Change for Europe, sì da Delors a Vendola

La sinistra europea – socialista, laburista, verde e post-comunista – inizia a serrare i ranghi contro il fallimento sempre più palese delle destre al potere in quasi tutto il continente. Partita in sordina a giugno, su Internet sta crescendo la raccolta di firme a un appello che ha tra i primi firmatari il gotha del progressismo rosso-verde continentale: Jacques Delors, Martin Schulz, Daniel Cohn Bendit, Poul Rasmussen, Marine Aubry oltre agli italiani Monica Frassoni, Bersani, D’Alema e Vendola.

«E’ possibile risanare la finanze pubbliche senza annientare lo sviluppo economico e gli investimenti inmateria di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, e senza alimentare l’ingiustizia sociale e l’esclusione – si legge nel testo dell’appello – è possibile ritrovare margini di bilancio essendo coraggiosi ed innovatori».

Le ricette condivise sono semplici: condivisione del risanamento tra i vari paesi in deficit e in surplus, no all’austerità generalizzata, una politica fiscale europea comune, più tasse sui redditi da capitale e meno su quelli da lavoro, una tassazione veramente progressiva che non danneggi i cetimedio-bassi, varo di una fiscalità veramente ecologica, tassa sulle transazioni finanziarie e soprattutto gli «eurobond». Obbligazioni comuni che però più che a sostenere il debito in questo caso dovrebbero servire a finanziare crescita, infrastrutture e sviluppo, tanto che qualcuno a scanso di equivoci li ha già ribattezzati «project bond».

Non è escluso che almeno il gruppo socialista europeo già in autunno punti a trasformare alcune di queste idee in iniziative di legge popolare da portare avanti a livello continentale.

Per informazioniwww.changeforeurope.eu

 

Giordano: oltre il Pd, un partito unico della sinistra

«Bisogna costruire qui e ora un nuovo soggetto politico, una nuova sinistra che faccia dell’unità e dell’innovazione culturale il perno dell’alternativa a Berlusconi». Per Franco Giordano, ex segretario di Rifondazione e dirigente del partito di Vendola, Sinistra e libertà «da sola non basta». E’ questo il senso del «patto di consultazione» proposto ancora ieri dal governatore pugliese a Pd e Idv. Un «oltre Berlusconi» declinato in modo un po’ diversamente dal Bersani in maniche di camicia.

Giordano, Sel propone un «patto di consultazione» a Pd e Idv ma Bersani vi risponde che state già facendo qualcosa in più, visto che siete alleati alle amministrative…

Purtroppo le cose non stanno così e non sono così semplici. Dobbiamo prendere decisioni importanti, il patto di consultazione e di unità è decisivo, altrimenti non saremo credibili. Col Pd bisogna battere molto il tasto dell’unità perché entro giugno ci sono appuntamenti fondamentali per un’alleanza che vuole essere alternativa a Berlusconi: lo sciopero generale della Cgil, le amministrative e i referendum. Il treno sta passando. E se non lo prendiamo ora vuol dire che l’alternativa alla destra non è ancora pronta.

Vedi un Pd troppo timido sullo sciopero generale della Cgil ?

E’ in gioco non solo il contratto nazionale ma anche un tema fondamentale come il diritto di sciopero. Il Pd da che parte sta nella vertenza Bertone? Era da sciocchi pensare che Mirafiori e Pomigliano fossero un’eccezione. Come si vede, avevamo ragione noi: la Fiat continua ad affossare i diritti e a perseguire l’abbattimento del costo del lavoro senza investire in qualità e innovazione. Non a caso le macchine di Marchionne non si vendono. Lo sciopero generale va sostenuto perché può rappresentare l’approdo e l’identità sociale di una nuova coalizione, un centrosinistra unito che mette il lavoro al centro della sua proposta.

Come si concilia però la critica a Marchionne con il sostegno a Piero Fassino a Torino?

La nostra presenza in quella coalizione serve proprio a condizionare le sue politiche e a fargli cambiare di segno. Fassino lo sa: non è mai stato in discussione, e non lo sarà mai, il nostro appoggio alla Fiom e al sindacato. L’accordo con il Pd è reciproco.

Insistere su un patto tra partiti non significa che alle primarie non ci credete più nemmeno voi?

Le primarie verranno. Questa proposta è propedeutica a definire il perimetro dell’alternativa. Contro i referendum Berlusconi le sta tentando tutte. Come nel gioco delle tre carte rinvia il nucleare perché sa che farebbe da calamita per il quorum. Mi piacerebbe discutere con il Pd anche di acqua pubblica e rinnovabili, dell’alternativa economica a Tremonti. Dobbiamo iniziare a farlo.

