il manifesto è una storia d’amore

DIstrazione

Detto molto sobriamente: questa è una storia d’amore. E come  tutte le storie d’amore è nata da un incontro tra quelle donne e uomini radiati, usciti dal partito comunista, e le ragazze e i ragazzi del Sessantotto-Sessantanove, dei primi anni Settanta.

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La ballata delle donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

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Politici in tv, il Pd si inventa una par condicio “sessuata”

Forse perché ieri era il primo anniversario di «Se non ora quando», sta di fatto che il Pd, in commissione Affari costituzionali alla camera, ha aggiunto alle regole della «par condicio» televisiva anche la parità di quote tra candidati donne e candidati uomini in campagna elettorale. L’emendamento, a prima firma della democratica Sesa Amici, aspetta ora il voto dell’aula.

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Tarantini, D’Alema e la Puglia connection

«Donne tangente» scambiate per amicizia e affari. Nel triangolo delle procure di Bari, Milano e Napoli rischiano di sparire Pd e Pdl.
Chiuse dopo due anni le indagini sulle escort di Gianpi. Insieme a Tarantini tra i reclutatori della D’Addario anche Castellaneta, avvocato vicino a D’Alema

Sono passati quasi quattro anni dalle «donne tangente» introdotte nei letti di Silvio Berlusconi ma anche di altri uomini politici, imprenditori, finanzieri, avvocati, rappresentanti di istituzioni, Asl e aziende di stato. I processi devono ancora iniziare ma una cosa è sicura: Pd e Pdl rischiano di sparire entrambi nel «triangolo delle procure» di Milano, Bari e Napoli.

La procura della Repubblica di Bari guidata da Antonio Laudati ha notificato ieri la chiusura delle indagini baresi su Gianpi Tarantini e altri 7 imputati: il fratello Claudio, l’ape regina Sabina Began (per i pm è lei che ha presentato Berlusconi a Gianpi), l’avvocato Salvatore Castellaneta, Pierluigi Faraone, Letizia Filiipi, Francesca Lana e Max Verdoscia. Ventotto capi di imputazione (tra cui associazione per delinquere e favoreggiamento della prostituzione) e l’accusa di aver selezionato, istruito, alloggiato, spesato e retribuito più di 30 papi-girl tra l’estate del 2008 e il maggio del 2009.

Leggi qui l’avviso di chiusura indagini (pdf)

«Chi mi porti stasera?» chiede in una delle telefonate il premier al giovane imprenditore barese. Una frase forse innocente ma che certo fa a pugni con la famosa intemerata accanto a Zapatero del 10 settembre 2009 in cui Berlusconi ancora poteva asserire: «Tarantino o Tarantini? Io quest’imprenditore non lo conosco».

Guarda qui il video (al minuto 3’20″)

E invece i rapporti tra i due, per i pm, «sono ben documentati». Il giovane gli portava donne, anche tre o quattro alla volta, con caratteristiche precise: «giovani e dalla corporatura esile», rigorosamente «senza tacchi né trucco». Pagate da Tarantini e, in alcuni casi, omaggiate anche da Berlusconi con buste di denaro. Unica a uscire un po’ dall’identikit seriale del premier Patrizia D’Addario, 44 anni, la prima ad essere uscita allo scoperto il 17 giugno 2009 con un’intervista al Corsera.

Dopo oltre due anni di indagini, i pm baresi hanno raccolto 100mila intercettazioni e 5mila pagine di atti preliminari. Documenti che fino a domenica – assicurano in procura – resteranno in formato cartaceo e consultabile solo negli uffici da parte dei legali degli imputati.

La stessa procura fa sapere che la mole sterminata di intercettazioni non è stata trascritta integralmente. Le telefonate sono sintetizzate e descritte in poche righe, forse per tutelare rapporti internazionali che potrebbero essere compromessi dalle confidenze a luci rosse del premier di un paese del G8 a uno sconosciuto venditore di protesi ortopediche, donne e cocaina che, parole sue, voleva fare il grande salto negli appalti Finmeccanica se non diventare parlamentare europeo come una velina qualsiasi.

