Fiscal compact, il senato approva senza fiatare 45 miliardi di tagli per 20 anni

Nel silenzio generale, senza discussioni, il senato ha approvato in prima lettura il fiscal compact e il Mes: 215 i sì (Pd, Pdl e Udc), 24 astenuti (Idv) e 24 i no (Lega e l’Idv Lannutti). Unico dissidente democratico Vincenzo Vita.

I trattati passano alla camera per il via libera definitivo.

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Il duro lavoro della Fiom

Oggi l’incontro con tutti i big di partito. A Roma Landini mette tutto il centrosinistra intorno a un tavolo. Si discute di cose serie: diritti e manomissione dell’articolo 18. Di Pietro studia il piano B con Grillo

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Alla vigilia del «Bersani day» Idv e Sel minacciano la rottura

Vendola: «Dopo il voto sull’Agcom incolmabile la distanza col Pd». Di Pietro: «Bersani si allei con Alfano». Alla vigilia della direzione del Pd di oggi, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola non nascondono che nel centrosinistra fotografato a Vasto (e vincente in quasi tutta Italia) la situazione è critica, forse irrecuperabile.

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Deficit zero, la Costituzione mutilata con il pareggio di bilancio

Lo stato, gli enti locali e tutte le amministrazioni pubbliche non possono più indebitarsi. La quarta e ultima lettura a Palazzo Madama supera i due terzi dei voti. Dice no solo l’Idv, Lega astenuta. La sovranità non appartiene più al popolo.

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Legge elettorale, dopo il porcellum ecco “l’italiesco”

Un sistema tedesco ma all’italiana. Un modello «italiesco», appunto. Pd e Pdl tornano a dialogare per cambiare la legge elettorale ed escludono riforme concordate soltanto dai due partiti maggiori.

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Il mostro tricefalo Pd, Pdl, Udc mette Monti nell’angolo

È una maggioranza senza governo e un governo senza maggioranza. E in serata a Palazzo Chigi Alfano sale da Monti per concordare l’agenda sulla giustizia. Quasi come ai tempi di Silvio Berlusconi. Ancora una volta l’epicentro del terremoto politico sono i processi del Cavaliere.

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Fase 2, Monti punta tutto sulle liberalizzazioni

L’emergenza continua. Nei prossimi tre giorni scadono 20 miliardi di Bot e Btp. Monti torna a Roma: giovedì il punto in consiglio dei ministri. Pd e Idv stanno con i sindacati: «Modificare le misure più pesanti»

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Vendola, no a Monti: “Il futuro è Vasto”

Prc e Sel festeggiano l’addio di Berlusconi e criticano Monti. E il governatore aspetta il Pd

Nella sinistra fuori dal parlamento le premesse sono identiche. Ma opposte le conclusioni. Sia Rifondazione comunista che Sinistra ecologia e libertà festeggiano la fine del governo Berlusconi. E, non potrebbe essere altrimenti, criticano la nascita del governo Monti. Ma le strategie – e i giudizi di merito – restano diversi.

Paolo Ferrero non vede sfumature: «Il programma di Monti è quello della Confindustria, della Merkel e della Bce. Proseguirà sulla strada delle misure già varate da Berlusconi: c’è un cambio di stile, di toni, ma non di contenuti politici, con questo programma la crisi si aggraverà».

L’analisi di Nichi Vendola è simile. Ma il governatore pugliese non straccerà la foto di Vasto: «Non ci penso proprio, archiviare quella speranza sarebbe un delitto. Rispettiamo le scelte del Pd e di Napolitano – spiega alla fine della direzione di Sel – ma l’alleanza di centrosinistra è l’unica speranza per chi aspetta il cambiamento. Dopo la quaresima tecnocratica di Monti arriverà la resurrezione della politica. E da oggi lavoreremo ancora di più e ancora meglio alla costruzione del centrosinistra di governo. L’Italia che vogliamo è quella di giugno, dei referendum e delle tante vittorie alle comunali».

Alla direzione di Sel hanno ascoltato tutti insieme, in religioso silenzio, il discorso di Monti in senato. E visto il tilt improvviso e un po’ fantozziano della televisione proprio all’inizio, se non fosse spuntata una vecchia radiolina a pile collegata al microfono, nessuno avrebbe potuto giudicare il debutto del governo dei rettori. «Festeggiamo la fine di uno stile, non ancora di una politica», dice Vendola ai suoi. E poi: «Prendiamo finalmente congedo da un ceto politico commercial-pornografico».

Nel governo Monti ci sono scelte buone: la nomina di Andrea Riccardi, per esempio, e altre «molto problematiche», come quella di Corrado Passera, già dipinto sui giornali inglesi come l’industrial overlord della politica italiana.
Vendola esulta per la «fine del provincialismo, delle piccole patrie, del leghismo». Per il «ritorno all’austerità della parola e del decoro istituzionale». Ma non basta. Non può bastare.

