Mario Monti ha rimesso l’incarico al presidente della Repubblica intorno alle 19.30 di ieri sera. Le sue dimissioni sono «irrevocabili». Dal punto di vista istituzionale il premier non è mai stato sfiduciato dal parlamento, anzi, ha incassato proprio ieri la sua ultima fiducia alla camera sulla legge di stabilità. Si concludono così nel paradosso i 13 mesi della «strana maggioranza» a sostegno del governo «del presidente» (Napolitano).
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Lacrimogeni a via Arenula, la polizia va in fumo
Dagli Usa venti di guerra su Angela
Anche i tedeschi devono pagare la crisi e aiutare il resto d’Europa. Sulla stampa mondiale è tutti contro tutti. Secondo il «Wall Street Journal» Merkel chiese a Napolitano le dimissioni di Berlusconi. Tra polemiche e smentite il giornale mette la Germania con le spalle al muro: è tanto onnipotente quanto inefficace nel salvataggio dell’euro.
Nel pomeriggio del 20 ottobre la cancelliera tedesca Angela Merkel ha telefonato al presidente della Repubblica per chiedergli molto gentilmente di «sostituire» un Silvio Berlusconi «troppo debole»: se l’Italia non riesce a cambiare, allora cambiate il primo ministro, bitte.
Lo scrive il Wall Street Journal in una lunga inchiesta pubblicata ieri. L’articolo di Marcus Walker, «basato su due dozzine di interviste a politici internazionali e documenti riservati», rivela come la Germania ha fronteggiato il «pericolo Italia» imponendo il suo potere su «un’Eurozona divisa». Deutschland über alles. E i due capigruppo del Pdl insorgono. Gasparri paragona in modo paradossale la Merkel a Hitler, Napolitano a Petain e Monti a Quisling. Mentre Cicchitto tira in ballo «la nota ostilità di potenti forze statunitensi contro l’euro».
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Ei fu, Berlusconi e l’incubo della Dc 2.0
Ei fu, stasera Berlusconi lascia Palazzo Chigi. La tensione nella maggioranza è alle stelle. Pdl e Lega provano a resistere su Monti ma sperano in una fiducia a tempo che non escluda il voto a primavera. Ed eviti il ritorno della «Balena bianca». Vertice permanente a Palazzo Grazioli. Monti è inevitabile ma i papabili per i dicasteri litigano e temono l’autodistruzione: non sarà una grosse Koalition ma un’altra «cosa»
In queste ore, le ultime che gli restano da vivere a Palazzo Chigi come capo del governo italiano, Silvio Berlusconi sa bene che tutte le strade della morte e resurrezione della seconda Repubblica passano da lui, dalle sue scelte. Da quello che dirà stasera a Giorgio Napolitano.
Ei fu. Stasera non sarà più il presidente del consiglio. Oggi le sue dimissioni diventeranno «operative», per usare la neolingua quirinalizia. Addio Cavaliere. Non c’è epitaffio politico migliore di quello che, il 29 aprile del 2009, ha scritto la sua ex moglie Veronica Lario: «Mio marito insegue lo spirito di Napoleone, non quello del dittatore. Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo».
Sono passati due anni e mezzo. Ma in verità il suo governo è morto allora. Le banche internazionali hanno fatto il resto, colpendo ciò che ha di più caro: le sue aziende. «Spero che la caduta di Berlusconi non abbia refluenze (sic) sul futuro di Mediaset – si chiede preoccupato Fedele Confalonieri – spero che ci sia una ragionevolezza nel comportamento di chi andrà a governare nell’immediato futuro o anche più in là. Se uno vuole fare del male a Mediaset in un momento come questo, dove l’economia è quella che è, è autolesionistico per il paese».
Chissà il liberista Monti cosa penserà di un monopolio televisivo che non ha eguali nel mondo. Intanto una cosa è certa: Corriere e Repubblica battono come fabbri sul nuovo governo di unità nazionale. Impensabile, da quelle parti, che dal berlusconismo si potesse uscire con la foto di Vasto. Ma contrariamente a quello che scrive Pigi Battista sulla prima pagina del Corsera di ieri, il governo Monti non è la grosse Koalition che ha riportato la Germania tra i grandi del pianeta. Al contrario: qui da noi rappresenta la fine di un’era.