A differenza che a Milano, sia a Bari che a Napoli Berlusconi non è imputato. Nel primo caso è l’«utilizzatore finale», nel secondo la vittima di un ricatto. Eppure di lui si parla e intorno alle sue debolezze girano sempre gli stessi protagonisti. «Ricordati che a 20 anni stavo in barca con D’Alema e a 30 dormivo da Berlusconi», ricorda Tarantini a Lavitola in una delle intercettazioni napoletane.

In effetti i nomi delle due figure più rappresentative della Seconda Repubblica si intrecciano sempre di più. Tre giorni prima che la D’Addario parlasse sul Corsera, D’Alema disse in tv che era in arrivo «una scossa» (vedi il video qui).

Una profezia sibillina, che diventa una bomba soprattutto per il pulpito da cui fu pronunciata. D’Alema, intervistato da Lucia Annunziata, era ospite nella masseria di Salvatore Castellaneta, avvocato fasanese a lui vicinissimo, in compagnia del vicepresidente della regione Sandro Frisullo (vedi sotto la smentita). D’Alema non c’entra nulla, ma Castellaneta è accusato di aver reclutato – insieme a Gianpi – la escort Patrizia D’Addario. Mentre Frisullo (dimessosi dalla giunta Vendola) è indagato in un altro filone per aver usufruito di «donne tangente» a casa dello stesso Tarantini. Accanto all’ex premier dei Ds insomma uomini amici e complici di Tarantini.

Di Gianpi ormai si sa quasi tutto. Ma Castellaneta – scrivono i pm – sceglieva insieme al giovane le veline da offrire al «drago» sperando di «beneficiare indirettamente dei vantaggi economici» che Tarantini avrebbe conseguito attraverso gli appalti di aziende della galassia Finmeccanica (tra cui Sel Proc, Selex Sistemi integrati, Seicos, Infratelitalia).

Castellaneta, tra l’altro, è amico e sodale anche di un altro dalemiano di ferro in Puglia, Roberto De Santis. Entrambi sono stati rispettivamente sindaco e presidente della Milano Pace spa, una società di Sesto San Giovanni che ha finanziato Fare Metropoli, la fondazione dell’ex presidente della provincia di Milano ed ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani, Filippo Penati.

Un duo al quale politicamente bisogna aggiungere altre due figure del clan dalemiano non indagate ma che hanno conosciuto Tarantini: l’imprenditore Enrico Intini (uno dei finanziatori della fondazione di Penati che tramite Gianpi cercò di agganciare Bertolaso e gli appalti alla protezione civile) e Francesco Boccia, il deputato Pd voluto a ogni costo da D’Alema contro Vendola alle primarie pugliesi dopo il rimpasto della giunta.

dal manifesto del 16 settembre 2011

L’imbarazzata smentita di Massimo D’Alema (17.09.2011)

«La notizia, pubblicata oggi da diversi giornali, secondo cui avrei parlato di ‘scossè durante il programma di Raitre ‘In mezz’ora’ dalla masseria dell’avvocato Salvatore Castellaneta, è totalmente falsa».

Lo dichiara Massimo D’Alema, che prosegue: «La diretta televisiva con Lucia Annunziata su Raitre, infatti, avvenne dall’agriturismo ‘Terra Rossà, vicino Otranto, come chiunque può verificare».

«Ritorna -aggiunge- la tesi che le mie affermazioni di quella intervista, che avevano esclusivamente il carattere di un giudizio politico, nascessero invece da informazioni riservate apprese chissà da chi». «Questa tesi -sottolinea D’Alema- è falsa e viene ora rilanciata sulla base di notizie false. Data l’evidente intenzione diffamatoria di chi ha messo in circolazione queste notizie false, ho dato mandato ai miei legali di tutelare la mia onorabilità in tutte le sedi».

Più tasse con fiducia, riforma fiscale addio

Decreto 4.0 Il governo ricambia idea e introduce le misure escluse ad Arcore una settimana fa. Riforma fiscale addio
Ennesimo dietrofront: subito Iva al 21%, dal 2014 donne in pensione più tardi e abolizione province per via costituzionale

Fiducia e maxiemendamento. Il governo si arrende, peggiora la manovra e chiede al senato il via libera con la fiducia, la quarantanovesima in tre anni.

