Libia, dalla Nato due no a Silvio e Bossi

Frattini e Berlusconi la Nato l’avevano invocata per giorni e adesso che è l’Alleanza a guidare le operazioni in Libia vogliono già sapere con esattezza quando finiranno.

La distanza tra i confusissimi «Brancaleone» italiani e il comando atlantico a Bruxelles è massima. Con tanto di replica in diretta all’intesa tutta vernacolare tra Pdl e Lega sulla missione contro Gheddafi.

L’Italia chiede ai partner un «termine certo» per la fine delle operazioni? «Durerà il tempo che sarà necessario», risponde serafico Rinaldo Veri, il responsabile delle attività marittime di Unified Protector che – ironia della sorte – è proprio un ammiraglio italiano di stanza a Bagnoli. Di più: appena dal vertice di Palazzo Chigi trapelano sulle agenzie i virgolettati di un Berlusconi molto critico per la morte del figlio di Gheddafi Saif al-Arab sotto i bombardamenti a Tripoli, la risposta di Vieri è ancora più piccata: «Noi non colpiamo individui. Tutti i nostri target sono militari». «Non confermiamo la sua morte», aggiunge senza smussare una virgola la portavoce della Nato Oana Lungescu.

Insomma, visto da lassù (e da Tripoli), l’impegno italiano non cambia né può cambiare nei termini chiesti e ottenuti dal Carroccio. I nostri Tornado continuano a bombardare sotto il comando alleato e le nostre navi pattugliano il Mediterraneo esattamente come prima. Tre ore di vertice tra ministri e dirigenti parlamentari di Lega, Pdl e «responsabili» hanno partorito un gigantesco topolino.

Oggi alle 13 la camera approverà le quattro mozioni sulla Libia. Una della maggioranza e ben tre delle opposizioni (Pd, Idv e terzo polo). Un caos totale.

Il governo sostanzialmente ha dovuto accettare le richieste propagandistiche della Lega sul «termine certo per la fine delle operazioni» con una clausola di salvagurdia tanto anodina quanto pregnante: purché «in accordo con le organizzazioni internazionali e i paesi alleati».

Pari e patta sulla spinosa questione del finanziamento della missione. La Russa ha ottenuto che fosse cancellato il riferimento ai «fondi ordinari» della Difesa ma in cambio il governo si è impegnato a «evitare ulteriori aumenti» delle tasse.

L’unico punto nuovo e non secondario inserito dopo il vertice è l’impegno a tagliare «gradualmente e in modo concordato» con Onu e alleati le altre missioni militari all’estero. Una voce di bilancio molto onerosa (più di 1,5 miliardi all’anno) che Tremonti da tempo non vede l’ora di «razionalizzare».

La partita dei Napoleone italici finisce qui. Un pari e patta che tutta l’opposizione definisce con termini che oscillano tra la «farsa», l’«idiozia» e la «pantomima».
Berlusconi è preoccupatissimo. Cita sondaggi secondo cui «il 72% degli italiani è contrario alla guerra in Libia». Come se non fosse stato lui il premier dell’altrettanto impopolare invasione dell’Iraq.

L’importante, per il premier, è tirare a campare. Tuttavia visto che il metodo leghista funziona, i «responsabili» in attesa di poltrone alzano subito l’asticella. «La missione deve finire entro luglio, non può andare avanti sine die», sentenzia il capogruppo Luciano Sardelli. Bombe carta inutili fuori dai confini italici ma che servono a tenere il campo fino al consiglio dei ministri di domani, in cui Berlusconi dovrebbe onorare il debito con la nuova infornata di sottosegretari. Quasi sicuri i 4 responsabili: Cesario, Pionati, Polidori e uno dell’ex Mpa tra Misiti, Belcastro e Milo. Ma non è affatto escluso che il Carroccio tanto litigioso si calmi con un paio di nuove poltroncine.

L’ambiente nella maggioranza infatti resta teso. Bossi rimane a Gallarate per la campagna elettorale e non va al di là di un contatto telefonico con Berlusconi. Una presa di distanza ipocrita e più che altro a uso propagandistico.

Per sfortuna dei nostri leader, il mondo reale esiste. E domani farà capolino nel vertice internazionale sulla Libia che Berlusconi ha voluto tanto fosse fatto a Roma dopo Parigi, Londra e Doha. Il premier incontrerà Hillary Clinton dopo la riunione alla Farnesina dei ministri degli Esteri di Italia, Francia, Usa e Gb. Ci saranno inoltre Mahmoud Schmamam, portavoce del Cnt di Bengasi, e alti dirigenti dei 22 paesi che hanno accolto la risoluzione Onu.

Due, soprattutto, i punti all’ordine del giorno. L’avvio di un negoziato politico che porti a un cessate il fuoco senza Gheddafi ma con esponenti dell’attuale regime. E la fornitura di armi (pardon, «strumenti di autodifesa») e di finanziamenti ai ribelli.