Se durerà fino al 2013, il «salvatore» Monti e i suoi 12 apostoli diventeranno l’incubatrice di una nuova formazione politica. Dopo questo governo, Pd e Pdl contrariamente a Cdu e Spd non esisteranno più. Dal loro travaglio nascerà un «grande centro», un partitone popolare e tecnocratico, cattolico e liberale, simile alla Cdu tedesca. Una «Dc 2.0», per dirla brutta.
La «balena bianca» è un’araba fenice che stavolta può risorgere davvero.
Sia Bersani che Berlusconi sanno benissimo che nel momento in cui spingeranno il bottone che dà la fiducia a Monti avranno anche dato il via all’inesorabile dissoluzione dei propri rispettivi partiti.
I dissensi dentro al Pdl offuscano il tormento che si respira intorno al segretario democratico, fino a tre giorni fa accreditato come il probabile vincitore delle elezioni a primavera.
Ma è ovvio che se il Pd dovrà sopportare il peso sociale maggiore delle scelte di Monti, il Pdl ne subirà per primo le conseguenze politiche. Nella «Dc 2.0» non c’è posto per i «fascisti» di An (copyright Frattini), per gli ex socialisti come Sacconi, per le «veline» o i «falchi» alla Santanchè.
Non è questione di «big» e «peones». Cambia un’epoca. Non è un caso che lo sponsor principale dell’operazione Monti – oltre ai mercati – siano Cl e la Compagnia delle opere. Con la Fiat in esilio e Confindustria ai minimi termini, ciò che resta del motore produttivo italiano dopo Berlusconi sono le banche e la sussidiarietà targata Cl. L’asse di Napolitano con il movimento fondato da don Giussani non è nuovo. Ma nel crepuscolo del berlusconismo il capo dello stato è diventato l’icona vivente dell’ultimo meeting di Rimini. Un riconoscimento reciproco che il Quirinale ha cementato a settembre con la nomina della professoressa Marta Cartabia alla Corte Costituzionale.
Dal vertice permanente che anima giorno e notte Palazzo Grazioli, esce fuori che il Pdl esprimerà la sua posizione definitiva solo dopo le dimissioni del premier. L’ufficio di presidenza che deve ratificare il sospirato sì a Monti viene più volte convocato e sconvocato (l’ultima chiamata è oggi alle 18). La Lega vorrebbe suggerire Dini. I dissidenti del Pdl Alfano. I papabili ministri litigano tra loro. Tentativi disperati, estemporanei. Tensioni e resistenze dentro Pdl e Lega sono fortissime. Ma Napolitano continua ad assicurare ai leader di tutto il mondo che Berlusconi è il passato e Monti il futuro.
Tutti sanno che a questo punto non c’è alternativa al professore bocconiano. Come dice Prodi, 100 punti di spread in meno in un giorno sono un segnale inequivocabile. Come l’appello unanime di tutte le associazioni imprenditoriali più Cgil, Cisl e Uil rivolto a «tutte le forze politiche, senza eccezione alcuna».
Il Cavaliere realisticamente non può mettere veti: allo stato non ci sono margini su un premier diverso né per ministri che non siano benedetti dal Colle. I voti del Cavaliere però sono decisivi per arrivare a quota 500 deputati, la soglia che Napolitano considera vitale per dire se l’esperimento è riuscito e calmerà i mercati oppure è un governicchio all’italiana.
L’unico modo con cui Berlusconi può far pesare quei voti e tenere insieme il Pdl e la Lega, perciò, è contrattare una sorta di fiducia a tempo: condizionata al voto a primavera. E’ lo stesso orizzonte sul quale lavora Bersani.
Se avrà funzionato o no dovrà dirlo innanzitutto Monti. Se chiederà ufficialmente di rimanere a Palazzo Chigi «per tutto il tempo necessario» come ha fatto il suo omologo Papademos in Grecia, il dado è tratto.
dal manifesto del 12 novembre 2011
Prima del crollo un giorno di ordinaria follia
Governo in panne sull’emendamento«europeo». L’Ue invia gli ispettori. Berlusconi chiuso ad Arcore coi figli. Oggi va alla conta
Anche Oltremanica gettano la spugna. Gli allibratori inglesi sospendono le puntate sul governo Berlusconi: «La politica italiana è troppo complicata per reggere scommesse», spiega all’Ansa una società specializzata sulle vicende europee.
