Per la prima volta 41 tra giornalisti, poligrafici e collaboratori storici del manifesto raccontano tutti insieme la storia di questo anno in liquidazione e cosa vogliono fare con la nuova cooperativa che editerà e gestirà il giornale.

Per la prima volta 41 tra giornalisti, poligrafici e collaboratori storici del manifesto raccontano tutti insieme la storia di questo anno in liquidazione e cosa vogliono fare con la nuova cooperativa che editerà e gestirà il giornale.

Il «black shark», il super siluro di ultima generazione della Wass (gruppo Finmeccanica), è una vecchia conoscenza del manifesto.
Il 25 novembre del 2010 finì addirittura in prima pagina (battezzato «il siluro di Tremonti») come simbolo degli sprechi di stato e del dogma della spesa militare. Nel 2010 gli investimenti pubblici solo sul siluro valevano oltre 87,5 milioni di euro.
La privatizzazione dell’Acea non è una vicenda locale. Le utility comunali del Nord-Ovest cercano di fondersi in un’azienda più grande e puntano ad allargarsi al Veneto e all’Emilia. L’azienda domina il centro e punta al Sud. Il sindaco vuole venderla da due anni nonostante il referendum. Ma è sempre più solo: litiga con i cittadini, con la sua stessa maggioranza e con i potenziali alleati. Oggi vertice decisivo in Campidoglio.
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Per il manifesto è iniziata un’altra settimana di passione. Venerdì prossimo (salvo sorprese) dovrebbe tenersi il primo incontro formale con la troika di commissari liquidatori dopo il fax di «cessazione attività» che ci è arrivato all’improvviso l’11 maggio. E domenica 20 a Bologna – in una sede ancora da definire – andremo all’incontro nazionale organizzato dai nostri circoli.
Caro Sindaco,
Come avrà già avuto modo di apprendere dalle notizie degli ultimi giorni, l’Italia si posiziona al terzo posto in Europa per mortalità in bicicletta. Negli ultimi 10 anni, ben 2.556 ciclisti hanno perso la vita sulle nostre strade ed è per porre freno a questa situazione che due settimane or sono abbiamo lanciato in Italia la campagna #salvaiciclisti con cui abbiamo chiesto al Parlamento italiano l’applicazione degli 8 punti del Manifesto del Times.
In questi i giorni il Parlamento sta facendo la propria parte ed una proposta di legge sottoscritta da (quasi) tutte le forze politiche è pronta per la presentazione alla Camera e al Senato. Senza il suo preziosissimo contributo di amministratore locale, però, anche la migliore delle leggi rischia di restare lettera morta ed è per questo che siamo a chiedere la sua adesione alla campagna #salvaiciclisti per il miglioramento della sicurezza dei ciclisti nella sua città.
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Lo confessiamo: siamo travolti. Abbiamo i lettori più belli del mondo. Quasi ci dispiace per gli altri. Per pubblicare come meriterebbero tutte le lettere, le email, i tweet e le foto che ci avete spedito in appena tre giorni non basterebbe la foresta amazzonica. Scusateci se non trovate proprio la vostra qui sotto e nelle ultime pagine, ma le leggiamo tutte e ce le passiamo tra noi come se fossero l’ultimo flash d’agenzia.
Perché la notizia, oggi, siete voi.
Come in Danimarca ma senza il welfare della Danimarca. Mario Monti non si cura dell’impopolarità del decreto appena varato e conferma l’apertura del «prossimo cantiere»: quello del lavoro e del welfare. «E’ una materia che necessita del negoziato con le parti sociali», ammette il Professore, annunciandolo addirittura «tra qualche giorno». Di certo il malessere che si respira nei sindacati non spiana la strada ad altre riforme da lacrime e sangue.
Di fronte alla stampa estera il premier torna a guardare alla «flexicurity» e al «modello danese».
Un sistema che in Italia ha un nome e cognome, Pietro Ichino: contratto unico di lavoro senza data di scadenza, licenziamento libero in cambio di un indennizzo economico e sostegno alla disoccupazione con un contratto di ricollocamento.
Il problema è che i danesi sono 5 milioni e gli italiani 60. E a Copenhagen pagano un mucchio di tasse. Monti, non a caso, ha confermato di volersi «ispirare» ai paesi del Nord Europa «nel modo di intendere la protezione sociale e cioè non la protezione del singolo posto di lavoro ma la protezione del singolo lavoratore» senza però voler prendere come esempio quel modello fiscale.
