il manifesto, le cose da fare

Presi dal passaggio di consegne e contratti tra commissari liquidatori e nuova cooperativa non siamo ancora riusciti a rendere conto a voi, cari lettori e lettrici, delle tante cose, positive, che stiamo cercando di realizzare tra mille difficoltà. Anche perché siamo impegnati in un’impresa mai tentata finora da un quotidiano in fallimento e non vogliamo perdere neanche un giorno in edicola con voi.

Johnny Depp per il manifesto – foto di Luca Celada

La prima leggenda da sfatare è quella dell’imprenditore o del socio privato che starebbe comprando e/o finanziando questa testata. Contrariamente a sospetti e a timori incontrollati che circolano su Internet, il manifesto non è stato comprato da nessuno ed è tuttora pubblicato, come sempre, dal collettivo di redattori e collaboratori che stampa il giornale in totale autonomia.

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E’ ufficiale: la polizia spara sui ministeri

I carabinieri lasciano la «granata bollente» alla Severino e alla polizia. Secondo una prima perizia sommaria il gas sarebbe partito da lontano e dal basso. I dubbi restano tutti: chi ha sparato?

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Lacrimogeni a via Arenula, la polizia va in fumo

Lacrimogeni sparati direttamente dal ministero della Giustizia su manifestanti pacifici. Dopo Cancellieri anche Severino ordina un’inchiesta sui fatti di Roma Il questore nega l’evidenza e chiude le indagini: «Dagli agenti nessuna responsabilità»

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Il siluro black shark è un frutto letale della tecnologia e ricerca toscana

Il «black shark», il super siluro di ultima generazione della Wass (gruppo Finmeccanica), è una vecchia conoscenza del manifesto.

Il 25 novembre del 2010 finì addirittura in prima pagina (battezzato «il siluro di Tremonti») come simbolo degli sprechi di stato e del dogma della spesa militare. Nel 2010 gli investimenti pubblici solo sul siluro valevano oltre 87,5 milioni di euro.

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Nomine Agcom, la madre di tutte le battaglie

La partita sulle nuove nomine per l’Agcom (la delicatissima autorità di controllo sulle telecomunicazioni) è forse la più violenta tra le tante che sottotraccia governo e parlamento, ma anche i partiti di maggioranza tra loro, si scambiano da giorni.

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il manifesto, la Val Susa e il rischio the Daily

In Val di Susa si consumano tante battaglie. Concrete e simboliche. All’operato delle ruspe si affianca quello dell’informazione. Come riconosceva Marco Mancassola, è una sfida e un ruolo che investono in pieno il manifesto all’apice della sua crisi. Che cosa diventa questo giornale, quando attorno a noi media mainstream e informazione dal basso si scambiano filmati, video e dati in tempo reale?

Mediaticamente, la vetrata infranta dai poliziotti diffusa da Youreporter fa il paio con il “pecorella” rivolto a un carabiniere da dietro il guard rail filmato in appalto dal Corriere.

Tra le due “narrazioni” qual è quella vincente? E’ solo questione di volume? L’autorevolezza di via Solferino contro archi e frecce virali dei social network, in una sorta di Pandora di Avatar abitata da libere comunità tribali schiacciate dal «progresso» e dall’avidità?

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Comprate il manifesto, 25.000 copie sul mercato, contro il mercato

L’ultima curva è la più difficile. Come leggete qui accanto in un editoriale collettivo, il manifesto è entrato in una fase nuova. Commissariato come la Grecia, il giornale accetta la sfida «del» mercato senza rinunciare fino all’ultimo alla sua ragione di vita, «contro» il mercato.

Da adesso in poi, ancora più di prima, il manifesto lo “fate” voi. Tanto entra in ricavi, tanto deve uscire. Niente spese. Niente perdite. Niente crediti bancari. Poca o nulla pubblicità. Contributi statali inesigibili (quelli del 2012 li vedremo, forse, soltanto nel 2013).
E’ mercato allo stato puro. Selvaggio e senza rete. Un euro in più di debiti e siamo fuori. L’edicola è la nostra prima e quasi unica fonte di difesa e di attacco. Comprateci. Se già lo fate regalateci o abbonatevi. Soprattutto diffondeteci. Diffondiamoci.

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Per il manifesto la notizia, oggi, siete voi

Lo confessiamo: siamo travolti. Abbiamo i lettori più belli del mondo. Quasi ci dispiace per gli altri. Per pubblicare come meriterebbero tutte le lettere, le email, i tweet e le foto che ci avete spedito in appena tre giorni non basterebbe la foresta amazzonica. Scusateci se non trovate proprio la vostra qui sotto e nelle ultime pagine, ma le leggiamo tutte e ce le passiamo tra noi come se fossero l’ultimo flash d’agenzia.
Perché la notizia, oggi, siete voi.