«Bisogna fare in fretta», confessa Berlusconi in un breve consiglio dei ministri che ratifica la quarta versione della manovra da giugno a oggi. Un vertice di maggioranza a palazzo Grazioli decide di approvare le stesse modifiche che aveva escluso pochi giorni fa dopo le sette ore di vertice ad Arcore: aumento dell’Iva al 21%, mini-contributo di solidarietà per i redditi sopra i 500mila euro, innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel privato a partire dal 2014 invece che dal 2016, doppia riforma costituzionale che preveda l’abolizione di tutte le province e il pareggio di bilancio obbligatorio. Nulla di eclatante né di veramente nuovo. Purtroppo, a giudicare dalla prima reazione delle borse, nulla di decisivo per l’affidabilità italiana sui mercati.

L’aumento dell’Iva (misura che a regime vale 3,7 miliardi sicuri) era già previsto nel decreto legge in vigore (art. 1, comma 6, lettera a) ed è attivabile in qualsiasi momento con un semplice decreto del presidente del consiglio. Il maggiore gettito sui consumi – precisa oggi un comunicato del governo – sarà dedicato tutto «al miglioramento dei saldi del bilancio pubblico» e non dunque a lenire i tagli, a misure di stimolo alla crescita o alla copertura della riforma fiscale.

Misure inique ma che almeno sembrano lineari, decise. E invece no. Il senato si ferma in attesa che il governo presenti uno straccio di testo su cui chiedere la fiducia. E puntualmente in serata la trama si infittisce.

Prima scoppia un giallo sulla soglia della solidarietà a carico dei privati (una nota di Palazzo Chigi dice dai 500mila euro in su, La Russa invece confida ai giornalisti che in consiglio dei ministri Berlusconi in persona l’ha abbassato a 300mila).

Poi, soprattutto, una nota serale di Maurizio Gasparri riapre un capitolo tutto politico sulle tasse. L’aumento dell’Iva – scrive il capogruppo del Pdl in senato – «dovrà essere funzionale alla riforma fiscale basata sulla delega che il governo ha appunto sul sistema fiscale e assistenziale». Una precisazione non richiesta e che cozza col comunicato di Palazzo Chigi. Il punto non è formale ma di sostanza.

Tremonti non voleva aumentare subito l’Iva perché voleva farlo in futuro all’interno della riforma fiscale presentata alla camera il 29 luglio. Del resto per il governo le tre aliquote Irpef erano l’unica chance per recuperare almeno in parte il crollo dei consensi prima delle elezioni. Anticipare quella misura assicurando all’Europa che servirà invece a mantenere i saldi della manovra e l’impegno al pareggio di bilancio significa abbandonare qualsiasi velleità di abbassare e/o rimodulare le tasse nel prossimo futuro. Del resto, checché prometta Gasparri, già le clausole di salvaguardia che tagliano le detrazioni a partire dal 2012, relegano quella possibilità al libro dei sogni.

Alle modifiche segnalate da Palazzo Chigi, si aggiunge quella della Lega, che pare aver ottenuto nel maxi-emendamento la super-tassa sugli sportivi. Berlusconi invece ottiene manette più difficili per gli evasori, oltre al tetto di 3 milioni di euro è prevista anche una soglia del 30% del fatturato.

Segni che il decreto è un continuo work in progress. Le misure si susseguono per rincorrere i «saldi» senza mai raggiungerli. E l’intervento di ieri, confuso, tardivo e iniquo, era reclamato perfino da Antonio Tajani, il vicepresidente della Commissione europea designato dal Pdl.

Nel pomeriggio Tajani ufficializza che a Bruxelles ci sono molti dubbi sulla lotta all’evasione nella manovra penultima versione: iniziativa «lodevole» ma non offre le necessarie «certezze». Quindi «deve essere accompagnata da altre azioni».

Il governo fa e disfa nell’arco di poche ore. In mezzo, raccontano, due telefonate decisive. La prima di Napolitano a Letta, la seconda di Draghi a Berlusconi. Entrambe premevano per modifiche strutturali sulle quali il governo si è dovuto arrendere. Solo Confindustria e «frondisti» del Pdl fanno finta di credere alla fine del problema e chiedono una rapida approvazione del decreto. Forse per calare il sipario su una vicenda ridicola.

