Pro Patria di Ascanio Celestini, l’utopia senza sbarre

 

«Governammo senza prigioni e senza processi». Il giudizio di Mazzini sull’esperienza generosa e sfortunata della Repubblica Romana del 1849 è una frase rivoluzionaria. Tanto più oggi, nell’Italia dei Fiorito e dei questurini dattilografi. Una frase che è uno dei leitmotiv di Pro Patria, l’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini in scena fino al 14 ottobre al teatro Vittoria di Roma.

Due ore di monologo interrotte soltanto da cinque sorsi d’acqua. Una scena claustrofobica come una cella, un quadrato 2 metri per 2 e uno sgabello. Lo spazio fisico e metaforico in cui un detenuto parla con Giuseppe Mazzini mescolando eroiche gesta risorgimentali, slang da penitenziario e poche sentenze del Tractatus di Wittgenstein.

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Atreju e l’autunno del patriarca

Berlusconi ai giovani Pdl: «Nessun passo indietro. Durerò fino al 2013 e riformerò la giustizia. Poi Alfano andrà a Palazzo Chigi e Gianni Letta al Quirinale». Dopo vent’anni il sogno del «meno tasse per tutti» scolorisce in un vaghissimo «codice fiscale più semplice». Il premier esclude intese con la sinistra «anti-italiana» e stringe il pugno sulla Rai. Il bunga bunga? «Non cambierei nulla di quello che ho fatto. Nessuno mi può ricattare»

Alfano a Palazzo Chigi, Gianni Letta al Quirinale. Silvio Berlusconi ripete alla festa di Atreju, di fronte ai giovani del Pdl, il «sogno» confidato a Repubblica l’8 luglio scorso.

L’addio alle armi è ufficiale, è ufficioso, è solo una speranza? «Vedremo prima delle elezioni a seconda della situazione – puntualizza il premier pensando ai sondaggi – in ogni caso io farò quello che è necessario fare».

Certo dopo «vent’anni nella trincea della politica sarei giustificato se rinunciassi alla candidatura». In ogni caso, scommette prendendosi l’applauso più forte della serata, «sono sicuro che nel 2013 i moderati prevarranno su una sinistra che non ha una sola personalità degna di fare il presidente del consiglio».

Silvio Berlusconi si presenta abbronzatissimo, inceronato e dimagrito alla platea giovanile guidata da Giorgia Meloni. Nell’afa romana, a due passi dal Colosseo, dice che non farà nessun passo indietro. Ma sembra di assistere all’autunno del patriarca. Di fronte a lui ragazzi venuti da tutta Italia, rigorosamente vestiti con la camicetta nera della Giovane Italia.

Il lungo racconto del premier non dimentica nessuno dei luoghi comuni del ventennio berlusconiano: la sconfitta del comunismo nel ’94, gli attacchi alla stampa, l’obiettivo di «cancellare» il «potere incontrollabile dei giudici», la «sovranità popolare in mano ai pm di Magistratura democratica», il governo «che non ha nessun potere e non può decidere nulla», la difesa del nucleare, la lotta a una pubblica amministrazione «pletorica», il potere di veto esercitato da Fini e Casini, e poi la legittimazione democratica del Msi, la normalizzazione della Lega secessionista.

Effettivamente, sono passati decenni. Stesse battute di sempre (come la «legge purosangue» che alla fine dell’iter parlamentare diventa «un ippo-potamo») e tanta, tanta determinazione. Berlusconi ha nostalgia del ’94 ma ormai il tono è quello di un’eredità. La platea lo ama, lo applaude composta. Alcuni particolari si notano: l’antica promessa di «meno tasse per tutti» si trasforma in quella di un unico «codice fiscale più semplice».

C’è la crisi? Berlusconi dice ai giovani di essersi informato, ha telefonato ai suoi «amici banchieri», quelli che «mi hanno aiutato nel mestiere di imprenditore»: la colpa è delle «banche americane che hanno deciso di disinvestire nell’euro». Che tra le altre sia stata Deutsche Bank ad aver venduto 8 miliardi di Btp non lo sfiora. In ogni caso, è in ginocchio «un’Europa dal corpo grande e dalla testa piccola». A sorpresa, il premier stavolta invoca più Europa, più Europa nelle politiche di difesa, più Europa nella lotta all’immigrazione, più Europa anche sul welfare:

«Se Bruxelles chiedesse a tutti i paesi di portare l’età delle pensioni a 65 anni o a 68 come in Germania, credo che nessun governo potrebbe dire di no».

Approvare la manovra in queste condizioni – ribadisce – «è stato un miracolo» che solo una «sinistra anti-patriottica e anti-italiana» non riconosce.

Mercoledì la manovra sarà approvata dalla camera. E a chi gli chiede se il governo tiene, Berlusconi risponde che durerà sicuramente fino al 2013: «18 mesi», scandisce, utili per fare le riforme. Prima quella della giustizia, poi quella dello Stato e per ultima (nota bene) quella fiscale. La strada è impervia: «Non ho nessuna certezza che ci riusciremo, diciamo che lo spero».

L’orizzonte è sempre più stretto. I giovani in camicia nera forse non lo sanno ma in quelle stesse ore non solo la sinistra e l’Udc ma anche i vescovi, Confindustria e perfino la Cisl di Bonanni chiede a Berlusconi di farsi da parte. Di consentire la nascita di un governo tecnico che affronti l’emergenza e cambi la legge elettorale.

Il premier però seppellisce in tono calmissimo le larghe intese: «Non vedo in giro tecnici autorevoli più capaci di me. L’enorme debito pubblico italiano è stato accumulato dai governi del compromesso storico». Resistere, perciò. Forse.

Più verace, il ministro Giorgia Meloni fa il poliziotto cattivo: «Profumo e Montezemolo vogliono andare contro la sovranità popolare – scandisce senza che il premier accanto a lei faccia una piega – è penoso farsi fare la morale da un banchiere e da un capitano d’industria, basta nemici dell’Italia che dall’Italia lavorano contro questo paese».

Il ricordo della perfida Albione è a un passo e Berlusconi, più abile, non fa nomi ma ripete che arriverà «sicuramente» alla fine della legislatura.

Nel frattempo la situazione può precipitare. I giovani cloroformizzati gli chiedono delle intercettazioni. «Sono sfoghi umani che possono capitare, le conversazioni riportate sui giornali violano la privacy e dimostrano che questo non è un paese completamente libero». Perciò, l’anomalia di una magistratura «incontrollabile» va «cancellata».

