Dal 2012 taglio ai vitalizi dei parlamentari

Blitz di Fini e Schifani con la ministra Fornero. Dal 2012 parlamentari in pensione dopo i 60 anni e con il contributivo. La riforma darà assegni più bassi e più tardi. Ma non per chi è già pensionato.

Zac, dal 1 gennaio 2012 i vitalizi dei parlamentari saranno pesantemente tagliati. Lo hanno deciso con un blitz i presidenti delle camere Fini e Schifani in una riunione a Montecitorio con la neoministra del Welfare Elsa Fornero. Il nuovo sistema entrerà in vigore col nuovo anno e non tocca gli assegni già percepiti dagli ex parlamentari.

Due le novità principali sulla durata e l’importo. Per tutti gli onorevoli in carica o che subentreranno dall’anno prossimo il futuro assegno sarà calcolato col metodo contributivo. Il sistema introdotto nel ’95 con la riforma Dini, com’è noto, collega le pensioni ai contributi effettivamente versati e dunque prevede importi più bassi. Attualmente i contributi degli onorevoli sono pari all’8,6% dell’indennità contro il 33% di un normale lavoratore dipendente Inps.

In più, la pensione non potrà essere mai percepita prima del compimento dei 60 anni di età per chi sia stato eletto per più di un’intera legislatura e al compimento dei 65 anni di età per chi abbia versato i contributi per una sola intera legislatura. Attualmente il sistema prevedeva 65 anni ma a scalare, in modo tale che non sono rari ex onorevoli «baby pensionati».

Secondo stime della camera sono circa duecento i deputati che dovranno aspettare il compimento dei 65 anni per avere diritto alla pensione con le nuove regole. Tra questi anche l’ex presidente leghista Irene Pivetti, che avrebbe potuto andare in pensione ad aprile 2013. Resta in vigore, comunque, l’anomalia di pensioni che si sommano a qualsiasi altro reddito.

L’approvazione definitiva arriverà entro fine anno dall’ufficio di presidenza dei due rami del parlamento ma secondo Fini e Schifani non ci saranno «sorprese». E’ molto probabile che il passaggio al nuovo sistema per gli onorevoli sia il primo passo, da parte della ministra Fornero, per imporre il calcolo contributivo a tutti i lavoratori, anche quelli che furono esclusi dalla riforma Dini.

dal manifesto del 30 novembre 2011

Ore 21.42, Berlusconi addio

Silvio Berlusconi si dimette. Si chiude un governo, un’era e forse anche un partito. Il Cavaliere chiede al Colle un salvacondotto per le sue tv e medita un sostegno «a tempo». Alla camera un addio triste e muto, tra fischi, clown, angoscia e tanta voglia di rivincita. Più che uno statista, uno sconfitto. Ultimo minuto di gloria dello Scilipoti show. Deputate affrante.

Silvio Berlusconi non c’è più. Alle 21.42 del 12 novembre 2011 le agenzie annunciano le sue dimissioni dalla presidenza del consiglio dopo il colloquio di rito al Quirinale. Si chiude un governo, un’era e, forse, anche un partito e un’alleanza. Pdl e Lega escono dalla «stanza dei bottoni» quasi senza condizioni, meditando vendette.

Fino a una settimana fa, Berlusconi negava la crisi e parlava di «ristoranti pieni». Oggi prova a tranquillizzare i fedelissimi assicurando che tanto a Mario Monti «la spina la possiamo staccare in qualunque momento».

Alle cinque della sera, quando entra in aula alla camera, Pdl e Lega gli tributano un lunghissimo applauso. Lui accenna un saluto, il viso tirato, rigido, senza un gesto di troppo. Tutti sanno che non si siederà più sui banchi del governo. E tanto l’addio del Cavaliere è composto – muto -, tanto è rumorosa la paura dei suoi fedelissimi. La gioia di migliaia di persone nelle piazze romane.

Per il premier è stata a un’intera giornata senza audio. Non una parola in pubblico, nessuna uscita fuori dalle righe. Obbedienza piena a quello che ha sempre chiamato «il teatrino della politica».