Perché nella maggioranza l’aria è tutt’altro che serena. Maroni ha annunciato una nuova offensiva sul patto di stabilità che paralizza i comuni e potrebbe usare il voto sull’arresto di Milanese del 20 settembre per «convincere» Tremonti. E proprio ieri i «sudisti» di Miccichè sono usciti dal Pdl alla camera e sono passati nel gruppo misto. La sostanza comunque non cambia: «Con l’aumento dell’Iva il governo ha scelto di aumentare le tasse a tutti pur di non fare una patrimoniale sui ricchi – commenta Paolo Ferrero del Prc – si tratta di una vergogna non solo ingiusta ma anche recessiva».

La quarta versione della manovra sarà anche l’ultima? Di sicuro non si trova nessuno disposto a scommetterci.

dal manifesto del 7 settembre 2011

Manovra di Ferragosto, apocalittici e disintegrati

Il leader della Lega scarica i comuni: «Meglio salvare le pensioni».  Bossi difende Tremonti ma in senato il decreto si cambia. Cresce la fronda nel Pdl.

«È arrivata la fine dell’Italia, questa è la verità». E’ un Umberto Bossi apocalittico quello che a Ponte di Legno arringa una platea leghista mai così avara di applausi. Il tradizionale comizio ferragostano del leader stavolta si colora di note crepuscolari. «Siamo al dunque, bisognava assolutamente fare un po’ di tagli, altrimenti stavolta l’Europa ci uccideva».

Il leader del Carroccio evoca Draghi (Mario) e complotti della «massoneria internazionale» ma di fronte ai suoi Bossi ammette un «dubbio di coscienza». Tra i tagli ai comuni e i tagli ai pensionati «il problema era: si taglia ai ricchi o ai poveri? Io non ho dubbi. Salvo i poveracci, ai comuni ci pensiamo dopo».

Raccontando un consiglio dei ministri drammatico («abbiamo litigato tutto il giorno e per poco non passiamo alle vie di fatto»), Bossi difende Tremonti («chi pensa che se ne vada a settembre è miope») e insulta il collega Brunetta («nano veneziano non romperci i coglioni») e anche il premio Nobel Rita Levi Montalcini («meglio Scilipoti che quella scienziata»).

Parole tanto polemiche quanto impotenti e rabbiose, che certificano la fine di un’era: Berlusconi alza le tasse a piene mani e il senatur scarica gli enti locali per difendere a spada tratta l’alleanza romana. L’abbandono dei comuni alla loro sorte però suona come la più sincera ammissione di anti-federalismo mai pronunciata da un leghista. Una correzione di rotta che non a caso è proprio Roberto Maroni a indicare come indigesta. Il ministro dell’Interno parla di manovra «non blindata» ed è il primo a chiedere al suo governo di «azzerare i tagli ai comuni introducendo altre misure».

E’ un pressing insidioso per la leadership del movimento. Bossi fiuta l’aria e si fa accorto: Maroni? «L’idea mi sembra giusta, ma non al punto di attirare le ire della Bce, che ci deve comprare ancora i titoli di stato».

A differenza del passato, però, stavolta è soprattutto il Pdl a giocare la carta del partito di lotta e di governo. La fronda parlamentare contro il decreto di Ferragosto è sempre più consistente: la corrente di Alemanno si muove in linea con gli ultra-liberisti azzurri “guidati” da Guido Crosetto.

Di tutto un po’: ex ministri come Martino e Bondi, peones e sudisti vari a cui si aggiungono – alla vigilia del meeting di Rimini – anche “big” come Formigoni, Brunetta e Galan.

Tra peones e pasdaran «siamo già in venti», assicura il milanese Giorgio Stracquadanio. Non pochi ma alquanto disomogenei: tra le richieste di modifica c’è di tutto. Niente contributo sopra i 90mila euro (che, tra gli altri, graverebbe sui parlamentari) e soprattutto più tagli alle pensioni. Stracquadanio vorrebbe portare l’età di quella di vecchiaia a 67 anni per tutti o almeno anticipare a 65 anni quella delle donne. E poi «bloccare tutte le forme di incremento della pressione fiscale», incluso l’aumento dell’Iva (un punto su cui anche Berlusconi si è detto contrario). Poi le riforme: fusione di comuni e province e soprattutto privatizzazioni totali di municipalizzate e aziende pubbliche come Eni, Enel e Finmeccanica.

