Napolitano e Monti, la Repubblica è entrata in riserva

Assedio al governo per la «crescita». Lunedì Monti vara la riforma fiscale, martedì vertice con i segretari A Montecitorio il decreto s’allarga. Verso pagamento dell’Imu in tre rate, furiosi i comuni.

Il clima attorno ai «tecnici» è decisamente cambiato. Non solo perché la luna di miele tipica di tutti i primi «cento giorni» di ogni governo è ormai alle spalle. E’ cambiato perché la crisi economica scoppiata nel 2008 deve ancora cominciare. Se tutti i sindacati e tutte le associazioni di imprenditori protestano e lanciano l’allarme sull’economia «reale» del paese un motivo c’è. Se Monti salvasse la patria “uccidendo” gli italiani, tutti gli sforzi fatti finora (vedi la Grecia) sarebbero vani. Peggio, crudelmente dannosi.

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Imu, per i tecnici della camera nuove norme “incostituzionali”

Casa e supertasse Già 400 gli emendamenti a Montecitorio. Il Pdl apre la campagna elettorale e punta su un pagamento a rate della mega-patrimoniale da 31,4 miliardi. Oggi vertice Alfano-Monti.

Dopo il tragico «errore» sugli esodati arriva anche quello sull’Imu, la nuova tassa sugli immobili in vigore da quest’anno. Secondo i tecnici della commissione Finanze della camera le modifiche fatte da parlamento e governo nel passaggio al senato sono addirittura «incostituzionali».

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Liberalizzazioni, il governo si prepara a graziare le banche sulle commissioni

Ha avuto un cammino molto tormentato ma il decreto liberalizzazioni è legge. Con 365 sì e 61 no (contrari solo Idv e Lega) la camera ha dato il via libera definitivo alle misure varate dal governo a fine gennaio.

Monti, presente in aula al voto finale, è naturalmente soddisfatto per il secondo tassello del «cresci Italia» ma il suo governo non ha certo fatto una bella figura su un terreno principe del curriculum europeo e internazionale del premier. Nel merito c’è già chi chiede un secondo decreto liberalizzatore.

Di sicuro, per esempio, ci sarà un intervento correttivo sull’abolizione delle commissioni bancarie decisa dal senato. A febbraio infatti Palazzo Madama ha cancellato tutte le commissioni su linee di credito, affidamenti e scoperti. L’Abi era insorta e i vertici, Mussari in testa, si erano dimessi per protesta denunciando possibili mancati ricavi per 10 miliardi di euro. La maggioranza Pd-Pdl-terzo polo (tranne Fli), poco dopo, ha ammesso “l’errore” come se nulla fosse e ieri è stato approvato un ordine del giorno che chiede al governo di intervenire. Lo farà immediatamente: forse già oggi con un minidecreto legge, prima della pubblicazione in gazzetta ufficiale in modo che il taglio non sia mai esistito.

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Ici alla Chiesa, ma ancora non si sa cosa è “chiesa” e cosa no

Presentato ieri sera il testo che introduce dal 2013 la tassa sugli immobili appartenenti alla Chiesa che non siano totalmente non-commerciali. Resta incerta l’entità del patrimonio tassabile e quindi il gettito prevedibile.

Dopo una riunione del consiglio dei ministri il governo ha presentato in senato l’emendamento al decreto liberalizzazioni che ripristina l’Ici (Imu) per i beni ecclesiastici dal 2013.

Il testo, arrivato al photofinish ma giudicato ammissibile dal presidente del senato, esonera dall’imposta comunale tutti gli immobili non profit e quelli ecclesiastici totalmente non commerciali. Com’è noto, il governo Prodi introdusse una norma confusa che esonerava anche i beni cattolici «prevalentemente» non commerciali come cliniche, scuole, negozi. Una scappatoia che, di fatto, esonerava gran parte dello sterminato patrimonio religioso. Sterminato sì – basta girare in qualsiasi centro storico di qualsiasi comune italiano – ma quanto?