Non uno statista ma uno sconfitto.

La sua ultima giornata alla guida del governo finisce in farsa. A Montecitorio, prima del voto definitivo sulla legge di stabilità, la Lega attacca l’euro con tutta la foga dei tempi andati. Responsabili e sudisti bastonano Tremonti come farebbe un pasdaran dipietrista. E Cicchitto, paonazzo, si scaglia contro la faziosità del Pd: «Non siamo perdenti e non dobbiamo venire a chiedervi scusa, cadiamo per mano dei mercati non certo per la sinistra», urla rivolto al Pd. Tutto sembra meno un clima da unità nazionale. «Elezioni, elezioni, voto, voto» urlano dai banchi del Pdl. Ma la rissa verbale è svociata, obbligatoria e certamente malinconica. Il governo cade ma anche le opposizioni hanno poco da esultare.

Dopo le “star”, entrano i “clown”.

Tre deputati chiedono a Fini di intervenire a titolo personale. E’ il loro ultimo minuto di celebrità prima dell’avvento della «terza Repubblica».

Il pidiellino Mario Pepe elogia i ministri. E con una vocina inadatta alle giornate solenni grida: «Il vostro è l’ultimo governo democratico prima del golpe della Bce, non il coraggio ma la fortuna mancò». Poi è Scilipoti show. L’aula ormai rumoreggia e si sganascia dalle risa. Ogni sacralità è svanita. L’ex dipietrista farfuglia di golpe, accusa i colleghi di essere «mercenari e delinquenti», rivendica la scelta del 14 dicembre. Più che un sigillo al ventennio berlusconiano, è una pena che sa di contrappasso. Fini lo rimprovera, scampanella, poi, al termine dei due minuti obbligatori gli stacca il microfono.

C’è un limite a tutto.
E invece no. Mentre Berlusconi si alza e mezzo parlamento si mette in fila commosso per stringergli la mano un’ultima volta, si alza dai banchi Roberto Antonione, il più rappresentativo dei «giuda» usciti dal Pdl. Nessuno lo ascolta. Qualche decina di deputati del suo ex partito si ferma a insultarlo, urla.

Fini fatica a contenere gli animi. Ormai non importa a nessuno capire perché e percome Antonione ha deciso di non votare il rendiconto generale dello stato. Un deputato della destra, uscendo dall’aula, lo insulta e grida ai commessi: «Spegnete la luce».

Fuori, sulle panchine del cortile, due giovanissime deputate siedono affrante una accanto all’altra. Livide. Guardano il vuoto, a braccia conserte, come alla fine di una bella festa. La bionda pidiellina Annagrazia Calabria tenne a battesimo il Pdl vestita di bianco. E Maria Rosaria Rossi animò le serate del Cavaliere ad Arcore e Tor Crescenza.

Il direttore del Secolo d’Italia, Marcello De Angelis, attende lumi dall’alto per fare il titolo del giornale.

Ma la verità è che già all’ora di pranzo, attorno alla tavola di Palazzo Chigi, non era chiaro chi fosse veramente il premier in carica tra Monti e Berlusconi. Dal Professore nessun impegno su Gianni Letta vice, ministri o sottosegretari politici, salvacondotti evidenti sulla giustizia.

Alla fine delle due ore di colloquio tra il neosenatore a vita e il politico più longevo d’Occidente, l’unica promessa che Berlusconi riesce a strappare è una sorta di assicurazione sulla vita delle sue televisioni. Ciò che conta. Ciò che deve assolutamente ottenere. Il resto si vedrà.

Il gotha del Pdl si riunisce subito prima che Berlusconi salga al Colle. A Napolitano e Monti si chiederanno chiarezza su tempi e programma (la lettera della Bce, che non piace al Pd). Niente riforma elettorale né ricandidatura dei salvatori della patria, qualche poltrona di sottogoverno. Per adesso, è una resa senza condizioni. Un conflitto rimandato a quando le borse lo consentiranno. Un fuoco che cova sotto la cenere di un sistema di potere che per quasi vent’anni – al governo o all’opposizione – ha condizionato la politica italiana.