Alcuni (tra cui Lupi e il leghista «maronita» Tosi) non escludono nemmeno l’idea di Bersani di tassare i soldi rientrati con lo scudo fiscale. Il Pd chiede il 20%, il governo starebbe valutando un misero 2%.

Insomma, l’assalto alla diligenza tremontiana è già partito. Da lunedì la manovra sbarca nelle commissioni del Senato. A stretto giro le varie fronde del Pdl vorrebbero consegnare al segretario Alfano gli emendamenti su cui puntare in modo unitario. Per carità, nessuno invoca svolte o rotture ma è chiaro che attorno al «rigore» e alle «maxi stangate» estive si intreccia una complessa partita politica che determinerà a lungo gli equilibri nel Pdl e dunque nell’intero centrodestra.

Questa è la prima vera prova per Alfano in cabina di regia. L’ex ministro della Giustizia è pronto a giocare fino in fondo la carta della «responsabilità» pur di rifondare il partito dei «moderati», magari allargato all’Udc di Casini. E finora è l’unico dei big a non aver detto una parola. Soltanto in serata, scovato dall’Ansa, Alfano esce allo scoperto con una dichiarazione laconica: incontrerà i «frondisti» ma per cercare una «sintesi comune» e a «saldi invariati». Idem sentire con Berlusconi, sicuro che la «fronda» del Pdl è innocua e cerca solo visibilità. Più velenoso, per entrambi, potrebbe essere il vertice tra Bossi e Tremonti previsto nel Cadore.

dal manifesto del 16 agosto 2011

Vendola, oltre i no global la generazione “glocal”

Età media 39 anni, un terzo donne. Nel caleidoscopio di alleanze locali, il filo rosso che lega le varie candidature di Sinistra e libertà è sicuramente quello del ringiovanimento della propria classe dirigente a livello locale.

Attenzione, però, non si tratta di ventenni tutto Web e vergini di esperienza candidati come una meteora da Beppe Grillo. Spesso hanno 30-40 anni, un’età che della Prima Repubblica fa ricordare bene solo Mani pulite e che è maturata politicamente nella lunga transizione «berlusconiana». Una generazione ibrida tra vecchio e nuovo, di mezzo, che solo in Italia viene ancora chiamata «giovane» (vedi Marco Mancassola qui).

Come molti grillini, i candidati vendoliani hanno spesso alle spalle professioni creative o intellettuali. A differenza dei «cinque stelle», però, quasi tutti hanno già alle spalle una certa esperienza in partiti o movimenti.

Il caso simbolo può essere Massimo Zedda, vendoliano di 35 anni che alle primarie di Cagliari ha battuto un cardinale del Pd sardo come Antonello Cabras. Zedda dovrà vedersela con l’omonimo Fantola, 62enne «segnista» (nel senso di Mario) doc. A Cagliari è una sfida impossibile: la sinistra non ha mai governato e la destra dal ’92 vince al primo turno. Ma Zedda (classe 1976) non è una meteora: «Fa politica da quando aveva 10 anni», racconta chi lo conosce bene. E’ il figlio di Paolo, l’ultimo segretario cittadino (amendoliano) del Pci. E con il Pds Zedda ha guidato la Sinistra giovanile cagliaritana ai tempi dell’università mentre a 29 anni era il più giovane consigliere comunale.

Una storia simile ma più «glocal» è invece quella di Marta Testa, 33enne candidata di Sel a Iglesias dopo primarie vinte sull’Idv e un litigiosissimo Pd. Economista ambientalista con tanto di master «alla Bocconi», ha vissuto per oltre dieci anni tra Milano e il Cile. Racconta che per lei la politica è una «scoperta recente»: in Lombardia era un manager Ikea e nel 2008 è tornata in “patria” per lavorare alla regione (si occupa di formazione e finanziamenti europei).

Tornare a casa, in provincia, dopo essersi formati altrove per anni è un tratto in comune con un altro possibile sindaco: Salvatore Scalzo, il 27enne che a Catanzaro sfida un “boss” locale e deputato del Pdl come Michele Traversa. Laurea a Roma, master a Maastricht, dottorato a Torino, un contratto da funzionario all’eurocommissione di Bruxelles e adesso candidato sindaco in Calabria. Anche Scalzo è un esempio di pratica dal basso e di un nuovo tipo di «militanza».