Per tutto il giorno Silvio Berlusconi è rimasto chiuso nella sua villa di Arcore, dove ha pranzato con i figli accompagnati da Fedele Confalonieri. In mezzo alla discussione sulle aziende di famiglia gli incontri con diversi ministri e dirigenti del Pdl.
Ad agitare molto le acque della maggioranza i boatos di due giornalisti vicinissimi al centrodestra come Franco Bechis (Libero) e Giuliano Ferrara (Foglio), sicuri su Internet e twitter che le dimissioni del premier erano questione di ore o di minuti.
Apriti cielo, l’euforia delle borse è stata immediata, come il crollo dei famosi «spread» con i bund tedeschi. Se il Cavaliere voleva avere un segnale dei mercati l’ha avuto forte e chiaro. Del suo addio basta la parola.
Eppure non sarà così semplice. Anzi. Berlusconi definisce «voci destituite di ogni fondamento» le illazioni che circolano sulle sue dimissioni. Di lasciare non ha alcuna voglia: «Voglio vedere in faccia i traditori che mi voteranno contro», dice a Libero.
Nella testa del Cavaliere la rotta è chiara: oggi pomeriggio alla camera (ore 15.30) il rendiconto generale passerà nonostante le astensioni delle opposizioni e dei transfughi. Immediatamente dopo, forse già domani, il governo si presenterà al senato e chiederà la fiducia sulle misure annunciate all’Europa nella famosa lettera.
A quel punto, e solo a quel punto, con il voto favorevole di un ramo del parlamento in tasca, il premier valuterà veramente il da farsi. Se tra quarantott’ore l’opera di «convincimento» dei frondisti non sarà andata a buon fine, potrà salire al Quirinale chiedendo – con buoni argomenti, visto la fiducia ottenuta almeno in una camera – le elezioni per l’inizio del 2012.
Decisamente il Cavaliere non è un socialista disposto al passo indietro come Zapatero, Brown e Papandreou. L’ordine è resistere a ogni costo. E a Montecitorio la vigilia è da pallottoliere.
L’ex finiano Buonfiglio (rimasto nel centrodestra con Urso e Ronchi) annuncia che sul rendiconto si asterrà «se diventa come una fiducia a Berlusconi». E lo stesso lascia capire il frondista Antonione: «Serve un allargamento della maggioranza. Abbiamo passato due anni a sostenere che Prodi non poteva governare con due voti di scarto, se ne eravamo convinti allora lo dobbiamo essere ancora di più oggi».
Oggi alcuni frondisti – tra cui Stracquadanio e Bertolini – si intratterranno a tu per tu con il Cavaliere nella sua casa romana. Ma la situazione è talmente tesa e confusa che anche tra i «big» vacillano le certezze. Dice l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu: «Se la mozione di sfiducia puntasse alla nascita di un governo di larghe intese e unità nazionale insieme al Pd io la voterei».
Il nome che gira è quello di Gianni Letta. Franco Frattini non si spinge a tanto ma certo invita il suo governo a non chiedere la fiducia: «Spero che il maxiemendamento sia approvato con il concorso dell’opposizione, l’Udc condivide le misure sull’Europa e un’apertura verso Casini è normale».
Vertici e controvertici si susseguono senza soluzione di continuità. A Milano si vedono i ministri ex forzisti di Liberamente (Gelmini, etc.) e i vertici della Lega (Maroni incluso) a via Bellerio. Calderoli, a metà pomeriggio, va ad Arcore e poi ritorna da Bossi.
Come la pensa il Carroccio, del resto, l’ha già detto Maroni («se i voti non ci sono è inutile accanirsi»). Il rovello principale del senatur adesso è come evitare il «ribaltone» e arrivare al voto anticipato insieme al Pdl. Una strategia molto simile a quella che piace a Berlusconi.
