il manifesto, zitti per un giorno (grazie a Fastweb)

Ventiquattr’ore di black out totale. Telefoni muti, Internet inesistente, computer ridotti a obsolete macchine da scrivere, cellulari ingolfati da tutti coloro che non riuscivano più a mettersi in contatto col giornale. Lunedì al manifesto è stata una vera e inedita giornata di passione.

Dalle 14.30 di lunedì alle 12 di ieri siamo rimasti quasi completamente off line. La rottura delle linee Fastweb ci ha gettato in un’era post atomica o pre telegrafo in cui il mondo che ogni giorno si rovescia in redazione è diventato improvvisamente lontanissimo e irraggiungibile.

Ormai abbiamo affrontato di tutto, dalla bomba a via Tomacelli ai sequestri in Iraq, dalla nostra cronica povertà francescana alla liquidazione coatta, ma in 41 anni non ci era mai successo di non riuscire a spedire il giornale fuori dalle stanze della redazione. Mai. Inutile dire che a via Bargoni e dintorni il morale non è alle stelle. Soprattutto perché sabato scorso il giornale non è arrivato in mezza Italia per un guasto alla rotativa di Roma.

Ieri fin dal primo mattino abbiamo ricevuto centinaia di telefonate di lettori e abbonati preoccupatissimi per non averci trovato in edicola dopo l’assenza ordinaria del lunedì (Sì, esistono anche gli abbonati a un giornale sull’orlo del fallimento. E non li ringrazieremo mai abbastanza). «Ma che i liquidatori vi hanno già chiuso?», chiedono in tanti. No, non ancora. «Ma che è successo? Un altro guasto in tipografia?». Stavolta è stata una rottura telematica, impalpabile ma altrettanto disastrosa.

Il guasto sulle linee Fastweb ci ha impedito di consegnarvi su carta e su Web il giornale che per tutto il giorno abbiamo immaginato e disegnato in innumerevoli versioni, da quella completa a una «ultra light» di emergenza.

Alle 14.30 di lunedì, improvvisamente, i nostri telefoni e computer sono spariti dal mondo conosciuto. Niente più telefonate a Michele Giorgio sotto le bombe a Gaza (anche se il caporedattore di turno ha bruciato tutto il credito del suo cellulare pur di conoscere i fatti e concordare i «pezzi» fino all’ultimo), impossibilità di coordinare le consegne con i collaboratori e corrispondenti. Impensabile perfino scaricare e archiviare le foto della Reuters e delle altre agenzie fotografiche.

A proposito, anche i fotoreporter – come tutti i nostri collaboratori – da febbraio «scattano» gratis o quasi, come sottoscrizione al manifesto. Pensate anche e soprattutto al loro straordinario lavoro quando apprezzate le nostre copertine o i reportage.

«Zitti no», abbiamo detto con orgoglio per tutto quest’anno di liquidazione coatta. E invece per un giorno siamo rimasti muti. Attoniti. Non era mai successo.

Di fronte alle peripezie quotidiane della chiusura del giornale in redazione, ci diciamo sempre «pagine bianche non sono mai uscite». E in qualche modo – nonostante neve, alluvioni, attentati, disastri tecnologici o redazionali – alla fine ai nostri lettori siamo sempre arrivati.

Non sapendo se e quando il guasto sarebbe stato riparato abbiamo lavorato fiduciosi fino alle 21 come se il giornale esistesse. Una fiducia malriposta: l’assistenza tecnica di Fastweb si è rivelata carente e inadeguata (sospettiamo anche di non essere l’unica testata ad averne sofferto le conseguenze, solo che noi siamo più fragili di fronte all’emergenza e quindi ogni giorno è un lancio «senza paracadute»).

Mentre aspettavamo la buona notizia, abbiamo lavorato a mano sul menabò insieme ai grafici cercando di avere tutto pronto per quando la linea fosse tornata. I nostri tempi di chiusura in tipografia, come sapete, sono piuttosto stretti. Verso le 19 abbiamo anche ridotto il «timone» (lo «sfoglio» del giornale) ad appena 8 pagine. E anche senza poter disporre delle foto per la prima stavamo immaginando alla nostra maniera il titolo su Gaza. Pensando a come salvaguardare, almeno, il lavoro prezioso sul campo di Michele.

Era tutto pronto. Ma i minuti passavano maledettamente veloci. E intorno alle 20.40 abbiamo dovuto gettare la spugna e pubblicare sul sito almeno una selezione degli articoli che avreste trovato nella prima pagina di ieri.

Un’impaginazione di emergenza perché anche il sito, come il resto del giornale, gli allegati e i social network, subisce i turni di cassa integrazione. Per la prima volta da secoli, abbiamo cenato di lunedì a un orario “normale” e non dopo l’ok della tipografia che conclude il nostro lavoro quotidiano per ciascuno di voi.

Niente copie in edicola, niente pdf per gli abbonati on line, niente prima pagina irriverente nelle rassegne tv. Per un giorno avete visto com’è il mondo senza manifesto. A noi non è piaciuto. Aiutiamoci a fare di tutto perché non accada mai più.

editoriale del manifesto, 21 novembre 2012

Il Pdl di «lotta» avverte il governo Monti

Dopo lo scontro con Monti, Alfano accelera e presenta oggi il suo ddl per le imprese Berlusconi mette in conto una sconfitta domenica e offre fiducia «condizionata» a questi ministri «provvisori».

