Traballa il via libera al provvedimento più «tecnico» eppure più «politico» della legislatura: la legge di attuazione alla riforma costituzionale sul pareggio (equilibrio) di bilancio inserito all’articolo 81 della nostra Carta.
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Nel silenzio totale oggi la camera dice sì al fiscal compact, il “taglia-debito” da 45 miliardi all’anno
Il senato l’ha approvato il 12 luglio senza dibattito. Lo stesso si appresta a fare oggi la camera. Meno di una settimana di lavoro per ratificare il «fiscal compact», il trattato europeo che impone all’Italia di tagliare 45 miliardi di debito pubblico all’anno per 20 anni (la spending review «cancella» spese per 29 miliardi in 3 anni).
Deficit zero, la Costituzione mutilata con il pareggio di bilancio
Lo stato, gli enti locali e tutte le amministrazioni pubbliche non possono più indebitarsi. La quarta e ultima lettura a Palazzo Madama supera i due terzi dei voti. Dice no solo l’Idv, Lega astenuta. La sovranità non appartiene più al popolo.
Monti, dopo la sobrietà arriva la stangata di natale
Mario Monti a Bruxelles esclude interventi del Fmi e sulla Bce. Il premier assicura che attuerà tutte le misure di Tremonti e invita i partiti a mettere da parte le «ritualità» per tagliare pensioni e conti pubblici. Alla camera primo sì al pareggio di bilancio nella Costituzione. Voto bulgaro (464 sì), niente referendum.
Lunedì il governo Monti varerà la sua prima manovra da oltre 20 miliardi. «Se l’Italia manca questo passaggio o non fa quel che ci si attende le conseguenze sarebbero molto gravi», avverte il premier al termine del suo primo Ecofin come ministro dell’Economia a Bruxelles.
Il 5 dicembre il consiglio dei ministri varerà un «pacchetto» di misure strutturali e di correzione dei conti che confermerà l’impegno al pareggio di bilancio nel 2013. L’accordo già stretto con Fini e Schifani prevede che di qualunque cosa si tratti sia comunque approvata definitivamente dal parlamento entro natale.
E ai tanti dubbi che già serpeggiano nelle camere, il Professore replica ammonendo i partiti: «Avremo i tempi molto ristretti che il calendario ci consente, ci sono tradizioni e modalità consolidate, ma forze sociali e parlamento sanno che dietro di loro ci sono i cittadini, quelli che sembrano apprezzare questo lavoro condotto in spirito di servizio».
Che il “popolo” stia con i «professori» è ancora tutto da dimostrare. «Siamo in una situazione straordinariamente delicata – avverte ancora il premier – certi passaggi, modalità e ritualità che sarebbero graditi a tutti, non sarebbero a vantaggio del paese, dei singoli cittadini».
Continua, insomma, uno stato di eccezione ininterrotto. L’emergenza economica ha portato alla manovra di luglio, poi al decreto di agosto (lettera Bce), poi alla finanziaria di novembre e alla correzione ormai imminente di fine anno. Tutte misure approvate in pochi giorni, senza opposizione. Il governo precedente e quello nuovo, dunque, hanno chiesto e ottenuto tutto ciò che volevano dalle forze politiche. Ma nessuna manovra – per quanto urgente – è bastata a risolvere i problemi.
I numeri finora sono da brivido: la correzione complessiva delle manovre approvate finora è pari a 60 miliardi (48 a luglio e 12 ad agosto). Ma sommando gli effetti reali fino al 2014 si arriva a 145 miliardi (3 nel 2011, 28 nel 2012, 54 nel 2013, 60 nel 2014).
Adesso l’Ue chiede un intervento di almeno altri 11 miliardi, che guarda caso sono proprio quelli di sbilancio tra entrate e uscite previsti nel 2012 (entrate 529 miliardi, uscite 540). Ma con il rallentamento del Pil (-0,5% secondo l’Ocse) e l’aumento degli spread ne serviranno almeno il doppio. Del resto pareggio di bilancio, in concreto, significa che le spese non possono aumentare più del tasso di crescita del Pil. E se il tasso è negativo, oltre all’aggiustamento in vista del 2013 bisognerà tagliare molto e subito.
Monti per ora non fa cifre sul prossimo decreto ma annuncia «una vasta operazione di politica economica», una frase che riecheggia il «misure impressionanti» di Angela Merkel. Di sicuro la manovra «implementerà pienamente» tutte le misure adottate da Tremonti e anche i suoi «effetti strutturali» saranno immediati («a breve termine»).