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La stangata del Professore vale oltre 25 miliardi

Il rigore c’è già tutto. Per l’equità e la crescita bisognerà attendere i dettagli. Lunedì mattina il governo Monti varerà la «più importante operazione economica» degli ultimi anni (ipse dixit).

Il premier in serata è salito al Quirinale e da oggi inizierà a illustrare anche a partiti, enti locali e parti sociali il contenuto della manovra di fine anno (la quarta nel 2011). Il conto finale dell’aggiustamento è salatissimo: oltre 25 miliardi. Metà dei quali sono veri e propri tagli per abbassare il rapporto deficit/Pil in vista della probabile recessione dell’anno prossimo. Sul tavolo dei ministri un «pacchetto» composto da un decreto legge più alcune leggi delega. Dopo l’accordo con i presidenti delle camere, tutte le nuove misure dovranno essere approvate tassativamente dal parlamento entro natale.

Secondo le bozze che circolano in queste ore, sfuma un intervento pesante sugli estimi catastali (sarà affidato a una legge delega apposita) e non c’è traccia di «patrimoniale». Monti affronterà i capitoli «politicamente» più spinosi (anche se non necessariamente i più importanti per sostanza) durante gli incontri di oggi con i partiti. Dalle indiscrezioni, infine, sembra scomparso il taglio del cuneo fiscale a sostegno della «crescita».

Sanità. Si annunciano tagli pesanti al Sistema sanitario nazionale: meno 2,5 miliardi nel 2012 e meno 5 nel 2013. Somme che si aggiungono a 600 milioni di «razionalizzazione» della spesa farmaceutica e a 1,2 miliardi di risparmi per i mancati rinnovi dei contratti al personale. Secondo stime delle regioni dal 2012 al 2014 i tagli alla sanità saranno pari a circa 17 miliardi. Tra le misure previste nel decreto ci sarebbero anche i ticket sui ricoveri ospedalieri. Il ministro per la Salute Renato Balduzzi da Bruxelles non ha confermato né smentito ma ha assicurato che contestualmente ai sacrifici il governo alzerà i livelli essenziali di assistenza (Lea) in modo da garantire (almeno) le patologie più gravi.

Trasporto pubblico locale. Saranno confermati i tagli del 75% decisi da Tremonti (-1,5 miliardi). Di fatto il sostegno nazionale al trasporto pubblico verrebbe azzerato. Per garantire gli autobus nelle città e i treni pendolari le regioni dovranno per forza alzare le accise sulla benzina. Per il presidente delle regioni, Vasco Errani, il trasporto locale si avvia a diventare una vera «emergenza nazionale».

Enti locali. Ulteriori tagli ai comuni pari a 1 miliardo, 500 milioni alle province.

Fisco. Nel decreto ci sarà la proroga fino al 2014 della detrazione del 55% sull’efficienza energetica e l’uso del contante solo sotto i 500 euro (la tracciabilità attualmente è a 2.500). Affidata a una delega fiscale invece la sostituzione del contributo di solidarietà sui redditi sopra i 300mila euro deciso ad agosto con un aumento di due punti delle aliquote Irpef più alte (i contribuenti attualmente al 41% sopra i 55mila euro e al 43% sopra i 75mila sono 1,5 milioni).

Iva. L’aumento dell’Iva è più di un’ipotesi (è possibile farlo con un semplice decreto ministeriale)ma potrebbe scattare dopo natale.

Casa e beni di lusso. Nuova tassa sull’ormeggio delle barche e sugli immobili di pregio. Scontato il ritorno dell’Ici sulla prima casa con una soglia di esenzione modello Prodi e meccanismi progressivi per chi ha più di un immobile.

Carceri e infrastrutture. Via al piano per la costruzione di nuove carceri da parte dei privati con il ricorso esclusivo al «project financing». Analoga modalità anche per le infrastrutture strategiche.

Ricerca. Credito d’imposta del 12% dei costi allargato non solo alle aziende che investono nella ricerca pubblica come ora ma anche in quella fatta in proprio («attività di ricerca industriale e sviluppo sperimentale»).