Il Cnt ha quantificato le sue prime necessità in 3 miliardi di dollari altrimenti la Cirenaica in rivolta entrerà in bancarotta prima ancora di nascere. Potrebbero essere un prestito da sanare con i beni esteri di Gheddafi congelati oppure pagamenti veri e propri in cambio di petrolio una volta che il commercio ripartirà. Frattini preferirebbe questa seconda ipotesi e come al solito azzarda ottimismo: «C’è molto più di un piano» per mettere fine alla crisi libica e convocare un’assemblea costituente. Sarà.

dal manifesto del 4 maggio 2011

Libia, più che Gheddafi la Lega punta La Russa

Le «limature lessicali» invocate da Ignazio La Russa sulla mozione della Lega non nascondono la sostanza politica. Tra Carroccio e Pdl la distanza è massima. E il primo obiettivo dell’offensiva leghista è proprio lui, il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl che, guarda caso, è anche uno degli uomini forti del partito in Lombardia. Primo sponsor del vice di Letizia Moratti a Milano Riccardo De Corato.

Non sono bastate ieri due riunioni separate ai massimi livelli per raggiungere la sospirata «quadra» sulla Libia. In mattinata a Palazzo Chigi Gianni Letta e Paolo Bonaiuti hanno discusso per oltre due ore con il gotha del Pdl: i ministri degli Esteri e della Difesa Frattini e La Russa più tutti i capigruppo e i vice in parlamento. Quasi nelle stesse ore Bossi riuniva a Milano nella sede di via Bellerio i suoi capigruppo, Rosi Mauro, Calderoli e il piemontese Cota (unico big assente Maroni).

Oggi pomeriggio si saprà se e come sarà la sospirata sintesi. Messo con le spalle al muro, Berlusconi si è dimostrato iper-conciliante: «Trovo la mozione della Lega una presa di posizione ragionevole, potremmo approvarla integralmente oppure modificarla in parte, ma il senso della mozione è senz’altro da condividere». Una linea subito avallata dal ministro degli Esteri Frattini che si limita a chiedere «integrazioni formali».
Aperture accolte da Bossi a modo suo: «Berlusconi non è scemo, non vota per far cadere il governo».

Le posizioni insomma restano distanti anche se qualche foglia di fico andrà scritta e votata. Oggi pomeriggio la questione approderà in parlamento e il Carroccio vorrebbe il via libera integrale al proprio testo. Soltanto stamattina le tre litigiosissime gambe della maggioranza (Pdl, Lega e «responsabili») faranno un vertice finale per stendere il documento da portare in aula.

I nodi da sciogliere non sono affatto secondari. Tra i sei punti avanzati dalla Lega due sono quelli decisivi. Il primo, si legge nella mozione, è «un termine temporale certo, da comunicare al parlamento, entro cui concludere le azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico». Una data per la fine dei bombardamenti accompagnata da precisi «caveat» sui possibili obiettivi. Il secondo è altrettanto spinoso e chiede al governo di «non determinare aumenti della pressione tributaria» per finanziare la missione, che va gestita «nell’ambito degli stanziamenti ordinari per la difesa».

E qui casca l’asino. Perché La Russa è da tempo nel mirino dei generali per i tagli subiti. Voli e navi in Libia costano cari: finora hanno bruciato 200 milioni. E il capitolo ordinario (con cui si finanzia tutta la macchina militare italiana) ammonta in tutto a 1,4 miliardi. Dalla Difesa fanno sapere che la cosa può andare avanti così al massimo per altri 30 giorni. Poi le scorte di carburante, ricambi, etc. andranno reintegrate. Per farvi fronte, nel governo si vocifera dell’aumento di almeno un centesimo della benzina.

Il premier si tiene distante dall’alleato scalpitante. La regia dei rapporti con il Carroccio è ormai affidata a Letta da un lato e a Tremonti (obtorto collo) dall’altro. L’incontro con Bossi, ancora ipotizzato fino a ieri mattina, è poi stato smentito da tutti. Non è escluso però che il Cavaliere possa dare un passaggio nel suo volo da Milano a Roma di stamattina.

Osservata con le lenti deformanti della politica italiana, la posizione leghista sicuramente piace a un Cavaliere mai convinto sui bombardamenti e fino all’ultimo timoroso di «rompere» con Gheddafi. Una exit strategy che potrebbe tornare utile in futuro. Un premier eterodiretto sulla politica estera, tuttavia, sarebbe una novità assoluta perfino per l’autunno berlusconiano.

Sullo sfondo ma non troppo, lo scontro tra le destre (come in Francia) va letto tutto in chiave interna nella conta dei voti al Nord e a Milano in particolare.