Berlusconi e il Pdl sono prigionieri di questa maggioranza e di questo governo, l’unico senza propri ministri che nella loro lunga storia non hanno (finora) tacciato di essere comunista, ladro o illegittimo. Ma a giudicare da come stanno andando le cose (male), anche questa anomalia del rispetto delle forme istituzionali è prossima alla scomparsa.

Continua a leggere

Caro Sindaco ,#salvaiciclisti

Caro Sindaco,
Come avrà già avuto modo di apprendere dalle notizie degli ultimi giorni, l’Italia si posiziona al terzo posto in Europa per mortalità in bicicletta. Negli ultimi 10 anni, ben 2.556  ciclisti hanno perso la vita sulle nostre strade ed è per porre freno a questa situazione che due settimane or sono abbiamo lanciato in Italia la campagna #salvaiciclisti con cui abbiamo chiesto al Parlamento italiano l’applicazione degli 8 punti del Manifesto del Times.

In questi i giorni il Parlamento sta facendo la propria parte ed una proposta di legge sottoscritta da (quasi) tutte le forze politiche è pronta per la presentazione alla Camera e al Senato. Senza il suo preziosissimo contributo di amministratore locale, però, anche la migliore delle leggi rischia di restare lettera morta ed è per questo che siamo a chiedere la sua adesione alla campagna #salvaiciclisti per il miglioramento della sicurezza dei ciclisti nella sua città.
Continua a leggere

Monti, la fase due del Professore

Oggi via libera definitivo in senato con il voto di fiducia. Il premier incontra Berlusconi e Bersani per blindare le prossime mosse

Cambia il governo ma il copione è identico. Il ministro Giarda chiede il voto di fiducia sul decreto Monti e il senato, senza sorprese né modifiche, trasformerà definitivamente in legge l’aggiustamento lacrime e sangue imposto dal governo tecnico.

Continua a leggere

Dopo la fiducia, gli schiaffoni di Mr. Monti

Il Professore incassa una fiducia bulgara ma avverte i partiti: se staccate la spina a me, cittadini e mercati poi la staccheranno a voi. Alla camera 556 sì e 61 no (la Lega più Scilipoti e Mussolini). L’Italia torna in Europa, con Merkel e Sarkozy.  Il premier userà il feeling «permanente» con Parigi e Berlino contro la palude che lo attende in patria. A cominciare dal risiko dei sottosegretari

Tecnico sì ma non certo digiuno di politica. Mario Monti ottiene una fiducia bulgara alla camera (556 sì e soltanto 61 no, quelli della Lega più Mussolini e Scilipoti) ma è consapevole lui per primo che la forza dei numeri non sempre è pari a quella della politica.

Sulla carta nessun esecutivo della storia ha mai avuto una fiducia così ampia dal parlamento. Ma nella sua replica alla camera, di fronte ai big di tutti i partiti, si vede subito che il Professore ci tiene a mettere le cose in chiaro dall’inizio. E di quando in quando, su tutti i punti chiave, lascia partire staffilate che dietro l’ironia e il sarcasmo arrivano dove devono.

Monti non dismette per un minuto i panni dell’«umiltà» e della «sobrietà» che hanno contraddistinto i primi passi del suo governo «di impegno nazionale». Dice che deve ancora «imparare» tante cose, che è un «novizio» delle aule parlamentari. Ancora una volta, inizia con omaggi e applausi per tutte le cariche che contano (per Gianni Letta secondo inchino e standing ovation in due giorni).

Alle molte perplessità sentite dentro e fuori l’aula Monti risponde citando la propria biografia. Ai leghisti in rivolta: «Di fronte a certi discorsi ho quasi un sussulto, non sono settentrionale io, non sono lombardo e varesino?».

Agli italiani all’estero che si sentono trascurati: «Vi capisco, per dieci anni sono stato anch’io un italiano all’estero». E ancora: «Io, nato a Varese, avevo un padre nato in Argentina, figlio di emigrati italiani, italiani all’estero».

Parla di sè per scoprirsi ma anche per scoprire le carte altrui. «Chiamatemi come volete – dice in aula prima e ai giornalisti poi – certo non sono ancora abituato a rispondere come presidente del consiglio. Come diceva Spadolini, i presidenti passano i professori restano».

E’ soprattutto all’accusa di essere un agente dei «poteri forti» che Monti reagisce con veemenza: «La considero offensiva. Di poteri forti, lo dico con molto rispetto, in Italia non ne conosco, magari l’Italia avesse un po’ di più qualche potere forte». Il Professore racconta di aver conosciuto i poteri forti quando era a Bruxelles – «quelli veri», li chiama – e ricorda che all’epoca aveva «resistito alle pressioni del presidente degli Stati uniti e l’Economist scrisse che per il business americano ero come Saddam Hussein» (era il 25.10.2002, leggi qui).

