella di Amato del 1992, ma alla camera il presidente leghista della commissione Bilancio la quantifica addirittura in 80 miliardi) erano già sviscerati in infinite file e capannelli. In poche ore, la notizia che da lunedì si pagano 10 euro in più per esami del sangue, visite mediche, etc., era unanimemente considerata come la più odiosa delle tasse. Inossidabilmente collegata – chissà perché – a un coro di insulti irripetibili sugli stipendi dei deputati e le ultime prebende della casta di faraoni che si è impossessata di stato e parastato. Non c’è mai stata distanza più grande tra la «coesione nazionale» dimostrata dal Palazzo e la vita reale di decine di milioni di “sudditi” inferociti e accaldati.
E questo non sarà che l’inizio. Secondo la Cgil la manovra costerà almeno 1.800 euro a famiglia. Il dipartimento economico di Corso d’Italia stima che le tasse aumenteranno molto di più di quanto ipotizzato dal governo. Il taglio lineare delle detrazioni fiscali (figli, lavoro, ristrutturazioni, etc.) del nel 2013 porteranno 8 miliardi di gettito invece dei 4 preventivati da Tremonti. E ben 32 a regime invece di 20. Un salasso, altro che «non metteremo le mani nelle tasche degli italiani e non taglieremo gli stipendi pubblici» come detto da Berlusconi l’8 luglio a Repubblica.
Il senato approva con 161 sì, 135 no e 3 astenuti una manovra che Bankitalia stima farà perdere almeno 1 punto di Pil. Oggi la camera farà altrettanto senza nemmeno fare finta di discutere: non ci sarà nessun emendamento né ordini del giorno (record mondiale). Il parlamento è muto. La manovra passerà in diretta tv addirittura in anticipo proprio per fare presto (e per far tornare in tempo a cena i deputati).
Tremonti, cosa rara, si è difeso di persona in senato. Tanto ragionieristiche le sue norme, tanto più alta la sua retorica: «La crisi finanziaria si aggira per il mondo come un mutante, che oggi appunto prende la forma della Grecia. (…) oggi abbiamo in Europa un appuntamento con il nostro destino. La salvezza non ci viene dalla finanza, può venire solo dalla politica; ma la politica non deve più fare errori. (…) È così che ora siamo arrivati insieme al dilemma e al dramma dell’euro e dell’Europa: o si va avanti o si va a fondo. La soluzione o è politica o non è; o è comune europea o non è, senza illusioni di salvezza per nessuno. Come sul Titanic, non si salvano neppure i passeggeri di prima classe».
E poi il finale più da capo del governo che da semplice ministro: «Il Paese ci guarda: guarda il Governo, guarda la maggioranza e guarda l’opposizione, certamente diversi, ma oggi qui non troppo divisi. Per questo sono orgoglioso di essere qui oggi con tutti voi». Al termine degli applausi di circostanza Tremonti è solo, sempre più prigioniero delle sue manovre, un lugubre canto del cigno più che l’appello alla nazione di un Delfino.
Non a caso Berlusconi non ha più detto una parola. Nella sua ottica deformante, la finanziaria-monstre fin qui è tutta ascrivibile a Tremonti e al Quirinale, gli unici avversari veri che si trova di fronte a parte se stesso e il suo tramonto. Come interpreterà la fase successiva si capirà dal suo possibile intervento di oggi alla camera (il premier ha disertato i funerali del soldato Marchini e all’ultimo minuto ha anche annullato il viaggio a Belgrado).
Giorgio Napolitano invece è in visita di stato in Croazia. E quando gli riferiscono che la manovra è già alla camera si congratula: «E’ un miracolo. C’era un accordo serio ed è stato rispettato». Il capo dello stato è sicuro che della «coesione» dimostrata questa volta ci sarà bisogno anche in futuro, quando bisognerà «stimolare la ripresa soprattutto attraverso più competizione».