E’ impossibile che il governo ne esca più forte. Anche perché la mossa leghista dimostrerà a tutti, «responsabili» in primis, che con le maniere forti da Berlusconi si ottiene tutto o quasi.

una versione di questo articolo è uscita sul manifesto del 3 maggio 2011

Lampedusa esplode, il governo litiga

L’immigrazione manda ancora una volta in tilt il governo. Con Bossi che bacchetta il ministro degli Esteri Frattini e Maroni che prova a smistare i profughi in tutte le regioni tranne in quelle del Nord. A pochi mesi dalle amministrative, la Lega ha deciso di cavalcare la non-accoglienza delle migliaia di persone sbarcate in Sicilia nelle ultime settimane.

Il governo, immobile per settimane, spinge a tavoletta la carta dei Cie e si spacca sui rimpatri. Frattini propone un assegno da 2.500 dollari per gli immigrati che vogliono tornare in patria volontariamente: 1.500 forniti dall’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e il resto anticipato dal governo italiano che, in futuro, chiederà un rimborso all’Unione europea. Apriti cielo. «Ma che pagare? Io non gli darei niente, li caricherei e li porterei indietro. E se tornano li riportiamo a casa ancora», tuona Bossi a caccia di voti. «È una proposta assurda, non so chi possa averla pensata», si accoda Calderoli. Il mister X in questione però non è tanto misterioso. Dopo le polemiche infatti una nota congiunta di Maroni e Frattini spiega che «si tratta di programmi internazionali già cofinanziati dall’Unione europea» e «saranno attivati solo in presenza di un finanziamento integrale da parte della Commissione europea».

Come previsto da settimane, Lampedusa esplode. Guardia costiera e guardia di finanza affermano di aver assistito in mare 13.500 persone solo negli ultimi 25 giorni mentre sull’isola si trovano ancora oltre 4mila persone (prima della chiusura, nel 2008, vi transitarono oltre 32mila persone): ben 2.500 di queste sono accampate per strada e sul molo. Gli oltre 200 bambini hanno trovato posto nella ex base Loran dell’Aeronautica e al centro della fraternità. Altri mille nuovi arrivi sono previsti per oggi. Almeno 4 i barconi avvistati al largo dell’isola. Alcuni sarebbero anche i primi ad essere partiti dalla Libia e non dalla Tunisia. In uno di questi, dirottato su Linosa, una donna ieri ha partorito un bambino. Entrambi sono stati evacuati in mare dalla Marina militare al Policlinico di Palermo.

Mentre i vari ministri litigano tra loro, il governo si rivela incapace di gestire ogni tipo di aiuto umanitario. In prima fila c’è comunque il Sud. I 1.550 migranti ospitati a Mineo (Catania) hanno chiesto quasi tutti l’asilo politico. E la nave militare San Marco ha sbarcato ieri altri 547 migranti a Taranto ed è di nuovo in rotta per un terzo viaggio.

Entro stamattina è possibile che quasi tutti siano trasferiti nella vicina tendopoli allestita dal Viminale a Manduria. Gli assessori della Puglia all’immigrazione Fratoianni e alla protezione civile Amati ieri hanno visitato il campo allestito dai vigili del fuoco sotto la supervisione del prefetto di Taranto in una base aerea abbandonata della seconda guerra mondiale. Si tratta di 70 tende da 8 posti ciascuna più alcuni container. «Il governo ci tiene all’oscuro di tutto ma contrariamente da quanto affermato dal sottosegretario Mantovano – racconta Nicola Fratoianni – il prefetto ci ha assicurato che la tendopoli di Manduria non sarà un Cie ma un Cpa, un centro di prima accoglienza».

Fratoianni – assessore di Sel vicinissimo a a Nichi Vendola – contesta «il modello di accoglienza» scelto dal governo. «La Puglia – spiega – stava già lavorando a una serie di piccoli centri diffusi sul territorio e realizzati in strutture già esistenti che avrebbero permesso migliore integrazione e migliore accoglienza da parte dei comuni interessati. Invece nel totale oscuramente degli enti locali coinvolti sta prevalendo invece una gestione emergenziale fatta di grandi opere. Nella riunione con i governatori Maroni aveva promesso di distribuire mille migranti per ogni milione di abitanti, «perequando» le regioni già adesso più coinvolte come Puglia, Calabria e Sicilia. E invece nulla di tutto questo. A Trapani, denuncia il sindaco di centrodestra Girolamo Fazio, si parla di riadattare il vecchio aeroporto militare di Chinisia dismesso dal 1961: 80 ettari a 3 chilometri dall’aeroporto di Birgi da cui partono le missioni di guerra sulla Libia. «Probabilmente pensano di fare una tendopoli anche qui ma Trapani – dice Fazio – ha già 2 Cie da mille persone e un terzo è in costruzione».

Non è la sindrome «nimby», è il frutto di una cattiva politica che mette gli uni contro gli altri. La Svezia, per esempio, ha solo 9 milioni di abitanti ma nel 2010 ha accolto oltre 30mila richiedenti asilo.