Il vento della storia soffia altrove. Non si risolve più nelle cene ad Arcore o nei decreti «prendere o lasciare» di Tremonti. A Berlusconi ancora in carica, complice il fuso orario, Barack Obama parla di cambiamenti «positivi» nei «nuovi governi greco e italiano». Oggi dalle 9 alle 17 Napolitano consulterà i partiti.

Già stasera Mario Monti sarà il presidente incaricato. Il re è morto. Viva il re.

dal manifesto del 13 novembre 2011

Finiani, a volte ritornano

Adesso che il Secolo d’Italia ritorna a sembrare il Popolo d’Italia, adesso che Fini si è cacciato da solo nel limbo delle occasioni perdute, adesso che Berlusconi ha fatto un passo di lato e Angelino promette «sacrifici, successo e primarie» per tutti, adesso è il momento giusto: Urso, Ronchi e Scalia tornano alla casa del padre-padrone e lasciano Futuro e libertà.

La premiata ditta «Adolfo, Pippo e Andrea» in questi mesi fuori dal Pdl ha ingoiato dosi industriali di Maalox ma ora può rifarsi. Alla Mirabello «lealista» i tre ex esuli annunciano il ritorno in patria. Per fare nientemeno che il Ppe italiano. Forse non gli ridaranno le poltrone che Fini gli ha fatto perdere ma almeno potranno tornare a Porta a porta.

Edicole, il vero presidio del pluralismo

di Mario Salani (presidente di Mediacoop)

Le edicole sono un punto cruciale del processo produttivo della carta stampata. A loro la legge attribuisce il compito di assicurare la pari visibilità delle testate.

Non c’è dunque eccesso d’enfasi nel ritenerle strategiche ai fini del pluralismo dell’informazione. Non sfugge che questo obbligo, nonostante gli investimenti che si stanno facendo sulle dimensioni delle edicole, diventi sempre più di difficile praticabilità man mano che aumenta il numero delle testate in offerta, tuttavia resta l’unica condizione per interpretare correttamente l’articolo 21 della Costituzione.

Ed è chiaro che a quest’obbligo, che è evidentemente “costoso”, deve corrispondere una qualche forma di sostegno o di esclusività per garantirne la sopravvivenza. Combattere il sistema delle edicole nel nome della liberalizzazione del mercato vuole dire svuotare il dettato costituzionale, marginalizzare il pensiero critico e non conforme, penalizzare le testate minori, imporre il dominio di quelle più forti e ottenere l’effetto opposto a quello che auspicano gli amanti del mercato.
Invece di ampliarla, infatti, si ridurrebbe l’offerta culturale.

Questo senza contare che il numero delle edicole si sta già riducendo per il contrarsi della domanda per cui il sistema non può essere inteso come caratterizzato da barriere “artificiali” all’ingresso e, quindi, da «liberalizzare». Anzi proprio questa riduzione dovrebbe preoccupare e suggerire, invece, interventi a salvaguardia delle aree più periferiche e marginali del paese. Né, d’altra parte, soccorrerebbero gli abbonamenti, del tutto irrilevanti -9% del venduto- nel campo dell’informazione per l’inefficienza storica dei servizi postali e per la soppressione delle «tariffe postali agevolate» voluta da Tremonti.

Le edicole sono dunque cruciali per la diffusione dell’informazione, un «bene comune» prezioso per la cultura e per tutti gli operatori dell’editoria. Soprattutto per i più piccoli: per questo noi di Mediacoop le abbiamo sempre “difese” e ci siamo battuti perché gli interventi legislativi non ne pregiudicassero l’esistenza. Per questo riteniamo che siano meritevoli di sostegno per tutte quelle trasformazioni che possono consentire un miglioramento economico anche attraverso l’ampliamento dei servizi e dell’offerta.