E il bunga bunga? «E’ una cosa innocentissima, tutte invenzioni, del resto non ballo, non fumo e non gioco nemmeno al totocalcio, quell’altra cosa che non considero un vizio mi è rimasta e spero che mi rimanga ancora a lungo. Non c’è nessuno che mi possa ricattare e di tutto quello che ho fatto nella vita non cambierei nulla».

Tanto sfoggio di sicurezza stride con la maggioranza in affanno ma corrisponde al potere smisurato che il premier ha ancora in mano. Gli ispettori ministeriali si muovono contro i pm napoletani e il premier starebbe pensando perfino di non presentarsi all’interrogatorio fissato per martedì.

Mentre l’Italia precipita, l’informazione Rai è ridotta a un cadavere. Se sarà veramente defenestrato Corradino Mineo a Rainews24, a parte il Tg3 tutte le testate radiotv del servizio pubblico saranno in mano a un unico partito. Un evento che non si verificava da mezzo secolo. Fare ciò che può in 18 mesi, puntare su Alfano e vincere le elezioni per il premier è l’unica possibilità di sopravvivenza. Si sappia che la eserciterà fino in fondo.

dal manifesto del 10 settembre 2011

Referendum, Vendola ricorre alla Consulta contro la manovra

Nichi Vendola risponde alla richiesta pubblicata sul manifesto da Ugo Mattei e Alberto Lucarelli (leggi qui). La Puglia ricorrerà alla Corte Costituzionale contro lo scippo dei referendum sui servizi pubblici contenuto nella manovra.

Sta accadendo qualcosa di irreparabile, un finimondo che spazza via esistenze, culture, diritti, classi sociali. Cambia la storia e la geografia. Eppure fatichiamo a trovare le parole adeguate per dirlo, per spiegarlo, per contrastarne l’apparente oggettività, per denunciarne le cause. Siamo invischiati in una trama ideologica che non riusciamo a spezzare. Cos’è la crisi?

La crisi è la crisi, così come una rosa è una rosa. Come una crepa nell’ordine naturale delle cose: che poi quell’ordine non sia affatto naturale, che si chiami liberismo e che abbia egemonizzato per circa un trentennio tutto il nostro West, questo nessuno (o quasi) lo dice.

La crisi è figlia di una “rivoluzione conservatrice” che ha ridotto la democrazia a un sistema di marketing elettorale mentre i poteri reali venivano sempre più delocalizzati e concentrati nei circoli finanziari sovranazionali. La crisi è il liberismo, la cui crisi evolve in crisi del mondo.

Le ricette con cui si cerca di affrontarla contengono tutti gli ingredienti che hanno fatto saltare il banco. Invece di mettere in mora il liberismo, si mette in mora il welfare. (Nel mesto balbettio delle forze democratiche, a Washington come a Roma). Invece di dettare regole ai mercati e ai mercanti, si stracciano le regole che danno dignità e forza di contrattazione al lavoro.

Invece di investire sul futuro, sulla formazione, sulla ricerca, sull’innovazione, su un nuovo modello di sviluppo, si strozza la cassa delle pubbliche amministrazioni col cappio del “patto di stabilità”.

Il debito pubblico è il buco da colmare, costi quel che costi, sia pure con la timida premonizione confindustriale che senza crescita e senza nuova occupazione quello sarà un pozzo senza fondo. Il contenimento del debito è il mantra che riunisce le peggiori classi dirigenti che l’Europa abbia mai avuto. Fino al punto di teorizzare la “costituzionalizzazione del pareggio di bilancio”: un atto di demenza senile invocato per salvare quell’Europa che, in verità, si sta rompendo come un giocattolo.

Pur di educare ai principi e al lessico mercantile (chi di noi vuol essere complice di uno spread?), si decide (chi decide?) di fuoriuscire da un intero assetto di civiltà. Chi ha stressato l’ambiente e il lavoro per trarne il massimo profitto, chi ha trasferito la ricchezza dal mondo della produzione a quello della rendita, chi ha incoraggiato la messa all’incanto dei beni comuni, chi ha impoverito le nostre comunità, ora è servito: potrà continuare a farlo, anzi sarà incoraggiato a intensificare il proprio vitalismo predatorio. Forse è questa la “follia del Capitale” annunciata da Marx. Siccome il lavoro è stato spogliato di tutele e reddito, ora è tempo di dargli un colpo alla nuca: in Italia ci sono sindacalisti molto più attenti ai rutti della borsa che non ai sospiri dei lavoratori.

Non è l’universo dei paradossi: è il nostro mondo attuale, in cui la destra devasta e rilancia, la sinistra si rammarica, e il silenzio degli innocenti viene interrotto solo dalle urla degli indignati. Che non sono contro la politica. Sono contro quel “pensiero unico” che omologa la politica al rango di maggiordomo della vera casta (i detentori della ricchezza finanziaria). Insisto: sta per finire un’epoca segnata da una diffusa attesa di benessere e ne comincia una in cui è facile preconizzare un malessere generalizzato: e dunque? Davvero la crisi è figlia del fatto che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”?

Anche a sinistra ci si avvita in quella retorica per la quale, al netto di Tremonti, il “tremontismo” è ineluttabile? E dunque l’operazione è trovare i soldi, quadrare i saldi, e domani è un altro giorno. Ma non è tutta qui la “questione morale”?

In questo degrado del pensiero politico, che registra la propria impotenza e la veste di cinismo e malaffare, che anche qui da noi, anche nei salotti radicali, ha considerato impronunciabile la parola “patrimoniale”, che ha abolito l’alternativa pur di godere dei benefici di una mediocre alternanza? Si ruba perché “così fan tutti”, perché se tutto è sottoposto al primato metafisico del mercato allora vuol dire che anche la politica è una mera funzione mercantile, è valore di scambio, è negoziazione tra frammenti (lobbies, corporazioni, territori).

Questa politica debole, pomposamente esperta di sondaggi ma incapace di sondare, si affida alla sapienza opaca delle tecnocrazie, ai pallottolieri ingannevoli dei ragionieri, si eccita per ogni Marchionne che appare sulla scena, ha il complesso della modernità e così ne confeziona una leggera e di facili costumi.