Fratoianni e Vendola hanno già chiesto a Maroni di garantire a tutti i profughi del nordafrica, senza distinzione della nazionalità, un «permesso di permanenza temporaneo» a fini umanitari. Una misura già prevista dalla Bossi-Fini che Maroni però vuole limitare solo ai libici (finora pochissimi). L’idea è sposata anche da Massimo D’Alema nella conferenza sull’immigrazione organizzata dal Pd. L’ex ministro degli Esteri ricorda l’esperienza del Kosovo e invita il governo a considerare tutti i migranti come «rifugiati temporanei»: «20mila persone sono un piccolo problmea per un grande paese. Accogliamoli regolarmente e poi negoziamo il rientro in patria, semmai anche assistito da noi, dal punto di vista economico. Non riesco a capire che senso abbia il dibattito se sono rifugiati o clandestini. La verità – conclude D’Alema – è che c’è una battaglia culturale della Lega per considerarli clandestini. Ma è un’idiozia: una volta stabilito che sono clandestini che facciamo, li processiamo tutti?».

A sorpresa, la linea dura della Lega è sposata dall’Udc. «Abbiamo sempre detto che i rifugiati, quelli che scappano dai paesi in guerra, vanno accolti – sottolinea Pier Casini – i tunisini non mi pare invece siano a rischio e vanno rispediti al mittente». Sarà, ma di sicuro la Tunisia – che di recente ne ha viste… – ad oggi ha accolto secondo l’Iom 158.901 stranieri in fuga dalla Libia, 6.500 al giorno negli ultimi 10 giorni. L’Iom sta organizzando nel Nord Africa la più grande evacuazione umanitaria della sua storia: oltre 350mila persone sparpagliate alle varie frontiere di Tunisia, Egitto, Algeria, Niger, Ciad e Sudan. L’agenzia europea Frontex ha prorogato il pattugliamento nel Mediterraneo (operazione Hermes) fino ad agosto. Costo: 2,5 milioni di euro al mese, basterebbero per svuotare Lampedusa in poche settimane.

Libia, in senato teatrino di guerra

Il governo va alla guerra. In un dibattito lungo e surreale, il senato approva la mozione Pdl-Lega. Berlusconi non si presenta e Bossi detta le condizioni. La Farnesina: «No a una Libia divisa, ma Gheddafi se ne deve andare». Oggi il premier a Bruxelles cerca appoggio e fondi contro gli sbarchi.

Tanto algido uno quanto nevrotico l’altro. Franco Frattini e Ignazio La Russa, novelli Jekyll e Hyde, sono le due facce che sostituiscono quella di Silvio Berlusconi nel dibattito in senato sulla Libia. Due facce simili ma non identiche. Più conciliante con l’opposizione Frattini, decisamente più confuso il secondo, che tra «missili dirompenti» e «assetti in teatro» (gli aerei) alla fine si rifugia per strappare qualche applauso nell’elogio del santo padre e delle forze armate.

Il premier italiano è l’unico capo di governo europeo a non essersi presentato in parlamento per spiegare le ragioni della partecipazione italiana alla missione dell’Onu. Un record – meglio: un’anomalia – che si aggiunge al mancato voto bipartisan sul coinvolgimento italiano. In tutti gli altri paesi europei dove si è votato il governo ha incassato consensi bulgari. E anche Obama, subito prima di ordinare i bombardamenti, ha convocato come da prassi i principali rappresentanti dei due partiti al Congresso.

Dall’ennesimo teatrino della politica italiana emerge una maggioranza dominata dalla Lega, un governo più preoccupato dell’immigrazione che degli effetti politici ed economici delle varie rivolte dei gelsomini che hanno cambiato per sempre i vecchi equilibri nel Mediterraneo. Un mare “nostro” su cui Hillary Clinton vola incessante da settimane in pellegrinaggio diplomatico tra i vari paesi della «sponda Sud» dell’Europa, dall’Egitto alla Tunisia.

Al senato un dibattito tutto tattico e ad uso interno ha portato al paradosso di una maggioranza che detta le condizioni al governo e di una minoranza (il Pd) che avrebbe approvato il discorso di Frattini senza riserve.

Il ministro degli Esteri ha posto alcuni punti chiari – per quanto possibile – nel giudizio italiano sulla crisi. Primo: il rais se ne deve andare. «Avevamo sperato fino all’ultimo – dice Frattini – che accettasse l’esilio, ormai il regime è completamente fuori dalla legalità internazionale». Al di là del «dolore personale» del Cavaliere, l’Italia prova a organizzarsi per il dopo colonnello, anche se sarà lungo e complesso. «Non vogliamo una Libia divisa in due, lavoriamo invece a una soluzione politica e un dialogo nazionale di riconciliazione tra le tribù – dice Frattini – l’unica precondizione è l’abbandono del potere da parte di Gheddafi».