D’Alema però (e non solo lui) continua a escludere le primarie.

D’Alema è sempre D’Alema. Segue lo stesso schema fin da ragazzo: cerca un accordo con pezzi del centrodestra per portarli a sinistra. Ma aspetta Godot. Dobbiamo provare ad animare questo processo unitario dotandolo di una partecipazione di massa. Se il Pd non investe sullo sciopero generale e sui referendum non avremo più il tempo di cambiare marcia. Stiamo vivendo un passaggio epocale, le miserie della politica italiana occultano a stento quello che sta accadendo nel mondo. Bisogna investire qui e ora sulla fondazione di una nuova sinistra in grado di costruire un modello culturale e politico nuovo, una diversa idea di democrazia.

Sel non è sufficiente per questa «nuova sinistra»?

Sel da sola non basta. Continuo a pensare che bisogna costruire un unico soggetto politico. L’affondo unitario di Vendola sul Pd ha esattamente questa ambizione. Certo, come dice Nichi, aspettiamo a mettere il carro davanti ai buoi ma questo processo intanto dobbiamo costruirlo.

Rifondazione e il Pdci sono esclusi da questa coalizione?

Lungi da noi il voler ridurre la platea. E’ Rifondazione ad aver detto che non è disponibile a una coalizione di governo. E’ un tema che ci divide da tempo e secondo me è auspicabile una loro maturazione. Il problema non è nostro. L’unità di partiti, movimenti e associazioni è dirimente per costruire una sinistra nuova. Ma per battere la destra non puoi più eludere il tema del governo, dell’unità e dell’innovazione culturale. Come opposizione siamo già uniti, in molti casi lavoriamo insieme. Ma le forze vanno unificate di più fino a costruire un nuovo soggetto politico. La scomparsa di una grande sinistra in questo paese è un’anomalia che va sanata.

Berlusconi a Milano si è candidato per il Pdl. Pensi che il Pd sia pronto a una sfida così importante?

Penso che a Milano anche nel Pd si sia messo in moto un processo positivo. Le primarie e la figura straordinaria di Pisapia stanno facendo dare il meglio a tutte le forze politiche. C’è una partecipazione che va anche oltre i partiti. Milano non è ancora il laboratorio della nuova sinistra ma è sicuramente un segnale di buona politica.

dal manifesto del 21 aprile 2011

Il Napalm del voto nella giungla Montecitorio

Il Vietnam parlamentare del Pd è fatto di salmi costituzionali intonati a turno da ogni singolo deputato. Livia Turco legge l’articolo 32 della Costituzione sulla salute, Francesco Boccia il 34 sulla scuola, D’Antoni il 10 sull’asilo politico. A Richi Levi tocca il tricolore, a Gentiloni l’amnistia, a Sesa Amici il settimo sulla chiesa cattolica. Qualche onorevole aggiunge un commento, la maggior parte no. Lapo Pistelli legge l’articolo 11 che ripudia la guerra senza alcuna chiosa. Si va avanti già da quasi due ore quando D’Alema legge, con voluta suspense e un po’ di autoironia vista la sua mancata scalata al Colle, l’articolo 87 sui poteri del presidente della Repubblica.

I baffi argentei vibrano quando parte la zampata finale. «Meno male che il presidente c’è – dice l’ex premier – perché è l’unico punto di riferimento dei cittadini. Ha il potere di sciogliere le camere – prosegue poi leggendo l’articolo della Costituzione successivo – ma questo, più che una lettura del comma è un mio auspicio personale».

Il napalm dello scioglimento anticipato e del ritorno alle urne ridà un po’ di sostanza a una seduta della camera che soprattutto il Pdl ha drammatizzato oltre ogni dire per evitare defezioni dell’ultimora. Dopo i timori espressi da Cicchitto anche Gianni Letta di buon mattino dà l’avviso ai naviganti: «Si preannuncia una settimana incandescente, e quella di oggi sarà una giornata difficile». L’apertura delle ostilità (se così si può dire) inizia con una maggioranza che alle tre di pomeriggio respinge per 11 voti la proposta del Pd di far tornare in commissione il cosiddetto «processo breve».