La sinistra è stata mangiata dalla “politica debole”, cioè dal deficit di alternatività culturale ed etica. Non si tratta di evocare una risibile diversità antropologica, si tratta di riconnettere la politica alla vita vera, ai sogni e alle attese dei vecchi e dei giovani, alla domanda sempre più attuale di giustizia sociale e di libertà individuale. Riconnettere politica e speranza.

Qui in Italia la destra sta liquidando le funzione fondamentali dello Stato e della pubblica amministrazione. Invece dei servizi sociali avremo la carità delle opere pie, basta il 5 per mille. Invece dell’universalismo del diritto alla salute, all’istruzione e alla previdenza, avremo la “sussidiarietà” di un privato che si regolerà guardando il portafoglio delle famiglie. La società in fondo non esiste, come diceva efficacemente la lady di ferro inglese, esistono gli individui: più che cittadini, vanno pesati in qualità di “clienti”. Lo Stato residuo è solo Stato etico: quello che definisce la soglia della vita nel suo farsi e nel suo disfarsi, quello che proibisce e punisce le marginalità, quello che detta legge per conto delle gerarchie ecclesiastiche su cosa sia lecito fare nelle questioni relazionali, sessuali, di costume.

Ecco il passaggio d’epoca che dobbiamo fronteggiare mettendo in campo una alternativa credibile ai “governi della miseria” e alla “miseria dei governi” che stanno devastando il destino delle generazioni più giovani e stanno producendo un cataclisma sociale che ha la forza devastante (ma anche fondativa) di una guerra.

Non credo sia un caso che le sconfitte più serie e più nitide Berlusconi le abbia subite non dentro al Palazzo, ma fuori, attraverso un lunga e variegata sequela di movimenti, di lotte, di socializzazione di saperi critici: che del berlusconismo hanno disvelato l’anima reazionaria e maschilista, decostruito la macchina del consenso, radiografato l’antropologia. Così è nata la rivoluzione delle primarie e dei ballottaggi, così è cresciuto il popolo dei referendum.

Lo dico con semplicità: la destra, a questo salto d’epoca, si presenta con il suo programma fondamentale: privatizzare i diritti, la società, la vita, la giustizia. Sradicare dal senso comune qualunque idea di interesse collettivo, chiudere i conti con tutte le luci del Novecento senza fare i conti con tutte le ombre del Novecento. Noi non possiamo che inventare la buona politica che rimette al centro l’inviolabilità delle persone, la ricchezza dei “valori d’uso”, la centralità dei beni comuni.

Per questo mi ha emozionato la lettera che mi è stata indirizzata dalle colonne de il manifesto (31/8) da Alberto Lucarelli e Ugo Mattei. Accolgo senza indugio l’invito che mi viene rivolto.

Noi ricorreremo a qualunque sede di giustizia contro le infamie sociali e le abnormità costituzionali della manovra finanziaria, la terza in pochi mesi che la destra infligge al Paese. Lo faremo anche con l’ausilio della passione scientifica e civile di chi ci mette a disposizione il proprio gratuito patrocinio.

Lo faremo perché la bellezza, la memoria, la cultura, la dignità non sono valori negoziabili: e non c’è futuro possibile né vita vera se non costruiremo su queste parole il senso, la forza e la moralità della politica.

dal manifesto del 2 settembre 2011

Alfano e la giostra del rimpasto

La prossima settimana «mi dimetto». Parola di Angelino Alfano. Da Mirabello il neosegretario del Pdl confessa di non vedere l’ora di lasciare la poltrona del ministero della Giustizia per dedicarsi al partito.

In effetti, tenere su quella sedia che scotta l’inventore del «partito degli onesti» rischia di azzoppare tutto il ricambio post-predellino. Berlusconi, contrariamente a come lo dipingono, per natura è uno che non toccherebbe mai nulla degli assetti esistenti. Figuriamoci un rimpasto di governo con tutto quello che è successo l’ultima volta che l’ha fatto sul serio, nel 2005.

Stavolta però la sostituzione del Guardasigilli sarà inserita sicuramente in una giostra di nomine più ampia. Perché di poltrone da assegnare ce ne sono ancora diverse. Oltre al successore di Mario Draghi a Bankitalia ce ne sono 2 da ministro (Giustizia e politiche Ue), un paio da viceministro (sviluppo e Welfare) e almeno 2 sottosegretari se non di più (Sviluppo e ambiente, ma forse anche Economia). E’ chiaro che la temperatura del finale di legislatura la indicherà la scelta del nuovo ministro della Giustizia.

Sebbene il Cavaliere abbia assicurato a più d’uno di «avere le idee chiarissime» i nomi sul tavolo sono diversi. Di tutto di più: il ciellino Maurizio Lupi, la «vice-Capezzone» Anna Maria Bernini, due «tecnici» come l’ex pm Nordio (autore di un libro a quattro mani con Pisapia sulle «riforme possibili» nella giustizia) e Augusta Iannini,la moglie di Vespa che di fatto è il primo alto dirigente del ministero. Tra i rumor dei giorni scorsi perfino l’arrivo della ministra dell’Istruzione (avvocato a Reggio Calabria) Maria Stella Gelmini (in questo caso Lupi prenderebbe il suo posto a viale Trastevere).

Spostamenti che a loro volta preluderebbero ad altri: Cicchitto alla guida del gruppo alla camera traballa. Potrebbe diventare vicepresidente di Montecitorio al posto di Lupi. Ma quella poltrona potrebbe andare anche a Scajola, che fin qui è stato zitto e buono. Senza contare Guido Crosetto, un «mastino» che negli ultimi tempi ha azzannato spesso e volentieri Tremonti. E poi c’è la Lega, che deve trovare un posto a Reguzzoni dopo che sarà sostituito dal «maronita» Stucchi.

Si tratta di spostamenti «politici», sorvoliamo sulle pretese dei «responsabili» che scalpitano per carità di patria. Contro questi ultimi ormai la concorrenza è feroce, nel mercato del Pdl c’è sempre qualcuno più prezioso di te, come dimostra il ritorno dei tre «finiani» delusi Ronchi, Urso e Scalia.

Legislatura record per l’arresto dei parlamentari

Legislatura record per le richieste di arresto dei parlamentari: ad oggi sono 9 in tutto (7 del Pdl e 2 del Pd).

Camera

Sono 5: Margiotta del Pd, Angelucci, Cosentino, Papa e Milanese del Pdl.

12 invece le richieste dei pm per l’uso di intercettazioni in vari processi.