Per il resto il ministro degli Esteri ha ribadito le coordinate fissate dal governo: comando Nato, avvio di un sistema comunitario per il diritto di asilo, condivisione degli oneri dell’immigrazione tra i paesi membri, coinvolgimento del mondo arabo nella missione, limitazione dei danni economici per le sanzioni. Su questo punto, Frattini ha assicurato che i contratti Eni sul petrolio sono «congelati» dalla risoluzione Onu e restano in vigore per il dopo. In più, «il consiglio di Bengasi ha detto di volerli rispettare».

Congelato e non annullato anche il trattato di amicizia con la Libia: «E’ sospeso di fatto e di diritto, abbiamo tutto l’interesse a mantenerlo in vigore nella Libia del dopo Gheddafi».

Dopo la rissa dei giorni scorsi e la minaccia del ritiro delle basi, non mancano avvertimenti felpati alla Francia: «L’Onu verifichi il cessate il fuoco, non vogliamo essere corresponsabili di azioni di altri». Con qualche bugia: «Sarkozy ha accettato il comando Nato come avevamo richiesto», assicura il ministro nonostante le discussioni nell’Alleanza siano tutt’altro che concluse.

Su questo aspetto delicato, l’Italia intanto incassa la guida della missione navale dell’Alleanza nel Mediterraneo, affidata all’ammiraglio Rinaldo Veri. Oltre alle navi, sono proseguite anche ieri da Trapani Birgi le missioni aeree. Secondo il Pentagono le difese e i radar di Gheddafi sono ormai azzerati e così gli italiani accanto a decolli di addestramento hanno effettuato solo due missioni operative, ognuna con 2 Tornado Ecr e 2 F-16 di scorta.

Il ministro La Russa in aula – a differenza di Berlusconi – non ha detto che non hanno bombardato, ha ribadito solo che hanno in dotazione missili anti-radar e che quella è la loro missione. Il ministro fa qualche confusione sul nome dell’ammiraglio Usa Locklear (lo chiama Maclear) e lo colloca a Napoli invece che a Gaeta, avverte però che «non è possibile immaginare un futuro della Libia senza un ruolo dell’Italia».

Sarà questa la missione principale di Silvio Berlusconi nel consiglio europeo di oggi e domani a Bruxelles. Un appuntamento già delicato che dovrà approvare definitivamente il «patto per l’euro» e le regole per il rientro dal debito dei vari stati e che via via si è ora allargato anche a crisi internazionali come Libia, Giappone e sicurezza delle centrali nucleari in Europa.

dal manifesto del 24 marzo 2011

Libia, 14 aerei italiani in volo, giallo sulle bombe

Berlusconi resta cauto e diserterà il parlamento. Palazzo Chigi ha accolto il parziale cedimento della Francia sul comando Nato come una prima vittoria. «Adesso basta navigare a vista, bisogna pensare al dopo e avere obiettivi chiari», si sfoga Berlusconi. Il governo italiano continua a essere del tutto pessimista sulla «riuscita» dei bombardamenti sulla Libia da parte di Usa, Francia e Gb.

Il «dopo», per il premier, non vuol dire necessariamente che Gheddafi o chi per lui sarà messo definitivamente fuori gioco. Anche per questo Berlusconi continua a ritagliarsi un ruolo da tessitore. Anche con accenti grotteschi e inediti – almeno in Europa – come «il dolore personale» espresso lunedì a Torino per il comportamento del dittatore libico. Non a caso, però, Palazzo Chigi assicura che gli aerei italiani che continuano a volare sulla Libia «non hanno bombardato e non bombarderanno».

Qualche dubbio però rimane. L’impegno militare italiano è già straordinario: 7 basi coinvolte, 5 mila uomini dell’Aeronautica in assistenza ai velivoli propri e alleati, altri mille uomini della Marina, 5 navi e un nutrito gruppo di elicotteri e aerei (Tornado, Typhoon, Amx, F-16 e Harrier Av-8).

A Trapani Birgi decolli e atterraggi si sono susseguiti per tutto il giorno. Almeno 14 in totale gli aerei coinvolti. Due missioni al mattino (ciascuna da 2 Tornado Ecr, 2 F-16 e 1 tanker per i rifornimenti) e altre due la sera, con 2 F-16 partiti intorno alle 19 più altri 2 Tornado Ecr prima delle 21 (senza tanker).

Ma hanno sparato o no i loro missili? Il capo ufficio stampa dell’Aeronautica Achille Cazzaniga, arrivato a Birgi, non replica: «Preferisco che rispondano le autorità competenti». L’aviazione però ha perfino corretto e ammorbidito un comunicato ufficiale di domenica che lasciava più di qualche ambiguità sull’argomento. Di fatto, avere notizie precise sulla natura reale delle missioni italiane è difficile. Gli F-16 partiti ieri sera, per esempio, sono tornati alla base dopo meno di un’ora, un tempo decisamente molto breve per un’operazione su suolo libico.