«Il discorso di Monti ha deluso, non c’è nessun coraggio sulla patrimoniale, non c’è l’Italia reale, quella che sprofonda nel fango e vede piovere sempre sul bagnato», l’Italia segnata «dalla povertà e da un’ingiustizia sociale clamorosa».

In sintesi: c’è una svolta nello stile, ma non c’è una svolta nella politica. «La bussola del nuovo governo è la lettera di Berlusconi all’Europa, troppa continuità con le politiche del passato. Si intravedono troppe scelte tipiche di un governo schiettamente conservatore».

Esempio immediato: «Indicare la riforma Gelmini come il primo terreno operativo non è il modo migliore per intercettare l’immensa volontà giovanile di cambiamento». E poi ci sono obiezioni di fondo. Non solo Monti vuole introdurre il pareggio di bilancio nella Costituzione, vuole anche un authority indipendente che vigili sulla sua applicazione. «Ma indipendente da chi? Dai cittadini?», si chiede Vendola. E poi: «parlare di crescita e sviluppo, nel 2011, senza mai pronunciare l’aggettivo ‘sostenibile’ è come minimo inquietante».

La rotta nell’immediato è stretta ma nel futuro non tanto. «Berlusconi non è fuori da questa stagione – avverte Vendola – cerca di rifarsi una verginità e manda la Lega in avanscoperta». Attorno al governatore quasi tutti scommettono che Monti non durerà fino al 2013. A porte chiuse si ragiona su un possibile «election day» (amministrative e politiche) a primavera. Un appuntamento al quale Sel vuole arrivare senza farsi mettere nell’angolo. Lavorando fuori dal Palazzo ma in raccordo con l’Idv senza strappare col Pd.

«Quello che manca in Italia – sottolinea il presidente pugliese – è la sinistra. Lavoreremo per la costruzione di questo soggetto e soprattutto per cercare di rendere percepibili dalla gente le nostre proposte per l’alternativa di governo. Se una critica si può fare alla fotografia di Vasto – conclude – è che è arrivata troppo tardi».

Di sicuro Vendola e compagni non lasceranno i democratici in balia degli eventi. Per Franco Giordano, ex segretario del Prc, una «scomposizione e ricomposizione delle forze politiche» è «inevitabile». Ma se da questo travaglio nascerà un «grande centro» tecnocratico e neo-democristiano o «un nuovo Pd» non è un esito scontato.

In senato, Nicola Latorre, ex dalemiano e uomo di collegamento vendoliano nel Pd, ci tiene a far sapere che i contatti con Vendola sono quotidiani: «Con Nichi abbiamo la stessa linea», dice sorridendo sotto i baffi. Certo, per chi deve votare la fiducia in parlamento criticare il governo che nasce è un po’ difficile. E Vendola (che non ha di questi problemi) lo può fare apertamente.

dal manifesto del 18 novembre 2011

Il video integrale del confronto di Vasto alla festa dell’Idv tra Bersani, Di Pietro e Vendola (16 settembre 2011).

httpv://www.youtube.com/watch?v=c71llSTX67k

Vogliono resistere tre mesi, poi al voto nel 2012

Fini con Pd e Udc: nuovo premier e nuovo governo. Il Pdl fa muro e mira Tremonti. Asse tra Berlusconi e Maroni contro il super ministro: l’Economia va spacchettata

L’inchiesta pugliese, nonostante lo squallore mai visto della piccola parte di intercettazioni pubblicate finora, non smuove il premier: «Finché ho la maggioranza in parlamento non mollo», conferma Berlusconi dal bunker di Arcore, dove trascorrerà il weekend insieme ai suoi avvocati.

Il premier domani sarà al Tribunale di Milano per un’udienza del processo Mills. Allo stato non è prevista alcuna iniziativa del Pdl davanti al palazzo di Giustizia come in passato, né è chiaro se il premier interverrà nel procedimento o si limiterà a dichiarazioni a margine.

Per ora sulle sorti di Berlusconi è muro contro muro tra maggioranza e opposizione.
«Auspico un nuovo governo e un nuovo premier», dice un Gianfranco Fini più nella giacchetta da leader di Fli che nell’abito da presidente della camera. Non si è mai sentita la terza carica dello stato esprimersi così esplicitamente sulla vita dell’esecutivo, anche se le sue dichiarazioni sono identiche a quelle di Pd, Idv e Udc che invocano le dimissioni di un premier «a mezzo servizio».