Trentatremila punti vendita distribuiti in tutto il paese, anche in zone disagiate, con fasce orarie amplissime, ne fanno un attore così diffuso da poter essere interessante per molte attività correlate alla distribuzione. Così come possono svolgere un ruolo significativo nel contenimento dei costi delle rese solo che si proceda alla loro informatizzazione sistematica. Basterebbero poche risorse facilmente recuperabili nelle pieghe del bilancio dello stato.

A conferma del ruolo e della potenzialità del sistema delle edicole c’è l’occhiuta attenzione da parte di molti attori, soprattutto di alcuni editori, che vedrebbero nella «verticalizzazione» la possibilità di un doppio obiettivo: assorbirne i margini economici e cercare di gestire la distribuzione a proprio vantaggio.

È per questo che Mediacoop ha più volte sottolineato la delicatezza del ruolo della distribuzione nel campo della produzione culturale e non solo di quella dell’informazione. Il controllo diretto della distribuzione e della vendita da parte degli editori singoli o associati deve essere contenuto, se non evitato: edicole autonome, come le librerie indipendenti, devono essere aiutate a sopravvivere perché sono le uniche che possono, se non garantire il pluralismo, almeno evitare la preoccupazione di derive opportunistiche o di marginalizzazione dei competitori più deboli.

Pdl, dopo Fini i colonnelli marciano su La Russa

La priorità del Pdl? «Salvare Berlusconi, se cade lui cadiamo tutti – ammette un deputato ex An – ma il malfunzionamento del partito e del governo ormai è totale». Gli equilibri decisi da Berlusconi all’inizio della legislatura non reggono più. Tanto meno dopo l’uscita di Fini. Nel mirino ci sono sia i triumviri che reggono il partito, sia la conduzione del gruppo a Montecitorio. Le poltrone di La Russa e Cicchitto scottano sempre di più.

L’ex viceré di An, più di tutti, ha fatto filotto: controlla il partito come coordinatore, ha un ministero di primo piano e ha piazzato un suo uomo, Massimo Corsaro, come vicecapogruppo di Montecitorio. Senza contare il suo asse storico con Gasparri (capogruppo a palazzo Madama) più una miriade di nomine nelle aziende di stato. Tradotto: o cede qualche poltrona o le compensa con altre. «Le quote tra An e Forza Italia vanno superate – attaccano i parlamentari vicini ad Altero Matteoli – ma non è che la quota ex An è una quota La Russa». Il ministro per le infrastrutture ha ormai un patto di ferro con altri big come Alemanno e Augello.

Il triumviro è accerchiato: oltre che dai suoi ex compagni di partito è nel mirino di azzurri di peso come Scajola e Miccichè.

Il primo round di cene separate di «scajoliani» (53 deputati), «matteoliani» (oltre 35) e «alemanniani» finisce con un messaggio inequivocabile al quartier generale: va bene essere uniti, ma essere fessi no. La cosa più logica è riordinare il partito e fare almeno i congressi locali: si fa la conta sul territorio e poi chi vince governa.

Però intanto bisogna sistemare le cose anche in parlamento. La giustizia l’impone Ghedini, l’Economia la fa Tremonti e le nomine le decide non si sa più nemmeno bene chi oppure vanno ai responsabili (forse già oggi la seconda tranche di sottosegretari). «Sul resto non possiamo fare nulla», si sfoga un deputato che fa politica da una vita. A parte salvare Silvio, qual è la missione del partito? E sotto Silvio chi comanda su chi? Sono le stesse cose che criticava Fini prima di andarsene: «Sì, Fini aveva pensato di aprire uno spazio nuovo per la destra – confida un onorevole in passato a lui vicino ma rimasto nel Pdl – ha provato ma non ci è riuscito». Ormai la scissione è andata.

E allora eccoli lì gli ex colonnelli, alle prese con il berlusconismo senza un generale che faccia da filtro. Il Pdl va rivoluzionato, basta La Russa. «Va arginato», dicono tutti. Ma come? «Certo non puoi mortificarlo, se se ne va lui altro che Fini». L’incarico spetta al sodale storico. Gasparri si è già attivato per una mediazione in prima persona con una sorta di «tavolo» che accontenti le varie anime in pena.