Banchi strapieni. Compresi quelli del governo. Ministri e sottosegretari sono al gran completo, mancano solo Bossi e Frattini, Maroni si assenta quasi subito. Il tempo passa con l’aiuto di giornali e iPad. Denis Verdini riceve deputati dal suo scranno come un ufficio postale il giorno di pensione. In un vertice con i «responsabili» garantirà e otterrà nomi chiari per le poltrone da viceministro e sottosegretario da elargire dopo il via libera alla legge Alfano. Il papabile Pionati ufficializza: «In aula voteremo compatti». Poco più in là Scajola e La Russa confabulano animatamente per quasi un’ora. Tanto agitato il ministro quanto parco di gesti l’ex ministro. Nel partitone berlusconiano non corre buon sangue. Tra un voto e l’altro il siciliano Miccichè chiede ai quattro venti la testa da coordinatore di La Russa.

Alfano in aula segue i lavori. Minimizza la portata della prescrizione breve. «Gli effetti sui processi saranno tenui e riguardano solo gli incensurati». Più volte richiesto di quantificare quali e quanti saranno aboliti, in serata certifica: «Con le nuove norme cadrebbero solo lo 0,2% dei processi». Cioè circa 400 sugli oltre 170mila prescritti annualmente. «Ma se cambia così poco allora perché la volete approvare così tanto?», lo sfotte dai banchi Pier Casini.

La radicale Rita Bernardini parla dell’emergenza carceri cercando di interloquire in diretta con Alfano sull’istituto penitenziario di Messina. Prova a raccontare di un detenuto paralitico costretto a «trascinarsi per terra nella latrina lurida per arrivare al water». Il Guardasigilli non replica. Ma assicura che procedimenti come quello per la strage di Viareggio non saranno sfiorati dallo scudo salva-Berlusconi. «In quel caso la prescrizione scadrà nel 2032». Per il Pd il ministro sembra confondere volutamente la prescrizione con la durata del processo, che in ogni caso secondo la sua legge deve durare un tot di anni e basta.

Il voto e l’ostruzionismo vanno avanti anche nella notte. Qualche scivolata è possibile. Anche oggi il consiglio dei ministri è stato convocato durante la pausa pranzo della camera.Se non ci saranno sorprese il voto finale è previsto entro stasera.

dal manifesto del 13 aprile 2011

Lampedusa esplode, il governo litiga

L’immigrazione manda ancora una volta in tilt il governo. Con Bossi che bacchetta il ministro degli Esteri Frattini e Maroni che prova a smistare i profughi in tutte le regioni tranne in quelle del Nord. A pochi mesi dalle amministrative, la Lega ha deciso di cavalcare la non-accoglienza delle migliaia di persone sbarcate in Sicilia nelle ultime settimane.

Il governo, immobile per settimane, spinge a tavoletta la carta dei Cie e si spacca sui rimpatri. Frattini propone un assegno da 2.500 dollari per gli immigrati che vogliono tornare in patria volontariamente: 1.500 forniti dall’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e il resto anticipato dal governo italiano che, in futuro, chiederà un rimborso all’Unione europea. Apriti cielo. «Ma che pagare? Io non gli darei niente, li caricherei e li porterei indietro. E se tornano li riportiamo a casa ancora», tuona Bossi a caccia di voti. «È una proposta assurda, non so chi possa averla pensata», si accoda Calderoli. Il mister X in questione però non è tanto misterioso. Dopo le polemiche infatti una nota congiunta di Maroni e Frattini spiega che «si tratta di programmi internazionali già cofinanziati dall’Unione europea» e «saranno attivati solo in presenza di un finanziamento integrale da parte della Commissione europea».

Come previsto da settimane, Lampedusa esplode. Guardia costiera e guardia di finanza affermano di aver assistito in mare 13.500 persone solo negli ultimi 25 giorni mentre sull’isola si trovano ancora oltre 4mila persone (prima della chiusura, nel 2008, vi transitarono oltre 32mila persone): ben 2.500 di queste sono accampate per strada e sul molo. Gli oltre 200 bambini hanno trovato posto nella ex base Loran dell’Aeronautica e al centro della fraternità. Altri mille nuovi arrivi sono previsti per oggi. Almeno 4 i barconi avvistati al largo dell’isola. Alcuni sarebbero anche i primi ad essere partiti dalla Libia e non dalla Tunisia. In uno di questi, dirottato su Linosa, una donna ieri ha partorito un bambino. Entrambi sono stati evacuati in mare dalla Marina militare al Policlinico di Palermo.