Ma non sono tutte rose e fiori, anzi. Qualche preoccupazione affiora anche sugli uffici del Colle, che di fronte a interpretazioni che considerano il nuovo appello all’unità nazionale come un via libera a un governo tecnico o del presidente, spingono di nuovo Napolitano davanti ai giornalisti per dire che «parlare di toto-ministri è da irresponsabili». Il presidente fa per andarsene e poi torna indietro: «Io – sottolinea – non ho ricevuto alcuna proposta dal presidente del consiglio e addirittura vedo tirato in ballo per un altro incarico di governo (alla Giustizia, ndr), il ministro degli Esteri che mi accompagna in questa missione. Ciò è veramente da irresponsabili – ripete – chiunque metta in giro queste voci».
dal manifesto del 15 luglio 2011
Tremonti svela il bluff: più tasse per 15 miliardi
Tremonti svela il bluff della delega fiscale: subito i 15 miliardi di tagli alle detrazioni Irpef previsti nella “clausola di salvaguardia” della bozza fantasma. La manovra intanto massacra scuola, sanità e regioni. Professori e ricercatori perderanno 8mila euro. Niente fondi per il Sud e super-bolli in banca. Tra le modifiche dell’ultimo minuto un regalo «bipartisan» ai concessionari autostradali
Un Romano Prodi redivivo detta la linea: «Governo, opposizione e Bankitalia insieme per l’emergenza». Peccato che i tempi sono cambiati e non esistono più nessuno dei tre. Nel Palazzo, la reazione al «terrorismo finanziario» è identica a quello di piombo di trent’anni fa: con l’emergenza si sta tutti insieme. A prescindere dai contenuti. Che in questo caso sono più tasse per chi già le paga e meno servizi per tutti.
Messo alle strette, il governo ammette il bluff sulla presunta riforma fiscale e annuncia che anticiperà nella manovra la «clausola di salvaguardia» da 14,7 miliardi contenuta nella delega fantasma scritta da Tremonti. In concreto, già dal prossimo anno ci sarà un taglio del 15% di tutte le detrazioni esistenti (sanità, asilo, colf, assicurazioni, ristrutturazioni). Invece dei tagli lineari ai ministeri stavolta si tagliano gli sgravi ma la sostanza non cambia. Si spara nel mucchio per prendere soldi dov’è più facile, cioè sul lavoro dipendente.
Nelle ultime ore di trattativa nella maggioranza, Pdl e Lega concordano solo 5 modifiche alla manovra. Oltre alle tasse, riguardano un taglio minore alla rivalutazione delle pensioni basse, un aumento più scaglionato del maxi-bollo sui titoli e qualche modifica al patto di stabilità. Ultimo ma non ultimo, un bel regalo bipartisan alle concessionarie autostradali. Nel decreto era previsto un codicillo che avrebbe gravato per oltre 1 miliardo sulla spalle di Benetton e soci (quasi tutte aziende del Nord o parastatali). Nei giorni scorsi il viceministro Castelli è stato pubblicamente scudisciato dall’Aiscat: ai padroni delle corsie è bastato minacciare il blocco degli investimenti nella BreBeMi e la Pedemontana che il Carroccio ha subito innestato la retromarcia ammorbidendo la norma.
E’ «un massacro sociale annunciato», commenta Nichi Vendola di Sel. Perché i dati di sistema ormai sono noti pure ai sassi: occupazione femminile al 46% (in Ue è al 60%) e disoccupazione giovanile al 29%. Precariato, bassi salari e bassa produttività sono piaghe endemiche tanto a Nord quanto a Sud. Eppure la manovra segue le orme di sempre: più tasse, meno servizi. E a pagare sono sempre gli stessi. Basta scorrere il decreto per toccare con mano la macelleria sociale che ci aspetta.
Altro che meno tasse: fisco +1%
La pressione fiscale aumenterà come minimo dell’1% (fonte Confindustria). In un paese che è già (ultimi dati Ocse del 2009) al terzo posto per il fisco (43,5%) dopo Danimarca e Svezia. Da allora la situazione è sicuramente peggiorata. La delega fiscale fantasma scritta da Tremonti quasi sicuramente decadrà. Peccato perché lì e solo lì c’era l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20%, una norma di equità che il Pd proverà a inserire nella trattativa.
Il grosso delle maggiori entrate verrà dai giochi (7 mld) e dal superbollo sul deposito titoli (quintuplicherà fino a 150 euro l’anno e 380 per i depositi sopra i 50mila euro). Rincari che però il governo vuole rimodulare. Solo 490 milioni invece verranno dal mini aumento dell’Irap su istituti di credito e assicurazioni. In proporzione la manovra la pagano infinitamente di più correntisti e bancari che banchieri e speculatori.