Dopo l’addio di Fini la galassia ex aennina è ormai frantumata: Alemanno e Mantovano fanno corrente a sé. Il sindaco di Roma per la prima volta ritiene di essere abbastanza forte nella capitale da sfidare le correnti storiche ex An di Storace, Rampelli, Augello e soci. Quest’ultimo, ex assessore al Bilancio del Lazio (megabuco alla regione), senatore e sottosegretario, ormai gioca una partita a sé.

Rimescolare non è solo lotta tra neri e azzurri. E’ anche logico. I muri tra soci fondatori sono in parte già caduti. Augello trova ascolto sia in Berlusconi sia nei ministri forzisti di Liberamente. Al senato Gasparri e Quagliariello si muovono come un sol uomo. Matteoli ha sicuramente feeling con Verdini, se non altro per la comune toscanità.

Il decano ex missino ha in testa però anche un compito più ampio. Vorrebbe raccogliere attorno a sé sia le anime ex Fli di camera e senato tipo Moffa e Briguglio sia alcuni finiani pronti a tornare all’ovile come Urso e Ronchi. Nel Pdl la loro uscita da Fli è considerata una certezza. «Per ora però non c’è uno spazio, visto che non siederanno mai tra i responsabili e non vogliono tornare nel Pdl». Matteoli proverà a crearlo.

Al di là della cena pasquale tra partito e governo di ieri sera, ogni cambiamento è spostato a dopo le amministrative. Berlusconi per sa che non sarà facile. Per ora pensa al rimpasto e ha già in mente due grandi eventi a Milano e Napoli, le città chiave. Non a caso, quelle dove Bocchino (Fli) ha già annunciato che il terzo polo non sosterrà il Pdl al secondo turno.

dal manifesto del 15 aprile 2011

La Russa graziato, alla camera è “vaffa day”

E alla camera spunta la grazia per Ignazio La Russa. Mandare affanculo il presidente Fini nell’aula di Montecitorio si può fare. L’ufficio di presidenza guidato proprio da Fini ha infatti ammorbidito a maggioranza le sanzioni per le recenti intemperanze del ministro della Difesa. Per La Russa solo una lettera di censura con un «fermo richiamo» da inviare anche al presidente del consiglio Berlusconi.

Una sanzione tanto minima da essere evanescente.

A favore di La Russa ha votato tutto il centrodestra compatto mentre il centrosinistra al momento del voto si è spaccato: Silvana Mura dell’Idv ha votato contro, Rocco Buttiglione e Renzo Lusetti dell’Udc e Donato Lamorte di Fli si invece sono astenuti. A pezzi soprattutto il Pd: mentre gli ex Ds hanno votato per la censura morbida, Rosi Bindi e Giampaolo Bocci sono usciti dalla sala per non partecipare alla votazione: una scelta dettata dalla loro non condivisione della proposta dei questori e per venire incontro al presidente Fini che aveva chiesto lui per primo la massima coesione dell’organismo. Per Bindi «la censura è troppo poco, il ministro La Russa avrebbe dovuto avere, come membro della camera oltre che del governo, l’interdizione almeno dalla partecipazione al voto. Siamo peraltro in assenza di scuse… Anche perché comportamenti come quello di La Russa fanno scattare processi emulativi».

In Transatlantico scattano i mugugni ma il capogruppo del Pd Franceschini corre ai ripari e difende le scelte di Fini e della maggioranza: «Io credo che la censura proposta dai questori sia un atto forte», sostiene. Durissima l’Idv: Silvana Mura parla di «presa in giro», mentre per Massimo Donadi «la sanzione irrisoria comminata a La Russa è un vero e proprio atto di codardia da parte dell’ufficio di presidenza».