Monti non ha problemi nel riconoscere che «molta parte della responsabilità della crisi» è dovuta a «gravissimi vizi di funzionamento delle istituzioni finanziarie e dei mercati». Tuttavia invita ciascuno a prendersi le proprie responsabilità. A cominciare dalla politica, «da decisioni prese per decenni in quest’aula, quando c’era poca attenzione ai temi dell’equilibrio della finanza pubblica».

Umiltà ma anche determinazione, contro chi vuole mettergli i bastoni tra le ruote. Non a caso sul finale lancia due stoccate che sono uno schiaffo soprattutto alle pretese revansciste del Pdl.

«Pensiamo che se noi faremo un buon lavoro, nel darci o ritirarci la fiducia forse voi dovrete anche tener conto di quali sono le conseguenze per quanto riguarda la fiducia dei cittadini in voi». Come a dire, insieme partiamo e insieme cadiamo, se fallisco io la colpa è di chi non mi ha sostenuto e il popolo lo capirà.

Ma il vero asso nella manica del Professore è il ritorno permanente dell’Italia al tavolo dei grandi. Cancellando il Berlusconi-fantasma degli ultimi mesi, Monti annuncia che Roma torna stabilmente accanto a Parigi e Berlino nella complessa geografia europea.

Martedì sarà a Bruxelles per incontrare Barroso e Van Rompuy e giovedì, a Strasburgo, inaugurerà il nuovo asse italo-franco-tedesco. Se le cose si complicano tra i sostenitori in patria, gli alleati d’Oltralpe – quelli “veri” – faranno sentire la loro voce.

La cautela è d’obbligo. Ministri muti e carte ben coperte sui primi provvedimenti del governo. Ma a chi già lancia sue ricandidature a Palazzo Chigi (Bocchino) o al Quirinale (Casini) fa capire: «Non mi accingerei neanche ad andare oltre alla fine della legislatura, questo l’ho chiarito a tutti. E poi in vita mia non mi sono mai candidato a nulla».

«Certo – dice guardando lo scranno ancora vuoto di Berlusconi tra i banchi del Pdl – se fosse possibile rendere questo concetto di profonda dipendenza del governo dal parlamento con espressioni diverse da quella di staccare la spina, ne sarei grato». E tra gli applausi schiaffeggia: «Non ci consideriamo un apparecchio elettrico e saremmo incerti se essere un rasoio o un polmone artificiale». Sottinteso ma ben leggibile: ai partiti.

Tanta fiducia, e tanta chiarezza, non nascondono le difficoltà nella nascita del governo. Tra Pd e Pdl è già partito – sottotraccia – un duro scontro sui futuri sottosegretari.

I democratici insistono per affiancare ai tecnici ex parlamentari che siano in grado di condurre in porto le iniziative legislative nelle varie commissioni. Nomi affidabili, va da sé, che consentirebbero un minimo potere di controllo anche alle vecchie opposizioni. Il Pdl, al contrario, mira a zavorrare Monti promuovendo a sottosegretari la maggior parte dei capi di gabinetto dei ministri uscenti, a cominciare dal più potente di tutti, Vincenzo Fortunato, storico deus ex machina di Tremonti all’Economia.

dal manifesto del 19 novembre 2011

Ei fu, Berlusconi e l’incubo della Dc 2.0

Ei fu, stasera Berlusconi lascia Palazzo Chigi. La tensione nella maggioranza è alle stelle. Pdl e Lega provano a resistere su Monti ma sperano in una fiducia a tempo che non escluda il voto a primavera. Ed eviti il ritorno della «Balena bianca». Vertice permanente a Palazzo Grazioli. Monti è inevitabile ma i papabili per i dicasteri litigano e temono l’autodistruzione: non sarà una grosse Koalition ma un’altra «cosa»

In queste ore, le ultime che gli restano da vivere a Palazzo Chigi come capo del governo italiano, Silvio Berlusconi sa bene che tutte le strade della morte e resurrezione della seconda Repubblica passano da lui, dalle sue scelte. Da quello che dirà stasera a Giorgio Napolitano.

Ei fu. Stasera non sarà più il presidente del consiglio. Oggi le sue dimissioni diventeranno «operative», per usare la neolingua quirinalizia. Addio Cavaliere. Non c’è epitaffio politico migliore di quello che, il 29 aprile del 2009, ha scritto la sua ex moglie Veronica Lario: «Mio marito insegue lo spirito di Napoleone, non quello del dittatore. Il vero pericolo è che in questo paese la dittatura arrivi dopo di lui, se muore la politica come temo stia succedendo».

Sono passati due anni e mezzo. Ma in verità il suo governo è morto allora. Le banche internazionali hanno fatto il resto, colpendo ciò che ha di più caro: le sue aziende. «Spero che la caduta di Berlusconi non abbia refluenze (sic) sul futuro di Mediaset – si chiede preoccupato Fedele Confalonieri – spero che ci sia una ragionevolezza nel comportamento di chi andrà a governare nell’immediato futuro o anche più in là. Se uno vuole fare del male a Mediaset in un momento come questo, dove l’economia è quella che è, è autolesionistico per il paese».