Sono storie apparentemente minori. Nascoste dalle grandi scelte di Sel nelle città-chiave di queste elezioni, dove i candidati (Fassino, Pisapia, Morcone, Merola, De Luca) sono certamente molto diversi tra loro ma di sicuro sono tutti maschi esperti e ben sopra i 40.

Le primarie tanto invocate non sono state un pranzo di gala per Sel. In qualche caso sono state vinte, in altri perse (come a Bologna e a Napoli con Mancuso). Rischiano però di essere la prova del nove per Bersani. Se nelle due città simbolo (Napoli e Milano) il Pd dovesse arrivare al ballottaggio con due candidati non suoi come Pisapia e De Magistris gli effetti saranno dirompenti a prescindere dal risultato finale.

Milano e referendum, il voto che il Pd non vuole vedere

In piazza, in parlamento e nel paese. Le «tre p» con cui Bersani ha deciso di caratterizzare l’opposizione del Pd nel migliore dei casi sono (finalmente) il segno di un traguardo da conquistare. Nel peggiore però si rivelano un puro auspicio retorico.

Perché le tante piazze di questi ultimi mesi (convocate da studenti, donne, ambientalisti, precari, operai e perfino da antiche «caste» come i costituzionalisti e professori universitari) il Pd le ha più subite che amalgamate. Incapaci per natura di qualsiasi sintesi interna, i democratici si sono guardati bene dal trasformare quei segnali di crisi in proposta politica e – domani – di governo.

Anche in parlamento l’opposizione c’è. Ma avendo puntato tutto sulla spallata del 14 dicembre (e su Fini) il lodevole ostruzionismo primaverile non è in grado di andare al di là di qualche vittoria tattica su una destra allo sbando. Le assenze strategiche tra i banchi del Pd si notano poco ma ci sono. E in alcuni casi sono decisive (sfiducia a Cosentino e «election day», per citarne solo due).

Dicono: eppur si muove, D’Alema auspica il ritorno alle urne. Bene. Bravo. Bis. Peccato che le urne nei prossimi mesi ci sono già. Due, in particolare, possono essere decisive per sconfiggere Berlusconi e la destra in campo aperto: il comune di Milano e i referendum di giugno. Ora non pare che tra le «tre p» di Bersani ci sia anche quella di Pisapia, il candidato scelto con le primarie che potrebbe arrivare al secondo turno contro la triade Moratti-Cl-Berlusconi. Un tornado nordista che sconvolgerebbe equilibri romani sempre più precari tra Pdl e Lega.

Il Pd latita non perché non sappia qual è la posta in gioco ma precisamente perché la conosce fin dall’inizio e ha paura di farne le spese. Se Pisapia arriva vincente o piazzato a Milano, sarà un po’ difficile insabbiare la candidatura di Vendola e le primarie per il futuro «papa» di palazzo Chigi.
E se vincere i referendum arginerebbe per sempre l’onda lunga della narrazione berlusconiana sul «capo carismatico» che vince contro tutti e a dispetto di tutto, il Pd considera ancora quei quesiti come una iattura e una tragica fatalità. Certo, dopo Fukushima il passato nuclearista è per il momento archiviato (la dalemiana Italianieuropei dedicherà il prossimo numero proprio a questo). Ma se i referendum non dovessero passare sarà semplice depositare i cocci su chi ci aveva sperato fin dall’inizio come Vendola e Di Pietro.

A dicembre gli spin doctor bersaniani descrivevano il segretario come un lottatore di sumo piantato al centro del ring. Inaggirabile da chiunque, forte del suo peso elettorale e aperto ad alleanze variabili al centro e a sinistra. Sarà difficile, ma quel lottatore prima o poi dovrà muovere un passo.

dal manifesto del 13 aprile 2011

Donne ’99

Donne come alberi gentili

riposano uomini sotto i rami.

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Giuliana Sgrena e il pacifismo perduto

L’8 marzo scorso ero a Tunisi con le donne della rivoluzione dei gelsomini. Stavano programmando la campagna per la promozione dell’uguaglianza di genere nella Costituzione, oltre alla separazione tra stato e religione. Una di loro, Sana ben Achour, mi ha detto: «Se la nostra rivoluzione non violenta, nata dal basso, senza ideologie, senza leader carismatici, avrà successo sarà un esempio non solo per i paesi arabi ma per tutto il mondo».

