Lodo Mondadori, i corrotti gridano all’esproprio

Condanna ridotta di un quarto ma al Pdl non basta. La famiglia Berlusconi è furiosa. La figlia Marina attacca il tribunale e difende il padre: «È un aggressione, non pagheremo un euro». Il Pdl diventa il braccio isterico della Fininvest ma nella propaganda infila tre «falsi». E la Lega tace

Luigi De Ruggiero, il capo del collegio che dopo vent’anni costringerà la Finivest a risarcire De Benedetti, non è una toga qualsiasi. E’ il relatore, per dire, che ha condannato definitivamente a 22 anni Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l’omicidio Calabresi.

Appresa la notizia del salato risarcimento Marina Berlusconi non si trattiene: «E’ una sentenza che sgomenta e lascia senza parole. Rappresenta l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione che viene portata avanti da anni contro mio padre, con tutti i mezzi e su tutti i fronti, compreso quello imprenditoriale ed economico».

Finivest giura che non pagherà un euro. E l’avvocato Ghedini (quello che due giorni fa sul comma in finanziaria diceva di non sapere nulla di diritto civile) è già sicuro che «la Cassazione annullerà la sentenza». Sarà.

Tanta sicurezza stona con le reazioni di deputati e dirigenti del Pdl prossime all’isteria. «Vysinskij non avrebbe fatto meglio» (Osvaldo Napoli). «Una sentenza politica» (La Russa), «abnorme» (Capezzone), «una follia» (Crosetto), «fuori dal mondo» (Lupi), «un attacco alla democrazia» (Vitali), «degna di uno stato totalitario, servono gli osservatori internazionali» (Bondi). Il ministro decano Matteoli addirittura considera la condanna «una buona ragione in più perché il premier guidi anche nei prossimi anni il governo per vincere una battaglia storica»: contro i giudici, contro la sinistra. Contro il buonsenso.

Non a caso, la Lega non fa un fiato. Non c’è un dirigente del Carroccio che si spenda in difesa del portafoglio del Cavaliere. Una lite civile privata tra due aziende, importanti quanto si vuole, non commuove più i padani a caccia di consenso.

Berlusconi invece non ha dubbi: «Vogliono farmi fuori e ho il dovere di governare», sibila prima di lasciare Roma. Ieri mattina il premier ha cancellato all’ultimo momento il viaggio previsto a Lampedusa (di nuovo invasa da migranti) per visitare la sua ultima villa e si è diretto invece nel buen retiro in Sardegna (quello che mesi fa aveva giurato di vendere per colpa dei fotografi comunisti).

Angelino Alfano – ancora per poco è ministro della Giustizia – tira fuori la lingua di velluto e si stacca almeno a parole dal coro del partito-azienda: «Il Pdl è al fianco del presidente Silvio Berlusconi con determinazione e con affetto e sottolinea che si tratta di una decisione che, per essere definitiva, dovrà certamente avere il vaglio di altri giudici. Siamo certi – conclude il neosegretario – che questo episodio non toglierà al premier la serenità necessaria per governare, come ha sempre fatto, nell’interesse esclusivo dell’Italia e degli italiani». Bum.

In realtà il mattinale preparato a via dell’Umiltà batte su tre tasti propagandistici, con dichiarazioni martellanti riportate identiche da decine di parlamentari.

Primo: siamo davanti a un «esproprio proletario». E qui dalla Svizzera De Benedetti potrebbe citarli per ingiuria.

Secondo: la sentenza è immotivata e strumentale. In realtà segue i precedenti penali e conferma la decisione di primo grado perfino ridimensionandola del 25%.

Terzo: è una condanna sproporzionata, «doppia» rispetto al valore della Mondadori. Un abile falso anche questo. In realtà Mondadori (che è una parte rilevante dell’impero Finivest ma solo una parte) all’8 luglio capitalizzava in borsa 622 milioni di euro. Fininvest ne possiede il 50,13%. Quindi quel risarcimento è il doppio della sola quota berlusconiana, non del valore di tutta la società.

In ogni caso, oltre a una fidejussione di 806 milioni, in cassa il Biscione ha una liquidità congrua alla cifra da versare. Non a caso un trader interpellato venerdì dalla Reuters prevedeva che «non ci sarà alcun effetto su Fininvest perché ha cassa a sufficienza, ma potrebbe verificarsi qualche reazione emotiva sull’andamento dei titoli Mediaset e Mondadori». Lunedì in borsa si ballerà sicuramente. Ma l’azienda è tutt’altro che «espropriata».

Il Pdl tuttavia non esclude di poter ripresentare subito, in senato, la norma salva-Fininvest cassata da Napolitano nel decreto della manovra. Ma senza la Lega i numeri non ci sono. Senza contare che reinserire quel comma significherebbe riaprire un contenzioso con il Colle (e, si parva licet, con Fini alla camera) proprio alla vigilia della nomina, delicatissima, del nuovo ministro della Giustizia e del probabile rimpasto di governo.

dal manifesto del 10 luglio 2011

Berlusconi non andrà al processo il 6 aprile

Nubi nere, nerissime su palazzo Grazioli. Il premier compulsa i sondaggi ossessivamente come facevano i latini con le viscere degli uccelli. E quello che vede non gli piace. Lo scarto col centrosinistra è minimo e il «terzo polo» resta determinante (sfiora addirittura il 10%). Così ai suoi Berlusconi torna a suggerire di vedere un po’ se con Casini si può tornare a parlare. L’Udc da sola vale il 6% e può voler dire la vita o la morte del centrodestra. «In fondo basterebbe fargli fare il premier…», lascia cadere lì l’attuale inquilino di palazzo Chigi.

Parole che sanno di disperazione. Anche perché tutto intorno non c’è cosa che si risolva facile. A cominciare dalle inchieste milanesi. Ieri i legali del premier hanno presentato alla presidente del tribunale Livia Pomodoro la richiesta di rinvio dell’udienza di lunedì per il caso Ruby. La motivazione ufficiale è che la chiusura delle indagini contro Mora, Minetti e Fede per induzione alla prostituzione ha portato un’enorme quantità di nuovi documenti da leggere. Quella ufficiosa è che in quelle carte ci sono nuovi filoni, potenzialmente pericolosissimi per il premier.

Continua a leggere

Bossi spernacchia l’Udc e manda Silvio all’ospizio

La Lega puntella il governo almeno per un altro po’. Ma anche l’ultimo baluardo rimasto al Cavaliere non è dei più sicuri. Bossi punta a chiudere la partita sul fisco municipale concedendo a Calderoli e comuni inviperiti un’altra settimana di tempo per arrivare a una mediazione accettabile. Dopo di che dà la rotta a chi, nelle opposizioni, vede in lui e Tremonti i possibili artefici del «ribaltone».

Berlusconi non si dimetterà mai, dice ai cronisti perché il «terzo polo» intenda: «Sanno bene che quella roba lì non la fa. È inutile chiedere cose che non servono». Di più, quando si accenna alla proposta di Pd e Udc di concedere al Carroccio addirittura sei mesi in più per la delega sul federalismo (che scade a maggio) il senatur risponde con una sonora pernacchia in perfetto stile napoletano. Il ministro leghista non è nuovo a performance di questo tipo (a settembre spernacchiò pubblicamente chi gli chiedeva di Fini come presidente della camera).

Continua a leggere