Senato

Sono 4: Tedesco del Pd, Nespoli e 2 per Di Girolamo del Pdl.

8 invece le richieste di intercettazioni.

I precedenti

Dal 1996 al 2006 le richieste d’arresto sono state 15 in tutto: :

  • 0 alla camera e 4 al senato (XV legislatura, 2006-2008, centrosinistra)
  • 3 e 7 (XIV, centrodestra)
  • 1 e 1 (XIII, centrosinistra)

 

Pdl, la sbandata degli «onesti»

Il Quirinale chiede altre modifiche alla manovra: dopo la salva-Fininvest nel mirino ci sono anche le «quote latte» care a Bossi. Berlusconi abbandonato da tutti ritira il comma contestato, Tremonti fugge dai giornalisti, Alfano tace, Letta si scusa con Napolitano. La Lega ribolle e il Pdl rischia sulla P4.

Qualcuno più realista del re si trova sempre, Daniele Capezzone e il ministro Sacconi, per esempio, difendono nel generale imbarazzo di colleghi ministri e deputati il comma salva-Fininvest. Peccato che poche ore dopo il Cavaliere li pugnali alle spalle ritirando lui in persona la norma inserita da chissà chi in finanziaria, un comma «senza autore» che per tutto il giorno in Transatlantico ha angosciato peones e big di Pdl e Lega.

Dietro le quinte lo scontro col Quirinale è tale che ieri mattina Gianni Letta non ha potuto far altro che telefonare al Colle per scusarsi con Napolitano e assicurare alla presidenza della Repubblica che (nemmeno) lui di quella norma contestata ne sapeva nulla.

Contatti diplomatici e non che hanno costretto nel pomeriggio il «mero proprietario» della Fininvest a usare la carta intestata della presidenza del consiglio per annunciare la cancellazione del comma incriminato. Il comunicato di Berlusconi (disponibile sul sito del governo) dovrebbe andare nei libri di storia per quanto è esemplare del groviglio di interessi di cui è tessuto il crepuscolo del berlusconismo. In sostanza, il premier certifica che «nella cosiddetta manovra» c’era una norma «non solo giusta ma doverosa» che consentiva alla sua azienda di non pagare i danni a un concorrente (De Benedetti). Già che c’è, Berlusconi parla del processo e dà la linea ai giudici: «Conoscendo la vicenda sono certo che la Corte d’Appello di Milano non potrà che annullare una sentenza di primo grado assolutamente infondata e profondamente ingiusta. Il contrario costituirebbe un’assurda e incredibile negazione di principi giuridici fondamentali». Conclude con minaccia: «Spero non accada che i lavoratori di qualche impresa, in crisi perché colpita da una sentenza provvisoria esecutiva, si debbano ricordare di questa vergognosa montatura» (dell’opposizione, ndr). E’ l’apoteosi del conflitto di interessi con tanto di ventilata serrata-vendita di Mediaset (mediatica o reale è lo stesso) contro toghe rosse e comunisti.

Mortaretti che non spostano di una virgola «la scrupolosa attenzione» del Quirinale sul decreto che definirà i conti pubblici fino al 2014. A stretto giro infatti dal Colle filtra la richiesta di «nuovi chiarimenti», in particolare sul trasferimento dell’Ice alla Farnesina e l’ennesima sanatoria sulle «quote latte» della Lega.

Se questo è il clima al vertice, nel governo e nella maggioranza è il caos. Ieri Tremonti ha annullato all’ultimo minuto una conferenza stampa convocata in pompa magna per illustrare la manovra. Il malumore di super-Giulio è alle stelle. Nel lasso di tempo in cui il testo è passato per Palazzo Chigi prima di andare al Colle – concordano diverse fonti parlamentari – qualcuno voleva «infilare» nella manovra altri provvedimenti indigeribili. Non è un caso che il segretario del Pdl di fresca nomina, Angelino Alfano (l’indiziato numero uno), pubblicamente non abbia detto una sola parola nonostante sia ancora il ministro della Giustizia in carica.

Anche la Lega è in subbuglio. L’asse del Nord basato su Bossi-Berlusconi scricchiola sempre di più. Tagli, missioni militari, ministeri al Nord, rifiuti, giustizia e leggi ad personam. Quasi nessuna delle richieste della Lega è passata senza colpo ferire. Una voce per tutti: «Ma Silvio ci è o ci fa?» si chiede il milanese Matteo Salvini su Facebook.

La miccia di via Bellerio o è bagnata, o gioco forza si accorcerà sempre di più. Per paradosso, è soltanto l’eccesso di caos a tenere in piedi la legislatura.

Il governo in senato ha chiesto la fiducia sul decreto sviluppo e si appresta a fare lo stesso anche sulla manovra (in aula dal 19 luglio). Voti campali che non possono andar male a meno di incidenti. Ma tenere le redini è sempre più difficile.

Anche vicende che un tempo sarebbero state risolte d’imperio da palazzo Grazioli adesso rischiano di far saltare il banco. Sulla P4 e il «caso Papa» la maggioranza è in frantumi. Oggi la giunta per le autorizzazioni della camera inizierà a valutare la richiesta di arresto per il deputato napoletano complice di Bisignani. La Lega si dice pronta a lasciare le cricche berlusconiane al loro destino. Ma anche nel gruppo del Pdl l’ala ex An (La Russa e non solo) vorrebbe «libertà di coscienza» nel voto in aula. Una scelta che per il «partito degli onesti» di Alfano sarebbe una prima assoluta, visto che il centrodestra ha sempre salvato i deputati sotto inchiesta come fanno i marines sul campo di battaglia. Alfonso Papa parlerà in Giunta stamattina. Ma ha già detto che non si dimetterà e che è pronto a dire «la sua verità». A parte i pasdaran, non ha grossi sponsor nel partito.

La sua richiesta d’arresto si intreccia con quella avanzata mesi fa contro il senatore Pd Alberto Tedesco, su cui l’aula di Palazzo Madama deve ancora esprimersi.

Salvare entrambi, nessuno, o solo uno dei due è la scelta che divide tutti i partiti coinvolti.

dal manifesto del 6 luglio 2011

Salva-Fininvest, la legge imbroglio del padre-padrone

E 18! La diciottesima norma ad personam per Silvio Berlusconi (calcolo sicuramente per difetto) se ne sta lì, poche righe aggiunte da qualche manina proprio alla fine della «riforma della giustizia civile» che Angelino Alfano ha pomposamente inserito nella finanziaria triennale targata Tremonti. Un comma malandrino, che bloccherebbe alla vigilia della sentenza d’appello il risarcimento milionario che Fininvest dovrebbe dare a De Benedetti per il cosiddetto «lodo Mondadori».