Imprese. Oltre al taglio dell’Irap, è previsto il rafforzamento del fondo di garanzia per le Pmi (credito fino a 2,5 milioni per ogni azienda) e un credito di imposta del 19% per chi investe in start-up («venture capital»). Anticipato al 2012 il recepimento della direttiva Ue sul pagamento entro 30 giorni da parte della pubblica amministrazione alle imprese (attualmente è 180 giorni). Per il passato, visto che il debito totale dello stato verso privati ammonta a quasi 70 miliardi, si studia un pagamento almeno parziale in Bot e Btp.

Commercio. Liberalizzazione totale degli orari dei negozi ed eliminazione di qualsiasi ostacolo all’apertura di nuovi esercizi.

Farmacie. Tra le ipotesi o la vendita libera delle medicine di fascia C o la liberalizzazione dell’apertura di nuove farmacie.

Carburanti. I benzinai potranno approvvigionarsi senza vincoli da qualsiasi produttore o distributore.

Sviluppo. Il ministero guidato da Passera si “prende” l’Ice e tutte le deleghe sul piano nazionale per l’edilizia abitativa.

dal manifesto del 3 dicembre 2011

Quando Catricalà diceva: liberalizzazioni proibite

«Il referendum sulla privatizzazione del servizio idrico ha portato via con sé anche la liberalizzazione degli altri servizi pubblici locali, l’unica riforma pro mercato del governo Berlusconi».

Antonio Catricalà, nella sua ultima relazione al parlamento come garante Antitrust del 21 giugno scorso, ammetteva che dopo il referendum l’appalto ai privati di servizi pubblici locali potrebbe concretizzarsi solo «in caso di inefficienze e sprechi».

Il governo forse l’ha preso  in parola e ha cancellato il finanziamento al trasporto locale. Speriamo che il nuovo zar Antitrust Giovanni Pitruzzella voglia seguire l’esempio del suo predecessore  ed evitare la svendita dei beni comuni.

dal manifesto del 3 dicembre 2011

Debito vietato per tutti, il pareggio di bilancio nella Costituzione

E adesso mai più debito Non varrà solo per stato e regioni ma anche per tutti gli enti pubblici. Inclusi Inps, comuni e università

È dio che lo vuole. Cioè il mercato. Cioè l’Unione europea. E quindi si farà, anche se male.

La camera approverà oggi in prima lettura la riforma costituzionale che introduce il pareggio di bilancio non solo a livello centrale ma anche per «tutte le amministrazioni pubbliche». In linea di principio dunque indebitarsi sarà vietato non solo al governo e agli enti locali ma anche all’Inps, le università, la massa del parastato.

Il testo che uscirà dall’aula di Montecitorio (tutti i partiti sono favorevoli) è molto diverso da quello discusso dalle commissioni. Secondo il relatore Donato Bruno (Pdl), i «tempi ristretti» che «la congiuntura economica ha imposto all’Italia» non hanno permesso di «affrontare fino in fondo tutte le numerose questioni aperte».

Che si vari una riforma discutibile lo dice lo stesso Bruno: la materia è «delicata e complessa» e il testo «è ulteriormente migliorabile».

Il lavorio «informale» tra il ministro Giarda e i vari partiti ha portato a una riforma in due tempi: un cambio «conciso e più asciutto» della Costituzione subito (art. 81, 97 e 119) e una legge di attuazione entro il 28 febbraio 2013 che specificherà la normativa di dettaglio.

Il nuovo art. 81 prevede che lo stato assicuri «l’equilibrio tra le entrate e le spese» tenendo conto del ciclo economico. L’indebitamento è consentito solo per «eventi eccezionali previa autorizzazione delle due camere a maggioranza assoluta». D’ora in poi, inoltre, «ogni legge di spesa deve indicare i mezzi per farvi fronte».

La riforma prevede l’istituzione di una sorta di supercommissione bilancio che vigili sul budget. Un organismo parlamentare, tecnico e non politico, che sorvegli i conti e l’andamento dell’economia e del bilancio.

Il ministro ai rapporti con il parlamento Giarda ha fatto capire in aula che il nuovo testo è un compromesso con l’Authority indipendente immaginata da Monti nel suo discorso di insediamento.