Chissà il liberista Monti cosa penserà di un monopolio televisivo che non ha eguali nel mondo. Intanto una cosa è certa: Corriere e Repubblica battono come fabbri sul nuovo governo di unità nazionale. Impensabile, da quelle parti, che dal berlusconismo si potesse uscire con la foto di Vasto. Ma contrariamente a quello che scrive Pigi Battista sulla prima pagina del Corsera di ieri, il governo Monti non è la grosse Koalition che ha riportato la Germania tra i grandi del pianeta. Al contrario: qui da noi rappresenta la fine di un’era.

Se durerà fino al 2013, il «salvatore» Monti e i suoi 12 apostoli diventeranno l’incubatrice di una nuova formazione politica. Dopo questo governo, Pd e Pdl contrariamente a Cdu e Spd non esisteranno più. Dal loro travaglio nascerà un «grande centro», un partitone popolare e tecnocratico, cattolico e liberale, simile alla Cdu tedesca. Una «Dc 2.0», per dirla brutta.

La «balena bianca» è un’araba fenice che stavolta può risorgere davvero.

Sia Bersani che Berlusconi sanno benissimo che nel momento in cui spingeranno il bottone che dà la fiducia a Monti avranno anche dato il via all’inesorabile dissoluzione dei propri rispettivi partiti.

I dissensi dentro al Pdl offuscano il tormento che si respira intorno al segretario democratico, fino a tre giorni fa accreditato come il probabile vincitore delle elezioni a primavera.

Ma è ovvio che se il Pd dovrà sopportare il peso sociale maggiore delle scelte di Monti, il Pdl ne subirà per primo le conseguenze politiche. Nella «Dc 2.0» non c’è posto per i «fascisti» di An (copyright Frattini), per gli ex socialisti come Sacconi, per le «veline» o i «falchi» alla Santanchè.

Non è questione di «big» e «peones». Cambia un’epoca. Non è un caso che lo sponsor principale dell’operazione Monti – oltre ai mercati – siano Cl e la Compagnia delle opere. Con la Fiat in esilio e Confindustria ai minimi termini, ciò che resta del motore produttivo italiano dopo Berlusconi sono le banche e la sussidiarietà targata Cl. L’asse di Napolitano con il movimento fondato da don Giussani non è nuovo. Ma nel crepuscolo del berlusconismo il capo dello stato è diventato l’icona vivente dell’ultimo meeting di Rimini. Un riconoscimento reciproco che il Quirinale ha cementato a settembre con la nomina della professoressa Marta Cartabia alla Corte Costituzionale.

Dal vertice permanente che anima giorno e notte Palazzo Grazioli, esce fuori che il Pdl esprimerà la sua posizione definitiva solo dopo le dimissioni del premier. L’ufficio di presidenza che deve ratificare il sospirato sì a Monti viene più volte convocato e sconvocato (l’ultima chiamata è oggi alle 18). La Lega vorrebbe suggerire Dini. I dissidenti del Pdl Alfano. I papabili ministri litigano tra loro. Tentativi disperati, estemporanei. Tensioni e resistenze dentro Pdl e Lega sono fortissime. Ma Napolitano continua ad assicurare ai leader di tutto il mondo che Berlusconi è il passato e Monti il futuro.

Tutti sanno che a questo punto non c’è alternativa al professore bocconiano. Come dice Prodi, 100 punti di spread in meno in un giorno sono un segnale inequivocabile. Come l’appello unanime di tutte le associazioni imprenditoriali più Cgil, Cisl e Uil rivolto a «tutte le forze politiche, senza eccezione alcuna».

Il Cavaliere realisticamente non può mettere veti: allo stato non ci sono margini su un premier diverso né per ministri che non siano benedetti dal Colle. I voti del Cavaliere però sono decisivi per arrivare a quota 500 deputati, la soglia che Napolitano considera vitale per dire se l’esperimento è riuscito e calmerà i mercati oppure è un governicchio all’italiana.

L’unico modo con cui Berlusconi può far pesare quei voti e tenere insieme il Pdl e la Lega, perciò, è contrattare una sorta di fiducia a tempo: condizionata al voto a primavera. E’ lo stesso orizzonte sul quale lavora Bersani.

Se avrà funzionato o no dovrà dirlo innanzitutto Monti. Se chiederà ufficialmente di rimanere a Palazzo Chigi «per tutto il tempo necessario» come ha fatto il suo omologo Papademos in Grecia, il dado è tratto.

dal manifesto del 12 novembre 2011

Prima del crollo un giorno di ordinaria follia

Governo in panne sull’emendamento«europeo». L’Ue invia gli ispettori. Berlusconi chiuso ad Arcore coi figli. Oggi va alla conta

Anche Oltremanica gettano la spugna. Gli allibratori inglesi sospendono le puntate sul governo Berlusconi: «La politica italiana è troppo complicata per reggere scommesse», spiega all’Ansa una società specializzata sulle vicende europee.

Per tutto il giorno Silvio Berlusconi è rimasto chiuso nella sua villa di Arcore, dove ha pranzato con i figli accompagnati da Fedele Confalonieri. In mezzo alla discussione sulle aziende di famiglia gli incontri con diversi ministri e dirigenti del Pdl.

Ad agitare molto le acque della maggioranza i boatos di due giornalisti vicinissimi al centrodestra come Franco Bechis (Libero) e Giuliano Ferrara (Foglio), sicuri su Internet e twitter che le dimissioni del premier erano questione di ore o di minuti.

