Vendola sbarca a Piazzaffari

«La Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia». Nichi Vendola affonda senza mezzi termini la “narrazione” leghista di un Nord laborioso e irenico immune da infiltrazioni criminali. E lo fa nello scintillante palazzo della Borsa di Milano, uno dei simboli dell’antica «capitale morale», come incipit della sua «fabbrica dell’Economia».

Una provocazione – e una constatazione giudiziaria – a cui il presidente lombardo Roberto Formigoni replica ad alzo zero, che dipinge il collega pugliese come «un miserabile sotto l’effetto di qualche sostanza». Un tossico in cerca di «visibilità nazionale». E se Vendola azzarda che «per fortuna non abbiamo visto nei tg i volti di Formigoni o Moratti accanto ai servizi sugli uomini di ‘ndrangheta che controllavano le Asl lombarde e facevano le loro riunioni negli ospedali», il governatore del Pdl replica augurandosi quasi la galera per il leader di Sel a proposito dell’inchiesta sulla sanità che ha coinvolto il suo ex assessore del Pd Alberto Tedesco.

Vendola non ci sta. «Reazioni così isteriche dimostrano che ho colto nel segno, Formigoni non mi dia lezioni di morale perché in Puglia io ho anticipato la magistratura e cambiato la giunta, lui ha dato solidarietà al suo assessore Prosperini finché questo non ha patteggiato e ammesso la colpa». Con un’altra stilettata al centrodestra Cl-Lega: «Se le pacchianate provinciali nel comitato dell’Expo le avessimo viste in Puglia o in Sicilia sono sicuro che sui giornali avremmo letto un’altra narrazione».

Non è l’ennesima puntata della lotta secolare tra nordisti e sudisti. «Non c’è nuova economia che non passi per la lotta alla mafia», rivendica Vendola dal palco. «Siamo venuti alla Borsa di Milano non per un atteggiamento mistico o con sudditanza psicologica. Entriamo nella pancia del capitalismo per cercare le tracce di una nuova cultura politica, quella che chiamiamo la ‘buona politica’».

Segni. Orme. L’appuntamento milanese è il primo di una serie a tema in giro per l’Italia. Organizzati non dal suo partito, Sel, ma dalle sue «fabbriche». I filmati intervista realizzati da quella milanese e i tre seminari organizzati da Vincenzo Cramarossa della «fabbrica-nazionale» a Bari raccolgono per un giorno i tanti nodi della crisi italiana. La comunicazione è istantanea, tutti i lavori vanno in diretta su Internet, twitter e i social network.

Per una volta, il nome di Berlusconi è del tutto assente dal dibattito. E un Cavaliere inesistente è un indizio che forse siamo già «oltre» anche se non si vede ancora l’approdo.

Vendola non lancia proposte precise. L’unica, non nuovissima, è tassare le rendite a livello europeo. E a Tito Boeri che in un workshop ha insistito sul contratto a «garanzie crescenti» sponsorizzato da Ichino e una parte del Pd, il leader di Sel replica indirettamente solo che «la soluzione al precariato non può passare per contratti individuali». Le cose da fare, del resto, sono infinite. Tanto più per un leader politico che dice di voler raccogliere «il meglio della sinistra, il meglio della civiltà liberale e il meglio della cultura cristiana».

La politica «o parla dei segni dello Zodiaco – acqua, terra, aria e fuoco – oppure è il semplice chiacchiericcio di qualche palazzo». Gli interlocutori chiamati a discutere sono davvero eterogenei. Marina Salomon e Pierluigi Celli, Antonio Campo Dall’Orto di Mtv e la nostra Roberta Carlini di Sbilanciamoci, un venture capitalist del web come Gianluca Dettori e Ivan Lo Bello della Confindustria siciliana, impossibile citarli tutti.