In ogni caso, l’attuazione concreta su poteri, eventuali sanzioni, soglia numerica del debito come negli Usa, precisazione delle deroghe, obblighi di correzione e regole generali sulla spesa è affidata alla futura legge attuativa costituzionale.

dal manifesto del 30 novembre 2011

Monti e le difficoltà di un decreto lampo

Contatti giornalieri del nuovo primo ministro con Barroso e Van Rompuy. Italia sotto esame al vertice dell’Eurogruppo del 29 novembre.

«Ottima domanda, la risposta però è prematura». Alla fine della sua prima vera giornata da premier in pectore, Mario Monti non scopre le carte sul programma del suo governo né su quel decreto di fine anno che da più parti è considerato necessario per aggiustare i conti pubblici.

Alcuni analisti si spingono a quantificare la manovra in 25 miliardi di euro. Una cifra dovuta al probabile calo del Pil nel 2012 che è mostruosa in termini assoluti, visto che solo quest’anno sono stati almeno 4 gli interventi urgenti sulla finanza pubblica: il decreto sviluppo, la manovra di luglio, quella di agosto e la legge di stabilità con il maxiemendamento. Nessuna di queste manovre ha rassicurato i mercati. Anzi, le probabilità di una nuova recessione sono in aumento in tutta Europa.

Di fronte ai giornalisti Monti ha soltanto assicurato di avere in testa «misure incisive». Le sue coordinate sono quelle della Bce: più crescita e meno debito. «Sacrifici» ma anche «equità» e «valori».

Il Professore incassa la frenata dello spread e invita i mercati a «temperare l’impazienza con la razionalità». La democrazia ha i suoi tempi e può fare poco se, come sta accadendo, tutte le banche europee stanno vendendo il nostro debito a rotta di collo (negli ultimi giorni solo quelle francesi hanno dimezzato l’esposizione verso l’Italia vendendo oltre 20 miliardi di Btp.).

L’euro è al collasso. E la fiducia dell’intero mondo finanziario e imprenditoriale italiano verso Monti è totale: «Quello che sta facendo deve funzionare», sintetizza l’ad di Banca Intesa Corrado Passera.

Da oggi si entrerà nel vivo del confronto. Il presidente incaricato incontrerà prima Pd e Pdl, e poi tutte le parti sociali. Il Pdl insiste per l’adozione immediata della lettera della Bce del 5 agosto. Richieste che l’Idv considera «macelleria sociale» e che non persuadono il Pd.

Di quella lettera, però, il governo Berlusconi ha fatto alcune cose, a cominciare dalla vendita obbligatoria entro l’anno prossimo di tutte le partecipazioni pubbliche nei servizi locali a parte l’acqua (prevista nella manovra di agosto e rafforzata nella legge di stabilità). Norme che per i comuni dell’Anci erano «incostituzionali» e per i comitati referendari vanno contro il pronunciamento clamoroso di 27 milioni di italiani nel giugno scorso.

Anche su un altro tema «caldo» come il pubblico impiego Tremonti e Brunetta hanno già deciso, sempre nella legge di stabilità, che i dipendenti statali che non accettano di essere trasferiti tra due anni se ne andranno a casa. E qui la Bce, è noto, voleva di più: rafforzare il blocco del turn-over (cioè meno assunzioni) e soprattutto un taglio secco degli stipendi della p.a. come in Grecia.

Anche sulle pensioni tutte le ipotesi in campo partono dalle proposte affondate dalla Lega: abolizione delle pensioni di anzianità (per chi ha 40 anni di contributi); passaggio al sistema contributivo della riforma Dini anche per chi aveva 18 anni di contributi nel ’95; pensioni di vecchiaia a 67 anni per tutti in tempi più rapidi (si ipotizza dal 2020 invece che dal 2026).

Oltre alle pensioni le misure più facili da prendere sono sulla casa. Si studia un aumento delle rendite catastali del 30% o il ripristino dell’Ici sulla prima casa per rifinanziare i bilanci dei comuni massacrati dai tagli.