Il premier si prepara al passaggio chiave del consiglio straordinario di Bruxelles consapevole che finora è rimasto completamente fuori dalle decisioni che contano. Il parziale cambiamento di rotta sull’Alleanza atlantica è stato infatti deciso da una telefonata di Obama direttamente a Cameron e Sarkozy. La stessa formula che, di fatto, aveva sancito sabato il via libera alle operazioni un paio d’ore dopo il via libera dell’Onu alla risoluzione 1973.

La strada del Cavaliere è piena di ostacoli. Stamattina il consiglio dei ministri sarà preceduto da un vertice informale a palazzo Chigi per limare fino all’ultimo le divergenze con la Lega. E’ ormai ufficiale – salvo sorprese – che Berlusconi non parteciperà al dibattito di oggi in senato e di domani alla camera. A differenza di Zapatero, Cameron e Fillon è l’unico capo di governo europeo a non presentarsi in parlamento. Al suo posto ci saranno La Russa e Frattini.

Non è ancora chiaro però se la maggioranza presenterà una mozione dura su immigrati e no-fly zone come chiesto dalla Lega. Le riunioni nella maggioranza continueranno ancora oggi ma è chiaro che un testo del genere sarebbe impotabile per l’opposizione (all’estero i voti a sostegno dei vari governi sulla Libia sono stati tutti bipartisan e con percentuali bulgare).

Tra il dire e il fare, per di più, c’è la regia di Napolitano. Il capo dello stato finora ha avallato e condiviso ogni decisione presa dal governo. Ma di certo più di ogni altra cosa il capo dello stato ha fatto capire a maggioranza e opposizione che si aspetta un voto largamente condiviso sull’impegno italiano. Udc e Pd sono pronti a votare il sostegno al governo. Del resto lo hanno già fatto nelle commissioni Esteri e Difesa, dove vista l’assenza polemica della Lega sono stati anche decisivi. Napolitano – dal suo punto di vista – non vuole sbavature. Anche perché sabato parte per una visita di stato proprio negli Stati uniti e di tutto ha bisogno tranne che di una rissa di cortile sui rapporti con l’Europa, la Nato o le Nazioni unite.

Roma contro Parigi: «Senza la Nato voliamo da soli»

«O si fa con la Nato oppure voliamo da soli». Frattini attacca il napoleone Sarkozy e annuncia che  senza un accordo per il passaggio alla Nato del controllo delle operazioni in Libia l’Italia potrebbe istituire «un proprio comando nazionale separato».

E’ tarda sera quando la Farnesina alza ancora la posta nel duro scontro politico e diplomatico in atto tra Roma e Parigi. Il ministro degli Esteri Franco Frattini – a Bruxelles per il consiglio straordinario con i colleghi europei – si muove su un doppio binario molto delicato.

Su quello militare fa capire che l’Italia fa sul serio ma sembra un po’ Nanni Moretti quando si porta via il pallone: niente Nato, niente basi agli alleati. Su quello diplomatico invece la Farnesina si candida timidamente a un ruolo di mediazione insieme a Ue, Onu, Lega araba e Unione africana per «promuovere un dialogo nazionale di riconciliazione in Libia». Posizioni note ma finora completamente oscurate dalle bombe.

Per il governo italiano la terza giornata della guerra in Libia è una serie di difficoltà, divisioni e umiliazione internazionale come poche nella storia recente.

Il portavoce del ministro della Difesa francese gela le attese italiane: «Per il momento la Nato non ha alcun ruolo in questa vicenda». Al massimo potrà dare «un sostegno» nei prossimi giorni. Sottotraccia ma non tanto c’è il nodo della sede di comando. Francia e Usa insistono per Ramstein, in Germania, dove finora si pianificano gli obiettivi al comando del generale Usa Ham. L’Italia insiste invece per lo spostamento a Capodichino. Frattini è ottimista e spera in una decisione entro domani: «C’è un consenso crescente» tra i partner.

A Bruxelles però le discussioni sono in un pantano. La Turchia ha bloccato i piani per la no fly-zone e chiesto paletti molto precisi per un intervento dell’Alleanza in Libia, anche se il premier turco Erdogan non ha nascosto una chiara irritazione per il protagonismo francese.

Per ora gli aerei italiani volano sulla Libia senza un coinvolgimento bellico apparente. Ma ogni momento che passa aggiunge confusione su confusione. Un caos che monta perfino al vertice dell’esecutivo, con ministri che criticano altri ministri e con una serie di mosse contraddittorie che rendono solo più difficile comprendere – se c’è – quale sia la strategia.