Le novità saranno nelle scelte «per la crescita» e nei tagli alle pensioni. A proposito del dibattito sulla crisi che paralizza l’Europa, Monti ha ribadito il sì agli eurobond proposti dalla commissione («vanno esaminati con una mente aperta») ma ha escluso che nel vertice di ieri si sia parlato della Bce come «prestatore di ultima istanza».
Cancellata per ora anche l’ipotesi di un finanziamento del Fondo monetario all’Italia: «Non è mai stato preso in considerazione». Va ricordato che ricorrere al Fmi azzererebbe il ricorso ad altre forme di finanziamento del debito (tipo Btp, etc.) perché l’agenzia di Washington è un creditore privilegiato in caso di default di uno stato.
La decisione finale è molto delicata. Il Professore, tra gli altri, ha incontrato a Bruxelles anche il nuovo capo europeo del Fmi Reza Moghadam ma ha assicurato che si è trattato di un vertice per mettere a punto soltanto le imminenti ispezioni del Fondo a Roma (inizieranno dopo il 9 e si affiancheranno a quelle di Bruxelles).
Monti ha provato a rassicurare i mercati (e la Germania) ricordando che gli strumenti di controllo e sanzione della commissione sui bilanci dei singoli stati dell’eurozona sono già previste nel cosiddetto «six pack» che rivoluziona la governance europea. Entreranno in vigore dal 12 dicembre e i primi paesi a rischio multa sono Cipro, Malta, Ungheria, Polonia e Belgio.
Tutto è destinato a precipitare in pochi giorni. Lo «snodo dell’8-9 dicembre sarà fondamentale – riconosce il premier italiano – ciò che sarà deciso o non deciso avrà il verdetto dei mercati. Mercati che non ho mai demonizzato anche se non vanno presi come divinità. Rappresentano la percezione collettiva su quello che fanno i singoli paesi».
L’Italia resterà in Europa in prima fila: «E’ importante stare accanto a Germania e Francia – ha detto Monti – ma lo vogliamo fare con il metodo comunitario».
Il premier si tiene alla larga dal parlamento. Sicuramente avrà modo di ascoltare la trojka «Abc» (Alfano, Bersani, Casini) prima del cdm di lunedì. Ma riferirà alle camere solo dopo il vertice europeo dell’8-9 dicembre. Intanto incassa un sì bulgaro (464 sì di tutti i partiti Lega inclusa e soltanto 11 no di singoli deputati) sull’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. Anche questa riforma dovrebbe essere approvata entro natale dal senato in modo da completare l’iter in primavera.
dal manifesto del 1 dicembre 2011
Debito vietato per tutti, il pareggio di bilancio nella Costituzione
E adesso mai più debito Non varrà solo per stato e regioni ma anche per tutti gli enti pubblici. Inclusi Inps, comuni e università
È dio che lo vuole. Cioè il mercato. Cioè l’Unione europea. E quindi si farà, anche se male.
La camera approverà oggi in prima lettura la riforma costituzionale che introduce il pareggio di bilancio non solo a livello centrale ma anche per «tutte le amministrazioni pubbliche». In linea di principio dunque indebitarsi sarà vietato non solo al governo e agli enti locali ma anche all’Inps, le università, la massa del parastato.
Il testo che uscirà dall’aula di Montecitorio (tutti i partiti sono favorevoli) è molto diverso da quello discusso dalle commissioni. Secondo il relatore Donato Bruno (Pdl), i «tempi ristretti» che «la congiuntura economica ha imposto all’Italia» non hanno permesso di «affrontare fino in fondo tutte le numerose questioni aperte».
Che si vari una riforma discutibile lo dice lo stesso Bruno: la materia è «delicata e complessa» e il testo «è ulteriormente migliorabile».
Il lavorio «informale» tra il ministro Giarda e i vari partiti ha portato a una riforma in due tempi: un cambio «conciso e più asciutto» della Costituzione subito (art. 81, 97 e 119) e una legge di attuazione entro il 28 febbraio 2013 che specificherà la normativa di dettaglio.
Il nuovo art. 81 prevede che lo stato assicuri «l’equilibrio tra le entrate e le spese» tenendo conto del ciclo economico. L’indebitamento è consentito solo per «eventi eccezionali previa autorizzazione delle due camere a maggioranza assoluta». D’ora in poi, inoltre, «ogni legge di spesa deve indicare i mezzi per farvi fronte».