Mistero anche su un eventuale «patrimoniale» (fioriscono le ipotesi più varie) e impegni ardui anche per le riforme costituzionali chieste (!) dalla Bce: abolizione province, taglio parlamentari, etc.. Oltre che del consenso hanno bisogno di tempi molto lunghi per l’approvazione. E’ poco realistico che possano essere varate definitivamente entro il 2013.

Fare previsioni attendibili su interventi che rappresentano un vero campo minato sociale e politico per qualsiasi governo è arduo. Monti non è nemmeno in carica e gli uffici tecnici attendono indicazioni. Sul tavolo ci sono gli studi e i piani di quello precedente. Con complicazioni non secondarie come il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo esecutivo e il fisiologico avvicendamento nelle alte burocrazie dei vari ministeri.

Soltanto firmare gli oltre 200 decreti attuativi lasciati in sospeso dal governo precedente richiederà un lavoro improbo e certosino.

Per Monti il primo vero esame internazionale nella sua nuova veste sarà il 29 novembre nella riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles. Il presidente italiano è in contatto giornaliero con Barroso e Van Rompuy e fino ad allora dall’Europa non dovrebbero arrivare nuove richieste.

dal manifesto del 15 novembre 2011

Fondi editoria, Lavitola è l’ultima pagina

Per Fnsi e Mediacoop il governo deve fare definitivamente pulizia e adeguare il settore alle vere necessità. I fondi pubblici per i giornali sono 170 milioni. Per i cavalli ne spendiamo 150 e i camion oltre 400

La vicenda Lavitola «devasta la credibilità dell’intervento pubblico per l’editoria e dimostra la necessità di una riforma incisiva». L’allarme lanciato dalla Fnsi di fronte al tornado di truffe, ricatti e raggiri messo in piedi dal direttore dell’Avanti contiene anche un avvertimento implicito. La misura è colma: quella riforma del settore invocata da anni è ormai improcrastinabile.

Lavitola dal 2004 a oggi è riuscito a prendere fino a 20 milioni di euro come finanziamento pubblico per un quotidiano fantasma, clone grottesco e sconosciuto dello storico quotidiano diretto da Bissolati e Mussolini, Nenni e Craxi. Soldi presi legittimamente, sia chiaro, ma che dimostrano ancora una volta le falle della legge e di chi dovrebbe farla applicare.

Tra i tanti «vizietti» del Pdl infatti c’è anche quello della truffa sui fondi all’editoria.

Solo negli ultimi anni sono venuti alla luce i casi di Ciarrapico (senatore Pdl), Angelucci (deputato Pdl) e Bocchino (deputato ex Pdl oggi Fli). Da quando la finanza ha aumentato i controlli per una scelta sacrosanta fatta da Richi Levi e Visco, nel 2010 Ciarrapico si è visto sequestrare 20 milioni di euro (qui) e da luglio è indagato per una cifra complessiva di 45 (qui).

Altri 43 milioni sono stati presi indebitamente dagli Angelucci fino all’anno scorso in qualità di doppi editori (Libero e Riformista).

E un altro risarcimento da 2,5 milioni tocca a Italo Bocchino (contributi 2008 del Roma e l’Umanità, organo del defunto Psdi).

Nel caso dell’Avanti, le indagini sono ancora in corso e non è escluso che Lavitola abbia usato il contributo al suo giornale per finanziare altre attività, anche non necessariamente criminose. E’ una dimostrazione tardiva e insufficiente che se si vuole si può distinguere tra editori veri e faccendieri. Fino ad arrivare a una riforma che si avvicini alla volontà dei cittadini di leggere un’informazione «pulita» da infiltrazioni affaristiche, politiche, perfino criminali.

Mediacoop, l’associazione che rappresenta un centinaio di testate in cooperativa e non-profit tra cui il manifesto, porta avanti da anni la necessità di un adeguamento delle regole. E propone di legare il finanziamento non alle copie stampate o distribuite ma ai dipendenti assunti. Di passare dai giornali di carta (falsa) a quelli in carne e ossa. E’ evidente che un giornale nazionale con una redazione di due o tre cronisti non è un giornale ma un ciclostile fatto con il copia e incolla e tanto lavoro nero.