Mentre i vari ministri litigano tra loro, il governo si rivela incapace di gestire ogni tipo di aiuto umanitario. In prima fila c’è comunque il Sud. I 1.550 migranti ospitati a Mineo (Catania) hanno chiesto quasi tutti l’asilo politico. E la nave militare San Marco ha sbarcato ieri altri 547 migranti a Taranto ed è di nuovo in rotta per un terzo viaggio.

Entro stamattina è possibile che quasi tutti siano trasferiti nella vicina tendopoli allestita dal Viminale a Manduria. Gli assessori della Puglia all’immigrazione Fratoianni e alla protezione civile Amati ieri hanno visitato il campo allestito dai vigili del fuoco sotto la supervisione del prefetto di Taranto in una base aerea abbandonata della seconda guerra mondiale. Si tratta di 70 tende da 8 posti ciascuna più alcuni container. «Il governo ci tiene all’oscuro di tutto ma contrariamente da quanto affermato dal sottosegretario Mantovano – racconta Nicola Fratoianni – il prefetto ci ha assicurato che la tendopoli di Manduria non sarà un Cie ma un Cpa, un centro di prima accoglienza».

Fratoianni – assessore di Sel vicinissimo a a Nichi Vendola – contesta «il modello di accoglienza» scelto dal governo. «La Puglia – spiega – stava già lavorando a una serie di piccoli centri diffusi sul territorio e realizzati in strutture già esistenti che avrebbero permesso migliore integrazione e migliore accoglienza da parte dei comuni interessati. Invece nel totale oscuramente degli enti locali coinvolti sta prevalendo invece una gestione emergenziale fatta di grandi opere. Nella riunione con i governatori Maroni aveva promesso di distribuire mille migranti per ogni milione di abitanti, «perequando» le regioni già adesso più coinvolte come Puglia, Calabria e Sicilia. E invece nulla di tutto questo. A Trapani, denuncia il sindaco di centrodestra Girolamo Fazio, si parla di riadattare il vecchio aeroporto militare di Chinisia dismesso dal 1961: 80 ettari a 3 chilometri dall’aeroporto di Birgi da cui partono le missioni di guerra sulla Libia. «Probabilmente pensano di fare una tendopoli anche qui ma Trapani – dice Fazio – ha già 2 Cie da mille persone e un terzo è in costruzione».

Non è la sindrome «nimby», è il frutto di una cattiva politica che mette gli uni contro gli altri. La Svezia, per esempio, ha solo 9 milioni di abitanti ma nel 2010 ha accolto oltre 30mila richiedenti asilo.

Fratoianni e Vendola hanno già chiesto a Maroni di garantire a tutti i profughi del nordafrica, senza distinzione della nazionalità, un «permesso di permanenza temporaneo» a fini umanitari. Una misura già prevista dalla Bossi-Fini che Maroni però vuole limitare solo ai libici (finora pochissimi). L’idea è sposata anche da Massimo D’Alema nella conferenza sull’immigrazione organizzata dal Pd. L’ex ministro degli Esteri ricorda l’esperienza del Kosovo e invita il governo a considerare tutti i migranti come «rifugiati temporanei»: «20mila persone sono un piccolo problmea per un grande paese. Accogliamoli regolarmente e poi negoziamo il rientro in patria, semmai anche assistito da noi, dal punto di vista economico. Non riesco a capire che senso abbia il dibattito se sono rifugiati o clandestini. La verità – conclude D’Alema – è che c’è una battaglia culturale della Lega per considerarli clandestini. Ma è un’idiozia: una volta stabilito che sono clandestini che facciamo, li processiamo tutti?».

A sorpresa, la linea dura della Lega è sposata dall’Udc. «Abbiamo sempre detto che i rifugiati, quelli che scappano dai paesi in guerra, vanno accolti – sottolinea Pier Casini – i tunisini non mi pare invece siano a rischio e vanno rispediti al mittente». Sarà, ma di sicuro la Tunisia – che di recente ne ha viste… – ad oggi ha accolto secondo l’Iom 158.901 stranieri in fuga dalla Libia, 6.500 al giorno negli ultimi 10 giorni. L’Iom sta organizzando nel Nord Africa la più grande evacuazione umanitaria della sua storia: oltre 350mila persone sparpagliate alle varie frontiere di Tunisia, Egitto, Algeria, Niger, Ciad e Sudan. L’agenzia europea Frontex ha prorogato il pattugliamento nel Mediterraneo (operazione Hermes) fino ad agosto. Costo: 2,5 milioni di euro al mese, basterebbero per svuotare Lampedusa in poche settimane.