E La Russa? Il ministro, appena tornato dall’Afghanistan, era in aula per il voto sul conflitto di attribuzione sul caso Ruby . «È una decisione che rispetto, ne prendo atto con grande serenità. Credo che fosse inevitabile dal punto di vista giuridico, tecnicamente corretta, giustissima. Leggerò la lettera e risponderò, naturalmente con il massimo rispetto, ma finalmente mettendo in fila i fatti così come sono avvenuti».

Il ministro ammette che c’è stata «sicuramente una mia responsabilità, ma assai diversa da quella che è stata dipinta in questi giorni». Ed è »da valutare – insiste – insieme a tutti gli altri fatti che sono successi: non solo fuori ma anche dentro l’Aula e su cui, mi pare, si sia sorvolato troppo in questi giorni». La miglior difesa, come sempre, è l’attacco.

dal manifesto del 6 aprile 2011

La responsabile Siliquini, Silvio la premia alle Poste

«Sì, sono io. Non ho omonimi. Del resto è un nome un po’ particolare». Maria Grazia Siliquini – deputata eletta nel Pdl, passata in Fli e, infine, confluita il 14 dicembre in “Iniziativa Responsabile” con la fiducia a Berlusconi – conferma così, al telefono con l’Ansa, di essere uno dei nuovi membri del Consiglio di Amministrazione della Società Poste Italiane per il triennio 2011-2013. «Ci metterò tutto il mio impegno e la mia esperienza» aggiunge annunciando al tempo stesso che, quando sarà il momento, lascerà lo scranno di Montecitorio (quindi per ora, nisba, rimane lì a votare silvio).

Che tristezza, vendersi per una “raccomandata”… 

 

Processo breve, una banda allo sbando

Non sarà la «resa incondizionata» evocata da Dario Franceschini ma certo Pdl e Lega sono stati costretti a una ritirata strategica non da poco sul «processo breve». Una rotta che lascia sul campo morti e feriti. La maggioranza finisce vittima delle sue macchinazioni e delle sue divisioni.

Alla camera è stata l’ennesima giornata di tafferugli, caos e fibrillazioni di ogni genere. Insulti irripetibili perfino alla deputata in carrozzella del Pd Ileana Argentin. La mattinata inizia malissimo per Pdl e Lega, che vengono battuti in aula sull’approvazione del processo verbale della giornata precedente (quella conclusasi con i vaffanculo di La Russa a Fini). Di solito è una formalità ma le opposizioni tengono botta e tra assenze sospette e l’esecutivo impegnato a palazzo Chigi per il consiglio dei ministri, la votazione per la destra è una disfatta.

La seduta inizia tra schermaglie procedurali e «stop and go». Il Pdl prova a prendere tempo per rimpolpare i ranghi ma alla fine si deve pur andare avanti e votare. Fini tiene aperta la votazione per cinque lunghissimi minuti. Prova a essere equanime. I deputati della maggioranza scalano i banchi per arrivare in tempo. A Palazzo Chigi sospendono la seduta e i ministri volano letteralmente in aula come i peones qualsiasi sempre in ritardo: una scena indecente. Ma non basta.

E’ pareggio, il verbale è respinto e il Pd riesce a far perdere tutta la mattina sulla nuova stesura. E’ di nuovo il caos. Il ministro Alfano in un gesto di stizza tira il tesserino da parlamentare addosso ai banchi dell’Idv. E un deputato del Pdl, probabilmente il pugliese Pietro Franzoso, colpisce in pieno volto Gianfranco Fini con un pacco di fogli. Dalla maggioranza tutti inveiscono contro Fini, chiedendone le dimissioni. Ma come dirà poi in aula Italo Bocchino di Fli, «non si può accusare l’arbitro se si prende un gol». Fini, tra l’altro, il giorno degli insulti di La Russa aveva appena salvato Berlusconi consentendo il voto dell’aula sul conflitto di attribuzione.

La seduta è sospesa in un clima velenoso di sospetti e insulti generalizzati. Renzo Lusetti dell’Udc, segretario d’aula, ricorre ai trucchi dei vecchi congressi democristiani per mandare la riscrittura del verbale più per le lunghe possibile. Tanto che dopo più di un’ora di lavoro su una singola frase (il famigerato vaffanculo), è lo stesso Fini a farsi vivo chiedendo di tornare in aula.