L’Avanti di Lavitola, con i suoi pochi e sconosciuti giornalisti, prende ogni anno 2,5 milioni di euro. A fronte dei 3,2 che prende il manifesto con le sue 16 pagine, 2 supplementi, 1 sito Web, 1 casa editrice, 1 casa discografica e oltre 60 dipendenti assunti a tempo indeterminato.
Per paradosso, la legge sull’editoria obbligherebbe a un controllo ferreo e certificato di tutta la produzione: dagli acquisti di carta alle assunzioni. I contributi, infatti, non sono un «regalo» ex ante della casta ma un rimborso ex post di spese documentabili.

Fare bilanci falsi o false fatture è sempre una possibilità ma non è che se lo stato trova un falso invalido allora vanno aboliti tout court gli assegni di invalidità.

A volte, infatti, sull’editoria si ha l’impressione di assistere a un dibattito falsato da punti di vista soggettivi (se non qualunquistici o di convenienza) e dati di fondo molto superficiali.

Anche chi in buona fede (per esempio Beppe Grillo o gli amici del Fatto) critica il finanziamento pubblico all’editoria può riconoscere che c’è il rischio di legare indissolubilmente ogni originalità editoriale alle turbolenze o volontà del mercato. I giornali non sono instant book ma depositi di esperienze, legami, professionalità e punti di vista non tutti interscambiabili tra loro.

La legge sull’editoria ha cristallizzato un sistema, ha permesso delle truffe e non ha consentito un’evoluzione del settore. Ma se le verifiche fossero stringenti (basta farle) metà dei problemi si risolverebbero alla radice.

E’ ora infatti di sfatare i troppi luoghi comuni sul sostegno pubblico.

Lo stato – per dirne alcune – ogni anno dà 150 milioni di euro agli allevatori di cavalli dell’Unire (qui) e 400 ai camionisti (qui), 300 per l’acquisto di frigoriferi e cucine componibili (qui).

Eppure sui contributi ai giornali si continuano a diffondere bufale incredibili: Grillo (citando male un vecchio libro di Beppe Lopez sulla «casta dei giornali») continua a ripetere che lo stato regala un miliardo ai giornali di partito e di idee. E’ semplicemente falso.

Il fondo per l’editoria del 2011 (rimborsi 2010) è di 170 milioni di euro (fonte: Paolo Bonaiuti in commissione cultura alla camera, il 13 luglio scorso). Si dà ai giornali meno che ai cavalli o ai camion.

Nell’era del «suopolio» berlusconiano noi riteniamo che questa sia una precisa scelta politica. Di tutta la pubblicità italiana (dalla stampa alla tv ai cartelloni), il 56% va a un solo soggetto: Mediaset. Tutti gli altri si sparticono il resto, con Rai e grandi editori (Mondadori, Rcs, etc.) a mangiarsi quasi tutto.

Quello dei giornali in cooperativa, non-profit e di partito è un mondo piccolo ma non marginale dal punto di vista del pluralismo e dell’economia complessiva dell’informazione.

Impiega circa 2mila giornalisti (su circa 12mila professionisti regolari) e altrettanti poligrafici.

Diffonde ogni giorno in edicola oltre 400mila copie su circa 4,5 milioni. E se si pensa che i fondi pubblici coprono tra il 30 e il 40% del fatturato di ogni singola impresa, genera valore aggiuntivo per 400 milioni di euro. Cifre piccole o no, c’è vita oltre Lavitola.

dal manifesto del 17 settembre 2011

 

Il testo della telefonata 

Mentre suggerisce lunari modifiche al lodo Alfano appena bocciato dalla Corte e sponsorizza la nomina a numero due della guardia di finanza del generale Spaziante, il direttore-editore Valter Lavitola ricorda al premier anche di dire a Tremonti di risolvere la questione dei contributi ai giornali.