La riforma prevede l’istituzione di una sorta di supercommissione bilancio che vigili sul budget. Un organismo parlamentare, tecnico e non politico, che sorvegli i conti e l’andamento dell’economia e del bilancio.
Il ministro ai rapporti con il parlamento Giarda ha fatto capire in aula che il nuovo testo è un compromesso con l’Authority indipendente immaginata da Monti nel suo discorso di insediamento.
In ogni caso, l’attuazione concreta su poteri, eventuali sanzioni, soglia numerica del debito come negli Usa, precisazione delle deroghe, obblighi di correzione e regole generali sulla spesa è affidata alla futura legge attuativa costituzionale.
dal manifesto del 30 novembre 2011
Parlamento ko, Monti c’è ma non si vede
«Vi ravviso, o luoghi ameni, in cui lieti, in cui sereni, sì tranquillo i dì passai della prima gioventù». Alla camera Piero Giarda esordisce da ministro per i rapporti col parlamento citando Bellini (la Sonnambula). Ma subito un grido lo interrompe: «Professore, sulla lirica è forte, questo lo sappiamo. Adesso però vediamo il resto».
Il “benvenuto” – rozzo ma efficace – viene da Giancarlo Giorgetti, leghista d’opposizione ma anche presidente della strategica commissione Bilancio e relatore della riforma costituzionale che importerà le regole di Maastricht nella Carta del ’48.
Nel deserto generale, al di là delle citazioni e delle nostalgie il clima è quello che è («Devo dire preliminarmente che sono un po’ imbarazzato a riprendere i miei interventi alla camera dopo undici anni e sei mesi», ricorda Giarda con precisione certosina).
Il ddl costituzionale uscito dalle commissioni con voto bipartisan sicuramente sarà cambiato dal nuovo governo. Ma nessuno sa ancora né come né quanto. A peggiorare le cose, una riunione informale martedì sera del neoministro con i maggiorenti della Bilancio e della Affari costituzionali di cui pochi deputati erano a conoscenza. Sede amena ma opaca, per il primo scambio di opinioni su una riforma che tutti vorrebbero profonda nella gestione delle finanze pubbliche («Ho reagito perché mi hanno dato delle carte e ho espresso le mie reazioni su queste carte», si difende Giarda).
Anche se tutti i partiti sono favorevoli, nel dibattito parlamentare di ieri (aula quasi deserta) la norma viene sezionata. Si capisce subito che presenta molti punti deboli e oscuri. C’è il timore che la Corte dei conti possa «commissariare» il parlamento portando le leggi alla Consulta. La paura che blindare le spese degli enti locali (che pesano per il 50% del totale ma avviano anche il 70% degli investimenti pubblici) renda il sistema ingestibile concretamente.
C’è chi chiede una commissione indipendente di controllo dei conti sull’esempio del Congressional budget office americano. E c’è anche tanta ideologia, con i «falchi» che vorrebbero un tetto al debito come negli Usa e le «colombe» che sperano a un intervento costituzionale soft, che si limiti a una dichiarazione di principio e affidi la materia all’attuazione concreta.
Il pareggio di bilancio, del resto, Berlusconi e Monti lo hanno già deciso dal 2013 da soli, senza bisogno di modificare ben quattro articoli della Costituzione.
Giarda in aula ammette le difficoltà di un dibattito spinoso e ancora in alto mare: «Non c’è un testo o un’opinione del governo». Martedì se ne saprà di più. Il democratico Marco Causi lo dice chiaro: «L’impegno va rispettato in tempi brevi raggiungendo in via preventiva tramite consultazioni informali il consenso necessario ad approvare fin dalla prossima settimana un testo definitivo».
In confronto la Costituzione modificata dal centrodestra in una baita di Lorenzago era una procedura trasparente. La road map è certa: entro la fine del mese il ddl deve passare sia alla camera che al senato, in modo da poter diventare definitivamente legge già a marzo.
Le camere insomma assistono inerti ai primi passi del governo Monti. Si andrà avanti così: maggioranze variabili sui provvedimenti parlamentari extra economici (il Pd insiste sulla legge di cittadinanza e il taglio dei deputati) e valutazione caso per caso delle varie forze sulle proposte del governo. Una palude nebbiosa, senza partiti, da cui si rischia di non uscire più.