Il Professore butta la palla in avanti. Sa che con Cisl e Uil si può ragionare e sa anche che dalla sua ha un alleato fortissimo come la Commissione europea. Nel suo rapporto sull’Italia del 29 novembre, infatti, Olli Rehn ha suggerito al nostro paese l’abolizione pura e semplice dell’articolo 18 in cambio di un «modesto indennizzo» (moderate tenure-related severance payment, cfr. pag. 6), più la «semplificazione dei licenziamenti collettivi», la «riduzione dei contratti atipici» e la «razionalizzazione dei sussidi di disoccupazione» sempre che «ci siano coperture finanziarie adeguate». Un abbozzo di riforma che, passata la discussione sul decreto «salva Italia», tornerà ad animare certamente il dibattito pubblico.
A differenza che a Roma, con Bruxelles la concertazione del governo va a gonfie vele. Monti si presenta al vertice di giovedì e venerdì con tutta l’intenzione di far valere il suo decreto “impressionante”. Per preparare il terreno, ieri mattina ha incontrato a Palazzo Chigi il premier olandese Mark Rutte, al quale ha illustrato la manovra appena varata provando a concordare una strategia comune in vista dell’incontro con gli altri capi di governo. Rutte si è detto «molto impressionato» dalle misure appena varate: il governo olandese le «sostiene pienamente e si augura che siano implementate», ha detto in conferenza stampa. Aperture di credito che a Roma non si sentivano da mesi.
Basterà per salvare non solo l’Italia ma «l’Europa intera», come pomposamente hanno detto in aula sia Dario Franceschini che lo stesso premier? I dieci giorni che sconvolsero l’Europa scadono questa settimana con il mega vertice di Bruxelles.
Il fallimento – a detta di tutti – non è un’opzione. Che si tratti di un appuntamento cardine lo dimostra la lunga visita in Europa del segretario al Tesoro americano Tim Geithner.
Su espresso invito di Obama, Geithner chiederà ai partner europei misure definitive per evitare che il contagio si allarghi a Wall Street e alla «main street» nell’anno delle presidenziali.
La Casa Bianca non vuole sbavature. Non a caso proprio ieri il vicepresidente Joe Biden era ad Atene. Ex capo della Fed di New York, anche il giovane segretario al Tesoro vedrà in pochi giorni tutti i principali leader europei (incluso il governatore Bce Mario Draghi), non ultimo dei quali proprio Mario Monti giovedì a Milano. Il ministro americano non è un negoziatore raffinato. A settembre scorso, nell’Ecofin in Polonia, fu così perentorio con i diktat ai governi europei da sfiorare la catastrofe diplomatica.
dal manifesto del 6 dicembre 2011
«Due diligence» spicciola Prima dell’unità nazionale ricordiamo perché e percome Berlusconi non è statista
Ricordiamocelo. Ripetiamolo insieme prima che l’unità nazionale, la sobrietà della ricostruzione e i sacrifici «equi ma necessari» lo facciano diventare senso comune a suon di talk show: Berlusconi non è uno statista. E non ha fatto un «buon lavoro» come presidente del consiglio. Il suo passo indietro nasce da uno stato di necessità, non da un normale galateo istituzionale e politico.
Visto l’appoggio a un governo comune, i democratici visti in tv sono apparsi fin qui molto imbarazzati nel criticare i ministri precedenti. Mentre i pidiellini, novelli riformisti, ricordano ogni due per tre che gli spread sono alle stelle anche senza Berlusconi e che la crisi mondiale è «la più grande dal 1929».
Tutto vero. Ma anche no. La crisi è globale ed europea ma secondo tutti gli osservatori internazionali pubblici e privati l’Italia è il suo epicentro. Troppo grande per fallire, troppo grande per non salvarsi da sola.
Prima dell’arrivo di Monti è perciò decisivo fare una due diligence del governo appena trapassato. Di ciò che ha fatto e di ciò che non ha fatto.
Nonostante la cura Tremonti il debito italiano dal 2008 a oggi è aumentato di oltre 250 miliardi (su 1.900). Disoccupazione e crisi rischiano di desertificare «il secondo paese manifatturiero d’Europa» senza che sia ancora nata una paragonabile industria dei servizi.