Il posto d’onore spetta però a Carlin Petrini, ipotetico ministro in un ipotetico governo Vendola. A proposito di narrazioni, «quella sull’agricoltura è a zero», esordisce il fondatore di Slow Food. Tre ministri diversi in tre anni lo dimostrano. «Non c’è tema più politico del cibo», concorda Vendola. Cultura, identità, tutela del suolo, memoria, innovazione, convivialità, gioia, conoscenza delle stagioni e della terra, relazioni tra luoghi e tra persone, un incontro tra produttori e consumatori che diventa co-produzione.

Petrini lo dice ai giovani presenti in sala: «Credetemi, il cibo sarà la vostra Woodstock, ritroverete il piacere e la felicità di essere voi stessi». Petrini è un vulcano di idee e di iniziative: orti scolastici (Slow food solo l’anno scorso ne ha aperti 400), mercati dei contadini in ogni città, incentivi alla filiera corta e a chilometro zero, moratoria sulla cementificazione dei terreni agricoli. Vendola rincorre: turismo rurale, un piano straordinario per il ritorno giovanile in agricoltura. Sottovoce, rispolvera l’esperienza dei kibbutz israeliani: «Comunità in grado di trasformare il deserto».

Tra una disputa sui prezzi delle carote (9 cent, ndr) e l’elogio della dieta mediterranea «qui più che alla fabbrica di Nichi sembra di stare alla fattoria», sbotta il moderatore Luca Telese.

Lo zodiaco scorre, e dopo i problemi della “terra” c’è l’acqua con i suoi referendum: «Il Pd ci risparmi la lezioncina che l’acqua è pubblica ed è il tubo che è privato, l’acqua non è una merce». E poi il fuoco dell’energia (diffusa e rinnovabile) e l’aria della condizione giovanile, forse il vero filo conduttore di tutti gli interventi. L’economia nelle teste di molti, qui, è quella «della conoscenza e della creatività».

«Se i giovani se ne vanno dall’Italia ci stanno dicendo che questo paese è morto. Il punto critico dell’economia sono i giovani – insiste Vendola – dobbiamo rompere il sortilegio per cui il mondo non si può cambiare. Possiamo o no entrare in un mondo nuovo?». La risposta è tutta da scrivere.

dal manifesto del 26 marzo 2011

Casarini a Vendola: è questa la nuova narrazione?

di Luca Casarini

L’uscita con cui Nichi Vendola ipotizza forma e conduzione di quella che viene definita «alleanza democratica» contro Berlusconi mi trova in profondo disaccordo.

Voglio comunicarne le ragioni per tentare di aprire un dibattito politico vero non solo con Nichi, ma anche con coloro che guardano queste cose in maniera diversa: quelli che stanno dentro i partiti della sinistra, o li votano, ma percepiscono tutti i limiti che essi incarnano e quelli che ne stanno fuori, convinti che il cambiamento passi solo attraverso un rifiuto della rappresentanza. Questi due modi di vedere il problema, quello critico e quello antagonistico, li considero fondamentali entrambi per ogni processo costituente che provi ad affrontare seriamente il nodo dell’alternativa in questo paese.

Beninteso, con tutta l’umiltà e la profonda amicizia per Nichi, che chi scrive segue con attenzione perché nel desolante panorama della sinistra italiana, di certo non c’è stato nient’altro, oltre ai movimenti che si autorappresentano, di così interessante come il percorso descritto dalle sue «fabbriche» e dall’idea di «nuova narrazione» sottintesa anche dalla grande richiesta delle primarie.

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Dopo lo “spariglio”, Vendola ricarica le primarie

«Hai visto, abbiamo fatto saltare l’operazione Mario Monti», gongolano nel quartiere generale di Sinistra e libertà. Secondo Vendola e i suoi, lo «spariglio» nel centrosinistra è riuscito.

La «santa alleanza» Pd-Fini-Casini a guida moderata (dal presidente della Bocconi, appunto) per ora sembra scongiurata. In più, almeno secondo il presidente pugliese, il «siluro Bindi» ha rotto la complessa tela che Massimo D’Alema tesseva da mesi (e tesse ancora) con il «terzo polo». Un dalemone che secondo alcuni si è spinto fino a un «patto» con Fini su una riforma costituzionale semipresidenzialista sul modello francese.

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