Ma quanto sono fortunati i milanesi!

Ma quanto sono fortunati i milanesi! Dopo aver bocciato in un colpo solo Lassini, Sallusti, Santanchè e Berlusconi possono fare lo stesso tra dieci giorni anche con Umberto Bossi.

Il senatur insulta Pisapia e mette faccia e firma sulla corsa di Letizia Moratti a Palazzo Marino. La Lega e il premier siglano qualche giorno di tregua. Un’ora di vertice a palazzo Chigi insieme a testimoni di rango come Tremonti e Calderoli basta ad allontanare lo spettro di una crisi immediata.

Il senatur smentisce qualsiasi «strappo» con il premier. Proverà a vincere il ballottaggio nella capitale della sua Padania ma non ha ancora deciso quanto invischiarsi nella «palude romana». «Con Berlusconi – dice laconico lasciando il vertice – stiamo lavorando a un nuovo progetto ma dobbiamo ancora metterlo giù e sistemarlo».

La Lega sente aria di trappola. Come quella alimentata ad arte dal Pdl di un’offerta a Tremonti di fare il vicepremier. Un’offerta tanto suggestiva quanto superflua per i delicatissimi equilibri di governo. Tremonti è già qualcosa di più. E nel 2005 accettare quella poltrona non portò bene né a lui né al centrodestra. Bossi lo sa e non a caso smentisce sia queste indiscrezioni («il problema è fare un progetto per il cambiamento. Abbiamo fatto il federalismo fiscale ma darà effetti solo tra qualche anno») sia quelle ancora più suggestive che vedono Roberto Maroni già insediato a palazzo Chigi: «Maroni è intelligente, capisce le cose – avverte il senatur – non sta pensando al dopo Berlusconi, non accetterebbe mai di fare il premier».

Una difesa tanto indiretta quanto vaga sul dopo, che lascia Berlusconi sulla sua poltrona rovente e mantiene la richiesta di una “verifica di maggioranza” tanto necessaria quanto impervia. Come soddisfare gli appetiti dei «responsabili»? «È quello che ho chiesto anch’io a Berlusconi – risponde Bossi – lui è convinto ma andremo avanti a lavorarci». Lui, appunto.

L’uscita dal baratro elettorale non è facile né per il premier né per il Carroccio. La frase su «Milano-zingaropoli» in mano a Pisapia da parte di Bossi sembra uno scivolone degno dei falchi pidiellini in disgrazia. Che la situazione sia critica lo dimostra anche la paralisi della campagna elettorale. Bossi e Berlusconi non sanno ancora se e come partecipare alla battaglia finale. Il premier non si fida della piazza, teme contestazioni. Sta studiando, eventualmente, una conferenza stampa insieme a Bossi in un luogo chiuso e ben sorvegliato.

Anche in parlamento le grane non mancano. Il governo metterà la fiducia sul decreto omnibus che, tra l’altro, può vanificare il referendum sul nucleare. Ma fino ai ballottaggi non può fare molto altro.

L’unico pallino ce l’ha in mano Tremonti. Che dietro le quinte continua a lavorare al «progetto Sud» e a una «razionalizzazione» del fisco (non una riduzione delle tasse). Il Tesoro si è appropriato del dipartimento Sviluppo economico del ministero di Romani e sta mettendo fieno in cascina per un «piano per il Mezzogiorno» da presentare prima dei ballottaggi.

 

Bossi vede il fondo

A Roma premier desaparecido e governo in freezer. Grandi manovre sul federalismo. Governo pluri-battuto alla camera. Oggi il primo vertice Bossi-Berlusconi dopo il voto e la «crisi libica» La Lega ammette la sconfitta e avverte il Pdl: «Non ci faremo trascinare giù». Se i ballottaggi andranno male, mani libere, se andranno bene, più potere al Carroccio. Anche Confalonieri striglia l’amico Silvio. E Tremonti prepara la conquista del Sud

Dopo tre giorni di black out milanese Umberto Bossi torna a Roma e ritrova la favella. Con Berlusconi ormai il matrimonio è di puro interesse. Mentre il Pdl nega l’evidenza il Carroccio ammette la sconfitta e si prepara ai ballottaggi: «Per ora abbiamo perso, ma non ci faremo trascinare a fondo», certifica il leader leghista. Certo, Bossi predica prudenza: «Sulla caduta del governo non fatevi illusioni», dice laconico in Transatlantico.