Dal dibattito sul «declino» tipico degli anni ’90 siamo arrivati a quello sul «default». Il welfare è sul lastrico. Dal 2010 la sanità è stata tagliata di 17 miliardi, gli enti locali di 33. E le tasse sono al massimo storico: nel 2014 la pressione fiscale supererà il 48%. Più che in Svezia. Senza contare l’aumento dell’inflazione e dell’Iva, di prezzi e tariffe. E poi i super-ticket, il blocco del Tfr e degli stipendi, l’esodo forzato nel pubblico impiego, l’articolo 8, etc., etc.
E’ giusto che le istituzioni gli concedano l’onore delle armi. Ma Berlusconi è caduto perché era semplicemente insostenibile. Eppure sulla carta si è dato da fare: sommate tra loro tutte le manovre di quest’anno superano i 140 miliardi. Una correzione di rotta tanto gigantesca quanto incerta nell’applicazione.
Ancora l’11 luglio scorso (tra una manovra estiva e l’altra) Tremonti diceva a Repubblica: «Chi ci chiede di fare di più, o di anticipare ad oggi le misure previste per il prossimo triennio, non ha capito nulla. Se lo facciamo ci suicidiamo: ammazziamo il Paese. La verità è un’altra. Ai mercati daremo un segnale forte. E sa qual è? – diceva il ministro a Massimo Giannini – Il fatto che la manovra è blindata, e sarà approvata dal Parlamento in una settimana. Una cosa che nella storia d’Italia non è mai accaduta».
Da allora quella che sembrava un’eccezione è diventata la regola. E sono apparsi subito chiari gli effetti reali della cura Tremonti. «Senza sviluppo la manovra è socialmente insostenibile» (Cnel). «Senza decisi tagli alla spesa è inevitabile aumentare le tasse» (Bankitalia). «C’è il forte rischio di aumento delle tariffe» (Istat).
Poi, il 4 agosto, è arrivata la lettera di Draghi e Trichet. Berlusconi e Tremonti, per una volta d’accordo, provano a convincere Bossi a intervenire sulle pensioni. Ancora una volta la spunta il Carroccio. Il 15 settembre, in una camera assediata e nell’aria acre dei lacrimogeni, il decreto di agosto è legge.
Ma non serve. A Roma Tremonti prepara l’ultima finanziaria. Allestisce un seminario sulla dismissione dei beni pubblici, chiede una mano a tutti i poteri che contano. Prova a salvarsi dal naufragio ma capisce che il tempo stringe ed è sempre più solo. Berlusconi è furioso. E Confindustria ripete come un mantra: «Il tempo è scaduto, il tempo è scaduto, il tempo è scaduto…».
Berlusconi chiede soldi freschi da mettere sul decreto sviluppo. Tremonti risponde parlando di Waterloo e Westfalia. Resiste: niente da fare, tutte riforme «a costo zero». Studia una legge per costruire le autostrade da sole, i costruttori asfaltano, si mettono al casello e non pagano le tasse. Rimarrà lettera morta perché il ministro Matteoli appena si fa vedere in giro viene coperto di fischi. Berlusconi invece infila nelle bozze del decreto 12 condoni e soprattutto la norma anti-Veronica per l’eredità delle quote societarie.
A fine ottobre tutti i nodi vengono al pettine. Tremonti e Berlusconi sono attesi in Europa e devono portare i «compiti fatti». Giuliano Ferrara intima di approvare per decreto, sic et simpliciter, la lettera della Bce.
Più saggiamente, Tremonti opta per spostare tutto nella legge di stabilità. Berlusconi non ci sta, chiude Calderoli, Sacconi e Brunetta a casa sua e gli fa scrivere una fumosissima lettera a Bruxelles mai approvata dal consiglio dei ministri. Sarà un caso ma in Europa appena la leggono decidono subito di mandare gli ispettori, con tanto di questionario scritto per avere chiarimenti. E a Washington il Fondo monetario sblocca 44 miliardi per le emergenze.
Il tempo è finalmente scaduto. Il 4 novembre, al G20 di Cannes, l’agonia italiana va in scena davanti agli occhi del mondo. Tremonti e Berlusconi provano a collaborare ma offrono uno spettacolo pietoso. Il Cavaliere assicura che «la crisi non esiste», i «ristoranti sono pieni» e «sugli aerei si fatica a trovare posto».