Un’affermazione sull’onda dell’entusiasmo rivoluzionario, ho pensato allora. Ma ripensandoci ora ritengo che avesse proprio ragione. Non ho mai negato nel passato il diritto dei popoli alla lotta armata contro gli occupanti o gli oppressori, ma il contesto in cui viviamo oggi richiede un ripensamento su queste forme di lotta. La rete mondiale dell’informazione (internet, blog, Al Jazeera) cambia la natura dei conflitti, esalta la forza delle idee sulla forza delle armi, scuote le coscienze molto più di un qualsiasi atto simbolico.

Non sono certo stati i tunisini – e dopo di loro egiziani, yemeniti, siriani, etc. – i primi a teorizzare o praticare la non violenza – non possiamo certo dimenticare Gandhi e Capitini – ma hanno in qualche modo dimostrato che in questo contesto mondiale un’insurrezione non violenta è l’unica che abbia qualche possibilità di successo.

Tutte le forme di lotta armata cui abbiamo assistito negli ultimi tempi si sono ben presto trasformate in lotte militarizzate: la violenza delle armi ha permeato la vita dei suoi detentori fino a spingerli a usarle anche nei confronti del proprio popolo, come in Iraq. La potenza delle armi si è rivelata una debolezza di fronte alla forza dimostrata dalle recenti manifestazioni di popolo in Tunisia, Egitto, Yemen e forse ora in Siria. E proprio in Iraq e in Palestina, solo per fare due esempi, dove i movimenti di liberazione hanno percorso la strada della lotta armata, ora si fanno strada esperienze di movimenti non violenti, che dovremmo aiutare a emergere, perché potrebbero rappresentare una soluzione ad annosi conflitti.

Ma veniamo a noi. Negli anni Ottanta il movimento pacifista era andato crescendo culturalmente proprio sulle scelte non violente, in questo distinguendosi dai vecchi movimenti contro la guerra. Il movimento pacifista mondiale, dopo il suo momento più alto di mobilitazione (nel 2003 era stato considerato la seconda potenza mondiale), non essendo riuscito a impedire la guerra in Iraq, ha interiorizzato la sconfitta e non riesce più a trovare oggi, nonostante lo scenario internazionale, le motivazioni forti per una mobilitazione.

Con la guerra in Iraq il movimento pacifista ha subito una profonda sconfitta perché si è dimostrato incapace di tradurre le aspirazioni di tanti in risultati concreti.

Oggi mi sembra che nella discussione sull’opposizione alla guerra in Libia (obiettivo urgente e prioritario in questo momento) la cultura della non violenza si sia smarrita: tra i «pacifisti» c’è chi difende la guerra «umanitaria» a sostegno dei ribelli libici (che a differenza degli altri sono armati, anche se questo non deve impedirci di difendere il loro diritto a ribellarsi all’oppressione di Gheddafi) e chi invece è contro la «guerra» dei volonterosi ma è pronto ad appoggiare qualsiasi rivolta armata contro i tiranni.Tra questi sostenitori delle rivolte del Mediterraneo c’è anche chi mi ha detto che non può esserci rivoluzione senza la distribuzione di armi al popolo.

La pace non è solo assenza di guerra e per costruirla occorre una cultura che negli anni Ottanta (quelli del pacifismo contro gli euromissili) sembrava cominciasse a sedimentarsi. Già allora si parlava del pericolo di conflitti nel Mediterraneo e della nostra esposizione con le basi militari collocate nelle regioni del sud.

Tutto questo è diventato realtà, ma i «pacifisti» non hanno memoria del proprio passato, forse non sono più nemmeno disposti a scendere in piazza, così come non espongono più le bandiere della pace. A tutte le finestre oggi vediamo le bandiere italiane, esposte per i 150 anni, ma a qualcuno verrà in mente che la stessa bandiera è quella dei caccia che vanno a bombardare la Libia, come era avvenuto 100 anni fa con la prima avventura coloniale?

Gli interventisti si fanno scudo di una risoluzione ambigua dell’Onu di cui i «volonterosi» hanno forzato i termini. Essere contro la guerra è sempre più difficile ed essere per la pace lo è ancora di più. Schierarsi contro la guerra senza se e senza ma è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere pacifisti.

di Giuliana Sgrena

dal manifesto del 26 marzo 2011