A Roma invece Gianni Letta si chiude nello studio di Fini alla camera. Il sottosegretario berlusconiano non dice nulla sulla sua disponibilità a guidare un governo di emergenza. Ma certo, in pubblico, afferma che anche se cambiasse l’esecutivo «gli impegni assunti con l’Europa non è che si rinnovano o cambiano, continuano».
Appunto, continuano. E Bruxelles non vede affatto chiaro nella situazione italiana. Il maxiemendamento alla finanziaria (collegato alla lettera europea) venerdì era stato annunciato per oggi ma in senato slitta ancora perché Tremonti se lo tiene stretto.
«Ci aspettiamo – spiegava in mattinata il portavoce del commissario Ue agli affari economici – che il ministro Tremonti spieghi all’Eurogruppo i dettagli della lettera di impegni inviata alla Ue dall’Italia». Anche perché quella lettera «ha dei limiti». Tremonti dice che è tutto a posto ma da Bruxelles in ogni caso anticipano l’invio degli ispettori a Roma: le misure indicate nella lettera possono dare risposte positive «solo quando saranno applicate».
Mentre tutto crolla, un uomo è in cima ai pensieri del Cavaliere: «La prima riforma costituzionale necessaria è quella che dia al premier gli stessi poteri dei suoi colleghi europei, a cominciare dalla possibilità di imporre una linea al ministro dell’Economia, altrimenti non è un premier». Fosse l’ultima cosa che fa, quel Giulio lì non lo vuole proprio più vedere.
dal manifesto dell’8 novembre 2011
Il Cavaliere non molla e apre il suk
Telefona a tutti, mette in agenda incontri personali con i delusi, bacchetta per iscritto i democristiani «nostalgici della Prima Repubblica» (Cirino Pomicino? Pisanu?) «che cambiavano governo ogni 11 mesi» e rimane a Roma a presidiare il campo.
Silvio Berlusconi liquida come un «pettegolezzo» le voci sulle sue dimissioni che hanno attraversato la capitale come un lampo, si confida sul blog di Paolo Guzzanti. Commissariato da Bce, Ue e Fondo monetario, liquidato come un buffone su tutta la stampa planetaria, il Cavaliere è sicuro di avere tutto sotto controllo: «Nessun passo indietro, la maggioranza c’è», giura in serata via telefono a un meeting organizzato dalla ministra Brambilla.
La realtà è che il maxi-emendamento alla finanziaria già “venduto” all’Europa da dieci giorni non è ancora stato presentato in parlamento. Forse arriverà martedì in senato ma non si sa nemmeno chi lo stia scrivendo materialmente: Tremonti? anche gli altri ministri? Letta? Angela Merkel? Pare certo che non conterrà norme ordinamentali (liberalizzazioni, licenziamenti e simili) ma solo entrate e uscite come del resto prevede la legge.
Per Berlusconi governare ormai è un dettaglio, come esprimere il cordoglio per le vittime genovesi con un giorno di ritardo. L’unica cosa che conta è riacciuffare i numeri alla camera. Uno per uno. Costi quel che costi. Un negoziato che può ancora dare i suoi frutti. Una frondista, Isabella Bertolini, pare essere pronta a tornare all’ovile: nel «D-Day» di martedì sul rendiconto generale avrà il privilegio di incontrare il premier a tu per tu. Una bella trattativa privata due minuti prima del voto in aula fa miracoli e non si nega a nessuno.
Il suk di Montecitorio è sempre aperto. Ma tutti sanno che così non si può andare avanti e che, prima della fine, bisogna almeno provare a imbarcare anche l’Udc. Lo chiedono quasi tutti i frondisti, lo auspica il segretario del Pdl Alfano con un ragionamento degno del migliore Dc agrigentino: «Non si pone alcun problema di dimissioni del governo ma piuttosto quello di una riflessione da fare nei prossimi giorni sulla condotta politica da scegliere per favorire il più vasto concorso possibile di forze politiche e sociali».
Peccato che l’Udc abbia posto come condizione la testa del premier e un concorso di forze tanto vasto da essere semplicemente improponibile.
Se non bastasse, arriva la furia leghista a riportare le cose al loro posto.
Per Roberto Calderoli un eventuale allargamento della maggioranza a Casini equivale addirittura a un «colpo di stato». Per il ministro leghista l’unica cosa da fare è votare la finanziaria e andare al voto.