Dopo sei lunghi mesi di opposizione, Marcegaglia inizia a vedere la luce. Tremonti si arrende. Torna a Roma e scrive il maxiemendamento direttamente al Quirinale. Da allora non parlerà più.
Napolitano giganteggia sulle risse da pollaio, accetta il voto a rischio sul rendiconto generale (quota 308, Silvio cade) e poi anche la quarta manovra passa senza discussioni: bravo Berlusconi. Bravissimo. Ora però tocca a Monti.
dal manifesto del 17 novembre 2011
Il conto alla rovescia è partito tanto tempo fa, nel luglio del 2008, ma ormai il cronometro è arrivato davvero a pochi giorni dalla fine.
L’azzeramento del fondo editoria da parte del governo, senza che contemporaneamente non sia stata fatta nessuna vera riforma del settore porterà sicuramente alla chiusura decine di testate non profit, in cooperativa e di partito.
«Se la Fieg vuole contribuire a cancellare il contributo pubblico deve sapere che si sta assumendo la responsabilità di ridurre il pluralismo», avverte Franco Siddi della Fnsi aprendo un’affollatissima conferenza stampa in senato con parlamentari di Pd, Idv e Udc, Mediacoop e Confcooperative, Fisc, File, Articolo21, sindacati e rappresentanti di tutti i soggetti coinvolti in Italia e all’estero.
Secondo il segretario del sindacato dei giornalisti, di una riforma dell’editoria «è stata accantonata perfino l’idea» e sui contributi pubblici «si cerca di circoscrivere il perimetro dei beneficiari» senza riequilibrare nulla né offrire certezze.
Il metodo è sempre lo stesso. Siddi ricorda gli ultimi tagli alle convenzioni con le agenzie di stampa: «Se 9 sono la politica deve agevolare una riorganizzazione industriale, non può permettersi di scegliere in modo autonomo quali e quante finanziare secondo il proprio presunto fabbisogno. Vuol dire solo che chi disturba e se disturbi avrai di meno».
La richiesta, unanime, è di rifinanziare il fondo (il fabbisogno reale è di circa 100 milioni, ce ne sono sì e no 30) continuando a fare pulizia tra i beneficiari dei contributi nell’ottica esclusiva di garantire il pluralismo dell’informazione fuori dai condizionamenti del governo pro-tempore.
«Minoranze linguistiche, giornali italiani all’estero, testate che fanno informazione, politica e cultura fuori dai monopoli devono essere sostenuti», spiega Siddi.
Le proposte per trovare le risorse all’interno del sistema e non nelle tasche dei cittadini sono note da tempo:
Punto dolente, questo. Nel mercato de noantri, il Dipartimento editoria di Palazzo Chigi ha affidato gli spot istituzionali solo alle tv o ai grandi giornali.
«Di sicuro non possiamo accettare la logica dei tagli lineari fini a se stessi e tantomeno un taglio del 70% come quello ipotizzato», tuona Siddi.
Perché sul fondo editoria sono caricate altre voci, come i 45 milioni della Rai o i 50 milioni di debiti verso Poste che non con il pluralismo non c’entrano nulla.
«In effetti c’è un salto di qualità nell’iniziativa del governo – spiega Lelio Grassucci di Mediacoop – se prima riduceva stavolta ha deciso di eliminare il sostegno pubblico all’editoria». Secondo sindacati e associazioni il taglio non c’entra nulla con la crisi: dopo la chiusura tra ammortizzatori sociali, entrate mancate e crollo dell’indotto «i costi per lo stato saranno di molto superiori all’importo del contributo», dice Grassucci.
Secondo le stime di Mediacoop scomparirà un fatturato di 500 milioni di euro e 2mila giornalisti andranno a spasso, mettendo in seria difficoltà i bilanci dell’Inpgi. Per dirla con Vincenzo Vita (Pd): «Non possiamo tollerare un Fahrenheit 451 dei giornali. E’ chiaro che il fondo editoria costa ma è altrettanto chiaro che abolirlo costa di più».
Il taglio è mortale anche perché è retroattivo: quei soldi sono già stati spesi e tra un anno saranno rimborsati, se va bene, al 20%. «Non capisco perché la Fieg – si chiede Grassucci – cavalchi l’idea che finiti i contributi diretti i pochi soldi che restano vadano a tutto il mondo della comunicazione, da Rcs ai giornali parrocchiani, come se fossero la stessa cosa. Un’associazione che si rispetti cerca di fare esattamente il contrario di quanto si sta proponendo».