L’appello a un passo indietro da Palazzo Chigi ormai è forsennato. Prende piede perfino nella maggioranza, tra figure oggi defilate ma con un passato importante nel Pdl come l’ex ministro Beppe Pisanu e lo storico legale del premier Gaetano Pecorella.

Berlusconi fa spallucce, trova il sostegno compatto dei ministri e dei maggiorenti del suo partito, che anzi rovesciano critiche e improperi contro i pm che intercettano e i giornali che pubblicano. A via dell’Umiltà giurano che la maggioranza è blindata e finché ha i numeri non accadrà nulla. Al prossimo consiglio dei ministri i «responsabili» Francesco Pionati e Giuseppe Galati potrebbero essere perfino premiati con la poltrona da sottosegretario.

E tuttavia una simile determinazione è tanto ostentata quanto fragile. Il Carroccio è a pezzi. Bossi ha disertato la discesa del Po e il suo degno sostituto, Roberto Calderoli, è stato accolto appena da una trentina di militanti. La festa dei «popoli padani» è decisamente sottotono rispetto agli anni passati.

Non meno agitate le acque nel Pdl. Gli «scajolani» hanno segnalato il loro scontento votando la fiducia alla manovra soltanto alla seconda chiama. L’area di Alemanno si salda sempre di più con quella iper-critica di Formigoni.

L’unica cosa che ormai mette d’accordo tutte le anime (in pena) di Lega e Pdl è l’odio per Tremonti. Mentre l’Italia sprofonda nel ridicolo e rischia il default, il ministro Galan si aggiunge ai tanti che entro l’anno vogliono «spacchettare» le deleghe del super ministro. L’idea non è nuova e una proposta di legge è già depositata in parlamento. Secondo la quale il Mef va smembrato: da una parte il Tesoro (le spese), dall’altro le Finanze (le entrate), a Palazzo Chigi il Bilancio (cioè la regia della politica economica), al ministero dello Sviluppo le nomine nelle aziende pubbliche e il Sud.

Galan è in buona compagnia: tra i primi sponsor ci sono pasdaran berlusconiani come Santanchè, i «frondisti» come Martino, i «sudisti» di Miccichè e soprattutto, da luglio, l’alter ego di Bossi nella Lega cioè Roberto Maroni. Mettere in mora Tremonti è il sogno di ogni pretendente dell’eredità berlusconiana. E poco importa che proprio la mancanza di un coordinamento unico tra controllo delle spese e incasso delle tasse ha portato all’enorme debito degli anni ’80.

Un’arma così ambiziosa appare rivolta più alla resa dei conti interni alla maggioranza che al risanamento dei conti pubblici. L’obiettivo di Berlusconi è resistere almeno fino a natale. Se dovesse cadere ora, infatti, sarebbe inevitabile un governo tecnico o di larghe intese che lo porrà definitivamente ai margini.

Non a caso, da tutte le forze che sponsorizzano questa idea (a cominciare da Udc, Confindustria, banche e Cisl) la pressione contro di lui in questo momento è massima.

Di parere opposto, almeno per ora, Pierluigi Bersani che invece preferirebbe andare al voto in primavera. Il segretario del Pd alla festa dell’Idv a Vasto non ha solo riesumato il Nuovo Ulivo aperto a Verdi e socialisti. Gli ha anche dato un’agenda con una «Gargonza 2» sul programma e la manifestazione comune. E’ un tiepido inizio – «profumo di speranza» lo chiama Nichi Vendola – che però sarebbe spazzato via dal governo tecnico o da un dialogo Pd-Pdl comandato dal Colle in caso di caduta rapida del premier.

La decisione con cui Moody’s ha rimandato al 15 ottobre il pronunciamento definitivo sul downgrade del debito italiano lascia a tutti meno di un mese per capire il da farsi. Difficile se ne farà buon uso.

dal manifesto del 18 settembre 2011

La manovrona e le «manovrine»

Sì del senato al decreto di agosto. La fiducia passa con 165 sì e 141 no. Nel Pdl Pisanu rompe il tabù Berlusconi e propone un governo di larghe intese. Sì di Pd e Udc, no dell’Idv. La maggioranza tiene ma conta i giorni per le intercettazioni «catastrofiche» del premier. Alla camera cani sciolti, ex finiani e «sudisti» ex Pdl superano quota 15. E i frondisti vogliono «spacchettare» il super ministero di Tremonti

L’idea di un passo indietro di Berlusconi e di un «governo del presidente» Pdl-terzo polo-Pd rilanciata da Beppe Pisanu su Repubblica è uno sparo nel buio. Com’era prevedibile, infatti, dal partito di Berlusconi le reazioni sono state tutte negative. Come quelle dell’Idv. Pronti a discuterne solo D’Alema e Letta del Pd, oltre ovviamente a Pier Casini e all’Udc. Guardinga la Lega, perché ingestibile senza Bossi.