Incurante dell’opinione pubblica e del significato «politico» del referendum sul legittimo impedimento, Berlusconi torna a piegare la legge per decreto alle sue convenienze personali. Col risultato che mentre in una causa civile i «poveri cristi» dovranno pagare subito i danni, i grandi debitori e le super-aziende non lo faranno mai fino a una sentenza definitiva della Cassazione.

L’articolo 37, comma 23, pagina 110, della bozza di decreto legge alla firma di Napolitano è un’aggiunta al testo visibilmente posticcia, che dà il via a un diritto civile di serie A e uno di serie B (qui il pdf della manovra). Tutti i risarcimenti civili superiori ai 10 milioni di euro infatti saranno sospesi per legge fino alla sentenza definitiva. Giuseppe Maria Berruti, giudice della prima sezione civile della Cassazione, avverte che se approvata questa norma produrrà «un guasto irreparabile», fino a mettere in discussione la «credibilità» stessa del processo civile.

E’ un aiutino al disastrato bilancio del Biscione che arriva a poche ore dalla sentenza sul lodo Mondadori della seconda corte di appello di Milano presieduta da Luigi De Ruggiero, attesa entro questa settimana o al massimo entro il 15 luglio. I giudici ormai sono in camera di consiglio dal 4 marzo, alla vigilia delle elezioni amministrative. Se il decreto legge entrerà in vigore, non gli resterà che sospendere il pagamento fino alla parola fine della Cassazione. Ai magistrati rimarrebbe solo il compito di giudicare l’«idoneità» della cauzione offerta da Fininvest, poi De Benedetti resterebbe a bocca asciutta e chissà, nel «Palazzaccio» tutto potrà succedere. Anche clamorosi ribaltamenti.

Sul capo della della famiglia Berlusconi dal 2009 pesa una condanna in primo grado a versare alla Cir 750 milioni di danni, per un totale tra spese e interessi di 806 milioni complessivi. La sentenza, come da codice, era già immediatamente esecutiva. Ma Fininvest ha preferito non appostare in bilancio gli oneri di rischio offrendo a De Benedetti una fidejussione ottenuta quasi gratis al volo dalle prime banche italiane (Intesa-San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi e Popolare di Sondrio). La cosiddetta «guerra di Segrate», iniziata all’inizio degli anni ’90 per il controllo dei primi gruppi editoriali italiani, si arricchisce di una nuova battaglia. E stavolta Tremonti pare entrarci poco, visto che nelle bozze circolate dopo il consiglio dei ministri del 28 la norma salva-Fininvest non c’era. Anzi, all’inizio il testo prevedeva perfino una multa per le dilazioni ingiustificate nei risarcimenti.

L’origine della vicenda è nota: nel 1991 Cesare Previti corruppe il giudice Metta con 400 milioni di lire e scippò il gruppo di Segrate all’Ingegnere, che si “accontentò” di Repubblica, giornali Finegil e Espresso. Vista la secca sconfitta in primo grado (basata anche sulla condanna penale definitiva di Cesare Previti), Berlusconi temeva il bis. Negli ultimi giorni è apparso ossessionato dal risarcimento a De Benedetti. Ne ha discusso a porte chiuse con i figli, si è sfogato in diverse occasioni pubbliche italiane e internazionali, ha arringato gli amici perfino al funerale di un suo compagno di classe (Renato Comincioli). E’ un chiodo fisso, di cui è arrivato a confidarsi con l’arci-nemico Antonio Di Pietro sui banchi della camera.

In primo grado Cir aveva chiesto un risarcimento da oltre 1 miliardo di euro. Il 3 ottobre 2009 il giudice Raimondo Mesiano (immortalato pochi giorni dopo su Canale5 con i suoi calzini azzurri) accordò invece 750 milioni di euro più spese e interessi. Oggi Fininvest non naviga in buone acque. Le azioni in borsa sono crollate, la famiglia ha deciso che i dividendi quest’anno non ci saranno. Il Biscione tuttavia è sicuro di vincere la causa e sabato scorso ha smentito ufficialmente qualsiasi ipotesi di transazione con la Cir di De Benedetti. Certo, con un «padre-padrone» che siede a palazzo Chigi avere fiducia nella giustizia è più facile.

In ogni caso, la perizia tecnica di ufficio depositata a novembre in tribunale (curata da un pool di super-periti come Luigi Gautri, ex rettore della Bocconi, Maria Martellini, docente di economia all’università di Brescia, e Giorgio Pellicelli, ordinario della facoltà di economia a Torino) ridimensionerebbe il risarcimento finale portandolo a una cifra vicina a 560 milioni. Carlo De Benedetti, che ieri doveva incontrare a un convegno proprio Angelino Alfano preferisce non commentare.

Mentre il Quirinale fa sapere che valuterà «scrupolosamente» il testo e «per tutto il tempo necessario». Piccola curiosità: anche Fininvest sarebbe danneggiata in parte dal decreto. Deve ricevere infatti un maxi-risarcimento di circa 100 milioni di euro dal miliardario egiziano ex Wind Sawiris per una vecchia vicenda legata al portale Internet di Italia on line. Spiccioli, in confronto alla guerra politica, legale ed editoriale che devasta l’Italia ormai da vent’anni esatti.

dal manifesto del 5 luglio 2011

Antigone fa vent’anni, intervista a Mauro Palma

Venti anni contro la società carceraria. Antigone è una costola del manifesto. È nata dal rifiuto delle leggi d’emergenza e continua a denunciare un sistema politico che cancella le garanzie e soffia sul fuoco dell’insicurezza sociale» Parla il presidente onorario dell’Associazione, oggi rappresentante per l’Italia del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa.

Intervista di Donatella Panzieri (dal manifesto del 19 maggio 2011)

Oggi Antigone compie vent’anni. L’associazione «per i diritti e le garanzie nel sistema penale» è una costola del manifesto. Mauro Palma, presidente uscente del Comitato europeo contro la tortura e uno dei fondatori, racconta come e perché questa lunga storia è ancora dannatamente attuale.