Oltre alle difficoltà diplomatiche, per Berlusconi si è aperto anche il «fronte interno» con la sua maggioranza. Domani pomeriggio, alla camera, era previsto da tempo un voto sulla crisi libica su 5 mozioni scritte prima della risoluzione Onu. Una cacofonia di voci e accenti diversi: quelle di Lega e Fli puntano solo e soltanto sul controllo dell’immigrazione; mentre i testi di Api, Udc, Idv e Pd chiedono al governo di sospendere immediatamente il «trattato di amicizia» con Tripoli. Manca, curiosamente, quella del partito di maggioranza relativa, cioè il Pdl.

Ieri il volo Milano-Roma è stata la sede per un vertice lampo tra La Russa e Berlusconi da un lato con Bossi e i ministri leghisti dall’altro. Il risultato è una tregua, perché il successivo consiglio dei ministri è stato poco più di un giro di opinioni sulla questione libica.

Pdl e Lega stanno lavorando alla mozione da presentare a sostegno del governo. Calderoli ha attaccato La Russa anche sui giornali e ha chiarito che sarà il Carroccio a dettare le condizioni: «Presenteremo una risoluzione alla Camera e al Senato con quattro punti irrinunciabili sui quali si dovrà votare. Un documento sul quale ci attendiamo la convergenza del Pdl».

«Il passaggio in aula – avverte il ministro leghista – non è una formalità perché molte cose vanno chiarite». Primo: vanno garantiti gli accordi con la Libia su gas petrolio. Secondo: «assoluto rispetto» della risoluzione Onu, che secondo la Lega impone solo la no-fly zone e non una no-drive zone per le truppe terrestri del colonnello. Gli ultimi due punti riguardano l’immigrazione: la Lega chiede ai paesi europei di «prendersi carico un numero di profughi proporzionale al numero dei propri abitanti» e di assicurarsi che «il blocco navale» sulla Libia sia non solo in entrata (armi o mercenari a Gheddafi) ma anche in uscita, verso l’immigrazione irregolare.

Una politica chiara ma di quasi impossibile attuazione in mezzo ai bombardamenti. Lo stesso Maroni sa che il coinvolgimento concreto dell’Ue è una missione disperata: «E’ una richiesta che facciamo da due anni – ammette – purtroppo senza avere avuto finora una risposta positiva».

Per Berlusconi l’accordo nella maggioranza è un passaggio importante a fini interni ma non solo. Giovedì infatti il premier è atteso al consiglio europeo di Bruxelles e dovrà sedersi al tavolo dell’Ue con una posizione chiara e sostenibile.

Anche perché la crisi libica darà un contraccolpo economico serissimo all’economia italiana. L’Eni ha già annunciato che aumenterà le tariffe ai consumatori. E secondo l’ambasciatore italiano all’Onu Ragaglini, i beni libici già congelati nel nostro paese ammontano a 7 miliardi di euro.

dal manifesto del 22 marzo 2011

Libia, Berlusconi a Gheddafi: «Ripensaci»

Il premier a Parigi: «Spero che i nostri aerei non servano». Frattini: oggi salvacondotto per il rais. La Russa: «Siamo pronti. Non siamo affittacamere». Ma Bossi dice no e pensa alle elezioni: «Parlano a vanvera, serve cautela»

Iper-cauto, preoccupato, relegato ai margini della scena internazionale. La toccata e fuga di Silvio Berlusconi a Parigi lascia tutta la scena al Sarkozy guerrafondaio in cerca di rielezione all’Eliseo. Mai come oggi Silvio Berlusconi indossa i panni del guerriero riluttante. Ha chiesto alla Clinton che il centro delle operazioni sia spostato a Napoli ma dipende da come si evolveranno le cose in sede Nato.

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Libia, l’Italia in guerra. E il governo si spacca

 

Altro che Rossi e Turigliatto. L’Italia entra in un nuovo conflitto militare e la maggioranza evapora in poche ore. Lega e «responsabili» disertano le votazioni di camera e senato e il Pdl è costretto ad aggrapparsi a Pd e Udc (astenuta solo l’Idv) per ottenere il via libera del parlamento alla «no-fly zone» sulla Libia dichiarata giovedì notte dalle Nazioni unite con la risoluzione 1973. Il voto del consiglio di sicurezza, intorno alla mezzanotte ora italiana, aveva trovato Berlusconi e Napolitano al Teatro dell’Opera per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia. Capo dello stato e governo hanno fatto una prima riunione all’una di notte in una saletta del teatro. La rotta è subito condivisa: l’Italia farà la sua parte. Poche ore dopo, nell’arco di una mattinata, palazzo Chigi avvia i preparativi e decide il via libera alle operazioni.

Qualcosa però va storto. Bossi diserta il consiglio dei ministri e dichiara subito che «sulla Libia la Lega si sente vicina alla posizione della Germania». Berlino all’Onu è stato l’unico paese europeo ad astenersi e così farà Calderoli nel cdm, descritto come «visibilmente a disagio» e unico ministro leghista presente. Il governo corre ai ripari mandando di gran carriera La Russa e Frattini di fronte alle commissioni Esteri e Difesa di camera e senato a palazzo Madama.