Senza sottosegretari manca chi segua concretamente l’iter delle leggi. E senza un’agenda concordata i vari ministri non si sono ancora presentati alle commissioni per illustrare il programma di propria competenza. L’ordine per tutti è obbedir tacendo. Giarda (come Berlusconi?) dice perfino di non leggere i giornali da 15 giorni.
I partiti non ci sono più ma Monti sì. E lavora. Appena tornato da Bruxelles il primo ministro si chiude a pranzo con Fini e Schifani per concordare una «corsia preferenziale» permanente in entrambe le camere riservata agli interventi economici.
Subito dopo è salito al Quirinale per riferire sulla situazione europea e discutere del delicatissimo vertice di oggi a Strasburgo con Merkel e Sarkozy. Non è escluso che con Napolitano sia affiorata anche la scelta dei sottosegretari. Una quadra difficile, alla quale tutti lavorano sotto traccia e che deve essere composta prima possibile, probabilmente entro lunedì.
dal manifesto del 24 novembre 2011
Pareggio di bilancio: Maastricht entra nella Costituzione
Riforme: regola aurea=regola ferrea. Dal 2014 pareggio di bilancio obbligatorio per lo stato e gli enti locali. Deficit solo in caso di catastrofi o “grave recessione”. La finanziaria diventa una vera legge «speciale».
Il primo atto del governo di «impegno nazionale» sarà riformare la Costituzione introducendo l’obbligo del pareggio di bilancio per tutti i conti pubblici: da quelli dello stato a quelli di regioni, province e comuni.
Inizia oggi alla camera il lungo viaggio della cosiddetta «regola aurea». Il primo voto in aula è previsto per martedì prossimo, ma il neoministro Piero Giarda si è augurato ieri che entro la prossima settimana arrivi il secondo via libera (sui quattro necessari) anche dal senato.
La norma, scritta praticamente all’unanimità da tutti i partiti, riscrive quattro articoli della Costituzione (81, 100, 117 e 119) ed entrerà in vigore dal 2014 (leggi qui).
Legge di bilancio e rendiconto consuntivo generale (quello su cui è caduto Berlusconi) assumono il rango di leggi “speciali”, da approvare ogni anno entro il 30 giugno con maggioranza non più semplice ma «assoluta» dei membri delle camere.
Il cuore della riforma è l’introduzione dei criteri di Maastricht e del patto di stabilità nel nuovo articolo 81: «Lo stato, nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea, assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio». Tot entra di tasse, tot puoi spendere. Soltanto due le deroghe previste: eventi «eccezionali» (tipo catastrofi naturali) e una «grave recessione economica».
Anche in questo caso però il debito deve essere «accompagnato da un percorso di rientro» e soprattutto deve essere autorizzato «con deliberazioni conformi delle due camere» a «maggioranza assoluta». E’ una regola simile ma più restrittiva del tetto al debito che ha consumato la politica Usa quest’estate.
Peggio ancora, a cascata il principio del pareggio di bilancio viene esteso «a tutte le pubbliche amministrazioni» e a tutti gli enti locali. Alla faccia del federalismo, sarà il governo con la finanziaria annuale a imporre a tutti il deficit zero.
La riforma prevede «controlli preventivi e consuntivi». Un tema su cui Mario Monti è molto sensibile. Nel suo discorso alle camere il premier ha fortemente sostenuto il ddl aggiungendo una postilla che aleggia nel dibattito europeo: l’introduzione di una sorta di authority indipendente che vigili sui conti pubblici.
Questo il passaggio integrale dal discorso di Monti al senato: “È in discussione in Parlamento una proposta di legge costituzionale per introdurre un vincolo di bilancio in pareggio per le amministrazioni pubbliche, in coerenza con gli impegni presi nell’ambito dell’Eurogruppo. L’adozione di una regola di questo tipo può contribuire a mantenere nel tempo il pareggio di bilancio programmato per il 2013, evitando che i risultati conseguiti con intense azioni di risanamento vengano erosi negli anni successivi, come è accaduto in passato. Affinché il vincolo sia efficace, dovranno essere chiarite le responsabilità dei singoli livelli di Governo. A questo proposito ed anche in considerazione della complessità della regola, ad esempio l’aggiustamento per il ciclo, sarà opportuno studiare l’esperienza di alcuni Paesi europei che hanno affidato ad autorità indipendenti la valutazione del rispetto sostanziale della regola, dato che in questa materia la credibilità nei confronti di noi stessi e del mondo è un requisito essenziale”.