L’associazione Antigone nasce nel marzo 1991. Quali furono le ragioni dei fondatori e quale era il contesto?

Antigone è stata la forma associativa data a un dibattito che coinvolgeva già da vari anni un largo gruppo di operatori del diritto, parlamentari, docenti, intellettuali critici attorno al tema dell’emergenza della giustizia in Italia e dei mutamenti intervenuti nel decennio precedente. Ma il tema forte su cui si avverte la necessità di costituire un’associazione è la percezione di un’inversione di rotta in quella che era stata una conquista di pieno adempimento del dettato costituzionale, con l’ordinamento penitenziario nel 1975 e successivamente nel 1986 (con la legge Gozzini) la sua revisione in senso estensivo delle forme alternative. Alla fine degli anni ’80, primi ’90 si sente il rischio di un rifiuto. In quel periodo c’erano molte pressioni per rivedere quelle leggi in senso restrittivo. Per questo, in difesa di quei principi ispiratori, nasce Antigone. Il panorama carcerario era ben diverso dall’attuale: i detenuti erano 30.000 a fronte dei 67.000 attuali, eppure già si capiva che la legge sulla droga da poco approvata e l’accentuazione sul tema della sicurezza avrebbero portato i numeri del carcere a crescere con rapidità e soprattutto avrebbero dato alla detenzione la fisionomia di strumento di gestione delle contraddizioni della società, invece che misura da riservare a un numero ben limitato di casi.

Proprio sulla sua origine, c’è una radice di contenuto nella scelta del nome: l’eroina di Sofocle. Perché?

Il nome deriva dalla rivista che quel gruppo aveva creato in collaborazione con il manifesto nella metà degli anni Ottanta. La rivista Antigone aveva come sottotitolo «bimestrale di critica dell’emergenza». La scelta del nome Antigone potrebbe essere letta anche in modo un po’ ambiguo, di prevalenza del diritto naturale sul diritto positivo: in realtà nella figura di Antigone, e dunque nella scelta del nome, noi indicavamo il ruolo centrale che l’eroina di Sofocle ha nella critica del potere. In questo continuavamo un lungo percorso di pensiero critico del diritto che ha attraversato il dibattito giuridico italiano e che ha continuato a caratterizzare l’approccio che negli anni l’associazione ha avuto rispetto alla giustizia penale e al carcere.

Perché il carcere?

Negli anni ’70 si iniziò a monitorare gli effetti che le nuove norme, a partire dalla legge Reale del 1975, producevano. Con Rossanda, Cacciari, Rodotà, Saraceni e altri costituimmo un Centro di documentazione sulla legislazione di emergenza che seguì e documentò in particolare il processo 7 aprile e il processo alle UCC romane: due casi emblematici dell’estensione abnorme della responsabilità penale e dei conseguenti effetti. Verso la metà degli anni ’80 venne la rivista, diretta da Manconi, che durò solo tre anni ma che diede un contributo notevole per far allargare il dibattito e superare la dicotomia che allora si presentava tra «irriducibili» e «collaboratori»: una via per chiudere con quel periodo dando comunque una prospettiva a chi era stato partecipe di un fenomeno che pur avevamo politicamente contrastato.

Ma il nome venne ripreso poi.

Quando nel 1991 costituimmo l’associazione, il riprendere quel nome significò collegarsi, in un mutato contesto, a quell’esperienza. In quel periodo il contributo dei Verdi, di Democrazia Proletaria, di singoli esponenti socialisti e anche comunisti – penso per esempio a Franco Russo, ma anche a Giuliano Vassalli, sempre ottimo e acuto consigliere, o a Nilde Jotti che patrocinò il convegno per l’abolizione dell’ergastolo, una delle prime iniziative della nuova associazione.

Dopo questa rievocazione, a distanza di vent’anni, quali sono secondo te le principali tappe, che hanno provocato un complessivo, profondo cambiamento dello scenario nel quale Antigone si muove oggi?

La situazione è mutata completamente. Noi siamo partiti dal volere tenere insieme la questione carceraria e la questione penale; in particolare la discussione attorno al nuovo codice penale: un tema che ancora attende di giungere a conclusione, ma che sembra cancellato dall’agenda politica. L’asse è sempre stato di tipo riduzionista: restringere l’area dell’intervento penale, per un diritto penale minimo, cioè limitato a laddove il ricorso penale sia effettivamente necessario e al suo interno restringere il ricorso alla pena detentiva. Molte di queste parole sono diventate oggi quasi slogan, apparentemente accettati da molti. Eppure si è avuta una produzione abnorme di leggi penali e il carcere si è esteso diventando sempre di più, come avevamo previsto, uno strumento di politica del territorio. Si è accentuata la sua caratterizzazione di luogo dove vanno a finire tutte le contraddizioni sociali irrisolte: dalla marginalità all’immigrazione irrisolta fino alla presenza alta di disturbi psichiatrici. Una fotografia di classe che registra il fallimento di altre politiche sociali. Non è però solo un bilancio in negativo, perché senza dubbio l’informazione sui problemi carcerari è cresciuta enormemente: nel ’91 le associazioni, che si occupavano di carcere erano poche e prevalentemente di impostazione assistenziale. Oggi sono molte quelle che si occupano di analisi e di elaborazione di progetti.

Qual è stato il rapporto di Antigone con le istituzioni. E come è cambiato, se è cambiato?

Antigone ha sempre cercato di essere elemento di coagulo di vari momenti di pensiero. Questi hanno riguardato l’elaborazione legislativa e dunque il confronto con i parlamentari, il confronto con le università, quindi con tutta quella parte relativa alla sociologia e alla filosofia del diritto, il confronto con magistratura e avvocatura, il confronto con chi ritiene che il problema della giustizia non vada relegato agli esperti, ma coinvolga tutti coloro che hanno a cuore la civiltà del nostro sistema. Antigone dialoga molto anche con l’amministrazione penitenziaria, tant’è che da molti anni è autorizzata a entrare negli Istituti per esaminare la situazione e produce biennalmente un Rapporto di questo suo Osservatorio. Voglio ricordare che già nel ’97 Antigone propose l’istituzione di un difensore civico per i detenuti: un dibattito da cui sono partite le varie esperienze di Garanti che agiscono per ora a livello locale e che, peraltro, ancora attendono una legge complessiva che ne definisca ruolo e poteri. L’altra interlocuzione che Antigone ha avuto, è con gli organismi internazionali che si occupano della tutela dei diritti delle persone private della libertà: lasciata la presidenza di Antigone, io sono divenuto membro per l’Italia del Comitato europeo che svolge questo compito e questo ha saldato il rapporto tra esperienza nazionale e dibattito europeo.