Qui l’audio integrale (dal sito di Repubblica)

Lavitola: Un’ultima cosa. Ho mandato un appunto a Marinella dove anche sul finanziamento all’editoria Tremonti (…) Tremonti ha detto che non concede questi soldi che già ci sono per legge approvata in Parlamento. Se non ci parla lei. (…)
Berlusconi: È solo una cosa nei confronti del tuo giornale?
L.: No(…). Il mio giornale ovviamente salta. Ma c’è anche Libero, ci sono anche altri giornali che pigliano il finanziamento pubblico, anche quelli della sinistra.
B.: Va bene.
L.: Ci parla lei? Tenga presente: vanno disoccupati altri tremila giornalisti(…)
B.: Va bene. (…) L.: Un bacione. – B.: Sì, ciao.
L.: Grazie a lei. Un bacione, stia su, dottore.

L’intercettazione tra Silvio Berlusconi e Valter Lavitola, resa nota dal quotidiano la Repubblica, è avvenuta nel mese di ottobre 2009 nell’ambito dell’inchiesta condotta dal pm di Pescara Mirvana Di Serio su una maxi evasione fiscale internazionale da 90 milioni di euro che, il 21 ottobre 2010, ha portato in carcere, fra gli altri, l’imprenditore del settore aereo Giuseppe Spadaccini, all’epoca dei fatti a capo di varie società, tra cui la Sorem Srl, concessionaria di un maxi appalto per lo spegnimento degli incendi boschivi sul territorio nazionale, attraverso l’utilizzo della flotta di Canadair CL-415 di proprietà della Protezione civile.

È proprio nell’ambito di vicende relative a tale appalto e in particolare di rapporti tra Spadaccini e Lavitola, a cui l’imprenditore abruzzese avrebbe chiesto aiuto per contrasti con l’allora numero uno della Protezione civile Guido Bertolaso, che è stata intercettata la telefonata tra il direttore dell’Avanti e Berlusconi. Lavitola non è stato indagato nell’inchiesta pescarese. La richiesta di processo per 14 persone è stata depositata prima di Ferragosto: inchiesta ‘chiusa’, ora nelle mani del Giudice per l’udienza preliminare. Negli ambienti della procura pescarese si fa notare che il cd con tutte le intercettazione è agli atti, non più coperto da segreto istruttorio, anche se quella tra il premier e Lavitola non è tra le trascritte perché non inerente le indagini, e comunque a disposizione dei legali che ne fanno richiesta.

Da quanto si apprende, sarebbero state intercettate, sempre nell’ambito dell’inchiesta pescarese, altre telefonate definite ‘interessanti’ di Lavitola, ma ancora non si sa bene con chi. In mattinata si è svolto in procura, a Pescara, un incontro tra il pm Di Serio e ufficiali della Guardia di finanza, che ha condotto le indagini su Spadaccini. (Ansa, Y1M-PRO 16-SET-11 15:45)

Debito, il Pdl ruba la «ricetta Profumo»

Stop al debito pubblico. Entro ottobre via alla svendita da 400 miliardi e pensione a 68 anni. Tra un mese il Tesoro ridefinirà il Def e la legge di stabilità. Tremonti organizza un seminario sulle privatizzazioni forzate

Silvio Berlusconi in versione «turista della democrazia» (così si rivolse all’Europarlamento ormai molti anni fa) svolazza tra Strasburgo e Bruxelles insultando l’opposizione e rassicurando i partner dell’Unione europea sui conti pubblici italiani. Una gita in cui il nostro premier strappa 10 minuti di monologo a uso interno rigorosamente in lingua originale: «Non serve tradurre, tanto devono capire solo i giornalisti italiani», dice a un Van Rompuy ridotto a fondale.

Il viaggio lampo del Cavaliere nelle capitali europee incassa l’apprezzamento delle istituzioni espresse dai governi (Commissione e Consiglio, del resto come poteva essere altrimenti dopo la lettera «segreta» della Bce?) e illumina lo sconcerto per un premier pluri-indagato in un europarlamento che invece deve rispondere ai cittadini. Sia Barroso che Van Rompuy elogiano gli sforzi italiani.