Le opposizioni continuano con l’ostruzionismo ma il vero scontro è programmato alle tre, subito dopo la pausa pranzo.
Si ricomincia. Il Pdl teme di non farcela e torna sui suoi passi chiedendo di accantonare la prescrizione breve a martedì. Franceschini prova lo scacco matto con il ritorno del testo in commissione ma a differenza della mattina per il Pd finisce malissimo: perde per 2 voti.

Si va avanti con un governo che non sa più come fare e l’opposizione che continua a inchiodarlo ai propri posti. I leghisti sbuffano pensando ai trolley che li attendono per il ritorno a casa.

Due ore di discussione procedurale, con mediazioni a distanza tra il capogruppo leghista Reguzzoni e quelli di Fli e Pd. Cicchitto non c’è e lo stratega del Pdl è il vicario Simone Baldelli. Prende tempo, mira a sospendere tutto fino a martedì e ripartire col processo breve prima di Ruby. Non si può: prima ci sono la legge sui piccoli comuni e il ddl «comunitario». Berlusconi in aula non c’è ma dicono sia una belva. Raduna Ghedini e i vertici del partito a palazzo Grazioli. Si attendono ordini. Che puntuali arrivano ad opera dell’altro vicecapogruppo pidiellino Corsaro.

La posta è massima e arriva la bomba atomica: la maggioranza chiede il ritorno in commissione, cioè l’accantonamento, dei due provvedimenti che si frappongono agli agognati scudi salvapremier. Succede l’ira di dio ma alla fine va come deve andare a finire. Fini sospende la seduta e convoca i capigruppo per decidere il nuovo calendario.
Altra pausa di un’ora. Verso le 16 Bossi si presenta in aula. Il Pdl deve valutare se riesce a sostenere il rischio di una votazione.

Alla fine la capigruppo non trova l’accordo e come da regolamento il ddl accantonato (la prescrizione breve) finisce all’ultimo posto del calendario prefissato. Oltre al danno la beffa: martedì si vota su Ruby, poi sui piccoli comuni, poi la «comunitaria», poi la modifica della legge sulla contabilità e finanza pubblica e solo al quinto posto la salva-premier. Una sconfitta totale che rimanda il provvedimento alle calende greche, in pieno processo milanese.

Rinviato anche il nodo delle sanzioni per il deputato Ignazio La Russa. Non esistono precedenti nella storia della Repubblica di un ministro che insulta il presidente della camera. La condanna dei questori è totale ma qual è la punizione adeguata? Si ipotizza che possa seguire i lavori come membro del governo ma senza diritto di voto come parlamentare.

Anche Fabrizio Cicchitto in aula certifica che il triumviro ha «commesso un errore». «Doveva starsi zitto», cachinna Bossi. Il reprobo non si fa vedere né chiede scusa all’aula come voleva Casini. Fini chiede approfondimenti regolamentari e intanto convoca il ministro Maroni per chiarire cosa non abbia funzionato nel servizio di sicurezza a piazza Montecitorio durante il sit-in di mercoledì.

dal manifesto del 1 aprile 2011

A La Russa non basta la rissa, triplo vaffanculo a Fini

La Russa ministro da (ultimo) stadio. Anche il Pdl sbotta: «Smettila con queste cacate». Per il «Donald Rumsfeld» italiano quella di ieri è stata l’ennesima giornata nera. Ostentando il ghigno dei vecchi tempi, il ministro della Difesa Ignazio La Russa prima provoca un centinaio di cittadini che manifestano fuori Montecitorio, poi rientra in aula e manda letteralmente «affanculo» il presidente della camera Fini.

Continua a leggere

Le parole di La Russa insulto per insulto

Stenografico ufficiale della Camera dei deputati sugli insulti di La Russa a Fini e Franceschini.

Continua a leggere