Se così sarà, non solo il parlamento potrà fare poco o nulla ma anche i ministri potrebbero essere commissariati per sempre rispetto a entrate e uscite. Non è escluso che il governo introduca in aula modifiche al testo parlamentare. Per ora, la norma affida alla Corte dei conti la vigilanza su tutti i bilanci, concedendole il potere di ricorrere alla Consulta in caso di sospette violazioni contabili.
Vincolare i bilanci alla disciplina ferrea delle compatibilità europee è un impegno che tutti i governi, incluso Berlusconi, hanno preso nel marzo scorso con il cosiddetto patto «Euro plus», che recepiva la riforma tedesca del 2009.
Da allora quell’impegno è rimasto in naftalina finché la Bce, nella famosa lettera del 5 agosto, ci ha chiesto di onorarlo. Il 10 novembre le commissioni hanno terminato i lavori (tra i 14 esperti consultati figura anche il neoministro Giarda, leggi qui). Se nel 2012 la legge sarà approvata definitivamente con una larga maggioranza anche qui, come in Spagna, non ci sarà nessun referendum confermativo dei cittadini.
Oltreoceano la «regola aurea» è un cavallo di battaglia dei repubblicani ed è una «priorità assoluta» per la maggioranza guidata da John Boehner. Ma i sogni anti-deficit della destra Usa si sono infranti il 15 novembre scorso, quando l’emendamento costituzionale sul pareggio di bilancio è stato bocciato dalla camera, mancando di 23 voti il quorum dei due terzi richiesto (leggi qui).
Finora dei grandi paesi europei la Francia ha iniziato l’iter e solo la Spagna l’ha ratificato (leggi qui). Senza benefici visibili, tra l’altro, per i propri «spread».
Una contraddizione di cui anche la relazione che accompagna il ddl è consapevole: «In prospettiva il limite all’indebitamento potrebbe risultare addirittura eccessivo» – scrivono Bruno (Pdl) e Giorgetti (Lega) a pag. 7 – ma «è chiaro che ci troviamo di fronte a un’emergenza»: «occorre dare un segnale politico forte ai mercati».
Di sicuro non saranno i giuristi a salvare l’economia dal suo fallimento.
Legiferare sull’onda dell’emergenza raramente produce buoni risultati, basti pensare ai vari «pacchetti sicurezza» tirati fuori dopo qualche odioso delitto. Ma cambiare la Costituzione sull’onda degli «spread» è perfino peggio.
Già il centrosinistra cambiò il titolo V a pochi giorni dal voto per dare un segnale sul federalismo. Da allora quella mezza riforma ha ingolfato la Consulta di ricorsi. Tra legislazione «esclusiva» e «concorrente» decidere su un mucchio di questioni (per esempio le scelte sul nucleare o le «internalizzazioni» dei precari) è un calvario. Non a caso, questo ddl costituzionale toglie l’«armonizzazione dei bilanci pubblici» dalle competenze concorrenti affidandola a quella «esclusiva» dello stato.
Ulteriore dimostrazione che è la politica, non il diritto, a governare le umane sventure.
dal manifesto del 23 novembre 2011
- Scarica qui il pdf del disegno di legge di riforma costituzionale C4596.
- Qui puoi leggere le audizioni dei costituzionalisti di fronte alle commissioni riunite della Camera.
Vendola, no a Monti: “Il futuro è Vasto”
Prc e Sel festeggiano l’addio di Berlusconi e criticano Monti. E il governatore aspetta il Pd
Nella sinistra fuori dal parlamento le premesse sono identiche. Ma opposte le conclusioni. Sia Rifondazione comunista che Sinistra ecologia e libertà festeggiano la fine del governo Berlusconi. E, non potrebbe essere altrimenti, criticano la nascita del governo Monti. Ma le strategie – e i giudizi di merito – restano diversi.
Paolo Ferrero non vede sfumature: «Il programma di Monti è quello della Confindustria, della Merkel e della Bce. Proseguirà sulla strada delle misure già varate da Berlusconi: c’è un cambio di stile, di toni, ma non di contenuti politici, con questo programma la crisi si aggraverà».
L’analisi di Nichi Vendola è simile. Ma il governatore pugliese non straccerà la foto di Vasto: «Non ci penso proprio, archiviare quella speranza sarebbe un delitto. Rispettiamo le scelte del Pd e di Napolitano – spiega alla fine della direzione di Sel – ma l’alleanza di centrosinistra è l’unica speranza per chi aspetta il cambiamento. Dopo la quaresima tecnocratica di Monti arriverà la resurrezione della politica. E da oggi lavoreremo ancora di più e ancora meglio alla costruzione del centrosinistra di governo. L’Italia che vogliamo è quella di giugno, dei referendum e delle tante vittorie alle comunali».