Mai incidenti con l’amministrazione?

Solo una volta e risolto in tempi brevi. Un’accusa nel primo anno di governo del ministro Castelli, in cui Antigone venne accusata di vicinanza con gruppi «anarco-insurrezionalisti». L’immediata solidarietà di un alto numero di parlamentari, di maggioranza e opposizione, produsse le scuse dell’amministrazione e il rinnovo della autorizzazioni per l’Osservatorio. Episodio chiuso.

Ma oggi com’è cambiato il confronto?

Direi che è rimasto positivo, nel senso che Antigone ha continuato ad essere considerata un interlocutore con cui confrontarsi. È cambiata però la qualità del dibattito e, quindi, anche dell’interlocuzione. Oggi è ben più difficile discutere di abolizione dell’ergastolo o del fatto che le pene edittali in Italia sono tra le più alte in Europa. Nel ’91 gli ergastolani erano poco più di 400, oggi sono il quadruplo, ma questo non indica né un numero più alto di reati da ergastolo, né una maggiore incisività delle indagini; al contrario la sensazione diffusa nel sociale è di un sistema quasi troppo mite. Non ci si interroga più sui tre quesiti fondamentali: perché punire, cosa punire e come punire. Il carcere è divenuto un elemento simbolico che è fa parte della ricerca di consenso elettorale, con campagne sulla risposta all’insicurezza sociale attraverso la promessa di una presunta maggiore sicurezza individuale. Si insegue la pancia di un senso comune insicuro promettendo durezza e ferocia, un po’ da tutti gli schieramenti. Per questo Antigone ha ampliato la sua attività rivolgendosi di più ai giovani, alle scuole, alla formazione di una diversa attenzione a questi problemi. Non a caso anche fra di noi sono mutate le generazioni degli aderenti, con l’adesione di molti giovani presenti nelle diverse regioni.

Oggi, maggio 2011, quali sono le principali linee di lavoro, che Antigone svolge, quali le forme per comunicarle?

Gli anni recenti hanno portato a interrogarci su episodi molto gravi, dai maltrattamenti a Bolzaneto, qualificati dallo stesso procuratore in aula come vere e proprie torture, a singoli casi, sporadici, ma gravissimi, che la drammatica vicenda di Stefano Cucchi ha portato alla conoscenza del grande pubblico. Nei Rapporti del suo osservatorio, Antigone ha dato notizia di episodi di violenza riportati da vittime o familiari, su cui chiede efficaci e accurate indagini, che tolgano una anche minima percezione d’impunità. In questo contesto tuttavia ha sostenuto la battaglia che associazioni più grandi, quali Amnesty International, portano avanti per l’introduzione nel nostro codice del reato di tortura. Un altro obiettivo prioritario è l’introduzione, in sintonia con quanto richiesto da un Protocollo alla Convenzione Onu contro la tortura che l’Italia ancora non ha ratificato, di un’autorità indipendente incaricata di monitorare con continuità tutti i luoghi di privazione della libertà. Contro la crescita del numero di detenuti, Antigone è impegnata a costruire una inversione radicale di tendenza, rispetto alle droghe, al reato di clandestinità, alla rilevanza della recidiva per l’accesso alle alternative. Ma il tema più ampio su cui dobbiamo ricostruire un dibattito, nel sociale e nelle istituzioni, è sullo spazio del penale, sul nuovo codice, sulla misura della pena, sul suo ruolo in stretta aderenza con il dettato costituzionale. È un grande tema culturale e politico, prima ancora di essere legislativo.

dal manifesto del 19 maggio 2011

1991-2011
Diritto penale minimo, sicurezza, carceri
Oggi e domani due convegni a Roma

Oggi, giovedì 19 maggio, dalle ore 14.30, presso l’Università di Roma Tre (Facoltà di giurisprudenza, aula 2), via Ostiense 161, «Esecuzione della pena, titolarità dei diritti e strumenti di tutela», primo incontro che Antigone ha organizzato per festeggiare i venti anni dalla sua fondazione invitando magistrati, costituzionalisti, giuristi, garanti, esponenti di associazioni.

Domani, venerdì 20 maggio, dalle ore 9.00, a Roma, alla Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, il sociologo francese Loïc Wacquant, professore all’Università di Berkeley, aprirà il convegno: «Giustizia, sicurezza, carcere: gli ultimi vent’anni italiani». Interverranno, tra gli altri, Franco Ionta, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, che parlerà delle politiche della sicurezza e Giuseppe Cascini, Segretario Associazione nazionale magistrati, che, insieme a Valerio Spigarelli, Presidente Unione Camere Penali, discuteranno di politiche della giustizia. L’incontro è coordinato da Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella, conclude Mauro Palma.

Pdl, non basta un Angelino per un partito di diavoli

«A noi il processo breve, a voi il processo verbale». La sintesi finale di Amedeo Laboccetta, Pdl ex An, dice molto sulle due settimane di «Vietnam parlamentare» tra maggioranza e opposizioni. Nel voto segreto sono ben 6 i deputati dell’opposizione ad aver votato per il governo. Le assenze di Udc e Fli sono state piccole ma vistose durante diverse votazioni. Berlusconi – non c’era dubbio – esulta e conferma di controllare le camere a suo piacimento.

Rischia però di perdersi il partito. Tra cene e contro-cene (ieri è toccato a Scajola, Alemanno e Matteoli radunare i propri fedelissimi in tre ristoranti diversi della capitale) la quantità di correnti nel Pdl ormai è quasi incalcolabile.

A Berlusconi non resta che mettersi «dietro al cespuglio». E alimentare il «sogno» di Ferrara su un premier a un passo dall’addio sia negli incontri con i vari notabili che con la stampa estera.

Il Wall street journal spara altissima la confidenza del premier: «Se alle prossime elezioni mi chiedono di fare il padre nobile lo farò, potrei essere il capolista nazionale del Pdl ma non voglio più un ruolo operativo». Il delfino designato sarebbe il trionfatore di questa fase: Angelino Alfano, ministro della Giustizia e da ieri candidato in pectore sui giornali di mezzo mondo.