L’anali del voto fatta a via Bellerio è stata impietosa. Il centrodestra frana in tutto il Nord. E anche lo sganciamento preventivo dal Pdl (vedi Gallarate) non è bastato a evitare il riflusso delle camicie verdi.

Quella di Bossi è una mossa spregiudicata ma inevitabile. Se Pisapia vince al ballottaggio allora, davvero, tutto torna in gioco e il Carroccio avrà le mani libere. Se invece Moratti facesse il miracolo nonostante l’assenza di Berlusconi (o meglio, grazie ad essa) allora Bossi potrebbe ipotecare quel risultato a proprio merito massimizzando il profitto (vedi l’iper attivismo di Matteo Salvini, che ha quasi doppiato il vicesindaco larussiano Riccardo De Corato alla conta delle preferenze).

La Lega mantiene aperte tutte le opzioni: il 19 giugno a Pontida potrà comunque santificare qualunque “nuova” linea: sia quella con-il-Pdl-ma-sopra-il-Pdl, sia quella di sganciamento dalle macerie berlusconiane.

Il bivio al quale si trova Bossi è evidente e difficile da aggirare. Il Carroccio deve scegliere se puntare su Roma e trasformarsi fino a diventare un possibile partito-guida nazionale. Oppure può decidere di tornare a essere anti-sistema e provare a dettare legge (come negli anni ’90) solo nei suoi territori tradizionali. Bossi e lo stato maggiore leghista preferirebbero di gran lunga la prima strada: capitalizzare il disastro del Pdl al Nord per contare di più a Roma e nel sistema finanziario. Ma per la pancia leghista questa è una mossa contro natura e elettoralmente non ha pagato.

Una parola decisiva su questo avranno il privilegio di dirla gli elettori milanesi al prossimo ballottaggio.

Tenere il piede in due staffe è insostenibile. Anche perché nell’entourage del senatur la confusione è massima e solo l’emergenza cela i dissapori. Aumentati dai «congressi nazionali» (cioè regionali) che si dovrebbero celebrare in estate-autunno. In Veneto, per esempio, la lotta Tosi-Zaia sull’asse Verona-Treviso è ormai all’arma bianca. E in Lombardia non va meglio. Molte candidature sconfitte sono state espresse da un’intesa Maroni-Calderoli contro il parere del «cerchio magico» bossiano. Anche quel conto, prima o poi, andrà saldato.

Berlusconi dal canto suo non ha ancora rotto il lutto post-elettorale. Una novità assoluta degli ultimi 17 anni. Di fatto ha congelato l’attività parlamentare e di governo al minimo indispensabile per non creare danni. Gli è andata male, e il governo è stato pluri-battuto alla camera. Del resto:  Scajola scalpita, Miccichè prepara il suo gruppo sudista, «falchi» e triumviri sono nel mirino di chiunque, i «responsabili» in rivolta, Mara Carfagna minaccia di votare con il Pd… in due giorni di tutto di più.

La coperta del Cavaliere non basta più a coprire il disastro. Nelle commissioni alla camera è il deserto dei Tartari. La parola d’ordine è rinviare: serve tempo. Anche l’amico di una vita, Fedele Confalonieri, lo striglia un po’: «Ha esagerato un po’ nel metterla sul piano nazionale», quasi «un referendum su di lui, e anche con toni un po’ eccessivi».

Il «grande comunicatore» compulsa sondaggi per capire se il suo ritorno nella campagna elettorale può servire alla causa o meno. Di certo, però, la settimana prossima il G8 francese lo terrà impegnato nei giorni immediatamente precedenti al silenzio elettorale. L’unica possibilità – a parte telefonate o apparizioni tv – è un comizio finale a Milano al fianco di Bossi. Il tema sarà affrontato oggi dopo il consiglio dei ministri nel primo faccia a faccia tra i due dalla «rottura libica» di fine aprile.