Apriti cielo, l’euforia delle borse è stata immediata, come il crollo dei famosi «spread» con i bund tedeschi. Se il Cavaliere voleva avere un segnale dei mercati l’ha avuto forte e chiaro. Del suo addio basta la parola.

Eppure non sarà così semplice. Anzi. Berlusconi definisce «voci destituite di ogni fondamento» le illazioni che circolano sulle sue dimissioni. Di lasciare non ha alcuna voglia: «Voglio vedere in faccia i traditori che mi voteranno contro», dice a Libero.

Nella testa del Cavaliere la rotta è chiara: oggi pomeriggio alla camera (ore 15.30) il rendiconto generale passerà nonostante le astensioni delle opposizioni e dei transfughi. Immediatamente dopo, forse già domani, il governo si presenterà al senato e chiederà la fiducia sulle misure annunciate all’Europa nella famosa lettera.

A quel punto, e solo a quel punto, con il voto favorevole di un ramo del parlamento in tasca, il premier valuterà veramente il da farsi. Se tra quarantott’ore l’opera di «convincimento» dei frondisti non sarà andata a buon fine, potrà salire al Quirinale chiedendo – con buoni argomenti, visto la fiducia ottenuta almeno in una camera – le elezioni per l’inizio del 2012.

Decisamente il Cavaliere non è un socialista disposto al passo indietro come Zapatero, Brown e Papandreou. L’ordine è resistere a ogni costo. E a Montecitorio la vigilia è da pallottoliere.

L’ex finiano Buonfiglio (rimasto nel centrodestra con Urso e Ronchi) annuncia che sul rendiconto si asterrà «se diventa come una fiducia a Berlusconi». E lo stesso lascia capire il frondista Antonione: «Serve un allargamento della maggioranza. Abbiamo passato due anni a sostenere che Prodi non poteva governare con due voti di scarto, se ne eravamo convinti allora lo dobbiamo essere ancora di più oggi».

Oggi alcuni frondisti – tra cui Stracquadanio e Bertolini – si intratterranno a tu per tu con il Cavaliere nella sua casa romana. Ma la situazione è talmente tesa e confusa che anche tra i «big» vacillano le certezze. Dice l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu: «Se la mozione di sfiducia puntasse alla nascita di un governo di larghe intese e unità nazionale insieme al Pd io la voterei».

Il nome che gira è quello di Gianni Letta. Franco Frattini non si spinge a tanto ma certo invita il suo governo a non chiedere la fiducia: «Spero che il maxiemendamento sia approvato con il concorso dell’opposizione, l’Udc condivide le misure sull’Europa e un’apertura verso Casini è normale».

Vertici e controvertici si susseguono senza soluzione di continuità. A Milano si vedono i ministri ex forzisti di Liberamente (Gelmini, etc.) e i vertici della Lega (Maroni incluso) a via Bellerio. Calderoli, a metà pomeriggio, va ad Arcore e poi ritorna da Bossi.

Come la pensa il Carroccio, del resto, l’ha già detto Maroni («se i voti non ci sono è inutile accanirsi»). Il rovello principale del senatur adesso è come evitare il «ribaltone» e arrivare al voto anticipato insieme al Pdl. Una strategia molto simile a quella che piace a Berlusconi.

A Roma invece Gianni Letta si chiude nello studio di Fini alla camera. Il sottosegretario berlusconiano non dice nulla sulla sua disponibilità a guidare un governo di emergenza. Ma certo, in pubblico, afferma che anche se cambiasse l’esecutivo «gli impegni assunti con l’Europa non è che si rinnovano o cambiano, continuano».

Appunto, continuano. E Bruxelles non vede affatto chiaro nella situazione italiana. Il maxiemendamento alla finanziaria (collegato alla lettera europea) venerdì era stato annunciato per oggi ma in senato slitta ancora perché Tremonti se lo tiene stretto.

«Ci aspettiamo – spiegava in mattinata il portavoce del commissario Ue agli affari economici – che il ministro Tremonti spieghi all’Eurogruppo i dettagli della lettera di impegni inviata alla Ue dall’Italia». Anche perché quella lettera «ha dei limiti». Tremonti dice che è tutto a posto ma da Bruxelles in ogni caso anticipano l’invio degli ispettori a Roma: le misure indicate nella lettera possono dare risposte positive «solo quando saranno applicate».

Mentre tutto crolla, un uomo è in cima ai pensieri del Cavaliere: «La prima riforma costituzionale necessaria è quella che dia al premier gli stessi poteri dei suoi colleghi europei, a cominciare dalla possibilità di imporre una linea al ministro dell’Economia, altrimenti non è un premier». Fosse l’ultima cosa che fa, quel Giulio lì non lo vuole proprio più vedere.

dal manifesto dell’8 novembre 2011

L’Aga Cannes perde pezzi

Berlusconi annuncia la fiducia sulla legge di stabilità ma la sua maggioranza non c’è più. Due deputati del Pdl passano all’Udc. E alla camera è tutto pronto per la trappola sul rendiconto.