Piano per il Sud? Sotto il Po il nulla
I fondi Fas saranno ulteriormente tagliati dal 2013. In più viene decurtato di 3,6 mld il «fondo per l’economia reale» di Palazzo Chigi dedicato in gran parte al Mezzogiorno. Sulle infrastrutture inoltre si fa un gioco delle tre carte che avvantaggia solo il Nord. Tremonti cancella il «fondo per le opere strategiche» e ne crea uno nuovo («fondo infrastrutture stradali e ferroviarie»). Perché? Perché così cade il vincolo dell’85% degli investimenti al Sud. Non a caso in quel fondo le uniche opere finanziate (peraltro solo con 250 milioni, fonte Cipe- Cgil) sono il traforo del Brennero, il valico Genova-Milano e la Treviglio-Brescia.
A scuola stipendi magrissimi
«Un intervento così odioso verso settori noti per le basse retribuzioni non si era mai visto», commentano in Flc-Cgil. La manovra congela gli organici delle scuole fino al 2014 e contiene norme anti-Tar contro i ricorsi dei precari. In più, oltre al blocco delle assunzioni blocca anche gli stipendi. Così un professore di liceo avrà perso in 5 anni (2010-2014) quasi 8mila euro, un preside circa 16mila, un ricercatore 7.500, il personale tecnico e amministrativo 6.400. Ma è un calcolo per difetto: perché i rinnovi contrattuali rivalutano anche altre voci dello stipendio che restano ferme, così come gli scatti di anzianità. Un blocco che in futuro dimagrirà anche le pensioni.
Per far vedere che ci tiene, Tremonti assicura che il fondo di finanziamento (Ffo) delle università non si tocca. Certo, glissa sul fatto che dal 2012 è già stato decurtato di 300 milioni con le precedenti manovre.
Casse vuote negli enti locali
Solo oggi, a cose fatte, Tremonti incontrerà gli enti locali. In 5 anni (2010-2014) i tagli complessivi a regioni, comuni e province ammonteranno a 33 miliardi. Anche qui molta propaganda: il premio agli enti «virtuosi» sul patto di stabilità è poco più che una mancia (circa 200 milioni).
Sanità, ecco il super-ticket
In 5 anni (2010-2014) il settore ha subito tagli per 17 miliardi in personale e ed erogazioni. Dal 2012 è previsto un super-ticket fino a 10 euro sulle medicine (una norma che vale oltre 800 milioni) e sono quasi inevitabili inediti ticket sui ricoveri ospedalieri da inserire nella finanziaria autunnale.
dal manifesto del 13 luglio 2011
Professore taci, il preside ti ascolta
Insegnanti come i magistrati: il Pdl vuole punizioni esemplari per quelli «politicizzati» Arriva alla camera la proposta di legge del responsabile scuola Pdl Garagnani: «Basta con la propaganda della Cgil, sì al catechismo in aula». I sindacati stavolta unanimi: «Un’idea delirante»
La resistenza quotidiana dei giornalai
Le edicole spariranno come le lucciole? Ecco i perché di una crisi ignorata da aziende e giornalisti
Di noi conoscono tutto o quasi. Sanno che squadra tifiamo, se ci piace la vela, il gossip, l’arredamento o la tecnologia. Spesso sanno anche se in parlamento stiamo a destra o a sinistra. Sono tra noi da sempre, in ogni piazza d’Italia. Nelle grandi metropoli e nei borghi abbarbicati tra i monti. Eppure il loro lavoro è quasi un mistero.
Non si tratta della Cia ma dei 33mila edicolanti italiani, il punto finale della lunga filiera dell’informazione. Di questo piccolo esercito di rivenditori i giornali non parlano quasi mai.
E invece inondata da migliaia di copertine patinate, c’è una piccola impresa autonoma che come tutta l’industria delle news ha da tempo problemi molto seri. Nel paese del tycoon Berlusconi si legge sempre meno.
Dal 2006 al 2010 le copie medie giornaliere sono passate da 5,5 milioni a 4,6 milioni, meno 900mila in quattro anni (dati Fieg 2010). Per capire quanto siamo messi male basti sapere che Germania e Inghilterra veleggiano sopra i 15 milioni di copie di quotidiani al giorno.
Inevitabile il crollo del fatturato delle rivendite: meno 35% negli ultimi tre anni, con picchi del 40% in Campania e del 50% in Sicilia.