La sostanza però non cambia: l’Italia è troppo grande per fallire, ed è troppo grande per essere salvata. Dovremo per forza «fare da soli». E così a Bruxelles alternano come possono bastone e carota. Il commissario agli affari economici Olli Rehn smentisce la lettura allarmistica data dai giornali italiani di ieri sull’ultimo rapporto europeo sulle finanze pubbliche: «Non abbiamo chiesto manovre aggiuntive a Spagna e Italia».

In effetti, bastava leggere le 100 e passa pagine dello studio completo per capire che era stato compilato il 12 luglio, quindi tre settimane prima del decreto estivo che oggi la camera ratificherà in via definitiva.

Come in un gioco di specchi, dove ogni posizione pubblica si accompagna a una trattativa privata, questo non vuol dire che l’Italia non farà un’altra manovra entro la fine dell’anno. Anzi. Entro il 20 settembre Tremonti consegnerà il «Def» aggiornato, cioè le stime macroeconomiche che dimostreranno che la situazione precipita e che bisogna intervenire. Subito dopo, entro il 15 ottobre, dovrà presentare in parlamento la legge di stabilità, cioè la vecchia finanziaria.

L’obiettivo del governo e dei suoi «potestà» forestieri, una volta promesso il controllo del deficit con il pareggio di bilancio entro il 2013, è ora abbattere il debito con una cura da cavallo: un intervento da oltre 400 miliardi che porti il disavanzo dal 120% al 90% del Pil. E’ la stessa cifra monstre sponsorizzata il 4 settembre a Cernobbio dall’ex ad di Unicredit Profumo sul Sole 24 Ore e rispolverata ieri dal braccio destro di La Russa alla camera Massimo Corsaro.

Il menù proposto dal Pdl ex An è presto detto: pensioni a 65-68 anni (cioè abolire quelle di anzianità), privatizzazioni massicce e a tappe forzate di immobili e municipalizzate, ennesimo condono fiscale in nome della futura «semplificazione» delle aliquote. Come contorno da inserire nelle trattativa, si può immaginare anche la «patrimonialina» disegnata dalla Lega.

L’unica vera differenza con la trama disegnata da Profumo riguarda il protagonista. Confindustria e banchieri suggerivano un governo tecnico. Berlusconi invece, pur di rimanere in carica, impugna personalmente la bandiera del risanamento e si impegna a fare in tre anni quello che non ha fatto in venti. Tanto l’obiettivo finale – la presunta salvezza della patria – è condiviso da (quasi) tutti, anche nel «terzo polo» e purtroppo perfino nel Pd, defraudato ahilui dell’unico possibile vanto della sua scadente politica: l’affidabilità europea.

E’ solo su come e su chi si intesterà gli eventuali dividendi della manovra record che si concentrano le divergenze dentro e attorno al governo e tra il Pdl e la Lega.

Berlusconi e Tremonti marciano divisi per colpire uniti. Per convincere Bossi, il premier ripete quanto detto ad Atreju e implora l’Unione a fargli da parafulmine: «Tutti i governi sarebbero felici di aumentare l’età pensionabile se obbligati dall’Europa». Il senatur sa che quell’ordine è già stato spedito da Francoforte e ruggisce per ottenere contropartite vere sulla revisione in senso nordista del patto di stabilità interno per i comuni.

Tremonti invece pare ridimensionato a ministro semplice e prepara la rivincita dedicandosi alle privatizzazioni. Già la prossima settimana al Tesoro si incontreranno rappresentanti degli enti locali e delle banche per un «seminario» riservato dedicato a velocizzare la vendita dei servizi pubblici locali (trasporti, rifiuti, energia, etc.) e della maggior parte possibile del patrimonio immobiliare. Peccato che gran parte dei beni pubblici – dai grandi laghi alle caserme – il governo se li sia già «venduti» con il federalismo demaniale. Ministeri e fontana di Trevi a parte, cosa sia rimasto in capo a Roma a questo punto non lo sa davvero più nessuno.

dal manifesto del 14 settembre 2011