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Prima del crollo un giorno di ordinaria follia

Governo in panne sull’emendamento«europeo». L’Ue invia gli ispettori. Berlusconi chiuso ad Arcore coi figli. Oggi va alla conta

Anche Oltremanica gettano la spugna. Gli allibratori inglesi sospendono le puntate sul governo Berlusconi: «La politica italiana è troppo complicata per reggere scommesse», spiega all’Ansa una società specializzata sulle vicende europee.

Per tutto il giorno Silvio Berlusconi è rimasto chiuso nella sua villa di Arcore, dove ha pranzato con i figli accompagnati da Fedele Confalonieri. In mezzo alla discussione sulle aziende di famiglia gli incontri con diversi ministri e dirigenti del Pdl.

Ad agitare molto le acque della maggioranza i boatos di due giornalisti vicinissimi al centrodestra come Franco Bechis (Libero) e Giuliano Ferrara (Foglio), sicuri su Internet e twitter che le dimissioni del premier erano questione di ore o di minuti.

Apriti cielo, l’euforia delle borse è stata immediata, come il crollo dei famosi «spread» con i bund tedeschi. Se il Cavaliere voleva avere un segnale dei mercati l’ha avuto forte e chiaro. Del suo addio basta la parola.

Eppure non sarà così semplice. Anzi. Berlusconi definisce «voci destituite di ogni fondamento» le illazioni che circolano sulle sue dimissioni. Di lasciare non ha alcuna voglia: «Voglio vedere in faccia i traditori che mi voteranno contro», dice a Libero.

Nella testa del Cavaliere la rotta è chiara: oggi pomeriggio alla camera (ore 15.30) il rendiconto generale passerà nonostante le astensioni delle opposizioni e dei transfughi. Immediatamente dopo, forse già domani, il governo si presenterà al senato e chiederà la fiducia sulle misure annunciate all’Europa nella famosa lettera.

A quel punto, e solo a quel punto, con il voto favorevole di un ramo del parlamento in tasca, il premier valuterà veramente il da farsi. Se tra quarantott’ore l’opera di «convincimento» dei frondisti non sarà andata a buon fine, potrà salire al Quirinale chiedendo – con buoni argomenti, visto la fiducia ottenuta almeno in una camera – le elezioni per l’inizio del 2012.

Decisamente il Cavaliere non è un socialista disposto al passo indietro come Zapatero, Brown e Papandreou. L’ordine è resistere a ogni costo. E a Montecitorio la vigilia è da pallottoliere.

L’ex finiano Buonfiglio (rimasto nel centrodestra con Urso e Ronchi) annuncia che sul rendiconto si asterrà «se diventa come una fiducia a Berlusconi». E lo stesso lascia capire il frondista Antonione: «Serve un allargamento della maggioranza. Abbiamo passato due anni a sostenere che Prodi non poteva governare con due voti di scarto, se ne eravamo convinti allora lo dobbiamo essere ancora di più oggi».

Oggi alcuni frondisti – tra cui Stracquadanio e Bertolini – si intratterranno a tu per tu con il Cavaliere nella sua casa romana. Ma la situazione è talmente tesa e confusa che anche tra i «big» vacillano le certezze. Dice l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu: «Se la mozione di sfiducia puntasse alla nascita di un governo di larghe intese e unità nazionale insieme al Pd io la voterei».

Il nome che gira è quello di Gianni Letta. Franco Frattini non si spinge a tanto ma certo invita il suo governo a non chiedere la fiducia: «Spero che il maxiemendamento sia approvato con il concorso dell’opposizione, l’Udc condivide le misure sull’Europa e un’apertura verso Casini è normale».

Vertici e controvertici si susseguono senza soluzione di continuità. A Milano si vedono i ministri ex forzisti di Liberamente (Gelmini, etc.) e i vertici della Lega (Maroni incluso) a via Bellerio. Calderoli, a metà pomeriggio, va ad Arcore e poi ritorna da Bossi.

Come la pensa il Carroccio, del resto, l’ha già detto Maroni («se i voti non ci sono è inutile accanirsi»). Il rovello principale del senatur adesso è come evitare il «ribaltone» e arrivare al voto anticipato insieme al Pdl. Una strategia molto simile a quella che piace a Berlusconi.