Su ogni euro venduto, l’edicola guadagna poco meno di 19 centesimi (il 18,77% del prezzo di copertina), il 10-15% va ai distributori e il resto arriva all’editore che ci paga tutti i costi. Il risultato è che le edicole spariscono.
Nel 2001 le rivendite in tutta Italia erano 42mila, adesso sono circa 33mila. Nella capitale dell’editoria, Milano, ne sono rimaste solo 600 e nell’ultimo anno 30 rivenditori hanno chiesto di sospendere la licenza, l’anticamera della chiusura.
La razionalizzazione è spietata e si ripercuote anche a monte della filiera. Dieci anni fa i distributori locali, quelli che ogni giorno portano giornali e riviste in edicola, erano ben 400. Oggi sono meno di 130. A Roma città, mercato enorme, ce ne stanno solo due. Tra questi, il principale è di Mondadori e distribuisce l’80% dei prodotti compresi tutti quelli più appetibili. A livello nazionale va ancora peggio: i distributori sono solo 6 ma di fatto i primi due sono di diretta emanazione di Mondadori e Rizzoli-De Agostini (da soli coprono il 58% del mercato italiano).
Da fuori si potrebbe pensare all’edicola come a un negozio qualsiasi. Ma l’informazione è un valore costituzionalmente rilevante. E dunque anche se inquadrati nel settore del commercio i giornalai sono negozianti molto particolari, con una gestione unica nel suo genere a cominciare da orari lunghissimi. Il giornalaio non può fissare i prezzi dei prodotti (compito esclusivo degli editori) né decidere davvero quantità e qualità della merce che deve vendere (è fissata dal piano vendita e da trattative perfino personali con i distributori che quasi sempre sono gli unici sul suo territorio). In cambio di queste condizioni «fisse» dovute alla neutralità politica ed editoriale del punto vendita secondo il principio della «parità di trattamento», il giornalaio ha il diritto di restituire quello che non vende (la resa).
Ma le pubblicazioni in Italia sono tante, troppe – le stime oscillano tra 6mila e 9mila testate iscritte al tribunale o al Roc – e domanda e offerta non si incontrano mai. Il risultato è che le rese sono enormi per tutti, ben superiori al 45% del distribuito. L’edicola insomma è come un supermercato iperfornito che ogni giorno butta via metà della merce.
E’ un sistema completamente inefficiente, in cui le edicole subiscono le politiche di marketing degli editori e le logiche economiche dei distributori. Gli editori, per esempio, possono vendere riviste a pochi centesimi o addirittura già uscite (per esempio di viaggi o di cucina) confidando comunque sulla pubblicità. L’aggio dei rivenditori però è minimo. E per legge non possono rifiutare nulla.
In più, questo mercato strategico per una democrazia è così concentrato e opaco che ognuno tira la coperta dalla sua parte senza concordare con nessuno i vari passaggi. Qui l’informatica è ancora un miraggio, quasi tutti fanno i calcoli ancora a mano, con ritardi e zone d’ombra che aggravano l’inefficienza e le rendite di posizione.
Gli scaffali dell’edicola sono un acquario in cui pochi squali si mangiano tutto. I processi di concentrazione e i conflitti di interesse sono ovunque. Mentre i tre grandi editori – Mondadori, Rcs ed Espresso – tagliano giornalisti e redazioni (quindi il prodotto), stanno assorbendo tutte le fasi della produzione: edizione, raccolta pubblicitaria, distribuzione alle edicole e, nelle grandi città, anche la vendita diretta a domicilio e ai semafori. Come dimostrano le vendite, è una logica che produce sprechi, oligopoli e prodotti sempre meno apprezzati dal pubblico.
Nella tavola rotonda che ha aperto il congresso del Sinagi a Cervia (vedi sotto), a Matteo Orfini (responsabile comunicazione del Pd) e Massimo Cestaro (segretario generale Slc Cgil) è toccato il compito di ricordare al governo che la crisi dell’editoria non è solo congiunturale (calo delle vendite e della pubblicità) ma è soprattutto strutturale. I marchi di fabbrica delle scelte del Pdl sono un conflitto di interessi enorme (solo in Italia le tv assorbono il 56,3% delle risorse pubblicitarie contro il 17% dei quotidiani) e i tagli lineari di Tremonti, che hanno tolto a tutti e dunque allungato le distanze tra soggetti sempre più disuguali.
dal manifesto dell’8 maggio 2011