Alla visione di Berlusconi come un Cincinnato al contrario non ci crede nessuno. Nemmeno Denis Verdini: «Era solo una riflessione, uno stato d’animo, non si tratta certo di una cosa vera o decisa», minimizza l’uomo forte del Pdl. Come d’incanto da via dell’Umiltà fanno sapere di essere inondati di fax per il caro leader, di «Silvio resisti», di telefonate furiose. Non a caso alle agenzie italiane Berlusconi aveva aggiunto una postilla: «Se mi farò da parte a fine legislatura dipenderà dai sondaggi».

Macchina elettorale e marketing politico a palazzo Grazioli sono una cosa sola. Ma sotto la cenere covano ancora diverse rivolte. La più vistosa è quella di Micciché, che da giorni ha nel mirino il coordinatore di origine siciliana La Russa e ancora ieri alla camera ha avuto una lunga e animata conversazione proprio con Verdini. La Sicilia: Miccichè, Alfano, la giunta Lombardo-Pd-Fli-Udc che scricchiola per le inchieste della magistratura… tutte le strade portano a Palermo.

Berlusconi preferisce guardare il bicchiere mezzo pieno e si consola con «la grande prova di unità» data dal partito. Ha già convocato per stamattina a palazzo Grazioli un vertice del Pdl che si allargherà anche alla Lega. Entro lunedì si chiudono le liste per le amministrative e tra le varie fazioni il sangue scorre a fiumi. «Ciascuno per sé, Berlusconi per tutti», sintetizza un ex An vicino a Matteoli. Il siluramento del triumvirato che guida il Pdl è questione di settimane. Stasera i capigruppo Gasparri e Cicchitto hanno convocato tutto lo stato maggiore del partito a una mega cena all’Hotel Valadier (tra gli assenti annunciati Alemanno e Tremonti) per provare a imporre una tregua. Ce n’è bisogno. Perché la «prescrizione breve» è solo il primo passo verso la «riforma» della giustizia. Seguiranno la responsabilità civile dei magistrati, la stretta sulle intercettazioni, la riforma costituzionale di carriere e Csm. Se Alfano riuscirà a portare tutto a casa (del premier), sbarrargli la strada sarà difficile per chiunque.

Ma c’è un però. Il ministro siciliano è l’anti-Tremonti per antonomasia: fedelissimo al capo, spregiudicato, giovane, brillante in tv, lontano da ipoteche padane e siciliano doc. Un pedigree capace di prendere voti al Sud, che è dove si vincono o perdono le elezioni. Piacerà alla Lega il suo curriculum? E soprattutto, basterà a tenere a bada il vero uomo forte del governo? Giulio Tremonti continua a disertare cene e vita di partito. Oggi sarà a Washington per la riunione del Fondo monetario.

Nel Pdl il ministro Rotondi guarda al futuro e lo vede più proiettato su scenari internazionali che al comando di palazzo Chigi. Finora, se non altro per realismo, Tremonti si è sempre opposto a Berlusconi dietro lo scudo dei conti pubblici e dell’Europa. Con la finanziaria imminente si troverà di fronte una rivolta di ministri e deputati. Non a caso, Tremonti è tra i pochi ministri a non aver mai troncato i rapporti con l’opposizione. Nel Pd con D’Alema e Sposetti innanzitutto ma anche con Bersani. E poi mercoledì notte alle 23, in un Transatlantico deserto durante le votazioni, ha confabulato per un’ora a tu per tu con Pier Casini.

dal manifesto del 14 aprile 2011

Milano e referendum, il voto che il Pd non vuole vedere

In piazza, in parlamento e nel paese. Le «tre p» con cui Bersani ha deciso di caratterizzare l’opposizione del Pd nel migliore dei casi sono (finalmente) il segno di un traguardo da conquistare. Nel peggiore però si rivelano un puro auspicio retorico.

Perché le tante piazze di questi ultimi mesi (convocate da studenti, donne, ambientalisti, precari, operai e perfino da antiche «caste» come i costituzionalisti e professori universitari) il Pd le ha più subite che amalgamate. Incapaci per natura di qualsiasi sintesi interna, i democratici si sono guardati bene dal trasformare quei segnali di crisi in proposta politica e – domani – di governo.

Anche in parlamento l’opposizione c’è. Ma avendo puntato tutto sulla spallata del 14 dicembre (e su Fini) il lodevole ostruzionismo primaverile non è in grado di andare al di là di qualche vittoria tattica su una destra allo sbando. Le assenze strategiche tra i banchi del Pd si notano poco ma ci sono. E in alcuni casi sono decisive (sfiducia a Cosentino e «election day», per citarne solo due).

Dicono: eppur si muove, D’Alema auspica il ritorno alle urne. Bene. Bravo. Bis. Peccato che le urne nei prossimi mesi ci sono già. Due, in particolare, possono essere decisive per sconfiggere Berlusconi e la destra in campo aperto: il comune di Milano e i referendum di giugno. Ora non pare che tra le «tre p» di Bersani ci sia anche quella di Pisapia, il candidato scelto con le primarie che potrebbe arrivare al secondo turno contro la triade Moratti-Cl-Berlusconi. Un tornado nordista che sconvolgerebbe equilibri romani sempre più precari tra Pdl e Lega.

Il Pd latita non perché non sappia qual è la posta in gioco ma precisamente perché la conosce fin dall’inizio e ha paura di farne le spese. Se Pisapia arriva vincente o piazzato a Milano, sarà un po’ difficile insabbiare la candidatura di Vendola e le primarie per il futuro «papa» di palazzo Chigi.
E se vincere i referendum arginerebbe per sempre l’onda lunga della narrazione berlusconiana sul «capo carismatico» che vince contro tutti e a dispetto di tutto, il Pd considera ancora quei quesiti come una iattura e una tragica fatalità. Certo, dopo Fukushima il passato nuclearista è per il momento archiviato (la dalemiana Italianieuropei dedicherà il prossimo numero proprio a questo). Ma se i referendum non dovessero passare sarà semplice depositare i cocci su chi ci aveva sperato fin dall’inizio come Vendola e Di Pietro.

A dicembre gli spin doctor bersaniani descrivevano il segretario come un lottatore di sumo piantato al centro del ring. Inaggirabile da chiunque, forte del suo peso elettorale e aperto ad alleanze variabili al centro e a sinistra. Sarà difficile, ma quel lottatore prima o poi dovrà muovere un passo.

dal manifesto del 13 aprile 2011