Un consiglio dei ministri, tra l’altro, convocato solo per discutere un decreto del federalismo fiscale caro alla Lega e a Tremonti, quello sulle sanzioni contro sindaci, presidenti di regione e provincia che sforano i conti. A parte concedere alla Lega l’argenteria di Palazzo Chigi, l’unica mossa plausibile del Cavaliere è disperata: tentare il riaggancio con i «moderati» di Casini. Ma dopo averli sbeffeggiati in lungo e in largo per tutta la campagna elettorale la missione è tanto spregiudicata quanto difficile. A meno che…

Qualcuno che lavora nell’ombra nel Pdl c’è. Ma non è chiaro per chi. Dopo aver promosso (e rimosso) Mario Draghi mandandolo alla Bce, Giulio Tremonti prepara un’altra mossa delle sue. La prossima settimana è pronto ad annunciare fondi straordinari per il Sud.

Il grimaldello è il via libero definitivo al decreto sul federalismo che riguarda i cosiddetti interventi speciali (in sostanza per il Mezzogiorno). Il Pd (che ieri ha votato la proroga a novembre di tutta la riforma federalista) aveva chiesto che il 5% del Pil fosse destinato proprio alla perequazione. Giorni fa, in bicameralina, Fitto e Tremonti hanno bocciato quella proposta grazie a una mediazione generica dell’Udc. Ora, dopo aver ottenuto come volevano il via libera al parere sul decreto, ripresenteranno quell’idea intestandola a nome del governo. La cifra è importante. Ma saranno “soldi veri”? Nisba: si tratta dei vecchi fondi Fas riverniciati come «fondi di coesione nazionale». Idea brillante per la fine della campagna elettorale.

dal manifesto del 19 maggio 2011

Italia unita: Berlusconi fischiato ovunque

Una via crucis per tutta Roma. «Vattene a palazzo Grazioli», «bunga bunga», «dimissioni». A ogni stazione della lunga celebrazione nella capitale per i 150 anni dell’unità d’Italia Silvio Berlusconi viene contestato e fischiato. Più che la ricorrenza, è la distanza tra il premier e l’umore popolare a segnare la giornata: per il Cavaliere fischi e «buuu» a piazza Esedra. Tanto che dopo la messa celebrata dal cardinal Bagnasco a santa Maria degli Angeli è l’unico politico a dover uscire dal retro. All’uscita dal portone principale invece ovazione per Napolitano (come ovunque nel resto della giornata) e qualche applauso per Tremonti e Alfano. Bocciata sonoramente e contestata invece la ministra Gelmini. Ma per il premier la sofferenza non è finita: passa indenne la strettoia dell’appuntamento al Pantheon forse solo perché la gente viene tenuta a distanza. Poi di nuovo fischi per il premier (e La Russa) al Gianicolo.

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Dopo lo “spariglio”, Vendola ricarica le primarie

«Hai visto, abbiamo fatto saltare l’operazione Mario Monti», gongolano nel quartiere generale di Sinistra e libertà. Secondo Vendola e i suoi, lo «spariglio» nel centrosinistra è riuscito.

La «santa alleanza» Pd-Fini-Casini a guida moderata (dal presidente della Bocconi, appunto) per ora sembra scongiurata. In più, almeno secondo il presidente pugliese, il «siluro Bindi» ha rotto la complessa tela che Massimo D’Alema tesseva da mesi (e tesse ancora) con il «terzo polo». Un dalemone che secondo alcuni si è spinto fino a un «patto» con Fini su una riforma costituzionale semipresidenzialista sul modello francese.