A Montecitorio quota 316 addio. Mezzo Pdl chiede un passo indietro al premier e spera nell’improbabile soccorso dei centristi. Il problema però è che fare dopo.

Silvio Berlusconi si aggira tra i grandi della Terra come un intruso. Obama non lo vuole vedere e con Sarkozy ormai è andata com’è andata. La Germania, costretta ad averci a che fare, ha chiarito per tempo a Napolitano che l’unico interlocutore internazionale per il nostro paese è il capo dello stato.

Il premier è a terra ma non è disarcionato. Anzi. Dalla Francia annuncia che il governo chiederà la fiducia sulla legge di stabilità. Un modo lampante per dire a tutti che l’unico modo per mandarlo a casa è votargli contro in parlamento.
Eppure è proprio dentro il suo partito che si annidano ormai i pericoli maggiori. Due deputati (Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito) sono passati direttamente dal Pdl all’Udc.

Più Alfonso Papa ai domiciliari e Pietro Franzoso in ospedale, addio la maggioranza a quota 316 alla camera. Ieri altri 3 «sudisti» hanno lasciato il gruppo dei responsabili e sono passati al misto pur dichiarando di stare ancora nel centrodestra.

Smottamenti ufficiali che si aggiungono ai 6 deputati che hanno firmato pubblicamente la lettera sui giornali che chiede al premier un passo indietro. Alla fine da quelli dell’Hassler (lussuoso hotel di Roma sede dei loro incontri) si sono sfilati gli scajoliani Andrea Orsini e Paolo Russo ma ormai più che un fuoco di paglia sembra un incendio.

L’ex ministro con casa al Colosseo dice che «se Berlusconi ritiene di poter fare questa svolta gestendo lui la presidenza del Consiglio lo faccia, altrimenti si faccia da parte. Non bisogna più pensare a un interesse di parte, siamo sull’orlo di un baratro».

La galassia pidiellina è vicina al big bang: in allarme il Pri di Nucara, gli ex finiani Urso, Ronchi e Buonfiglio, i siciliani di Miccichè, gli ex Udc passati al Pid. «Berlusconi deve trattare una resa onorevole, sennò finisce schiantato», avverte il pidiellino Giuliano Cazzola. Perfino Maurizio Paniz (quello di «Ruby è la nipote di Mubarak») gli suggerisce di fare «il padre nobile» e salvare la ditta.

Secondo i colloqui dell’Udc, sarebbero altri quattro o cinque i deputati del Pdl pronti a lasciare il partito di Berlusconi. Verdini è già in pista per convincerli a desistere. Ma intanto al senato (maggioranza di 18 voti) i dubbiosi sarebbero già più di 10, sufficienti dunque a mandare a casa il Cav.

Non che frondisti e malpancisti la pensino tutti allo stesso modo, per carità. La maggior parte – sia tra quelli usciti allo scoperto che tra quelli in «sonno» – non pensa a un ribaltone ma a un governo Letta. Gianni, l’unico uomo sul pianeta di cui il premier pensa di potersi fidare veramente a parte la prole (non tutta) e Fidel Confalonieri.

L’opposizione prova a giocarsi la partita. Per Gianfranco Fini è chiaro che «il governo ha i giorni contati». E a chi gli fa notare che sono parole poco consone per un presidente della camera, il leader di Fli risponde che «anche Bossi e Berlusconi sono un’anomalia».

Visto che l’approvazione della finanziaria non è in discussione con la crisi dell’euro e i calendari parlamentari sono vuoti proprio per evitare incidenti, per l’opposizione la madre di tutte le battaglia è martedì, quando alla camera si rivoterà il rendiconto generale bocciato dall’aula l’11 ottobre. Una vicenda viziata da incostituzionalità e dalla lesione dei regolamenti della camera (cfr. Gianni Ferrara sul manifesto del 25 ottobre) su cui Casini e Bersani sono pronti a far scattare la trappola. Cioè trasformare malumori e paure in un missile contro il governo.

Rosi Bindi fa balenare una mozione di sfiducia (ma solo se e quando avrà raggiunto preventivamente le 316 firme di maggioranza). In realtà però Udc e Pd stavolta giocano di fino.

Al momento non si valutano né mozioni né altre diavolerie parlamentari. «Bastano le votazioni già previste», dicono dal Nazareno e confermano fonti centriste.

Il bug che potrebbe mandare in tilt il centrodestra è l’arma più antica di tutti, la mancanza del numero legale nell’aula della camera. Uno strumento soft ma inaggirabile che potrebbe raccogliere tutti, dall’Idv al più scontento dei berlusconiani.

«A Berlusconi chiediamo di dare un segnale, altrimenti vedremo come comportarci – spiega la frondista del Pdl Isabella Bertolini – se passerà attraverso un rimpasto, un azzeramento di questo governo, un nuovo governo o un nuovo premier, questo spetta a lui deciderlo». Nota bene: in tutti i casi si prevedono le dimissioni di Berlusconi.