Il Carroccio affonda la maggioranza
Le contraddizioni della maggioranza esplodono pubblicamente. Dopo le relazioni dei ministri al momento delle votazioni serpeggia il panico. Ben presto è palese che le mosse tra i due partiti di governo non sono concordate. I deputati escono in cortile e quelli del Pdl si attaccano al cellulare alla ricerca dei leghisti. All’inizio si pensa a un ritardo casuale poi la trattativa telefonica si fa quasi comica. «No guarda – mercanteggiano nel Pdl – noi adesso dovremmo votare la risoluzione del governo, se la Lega fa parte del governo mi pare che la condividete. E poi ti giuro è volutamente molto ampia per farla votare anche all’opposizione». Il discorso evidentemente non convince: «No? Vabbé allora ti chiedo almeno se ci consenti di riunire l’ufficio di presidenza così almeno la possiamo votare» Ok.

Sembra fatta. «Mancano i leghisti ma li stanno cercando», assicurano nel Pdl. Al senato però anche l’unico presente in cravatta verde si dilegua al momento del voto. Si decide di far tornare i deputati alla camera così si prende tempo. Ma va peggio. Lì mancano sia quelli del Carroccio che i «responsabili». Solo Pd e Udc sostengono la maggioranza e chiudono la partita sul piano formale se non su quello politico.

Il governo rincorre gli eventi…
Palazzo Chigi e Farnesina sembrano in balia degli eventi e di decisioni prese altrove. Lo stesso Frattini mercoledì scorso in senato aveva escluso un’opzione militare e assicurato che l’Italia non parteciperà mai a «una coalizione dei volenterosi» contro la Libia. «Effettivamente le cose sono cambiate», ammetteva ieri. Sarà per semplificare ma La Russa al suo fianco ha invece enfatizzato la parola «volenterosi» almeno dieci volte nella sua relazione. Il ministro ex An preferirebbe la Nato ma «l’Italia ci sarà anche senza».

E’ una questione assai spinosa, perché Francia e Turchia sono contrari al coinvolgimento dell’Alleanza. Non è ancora chiaro chi farà cosa, né in Italia né altrove. Berlusconi tentenna e ha deciso solo all’ultimo minuto di partecipare al vertice di oggi a Parigi indetto da Sarkozy. Insomma ormai ci siamo e proviamo a stare in prima fila: «Senza l’Italia la risoluzione dell’Onu non si può proprio attuare», capitola Frattini a cose fatte.

…ma vuole la «partecipazione attiva»
Che cosa succede adesso? L’Italia ha chiuso ieri l’ambasciata a Tripoli (resta aperta quella turca) e oggi arriverà a Bengasi la nave Libra con aiuti umanitari. La Russa spiega che non solo concederemo le basi militari ma useremo anche i nostri uomini: «Dall’Italia sono possibili i raid aerei ma in Libia non ci andrà nessuno, niente truppe terrestri. E poi non daremo le chiavi di casa ad altri. Saremo moderati e responsabili ma l’Italia deciderà attivamente cosa fare». La Difesa ha già chiesto che il centro militare operativo sia spostato da Stoccarda a Napoli Capodichino. Le basi aeree coinvolte per ora sono 7: Amendola, Aviano, Decimomannu, Gioia del Colle, Pantelleria, Sigonella e Trapani. Cinque le navi già dislocate tra cui la portaerei Garibaldi.

E D’Alema invoca l’ombrello Nato
Pd e Udc approvano l’operato del governo e inzigano sulle divisioni tra Pdl e Lega. D’Alema giudica «condivisibile ma tardiva» la risoluzione Onu e invita il governo a lavorare al «dopo Gheddafi». Avverte che l’apertura di credito del Pd non è illimitata. Su due punti in particolare. Il primo sono le possibili ritorsioni da parte della Libia: «E’ a rischio la sicurezza nazionale, i ‘volenterosi’ sono una cosa ma l’ombrello difensivo della Nato un’altra». E poi l’immigrazione. D’Alema propone di allestire da subito la base dismessa a Comiso e precisa: «Il blocco navale non può riguardare l’immigrazione. Le navi con le armi si fermano, quelle con i profughi no». La Russa battibecca un po’ ma Frattini apprezza le raccomandazioni del suo predecessore.

dal manifesto del 19 marzo 2011

E adesso bunga bunga contro Fini

La miglior difesa è l’attacco. Mentre il «sexgate» di Berlusconi si arricchisce di nuovi squallidi indizi, Pdl e Lega non solo fanno quadrato attorno al premier ma iniziano a martellare l’opposizione anche in parlamento. A cominciare dal presidente della camera Fini, che oggi sarà «processato» nell’aula del senato per via della casa del cognato a Montecarlo: un inedito istituzionale. Ma andiamo con ordine.

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