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Sinistra in tilt: Bersani leghista, Vendola finiano

Il Pd cerca Bossi sul federalismo e Sel apre alla «santa alleanza». Se la strategia nella guerra a Berlusconi la dettano a Milano è ovvio che a Roma ci si diletti con la tattica. Il cronometro della crisi si avvicina ai secondi finali e come da copione tutte le contraddizioni delle opposizioni esplodono sul da farsi. La lettura «emergenziale» e non ragionata della crisi berlusconiana comporta soluzioni tanto spregiudicate quanto incoerenti.

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Il Quirinale frena Bossi ma attende il peggio

Per andare avanti con il federalismo serve una condivisione che sia ben più ampia di una semplice maggioranza parlamentare. Mentre il Pdl e Berlusconi incendiano i palazzi romani e gridano al colpo di stato dei pm, Bossi e Calderoli salgono al Quirinale per capire se e come procedere con quella che la Lega considera la «madre di tutte le riforme».

Le nubi minacciose della guerra totale inevitabilmente circondano il Colle più alto, che tutto vuole tranne che essere trascinato in un conflitto irreversibile tra le istituzioni. L’allarme è stato lanciato da tempo e non è mai cessato. E la preoccupazione del capo dello stato se possibile aumenta a ogni lancio di agenzia sul Cavaliere. Magra consolazione, l’incontro di Napolitano con i ministri leghisti è stato sereno nonostante sia stato preceduto per tutto il giorno dai tamburi di guerra suonati a palazzo Grazioli e palazzo Chigi.

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La Lega salva il premier ma rischia sul federalismo

A passo di carica costi quel che costi su federalismo e salva-premier. Il 15 febbraio la commissione giustizia della camera riprende la discussione sul cosiddetto «processo breve». Perché il premier rifiuti il processo immediato a Milano e preferisca invece un «processo breve» approvato in parlamento è comprensibile a chiunque anche nella «neolingua» berlusconiana. Il premier ieri ha registrato la propria strategia difensiva nell’ennesimo vertice con il suo avvocato Ghedini e il ministro della Giustizia.
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La bordata del Colle al “metodo Bossi”

Irricevibile. Non è durato nemmeno una mattinata il decreto sul federalismo municipale firmato Bossi-Berlusconi. Il Quirinale l’ha rispedito alle camere senza nemmeno leggerlo. Tali e tante le violazioni procedurali che il governo ora dovrà ripresentarsi in parlamento e difendere il testo giustificando il mancato accordo in commissione Bilancio alla camera e nella «bicamerale». Un passaggio ai box che per Pdl e Lega è una mazzata dura da digerire.

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Federalismo, tripla sconfitta di Bossi e Berlusconi

Il federalismo fiscale non c’è più. La partita sulla madre di tutte le riforme finisce ai tempi supplementari. E anche i calci di rigore decisi fuori dal parlamento dall’asse Bossi-Berlusconi non annunciano nulla di buono. Come previsto, ieri in mattinata la «bicameralina» ha respinto il parere obbligatorio sul fisco municipale. Ma dopo una giornata da brivido, un consiglio dei ministri convocato d’urgenza a tarda sera l’ha comunque adottato ugualmente. Come se il parlamento neanche esistesse. Bossi si rimangia i diktat degli ultimi mesi («se non passa si torna a votare») e Maroni le interviste degli ultimi giorni. La Lega innalza una bandierina sempre più striminzita. Che non convince nemmeno una base leghista attonita, che vuole «rottamare il governo prima che il governo rottami noi».

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Il federalismo fallisce prima di cominciare

Sul federalismo fiscale l’aritmetica è un’opinione. La «bicameralina» valuta gli emendamenti al testo Calderoli come un continuo, inafferrabile, work in progress. Si naviga a vista, su una riforma «liquida», scritta sull’acqua del compromesso politico. Pur di farla passare si chiedono e si promettono miliardi come noccioline.

Si riscrivono regole istituzionali fondamentali. Si scambia l’Iva con l’Irpef. Gli inquilini coi proprietari. Tanto chi lo sa da qui al 2014 cosa può succedere.

Federalismo è tutto e niente. E’ un vessillo elettorale. Una rendita politica.

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