Alla direzione di Sel hanno ascoltato tutti insieme, in religioso silenzio, il discorso di Monti in senato. E visto il tilt improvviso e un po’ fantozziano della televisione proprio all’inizio, se non fosse spuntata una vecchia radiolina a pile collegata al microfono, nessuno avrebbe potuto giudicare il debutto del governo dei rettori. «Festeggiamo la fine di uno stile, non ancora di una politica», dice Vendola ai suoi. E poi: «Prendiamo finalmente congedo da un ceto politico commercial-pornografico».
Nel governo Monti ci sono scelte buone: la nomina di Andrea Riccardi, per esempio, e altre «molto problematiche», come quella di Corrado Passera, già dipinto sui giornali inglesi come l’industrial overlord della politica italiana.
Vendola esulta per la «fine del provincialismo, delle piccole patrie, del leghismo». Per il «ritorno all’austerità della parola e del decoro istituzionale». Ma non basta. Non può bastare.
«Il discorso di Monti ha deluso, non c’è nessun coraggio sulla patrimoniale, non c’è l’Italia reale, quella che sprofonda nel fango e vede piovere sempre sul bagnato», l’Italia segnata «dalla povertà e da un’ingiustizia sociale clamorosa».
In sintesi: c’è una svolta nello stile, ma non c’è una svolta nella politica. «La bussola del nuovo governo è la lettera di Berlusconi all’Europa, troppa continuità con le politiche del passato. Si intravedono troppe scelte tipiche di un governo schiettamente conservatore».
Esempio immediato: «Indicare la riforma Gelmini come il primo terreno operativo non è il modo migliore per intercettare l’immensa volontà giovanile di cambiamento». E poi ci sono obiezioni di fondo. Non solo Monti vuole introdurre il pareggio di bilancio nella Costituzione, vuole anche un authority indipendente che vigili sulla sua applicazione. «Ma indipendente da chi? Dai cittadini?», si chiede Vendola. E poi: «parlare di crescita e sviluppo, nel 2011, senza mai pronunciare l’aggettivo ‘sostenibile’ è come minimo inquietante».
La rotta nell’immediato è stretta ma nel futuro non tanto. «Berlusconi non è fuori da questa stagione – avverte Vendola – cerca di rifarsi una verginità e manda la Lega in avanscoperta». Attorno al governatore quasi tutti scommettono che Monti non durerà fino al 2013. A porte chiuse si ragiona su un possibile «election day» (amministrative e politiche) a primavera. Un appuntamento al quale Sel vuole arrivare senza farsi mettere nell’angolo. Lavorando fuori dal Palazzo ma in raccordo con l’Idv senza strappare col Pd.
«Quello che manca in Italia – sottolinea il presidente pugliese – è la sinistra. Lavoreremo per la costruzione di questo soggetto e soprattutto per cercare di rendere percepibili dalla gente le nostre proposte per l’alternativa di governo. Se una critica si può fare alla fotografia di Vasto – conclude – è che è arrivata troppo tardi».
Di sicuro Vendola e compagni non lasceranno i democratici in balia degli eventi. Per Franco Giordano, ex segretario del Prc, una «scomposizione e ricomposizione delle forze politiche» è «inevitabile». Ma se da questo travaglio nascerà un «grande centro» tecnocratico e neo-democristiano o «un nuovo Pd» non è un esito scontato.
In senato, Nicola Latorre, ex dalemiano e uomo di collegamento vendoliano nel Pd, ci tiene a far sapere che i contatti con Vendola sono quotidiani: «Con Nichi abbiamo la stessa linea», dice sorridendo sotto i baffi. Certo, per chi deve votare la fiducia in parlamento criticare il governo che nasce è un po’ difficile. E Vendola (che non ha di questi problemi) lo può fare apertamente.
dal manifesto del 18 novembre 2011
Il video integrale del confronto di Vasto alla festa dell’Idv tra Bersani, Di Pietro e Vendola (16 settembre 2011).