A Roma invece Gianni Letta si chiude nello studio di Fini alla camera. Il sottosegretario berlusconiano non dice nulla sulla sua disponibilità a guidare un governo di emergenza. Ma certo, in pubblico, afferma che anche se cambiasse l’esecutivo «gli impegni assunti con l’Europa non è che si rinnovano o cambiano, continuano».

Appunto, continuano. E Bruxelles non vede affatto chiaro nella situazione italiana. Il maxiemendamento alla finanziaria (collegato alla lettera europea) venerdì era stato annunciato per oggi ma in senato slitta ancora perché Tremonti se lo tiene stretto.

«Ci aspettiamo – spiegava in mattinata il portavoce del commissario Ue agli affari economici – che il ministro Tremonti spieghi all’Eurogruppo i dettagli della lettera di impegni inviata alla Ue dall’Italia». Anche perché quella lettera «ha dei limiti». Tremonti dice che è tutto a posto ma da Bruxelles in ogni caso anticipano l’invio degli ispettori a Roma: le misure indicate nella lettera possono dare risposte positive «solo quando saranno applicate».

Mentre tutto crolla, un uomo è in cima ai pensieri del Cavaliere: «La prima riforma costituzionale necessaria è quella che dia al premier gli stessi poteri dei suoi colleghi europei, a cominciare dalla possibilità di imporre una linea al ministro dell’Economia, altrimenti non è un premier». Fosse l’ultima cosa che fa, quel Giulio lì non lo vuole proprio più vedere.

dal manifesto dell’8 novembre 2011

Editoria, la Crociata dei giornali cattolici

«L’orientamento delle risorse pubblicitarie alle emittenti televisive nazionali; l’aumento considerevole delle spese postali seguito alla soppressione delle tariffe agevolate; la riduzione del sostegno pubblico con la drastica e sistematica riduzione del fondo per l’editoria… sono tutti elementi che contribuiscono a mettere a rischio di sopravvivenza decine e decine di testate e quindi centinaia di posti di lavoro. Pur tenendo conto delle precarie condizioni legate alla crisi economica, una simile prospettiva significherebbe anche un impoverimento del pluralismo informativo, del dibattito pubblico e del patrimonio culturale del paese».

Sono parole di un monsignore ma sembrano prese pari pari dalle denunce di questi mesi del manifesto, Mediacoop o della Fnsi. Mariano Crociata, il “numero due” della Cei, ha rilanciato così l’allarme per la fine del sostegno pubblico all’editoria nel suo intervento di chiusura a Cesena durante il convegno nazionale della Fisc (la federazione della stampa cattolica, nata nel 1966) dedicato quest’anno a «Internet e territorio».

La Fisc a Cesena

«Delle 189 testate che fanno capo alla Fisc - spiega il presidente Francesco Zanotti – circa la metà beneficia di aiuti governativi, per un totale che non arriva a quattro milioni di euro. Si tratta di briciole per il bilancio statale, eppure molto importanti se non decisive per diversi nostri giornali».

La stampa cattolica – fatta di decine di settimanali diocesani o parrocchiani medio-piccoli sparsi su 160 diocesi diffonde oltre 1 milione di copie a settimana e riceve un rimborso pubblico forfettario di pochi centesimi a copia. E’ un lavoro giornalistico evidentemente connotato ma che spesso è l’unico o quasi a parlare «dal vivo» di temi scomodi come l’immigrazione, la povertà o l’emarginazione.

«C’è una parte di paese che non fa notizia – insiste Zanotti – ma che ogni giorno vive, opera, soffre e si danna l’anima per fornire una prospettiva positiva a un presente quanto mai incerto. A questa parte d’Italia ogni settimana diamo voce. Una voce che magari non arriva nei piani alti dei palazzi, ma che accompagna l’esistenza delle borgate, dei paesi di montagna, delle mille città di provincia di cui quasi mai ci si occupa».

«Togliere l’ossigeno a questi fogli (e oltre a noi a diversi «giornali di idee») – riconosce Zanotti – significherebbe mettere il bavaglio al territorio, da sempre un’immensa risorsa per questo paese… Per ogni voce che si spegne nessuno ha un guadagno, ma di certo tutti ci rimettiamo in libertà e democrazia».

Il tema è caldo e quanto mai urgente. Nella legge di stabilità in discussione in senato, infatti, Tremonti ha disposto un ennesimo taglio lineare pari al 30-40% del fondo Editoria. Una riduzione tale da rendere di fatto superfluo – tra i 25 e i 35 milioni di euro in tutto – il rimborso pubblico che dovrebbe riequilibrare le distorsioni del mercato e garantire a soggetti particolari, come i giornali in cooperativa, non profit o di partito di arrivare in edicola.

dal manifesto del 23 ottobre 2011