Libia, l’Italia in guerra. E il governo si spacca

 

Altro che Rossi e Turigliatto. L’Italia entra in un nuovo conflitto militare e la maggioranza evapora in poche ore. Lega e «responsabili» disertano le votazioni di camera e senato e il Pdl è costretto ad aggrapparsi a Pd e Udc (astenuta solo l’Idv) per ottenere il via libera del parlamento alla «no-fly zone» sulla Libia dichiarata giovedì notte dalle Nazioni unite con la risoluzione 1973. Il voto del consiglio di sicurezza, intorno alla mezzanotte ora italiana, aveva trovato Berlusconi e Napolitano al Teatro dell’Opera per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. Capo dello stato e governo hanno fatto una prima riunione all’una di notte in una saletta del teatro. La rotta è subito condivisa: l’Italia farà la sua parte. Poche ore dopo, nell’arco di una mattinata, palazzo Chigi avvia i preparativi e decide il via libera alle operazioni.

Qualcosa però va storto. Bossi diserta il consiglio dei ministri e dichiara subito che «sulla Libia la Lega si sente vicina alla posizione della Germania». Berlino all’Onu è stato l’unico paese europeo ad astenersi e così farà Calderoli nel cdm, descritto come «visibilmente a disagio» e unico ministro leghista presente. Il governo corre ai ripari mandando di gran carriera La Russa e Frattini di fronte alle commissioni Esteri e Difesa di camera e senato a palazzo Madama.

Il Carroccio affonda la maggioranza
Le contraddizioni della maggioranza esplodono pubblicamente. Dopo le relazioni dei ministri al momento delle votazioni serpeggia il panico. Ben presto è palese che le mosse tra i due partiti di governo non sono concordate. I deputati escono in cortile e quelli del Pdl si attaccano al cellulare alla ricerca dei leghisti. All’inizio si pensa a un ritardo casuale poi la trattativa telefonica si fa quasi comica. «No guarda – mercanteggiano nel Pdl – noi adesso dovremmo votare la risoluzione del governo, se la Lega fa parte del governo mi pare che la condividete. E poi ti giuro è volutamente molto ampia per farla votare anche all’opposizione». Il discorso evidentemente non convince: «No? Vabbé allora ti chiedo almeno se ci consenti di riunire l’ufficio di presidenza così almeno la possiamo votare» Ok.

Sembra fatta. «Mancano i leghisti ma li stanno cercando», assicurano nel Pdl. Al senato però anche l’unico presente in cravatta verde si dilegua al momento del voto. Si decide di far tornare i deputati alla camera così si prende tempo. Ma va peggio. Lì mancano sia quelli del Carroccio che i «responsabili». Solo Pd e Udc sostengono la maggioranza e chiudono la partita sul piano formale se non su quello politico.

Il governo rincorre gli eventi…
Palazzo Chigi e Farnesina sembrano in balia degli eventi e di decisioni prese altrove. Lo stesso Frattini mercoledì scorso in senato aveva escluso un’opzione militare e assicurato che l’Italia non parteciperà mai a «una coalizione dei volenterosi» contro la Libia. «Effettivamente le cose sono cambiate», ammetteva ieri. Sarà per semplificare ma La Russa al suo fianco ha invece enfatizzato la parola «volenterosi» almeno dieci volte nella sua relazione. Il ministro ex An preferirebbe la Nato ma «l’Italia ci sarà anche senza».

E’ una questione assai spinosa, perché Francia e Turchia sono contrari al coinvolgimento dell’Alleanza. Non è ancora chiaro chi farà cosa, né in Italia né altrove. Berlusconi tentenna e ha deciso solo all’ultimo minuto di partecipare al vertice di oggi a Parigi indetto da Sarkozy. Insomma ormai ci siamo e proviamo a stare in prima fila: «Senza l’Italia la risoluzione dell’Onu non si può proprio attuare», capitola Frattini a cose fatte.

…ma vuole la «partecipazione attiva»
Che cosa succede adesso? L’Italia ha chiuso ieri l’ambasciata a Tripoli (resta aperta quella turca) e oggi arriverà a Bengasi la nave Libra con aiuti umanitari. La Russa spiega che non solo concederemo le basi militari ma useremo anche i nostri uomini: «Dall’Italia sono possibili i raid aerei ma in Libia non ci andrà nessuno, niente truppe terrestri. E poi non daremo le chiavi di casa ad altri. Saremo moderati e responsabili ma l’Italia deciderà attivamente cosa fare». La Difesa ha già chiesto che il centro militare operativo sia spostato da Stoccarda a Napoli Capodichino. Le basi aeree coinvolte per ora sono 7: Amendola, Aviano, Decimomannu, Gioia del Colle, Pantelleria, Sigonella e Trapani. Cinque le navi già dislocate tra cui la portaerei Garibaldi.