httpv://www.youtube.com/watch?v=c71llSTX67k
Giordano (Sel): patrimoniale «unica via»
Tobin tax, patrimoniale, rendite al 20%, tracciabilità: «Quando eravamo al governo avevamo gettato alcuni semi di equità. Siamo statimassacrati per un manifesto che diceva ‘anche i ricchi piangano‘ e adesso sono i ricchi a offrire qualche obolo a tutela del capitalismo». Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione oggi in Sel, alterna autoironia e indignazione nel commentare una «manovra iniqua e dannosa». «Non ci sono più i ‘sinistri’ ma non c’è nemmeno la sinistra. Fa impressione – dice – leggere Buffett che vuole essere tassato di più o Montezemolo che si immola per la conquista del ceto medio. Trasecolo quando vedo Merkel e Sarkozy proporre una sorta di Tobin tax. Le idee della sinistra sono abbracciate da indiscutibili esponenti della destra mondiale».
Grande la confusione sotto il cielo…
Ma attenzione, in tutta Europa non c’è unmovimento di sinistra che delinei un’alternativa all’altezza. Anche le proposte più condivisibili saranno inefficaci se la politica, e per me la sinistra, non ridisegna in maniera netta i confini in cui deve stare una finanza completamente fuori controllo.
Facile a dirsi. Ma a farsi?
La finanza nasce per sostenere la produzione ma oggi è decine di volte superiore al Pil mondiale. Imbrigliare le società di rating e gli hedge fund, vietare le vendite allo scoperto.Ol’Europa ricontratta il patto sociale e si dà un’anima oppure se condivide amalapena una moneta e qualche trattato è destinata a non vederemai la luce. La crisi non nasce da un eccesso di debito ma da un eccesso di speculazione. Anche tornando al «vecchio mondo» non saremo mai tranquilli. Bisogna davvero voltare pagina.
Questa la situazione internazionale…ma i nostri compiti?
Bisogna dire chiaro che di fronte a questa manovra totalmente iniqua
e dannosa serve una vera patrimoniale. L’Italia è l’unico paese che ne è privo. Non parlo di un esproprio proletario ma di una tassa sulle grandi ricchezze. Oltre a essere una misura giusta non è recessiva, non colpisce i salari e non distrugge il welfare. Solo lo 0,17% degli italiani dichiara più di 200mila euro. Di chi sono le auto di lusso o gli yacht in giro? Per noi questa patrimoniale deve essere destinata a non al debito ma a un nuovo modello di sviluppo.
Che ne pensi dell’inasprimento postumo dello scudo fiscale chiesto dal Pd?
E’ giusto ma è piccola cosa di fronte all’immensità dell’evasione. Purtroppo c’è un pezzo del Pd che accetta il pareggio di bilancio nella Costituzione. E’ assurdo, sarebbe il rovesciamento di una Carta che
mira al progresso sociale e all’emancipazione della persona. Se proprio dobbiamo cambiare la Costituzione perché non cimettiamo la piena occupazione o la difesa integrale dell’ambiente? La verità è che in questi giorni stanno venendo al pettine tutte le contraddizioni. In solitudine avevamo criticato Marchionne e oggi i mercati lo stanno massacrando. Tutti a dargli retta, tutti pronti a sacrificare il lavoro in nome della produzionema come si vede quel progetto non esiste più, investe sul prezzo e non sul prodotto. Noi rovesciamo l’assunto di Agnelli: l’interesse del lavoro è l’interesse dell’Italia.
Nel decreto c’è la libertà di licenziamento e la deregulation sindacale. Anche il Pd è contrario, eppure sull’art.18 ci fu una bella dialettica a sinistra.
Quell’intervento è odioso ed è giusto che anche il Pd chieda di cancellarlo. Del resto chi come Sacconi e Marchionne vuole azzerare i
diritti nel lavoro è stato già sconfitto dai mercati.
Dici che manca la sinistra. Però in tutta Europa ci si organizza:
in Germania contro il nucleare, gli indignados in Spagna, studenti e referendum in Italia.
E’ vero: la vertenzialità è diffusa ovunque ma non ha uno sbocco politico. I movimenti – a cominciare da quelli arabi – cercano democrazia, vita e futuro. Attenzione ai riot londinesi e ai roghi delle auto di lusso in Germania. Non sto giustificando le razzie ma un ragazzo di una banlieu non ha più nulla da perdere, non ha futuro né un’organizzazione politica intorno a sé. Gli dicono di arricchirsi ma non può. E allora, come nel film l’Odio, può cedere a meccanismi distruttivi incontrollabili. Si rischia di perdere fiducia nella politica come il primo strumento collettivo per migliorare le proprie condizioni.