Il dubbio, infatti, è su che succede dopo. In caso di elezioni almeno un terzo dei parlamentari Pdl non sarà rieletto. Evitare le urne, per i frondisti, è il primo obiettivo. Ma mettere in piedi una «cosa« che duri un anno è più difficile. Mentre il Pd accetta di malavoglia un eventuale governo del presidente, nel Pdl sperano ancora in una nuova maggioranza allargata all’Udc. Sono entrambi scenari improbabili. Esplosivi con numeri risicati e con i partiti in piena decomposizione.

dal manifesto del 4 novembre 2011

Al via l’Opa cattolica sul Pdl

Berlusconi pensa al bavaglio contro le intercettazioni. Alfano e Casini al dopo. Senza di lui

La miccia sotto al governo è sempre più corta. La disinvolutura (eufemismo) con cui il premier parla al telefono con lenoni, faccendieri e «olgettine» getta la maggioranza nel panico. Anche perché nel Palazzo si giura che le intercettazioni pugliesi tenute in cassaforte dal procuratore Laudati sono una «bomba» che potrebbe terremotare definitivamente la fiducia dei partner europei verso il nostro paese.

In tanti, di maggioranza e opposizione, sono sicuri che saranno rese note molto presto, forse già martedì quando il premier sarà interrogato a Palazzo Chigi come testimone. Del resto Lavitola, più che un ricattatore come sostengono ipocritamente i pm napoletani, è un solido conoscente del premier. La familiarità tra i due è tale che il faccendiere-giornalista quest’estate poteva chiedere tranquillamente al premier la disponibilità del suo mega-yacht ormeggiato a Miami.

A Roma la situazione ormai è insostenibile. Il premier è apparso in ritardo nel consiglio dei ministri di ieri, visibilmente assente e scuro in volto. Di fronte a lui, i ministri del Pdl litigavano con Calderoli sulle province. Per il resto silenzio, contro giudici e giornali parla il suo avvocato Ghedini. Il premier si è limitato a ricevere a palazzo Grazioli l’ex finiano Andrea Ronchi e in serata Mario Draghi a Palazzo Chigi.

Per paradosso, la tempesta economica è contemporaneamente la principale debolezza del Cavaliere ma anche la sua prima linea di difesa. La fiducia anche alla camera è la risposta in codice a chi parla di governo di larghe intese. Aprire una crisi con la manovra aperta rischia infatti di innescare un euro-crack che farebbe impallidire lo tsunami greco. Perciò, forte dello stato di eccezione causato dai mercati e nonostante i timori del suo entourage, Berlusconi parlerà oggi alle 18 di fronte ai giovani del Pdl alla festa di Atreju. Un predellino contro le intercettazioni e il binomio sinistra-giudici.

Ieri il ministro della Giustizia Nitto Palma ha fatto capire che il Pdl potrebbe accelerare sulla legge bavaglio già approvata in senato. Berlusconi la considerava insufficiente ma nel suo partito gli fanno notare che se fosse stata approvata, le intercettazioni di questi giorni non sarebbero potute uscire sui giornali. E nemmeno quelle – altrettanto catastrofiche – del «caso Ruby».

Nel Pdl si respira un gelo che rasenta il panico. Ufficialmente ministri e deputati giurano che se il governo cade ci sono solo le elezioni (una posizione che a sinistra convince Idv, Prc e Sel).
In privato però, in tanti leggono l’uscita pubblica di Pisanu di due giorni fa (passo indietro di Berlusconi e governo di larghe intese “protetto” da Napolitano) come l’ufficializzazione dell’unico percorso possibile per separare le sorti del premier da quelle del Pdl.

Il Pd ci starebbe e il «terzo polo» non vede l’ora. Anzi, Rocco Buttiglione spiega con parole crude la vecchia idea del «salvacondotto giudiziario»: «Berlusconi passi la mano e i suoi processi penali saranno bloccati. Tutti», dice il presidente centrista all’Avvenire. «Noi lo garantiremo da vendette, rappresaglie, espropri e carcere. Non potremo bloccare i processi civili ma quelli penali sì, stiamo lavorando in questa direzione». Quanto alle parole di Beppe Pisanu, il presidente dell’Udc sostiene che non le avrebbe mai dette «se non avesse la convinzione di avere dietro qualcuno e qualcosa di consistente».

La Chiesa in primis, poi le banche. Lo stesso Pisanu, parlando proprio al congresso del partito di Casini, dice di aver ricevuto «molti pareri favorevoli, quelli che si sono sentiti e quelli che non si sono sentiti».

L’idea di fondo è un governo di transizione che faccia da incubatrice al grande partito dei «moderati e dei cattolici». Una fusione Pdl-Udc che sarebbe impossibile da realizzare con Berlusconi al timone ma che è anche l’unico obiettivo praticabile per Alfano. Se si vuole cambiare governo, la finestra d’autunno è l’unica possibile.

dal manifesto del 9 settembre 2011

La manovrona e le «manovrine»

Sì del senato al decreto di agosto. La fiducia passa con 165 sì e 141 no. Nel Pdl Pisanu rompe il tabù Berlusconi e propone un governo di larghe intese. Sì di Pd e Udc, no dell’Idv. La maggioranza tiene ma conta i giorni per le intercettazioni «catastrofiche» del premier. Alla camera cani sciolti, ex finiani e «sudisti» ex Pdl superano quota 15. E i frondisti vogliono «spacchettare» il super ministero di Tremonti

L’idea di un passo indietro di Berlusconi e di un «governo del presidente» Pdl-terzo polo-Pd rilanciata da Beppe Pisanu su Repubblica è uno sparo nel buio. Com’era prevedibile, infatti, dal partito di Berlusconi le reazioni sono state tutte negative. Come quelle dell’Idv. Pronti a discuterne solo D’Alema e Letta del Pd, oltre ovviamente a Pier Casini e all’Udc. Guardinga la Lega, perché ingestibile senza Bossi.