Certo, nel giorno in cui il decreto di agosto ottiene la fiducia del senato (165 sì, 141 no, 3 astenuti), il timore di un crollo di credibilità del governo sottolineato perfino dall’ex ministro del Pdl indica che il Palazzo si interroga già sul dopo-manovra. Mentre la «mazzata» da 54,2 miliardi passa all’esame della camera senza alcuna enfasi né solennità, nei corridoi del senato (e anche nei capannelli in aula) ci si interroga sul contenuto delle intercettazioni pugliesi che imbarazzerebbero il presidente del consiglio e che lo stesso Tarantini descrive come «catastrofiche».

Si ipotizzano commenti tanto volgari da imbarazzare l’Italia a livello internazionale.

E’ soprattutto a questo scenario – mai dichiarato apertamente – che pensano i non pochi sostenitori del governo bipartisan che sotto traccia la pensano come Pisanu. Sarebbe il crollo etico-giudiziario, prima ancora che politico ed economico, del ventennio berlusconiano.

Un’araba fenice che torna ad agitare il Palazzo con puntualità svizzera, dalle presunte intercettazioni riguardanti ministre e poi il caso Noemi Letizia, quello D’Addario, quello Ruby, fino alle «olgettine», alle trame oscure delle varie P3 e P4, le «bombe verbali» del pentito Spatuzza, le giravolte dei lenoni Tarantini-Lele Mora taglieggiati dai Lavitola-Emilio Fede. Il «sexgate» come parola fine alla parabola del Cavaliere di Arcore.

Anche se finora mancano le prove, gli indizi ci sono tutti. Di certo, e non da oggi, il premier è il primo a mescolare pubblico e privato, l’impegno politico a quello contro i pm. Fu da un vertice parigino che chiamò la questura di Milano per liberare la giovane «nipote di Mubarak». Nel pieno della crisi economica, Berlusconi è rimasto chiuso ad Arcore per giorni a discutere con gli avvocati dei suoi processi. Perfino ieri ha disertato il senato che discuteva la manovra preferendo ricevere nella sua casa romana il responsabile del Pdl all’estero Esteban Castelli. Il senatore argentino che nelle conversazioni intercettate con Lavitola lo stesso premier definiva un tipo «pericolosissimo» da cui stare «alla larga».

Dopo l’exploit parigino contro l’opposizione «criminale», del Berlusconi pubblico si sono perse le tracce. Domani pomeriggio dovrebbe rompere il silenzio ad Atreju, la festa romana dei giovani del Pdl organizzata da Giorgia Meloni e Anna Grazia Calabria.

Attorno a lui tutto crolla eppure resta lì. A questa manovra-monstre, come tutti sanno, ne seguirà un’altra tra poche settimane. E la riforma fiscale promessa da anni ormai è carta buona per i coriandoli, come certifica la commissione Bilancio del senato e il suo presidente Azzollini (Pdl) nel parere al maxiemendamento del governo.

Sulla politica economica, di fatto, il governo è commissariato da Bce e Quirinale. Per tirare a campare punta a riforme costituzionali (dimezzamento parlamentari, abolizione province, pareggio di bilancio, art. 41) tirate fuori a casaccio, che sembrano più espedienti per guadagnare tempo e dividere l’opposizione che progetti ambiziosi di un governo che ha lo spirito del tempo sulle spalle. Non a caso, Rosi Bindi del Pd dice che l’unico risultato della proposta di Pisanu è di aver avvicinato almeno in parte le opposizioni.

Il finale di partita del Cavaliere è anche quello più pericoloso: in dirittura d’arrivo alla camera il «processo lungo», la Rai post-Santoro è completamente «normalizzata», il diritto del lavoro pubblico e privato scardinato dal tandem Sacconi-Brunetta. Tuttavia lo schema del Cavaliere: «partito ad Alfano, il governo a me» non regge più. Se non altro perché al governo siede – e con un certo potere – Giulio Tremonti. Alla vigilia della discussione del decreto alla camera, i sudisti di Micciché sono usciti dal Pdl, imitati ieri dal deputato calabrese Giancarlo Pittelli. Nonostante «responsabili» e Scilipoti, Montecitorio è sempre off limits per la maggioranza. La museruola della fiducia per ora blocca tutti: Lega, «moderati» e Tremonti stesso.

Ma la resa dei conti è rinviata solo dall’emergenza economica. Non a caso, i frondisti del Pdl hanno presentato ieri alla camera un disegno di legge che spacchetta le competenze del ministero dell’Economia in Finanze e Tesoro, con il Bilancio affidato direttamente al premier. Moral suasion o un’offerta che leghisti e superministro non possono rifiutare?

dal manifesto dell’8 settembre 2011