Per me è l’ultima chiamata: o la sinistra si schiera o perderà un’occasione storica. Se c’è, batta un colpo.

Bitjoka: «Ecco i veri immigrati di Milano»
Trentamila imprese, di cui 5mila oltre i 2 milioni di euro, ecco il lato “oscuro” dell’immigrazione sotto la Madonnina.
Otto Bitjoka è il «fan» di Pisapia aggredito tre giorni fa a Milano. Imprenditore di origini camerunensi, è milanese da oltre trent’anni. Presidente della Fondazione Etnoland è anche vicepresidente di Extrabank, il primo istituto di credito per stranieri.
Lavora da anni per l’immigrazione «qualificata» e alle comunali ha appoggiato apertamente la sinistra. Da «imprenditore» è sconcertato dalla campagna elettorale di Moratti: «Parla di cose che non c’entrano nulla con la città. La destra ha fatto l’apologia della paura: odio per gli immigrati, gli zingari, le moschee. Solleticano istinti primordiali perché hanno fallito e non hanno altro da dire.
E la sinistra?
Dovrebbe insistere sulla ragione. Anche perché l’emotività fa brutti scherzi. I problemi di Milano sono reali: mobilità e immigrazione vanno affrontate.
La moschea è un problema?
Ma non esiste! C’è la Costituzione e va rispettata. Punto. Basta andarsi a leggere gli articoli 8, 19 e 20. Un fenomeno come l’immigrazione non può essere schiacciato tra Islam e rom. Perché non si parla delle chiese evangeliche e carismatiche o del sincretismo brasiliano? Scaricano tutto sull’Islam dipingendolo come fede «terrorizzante».
Lei sostiene Pisapia. Perché?
Culturalmente sono di sinistra, sono nato quadrato e non divento tondo a una certa età. Ovvio che è un ottimo candidato ma il problema non è vincere le elezioni…
Beh, però aiuta.
Sì ma la sinistra è campione nel litigare. Oltre a vincere deve consegnare i risultati sperati. Milano ha un disperato bisogno di innovazione, non di una guerra per le poltrone. E l’innovazione si conquista con l’eterodossia. Ne abbiamo bisogno, perché se vinciamo oggi e non abbiamo una buona amministrazione alle politiche rischiamo una Waterloo.
Lei conosce bene i problemi e le opportunità dell’immigrazione. Cosa si può fare?
L’immigrato non ha bisogno di tutori e consulte che agiscano per lui. Deve essere liberato dalla povertà e messo in condizione di migliorare. Non sono mica sfigati eh? E’ gente che ha bisogno di comprarsi una casa, di lavori regolari, di una scuola decente per i figli. Mica stanno qui a ciulare le case popolari degli altri. Lo dico anche alla chiesa, che va bene ma spesso ha l’assistenza come core-business. Anche alla chiesa «conviene» un immigrato povero di cultura e di mezzi.
In concreto, cosa si deve fare a Milano?
Serve un patto di civiltà basato su dignità e rispetto reciproci. Gli immigrati milanesi sono molto «bancarizzati», non ci sono solo delinquenti. Ma lo sa quante sono le imprese gestite da immigrati in questa città? Sono 30mila. E 5mila fatturano più di 2 milioni di euro. L’80% dei «padroncini», quelli dei furgoni, sono immigrati. Praticamente hanno in mano la piattaforma logistica della città. Se si fermano loro non si muove più neanche una cassetta. Per non parlare delle infermiere o dei portinai. Possibile che per gli italiani tutta questa gente va bene di giorno e di notte invece si trasforma in delinquenti?
Insisto, cosa dovrebbe fare Pisapia?
Un assessorato all’immigrazione, alla coesione sociale e allo sviluppo. Tutto insieme. Senza se e senza ma. Basta pietismo, paternalismo e assistenzialismo. Anche a sinistra.
Lei nei giorni scorsi ha subito un’aggressione xenofoba. Cosa direbbe a quel ragazzo se lo avesse davanti?
Ho preso una bella sberla ma ne parlerò a urne chiuse perché non voglio strumentalizzazioni né da una parte né dall’altra. Secondo me rendere nota la cosa è stato sbagliato. La campagna elettorale non ha bisogno di enfasi e non si deve rincorrere la destra, tanto si squartano già per conto loro. Se vogliamo rovesciare le vecchie logiche non dobbiamo lottare nel fango. Prosciughiamolo.
dal manifesto del 27 maggio 2011