E’ una verità stranota ma che spaventa moltissimo i pidiellini, che sarebbero decimati nelle urne. E’ però anche un urlaccio che potrebbe spaventare la dozzina di «dissidenti» usciti allo scoperto tanto da tornare sui propri passi. Difficile. Ma purtroppo non impossibile.
dal manifesto del 6 novembre 2011
A proposito della crisi del manifesto
DIstrazione
Questa è una mia personale risposta agli editoriali con cui a ottobre la direzione del manifesto (Norma Rangeri e Angelo Mastrandrea) ha rassegnato le dimissioni.
Leggendo le lettere che arrivano in redazione e ascoltando le parole delle persone più o meno vicine al giornale, mai come in questo momento è chiaro a tutte e tutti che il manifesto è davvero un bene comune. Comune, innanzitutto, dovrebbe essere alle persone che lo comprano e in modo mai pacificato ne seguono le sorti, le varie crisi e i cambiamenti. Comune dovrebbe essere però, anche, a coloro che lo fanno e ogni giorno ne desiderano l’utopia.
La Caporetto di Bossi e Berlusconi
La Lega perde 6 candidati e in Lombardia vince solo a Varese. Per il Pdl batosta dal Piemonte al Lazio.
I candidati del Carroccio perdono a Desio, Mantova e Rho. Il Pd vince perfino a Pavia e Novara.
Bondi si dimette e Maroni giura: «Una sberla ma no a alleanze strane»
Diciamo subito le cose come stanno: una sconfitta così il centrodestra non l’ha mai subita. Berlusconi ha perso il primo turno, Bossi anche il secondo.
E’ una «doppietta» storica che dovrebbe imporre al centrosinistra la richiesta di elezioni anticipate e la convocazione delle primarie subito, visto che tanto bene hanno portato ovunque si siano fatte (anche al Pd a Bologna e Torino).
I perdenti conclamati, Bossi e Berlusconi, ammettono entrambi la sconfitta. «Abbiamo perso, è evidente», confessa in serata un premier che fino all’ultimo ha perusato i dati cercando un appiglio, un qualcosa che consentisse una resa onorevole, un «quasi pareggio», per dirla con Verdini. Non c’è: non a caso Sandro Bondi si dimette immediatamente dal coordinamento nazionale. Una mossa che innescherà il redde rationem anche contro gli altri due triumviri, Verdini e La Russa, che sono ammutoliti.
Il tracollo è totale. Perfino il senatur, votando alla chetichella a Milano un paio d’ore prima della chiusura delle urne ne era consapevole. Tanto che dopo aver provato a dare la mano a una rappresentante di lista di Pisapia quando questa l’ha rifiutata ha sibilato: «La mano allo sconfitto si stringe sempre».
I dati elettorali che arrivano a via Bellerio raccontano un tracollo del Carroccio. Certo, vince a Varese (città natale di Maroni) ma non sfonda (53,9%). Il sindaco Attilio Fontana conserva i voti che aveva al primo turno mentre la candidata del Pd Luisa Oprandi ne prende quasi 5mila in più.
Per il resto, una Caporetto. Nelle città capoluogo chiamate al voto i cittadini amministrati dal centrosinistra erano 3.353.219 contro i 2.182.184 amministrati dal centrodestra. Dopo i ballottaggi la situazione è 5.039.457 (centrosinistra) a 690.678 (centrodestra). Una slavina senza precedenti.
La Lega perde nei comuni grandi e piccoli di tutto il Nord, dal Veneto al Piemonte. A queste elezioni su 210 candidati ne aveva 51 in solitaria contro il Pdl. In 39 città è sparita al primo turno, in 9 è arrivata al ballottaggio. E ne ha persi ben 6. In Lombardia a parte Varese perde ad Arcore (dove sarà sindaca una donna del Pd), Nerviano, Desio e Rho, il comune della Fiera e dell’expò. In una città eletta a simbolo come Gallarate il candidato del Pd vince a man bassa. E altrettanto clamorose e inaspettate poche settimane fa sono le sconfitte alla provincia di Mantova e a quella di Pavia (qui però il candidato era del Pdl e non della Lega). Il centrodestra unito vince col 51% per 1.400 voti solo quella di Vercelli. Ma nel 2007 – non un secolo fa – aveva trionfato al primo turno con il 66%.