Certo, nel giorno in cui il decreto di agosto ottiene la fiducia del senato (165 sì, 141 no, 3 astenuti), il timore di un crollo di credibilità del governo sottolineato perfino dall’ex ministro del Pdl indica che il Palazzo si interroga già sul dopo-manovra. Mentre la «mazzata» da 54,2 miliardi passa all’esame della camera senza alcuna enfasi né solennità, nei corridoi del senato (e anche nei capannelli in aula) ci si interroga sul contenuto delle intercettazioni pugliesi che imbarazzerebbero il presidente del consiglio e che lo stesso Tarantini descrive come «catastrofiche».

Si ipotizzano commenti tanto volgari da imbarazzare l’Italia a livello internazionale.

E’ soprattutto a questo scenario – mai dichiarato apertamente – che pensano i non pochi sostenitori del governo bipartisan che sotto traccia la pensano come Pisanu. Sarebbe il crollo etico-giudiziario, prima ancora che politico ed economico, del ventennio berlusconiano.

Un’araba fenice che torna ad agitare il Palazzo con puntualità svizzera, dalle presunte intercettazioni riguardanti ministre e poi il caso Noemi Letizia, quello D’Addario, quello Ruby, fino alle «olgettine», alle trame oscure delle varie P3 e P4, le «bombe verbali» del pentito Spatuzza, le giravolte dei lenoni Tarantini-Lele Mora taglieggiati dai Lavitola-Emilio Fede. Il «sexgate» come parola fine alla parabola del Cavaliere di Arcore.

Anche se finora mancano le prove, gli indizi ci sono tutti. Di certo, e non da oggi, il premier è il primo a mescolare pubblico e privato, l’impegno politico a quello contro i pm. Fu da un vertice parigino che chiamò la questura di Milano per liberare la giovane «nipote di Mubarak». Nel pieno della crisi economica, Berlusconi è rimasto chiuso ad Arcore per giorni a discutere con gli avvocati dei suoi processi. Perfino ieri ha disertato il senato che discuteva la manovra preferendo ricevere nella sua casa romana il responsabile del Pdl all’estero Esteban Castelli. Il senatore argentino che nelle conversazioni intercettate con Lavitola lo stesso premier definiva un tipo «pericolosissimo» da cui stare «alla larga».

Dopo l’exploit parigino contro l’opposizione «criminale», del Berlusconi pubblico si sono perse le tracce. Domani pomeriggio dovrebbe rompere il silenzio ad Atreju, la festa romana dei giovani del Pdl organizzata da Giorgia Meloni e Anna Grazia Calabria.

Attorno a lui tutto crolla eppure resta lì. A questa manovra-monstre, come tutti sanno, ne seguirà un’altra tra poche settimane. E la riforma fiscale promessa da anni ormai è carta buona per i coriandoli, come certifica la commissione Bilancio del senato e il suo presidente Azzollini (Pdl) nel parere al maxiemendamento del governo.

Sulla politica economica, di fatto, il governo è commissariato da Bce e Quirinale. Per tirare a campare punta a riforme costituzionali (dimezzamento parlamentari, abolizione province, pareggio di bilancio, art. 41) tirate fuori a casaccio, che sembrano più espedienti per guadagnare tempo e dividere l’opposizione che progetti ambiziosi di un governo che ha lo spirito del tempo sulle spalle. Non a caso, Rosi Bindi del Pd dice che l’unico risultato della proposta di Pisanu è di aver avvicinato almeno in parte le opposizioni.

Il finale di partita del Cavaliere è anche quello più pericoloso: in dirittura d’arrivo alla camera il «processo lungo», la Rai post-Santoro è completamente «normalizzata», il diritto del lavoro pubblico e privato scardinato dal tandem Sacconi-Brunetta. Tuttavia lo schema del Cavaliere: «partito ad Alfano, il governo a me» non regge più. Se non altro perché al governo siede – e con un certo potere – Giulio Tremonti. Alla vigilia della discussione del decreto alla camera, i sudisti di Micciché sono usciti dal Pdl, imitati ieri dal deputato calabrese Giancarlo Pittelli. Nonostante «responsabili» e Scilipoti, Montecitorio è sempre off limits per la maggioranza. La museruola della fiducia per ora blocca tutti: Lega, «moderati» e Tremonti stesso.

Ma la resa dei conti è rinviata solo dall’emergenza economica. Non a caso, i frondisti del Pdl hanno presentato ieri alla camera un disegno di legge che spacchetta le competenze del ministero dell’Economia in Finanze e Tesoro, con il Bilancio affidato direttamente al premier. Moral suasion o un’offerta che leghisti e superministro non possono rifiutare?

dal manifesto dell’8 settembre 2011