Sindacati e giornali sono pronti a una manifestazione nazionale. E domenica sulle testate coinvolte comparirà una lettera al presidente della Repubblica firmata dai direttori di tutti i giornali, dal manifesto ad Avvenire. La partita sulla finanziaria, in senato, è appena iniziata.
dal manifesto del 28 ottobre 2011
Pubblichiamo qui di seguito il documento conclusivo dell’assemblea dell’editoria cooperativa, non profit di partito. Questo articolo uscirà oggi e nei prossimi giorni su tutti i giornali e i settimanali messi a rischio dai tagli del governo.
La logica del mercato non garantisce una informazione libera, autonoma e pluralista. Porta tendenzialmente al monopolio ed alla omologazione. Ne è prova l’attuale allocazione delle risorse pubblicitarie: il 56% è indirizzato verso l’emittenza, a beneficio pressoché totale di Rai-Mediaset, e solo il 36% verso la carta stampata, in gran parte a favore dei grandi gruppi editoriali. Il mercato della pubblicità, così, penalizza le testate piccole e medie e discrimina oltre ogni misura i «giornali di idee», cooperativi, non profit e di partito.
Per correggere le distorsioni del mercato ed in attuazione dell’art. 21 della Costituzione, sin dai primi anni Ottanta del secolo scorso è stato costituito un Fondo per il sostegno all’editoria; sostegni simili sono attualmente garantiti anche negli altri Paesi avanzati.
Nel quadro del processo di risanamento dei conti pubblici il Fondo è stato drasticamente ridotto, ben oltre quanto operato in altri comparti: i contributi diretti sono passati da oltre 240 milioni ai 180 del 2010 ed ai 90 del 2011.
Con tali risorse gran parte di questo mondo della comunicazione non sopravviverà al 2011 con gravi danni economici e sociali e con l’impoverimento del pluralismo nel sistema dell’informazione.
Verrebbe sancito il fatto che soltanto i possessori di capitali possono manifestare liberamente il proprio pensiero.
Scompariranno testate locali che raccontano la vita delle comunità, essenziali per garantire un’informazione pluralistica nella provincia italiana. E chiuderanno testate nazionali, anche di grande valore culturale, riducendo il controllo, libero ed indipendente, del potere centrale e diffuso, cancellando la possibilità di dare presenza e voce a forze sociali rilevanti ed a orientamenti politici e culturali largamente presenti nella società, con danno grave per la democrazia e per la ricerca dialettica di una verità possibile.
Con la chiusura di un centinaio di testate si brucerà un giro d’affari che sfiora il mezzo miliardo di euro che ricadrà pesantemente anche sull’indotto, già in grande difficoltà. Si porranno problemi per l’occupazione diretta ed indiretta che riguarderanno circa 4.000 lavoratori con un onere per lo Stato, in termini di ammortizzatori sociali, valutabile pari se non superiore all’impegno richiesto per il rifinanziamento del Fondo, senza contare i danni per le casse previdenziali.
Limitandosi soltanto ai quotidiani, l’offerta informativa, che è già modesta e calante, perderebbe più di 400.000 copie diffuse giornalmente.
La cancellazione di oltre cento testate, sarebbe una sciagura per un bene comune quale è l’informazione pluralista di questo Paese e non sarebbe un vantaggio neppure per il risanamento dei conti pubblici.
E’ per questo motivo che chiediamo al Governo ed al Parlamento di provvedere, in occasione della stesura del «Decreto sviluppo» ovvero della prossima «Legge di Stabilità», a rifinanziare il Fondo Editoria di quel minimo indispensabile necessario per evitare la sciagurata prospettiva della chiusura dell’editoria di idee, cooperativa e non profit e di partito.
E deve essere questa anche l’occasione per introdurre, come ripetutamente sollecitato, ulteriori norme di rigore allo scopo di evitare che il sostegno pubblico finisca a soggetti e testate che gettano discredito sull’intero settore.
*** Articolo21; Federazione Italiana Settimanali cattolici (Fisc); Slc-Cgil; Federcultura-Confcooperative; Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, alla cultura e allo spettacolo; Fnsi; Mediacoop-Legacoop; Media non profit.
dal manifesto del 29 settembre 2011