E non è un fantasmatico «effetto Pisapia». In Piemonte, il comune di Novara, feudo del governatore Roberto Cota, passa al centrosinistra col 53%. Perde Bossi insomma ma perdono anche i suoi colonnelli. Per la Lega è un tonfo senza precedenti anche in quasi tutti i comuni più piccoli. In Lombardia svaniscono i sogni di gloria a Vimercate, Cassano D’Adda, Limbiate, Pioltello, San Giuliano Milanese, Malnate. Dopo i ballottaggi resistono col centrodestra solo Treviglio e Busto Arsizio. Uniche consolazioni, magrissime, le vittorie dei due candidati leghisti a Salsomaggiore (in Emilia) e Montebelluna (in Veneto). Poca, pochissima roba.
Nota agrodolce: dopo Arcore il Pdl perde anche a Casoria in Campania, la città di Noemi Letizia. Là dove il «sexgate» è venuto alla luce al culmine del consenso berlusconiano.
Eppure il governo va avanti, i due sconfitti si sono sentiti per telefono e giurano che nulla cambia. Parole di pulcinella Perché la sconfitta è maggiore per la Lega (che già al primo turno aveva perso il triplo dei voti del Pdl) ma disarciona anche il partito del Cavaliere. Il candidato di Berlusconi perde a Cagliari, Grosseto, Macerata.
E nel Lazio è una debacle totale. Mentana e Pomezia, due grandi comuni in provincia di Roma, il Pdl tonfa sonoramente. Alemanno e Polverini sono chiusi nella capitale come a Stalingrado. Come Bossi, erano andati alla conta contro il proprio partito e ne sono usciti con le ossa rotte. In entrambe le città ha vinto il candidato dell’ala Meloni-Gasparri-Fazzone. Polverini si consola a modo suo: «Sora e Terracina sono gli unici comuni dove il Pdl ha vinto». Ma la sopravvivenza autonoma del sindaco di Roma e della presidente del Lazio sono sempre più precarie.
Se non basta, anche il «terzo polo» elettoralmente non esiste. Certo, a conti fatti probabilmente molti suoi voti al ballottaggio sono andati al centrosinistra. Ma i voti oltre che contare vanno soprattutto pesati.
Nulla di quello che è visibile in una campagna elettorale in termini di candidati, coalizione, eletti, programma, significato e sentimento collettivo può essere ascritto al trio Fini-Casini-Rutelli.
Una sconfitta di queste proporzioni – al di là dei desiderata del Pd e dell’Udc – non concede scappatoie o «inciuci» di palazzo. Bossi tace ma Maroni e Calderoli già chiedono una «fase due» per il governo. Articolarla però è un’impresa quasi impossibile. Meglio votare.
dal manifesto del 30 maggio 2011
Il Colle: “Basta risse”
Uno spettacolo «indegno». Giorgio Napolitano ha seguito risse e insulti dagli Stati uniti e al ritorno da New York prova a mettere ordine nel caos velenoso e paralizzante in cui sono precipitati governo e parlamento. In serata il Quirinale convoca separatamente e in rapida successione tutti i capigruppo dei principali partiti. Prima Gasparri e Cicchitto del Pdl, poi Cesa e Casini dell’Udc, infine Franceschini e Finocchiaro per il Pd. Oggi sarà la volta degli altri. Un giro di «consultazioni» informale molto simile a quello che si fa durante le crisi di governo.
A tutti i dirigenti politici il presidente della Repubblica ha ripetuto la stessa antifona: basta tensioni, il clima di rissa deve finire. La minaccia di uno scioglimento anticipato delle camere per evidente paralisi dell’azione di governo è costituzionalmente ambigua ma sempre presente negli incubi berlusconiani. Negli incontri con i vari partiti, Napolitano finora si è limitato alla «moral suasion», facendo notare che in questo modo non si può andare avanti. Si riserva però le sue conclusioni per la settimana prossima, quando il clima incendiario di questi giorni potrebbe impallidire di fronte al premier processato a Milano, le sanzioni a La Russa e i due voti in rapida successione su Ruby e la «prescrizione breve».