E D’Alema invoca l’ombrello Nato
Pd e Udc approvano l’operato del governo e inzigano sulle divisioni tra Pdl e Lega. D’Alema giudica «condivisibile ma tardiva» la risoluzione Onu e invita il governo a lavorare al «dopo Gheddafi». Avverte che l’apertura di credito del Pd non è illimitata. Su due punti in particolare. Il primo sono le possibili ritorsioni da parte della Libia: «E’ a rischio la sicurezza nazionale, i ‘volenterosi’ sono una cosa ma l’ombrello difensivo della Nato un’altra». E poi l’immigrazione. D’Alema propone di allestire da subito la base dismessa a Comiso e precisa: «Il blocco navale non può riguardare l’immigrazione. Le navi con le armi si fermano, quelle con i profughi no». La Russa battibecca un po’ ma Frattini apprezza le raccomandazioni del suo predecessore.

dal manifesto del 19 marzo 2011

Vendola, Fini, Bindi e l’alleanza nazionale

Svolta frontista, Vendola accoglie i finiani nella coalizione anti-Berlusconi e candida Bindi premier: no a Montezemolo o Monti. Ma l’ennesima «mossa del cavallo» non convince la base e lascia gelido il Pd.

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Vendola al Pd: “la santa alleanza è un suicidio”

In questa intervista al manifesto fatta da Iaia Vantaggiato Nichi Vendola mette la parola fine alle speculazioni su un sì di Sel alla “santa alleanza” anti-berlusconiana da Fini alle sinistre.

Il presidente pugliese, a scanso di equivoci, difende la presenza nella coalizione di Antonio Di Pietro e avverte che l’abbandono delle primarie sarebbe un “depotenziamento” dell’alternativa alle destre.

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Vendola: vera rifondazione con le primarie

Il leader di Sel non sale sul predellino del “nuovo Pd” e risponde all’ex dalemiano Latorre: “Il nuovo centrosinistra costruiamolo insieme. Ma con le primarie”. Nichi Vendola è a Roma per firmare due intese con il governo decisive per la Puglia: quella a lungo attesa per il piano di rientro dal buco sanitario e quella che mira ad attenuare l’emergenza per i rifiuti campani. Inevitabile però parlare della «babele» scoppiata nel Pd e che lo tira in ballo direttamente.

Il senatore Latorre sul Corriere della sera ti invita a diventare «socio fondatore» di un nuovo Pd. Che fai, ricominci con una «rifondazione»?

Innanzitutto apprezzo di Latorre il garbo e il rispetto verso gli interlocutori. E’ una clausola di stile che per me ha un significato politico. Nelle sue parole c’è la proposta di un’interlocuzione vera. Che parte dall’ammissione molto significativa di quella che io chiamo «l’incerta natura» del Pd. Latorre pone un problema e lo fa con coraggio. Personalmente mi piacerebbe molto diventare socio fondatore di un nuovo centrosinistra, in cui tutte le forze siano in grado di ristrutturarsi e di innovarsi profondamente anche dal punto di vista culturale.

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Il porcellum del Pd: due preferenze e niente premio

Il clima ormai precipita verso le urne. Il Cavaliere da tempo sogna il voto anticipato per il 27 e 28 marzo, anniversario del suo trionfo del 1994.

Mentre il governo di transizione scricchiola pericolosamente, Massimo D’Alema rilancia il «piano B» dei democratici sulla riforma elettorale. Se il tempo dovesse stringere, dice il presidente del Copasir, si potrebbe avere «una larghissima maggioranza» per «una leggina molto limitata» che modifichi il porcellum introducendo «il voto di preferenza doppio, un uomo e una donna, e una soglia ragguardevole per il premio di maggioranza».

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Ma D’Alema c’è o ci fa?

Ma c’è o ci fa? Leggendo l’intervista di Massimo D’Alema sul Sole 24 Ore di ieri (una testata scelta non certo a caso) la domanda sorge spontanea. Inquietante. Enigmatica. La «volpe del tavoliere» ha partorito un altro dalemone, una strategia a lungo se non lunghissimo termine la cui razionalità sfugge al primo sguardo, oppure più semplicemente dà i numeri?

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