Tre indizi non faranno una prova ma il divario tra la volontà fascistizzante del governo e la realtà dei lavori in parlamento è plateale. Basta osservare il gruppo dei «responsabili» per capire che siamo vicini alle comiche finali. Razzi e Scilipoti, due cip e ciop in attesa del premio di Berlusconi, entrano sempre in aula per ultimi . Si fanno notare, sfilano come a segnalare al padrone che i loro voti, stavolta, ci sono, che la seduta può cominciare. Una scena grottesca: vedere per credere.
Più preoccupanti e più pericolose per Berlusconi sono invece le divisioni crescenti dentro al Pdl. Il gruppo di Scajola – forte, dicono, di almeno 18 deputati – ha iniziato le grandi manovre. Se i vari «Brancaleone» dei «responsabili» possono ambire al governo perché il divo Claudio deve essere fuori da tutto a cominciare dal partito? Scajola è stato lo zar organizzativo di Forza Italia. Dietro gli insulti di mercoledì a La Russa c’è, soprattutto, il malumore per come viene gestito il moloch azzurro.
I nodi politici indicati da Fini in fondo stanno ancora lì: come amalgamare Forza Italia e An? Chi comanda al di sotto di Berlusconi?
Nel suo piccolo, Mario Pepe, l’ex Pdl prestato ai responsabili, parla di un «La Russa stanco, non si possono occupare due cariche importanti come quella di ministro della difesa con una guerra in corso, e contemporaneamente interessarsi delle liste per le amministrative come uno dei tre coordinatori nazionali». Parole che hanno fatto infuriare il vero boss del Pdl, Denis Verdini.
Il problema è che a livello nazionale Berlusconi rappresenta tutti. Ma sul territorio la faccia di ciascuno conta ancora e i voti vanno presi uno per uno. Chi fa le liste per le amministrative? Ieri un deputato del Pdl sacramentava per le varie purghe in atto senza che si sappia a che santo votarsi.
Si spiegano anche così le dimissioni da sottosegretario agli Interni di Alfredo Mantovano, uomo forte in Puglia e non solo della corrente di Alemanno. Mantovano ha la delega per l’immigrazione e a Manduria è andato mettendoci la faccia. Poi Maroni e Bossi hanno deciso il contrario. Il sindaco di Roma e i suoi fedelissimi chiedono un incontro urgente a Berlusconi. Edmondo Cirielli parla per tutti: «Se non rientra il caso Mantovano non garantiremo più la presenza in aula». Per ora non pare. Maroni si cuce la bocca: «No comment» E Bossi mostra il pollice verso: «Mantovano si è dimesso? Peggio per lui». Brutti segnali. Il consiglio dei ministri ieri non ha respinto le sue dimissioni, come forse Mantovano si augurava, ma in serata Berlusconi l’ha ricevuto a palazzo Grazioli per provare a mediare.
dal manifesto del 1 aprile 2011
update: in nottata Mantovano lasciando palazzo Grazioli dopo l’incontro con Berlusconi ha affermato che “al momento non ci sono le condizioni per ritirare le sue dimissioni”. Si attendono dunque risposte dal presidente del consiglio.
Bossi spernacchia l’Udc e manda Silvio all’ospizio
La Lega puntella il governo almeno per un altro po’. Ma anche l’ultimo baluardo rimasto al Cavaliere non è dei più sicuri. Bossi punta a chiudere la partita sul fisco municipale concedendo a Calderoli e comuni inviperiti un’altra settimana di tempo per arrivare a una mediazione accettabile. Dopo di che dà la rotta a chi, nelle opposizioni, vede in lui e Tremonti i possibili artefici del «ribaltone».
Berlusconi non si dimetterà mai, dice ai cronisti perché il «terzo polo» intenda: «Sanno bene che quella roba lì non la fa. È inutile chiedere cose che non servono». Di più, quando si accenna alla proposta di Pd e Udc di concedere al Carroccio addirittura sei mesi in più per la delega sul federalismo (che scade a maggio) il senatur risponde con una sonora pernacchia in perfetto stile napoletano. Il ministro leghista non è nuovo a performance di questo tipo (a settembre spernacchiò pubblicamente chi gli chiedeva di Fini come presidente della camera).

