I “pirati” contro Grillo: “Le 5 stelle sono un moVimento proprietario”

Il portavoce dei «pirati» tedeschi critica il «non statuto» di Grillo: «È gerarchico, come il copyright». Le due liste hanno in comune soltanto la passione per il Web. Ma a Berlino il portavoce del movimento può essere chiunque e il «programma» è un software «democratico»: Liquid Feedback

È il «portavoce» di un partito in cui i portavoce sono migliaia. Tanti quanti sono i membri, gli iscritti, perché per i «pirati» funziona così: chiunque può rappresentare il gruppo, anche in tv. Basta che presenti le posizioni «ufficiali» del Piratenpartei, non le proprie. Ma Carlo von lynX (il suo nickname in rete), informatico e musicista, da qualche giorno ha una «qualifica» in più. I pirati tedeschi gli hanno assegnato il compito di occuparsi dell’Italia. Di tenere i rapporti, insomma, coi «cugini» del partito pirata italiano.

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Chiesa anglicana sotto shock: causa per danni a Occupy London

La cattedrale londinese di Saint Paul è stata riaperta ma tra chiesa anglicana e “indignati” (su twitter #olsx) ormai è guerra aperta. Almeno in tribunale.

Le decine di tende che dal 15 ottobre occupano il sagrato della cattedrale al centro del «miglio quadrato», nella City, diventano ormai un caso che va oltre la pura indignazione.

Giovedì uno dei pastori di Saint Paul, Giles Fraser, pur di non autorizzare lo sgombero dei manifestanti da parte della polizia si è dimesso: «La chiesa non può rispondere con la violenza contro una protesta pacifica. Penso che avremmo potuto negoziare un ridimensionamento del campo senza arrivare allo sgombero. Del resto, San paolo era un venditore di tende e credo che Gesù oggi nascerebbe proprio in mezzo a quelle tend», ha detto venerdì in un’intervista esclusiva al Guardian.

Lo sgombero della piazza è dato per imminente ma ormai lo scandalo non è più materia di ordine pubblico e divide soprattutto la Chiesa d’Inghilterra.

Ieri la cattedrale – chiusa per meno di una settimana – ha deciso di portare in tribunale i manifestanti citandoli per danni (incassa 20mila sterline al giorno dai turisti).

Una decisione controversa e identica a quella del City of London Corporation, l’ufficio che rappresenta uffici e imprese finanziarie della zona e che chiede lo sgombero con la scusa del blocco al traffico.

Fin dall’inizio della protesta il vescovo di Londra Richard Chartres ha criticato gli occupanti. Solo oggi, per la prima volta, ha detto di essere disposto a incontrarli. In cambio, però, che subito dopo se ne vadano.

L’imbarazzo ormai arriva fino all’arcivescovo di Canterbury. La massima autorità anglicana, non ha ancora preso posizione, mentre in appoggio a Fraser ieri si è dimesso un altro pastore di St Paul e 8 associazioni cristiane di base hanno firmato un documento pubblico a sostegno dei manifestanti.

Il premier David Cameron teme che la protesta dilaghi (altre tende sono comparse a Finsbury square, vicino a Liverpool street) e fa la faccia dura: «In questo paese si può manifestare liberamente ma non si possono piantare le tende ovunque».

dal manifesto del 30 ottobre 2011

Tarantini, D’Alema e la Puglia connection

«Donne tangente» scambiate per amicizia e affari. Nel triangolo delle procure di Bari, Milano e Napoli rischiano di sparire Pd e Pdl.
Chiuse dopo due anni le indagini sulle escort di Gianpi. Insieme a Tarantini tra i reclutatori della D’Addario anche Castellaneta, avvocato vicino a D’Alema

Sono passati quasi quattro anni dalle «donne tangente» introdotte nei letti di Silvio Berlusconi ma anche di altri uomini politici, imprenditori, finanzieri, avvocati, rappresentanti di istituzioni, Asl e aziende di stato. I processi devono ancora iniziare ma una cosa è sicura: Pd e Pdl rischiano di sparire entrambi nel «triangolo delle procure» di Milano, Bari e Napoli.

La procura della Repubblica di Bari guidata da Antonio Laudati ha notificato ieri la chiusura delle indagini baresi su Gianpi Tarantini e altri 7 imputati: il fratello Claudio, l’ape regina Sabina Began (per i pm è lei che ha presentato Berlusconi a Gianpi), l’avvocato Salvatore Castellaneta, Pierluigi Faraone, Letizia Filiipi, Francesca Lana e Max Verdoscia. Ventotto capi di imputazione (tra cui associazione per delinquere e favoreggiamento della prostituzione) e l’accusa di aver selezionato, istruito, alloggiato, spesato e retribuito più di 30 papi-girl tra l’estate del 2008 e il maggio del 2009.

Leggi qui l’avviso di chiusura indagini (pdf)

«Chi mi porti stasera?» chiede in una delle telefonate il premier al giovane imprenditore barese. Una frase forse innocente ma che certo fa a pugni con la famosa intemerata accanto a Zapatero del 10 settembre 2009 in cui Berlusconi ancora poteva asserire: «Tarantino o Tarantini? Io quest’imprenditore non lo conosco».

Guarda qui il video (al minuto 3’20″)

E invece i rapporti tra i due, per i pm, «sono ben documentati». Il giovane gli portava donne, anche tre o quattro alla volta, con caratteristiche precise: «giovani e dalla corporatura esile», rigorosamente «senza tacchi né trucco». Pagate da Tarantini e, in alcuni casi, omaggiate anche da Berlusconi con buste di denaro. Unica a uscire un po’ dall’identikit seriale del premier Patrizia D’Addario, 44 anni, la prima ad essere uscita allo scoperto il 17 giugno 2009 con un’intervista al Corsera.

Dopo oltre due anni di indagini, i pm baresi hanno raccolto 100mila intercettazioni e 5mila pagine di atti preliminari. Documenti che fino a domenica – assicurano in procura – resteranno in formato cartaceo e consultabile solo negli uffici da parte dei legali degli imputati.

La stessa procura fa sapere che la mole sterminata di intercettazioni non è stata trascritta integralmente. Le telefonate sono sintetizzate e descritte in poche righe, forse per tutelare rapporti internazionali che potrebbero essere compromessi dalle confidenze a luci rosse del premier di un paese del G8 a uno sconosciuto venditore di protesi ortopediche, donne e cocaina che, parole sue, voleva fare il grande salto negli appalti Finmeccanica se non diventare parlamentare europeo come una velina qualsiasi.

A differenza che a Milano, sia a Bari che a Napoli Berlusconi non è imputato. Nel primo caso è l’«utilizzatore finale», nel secondo la vittima di un ricatto. Eppure di lui si parla e intorno alle sue debolezze girano sempre gli stessi protagonisti. «Ricordati che a 20 anni stavo in barca con D’Alema e a 30 dormivo da Berlusconi», ricorda Tarantini a Lavitola in una delle intercettazioni napoletane.

In effetti i nomi delle due figure più rappresentative della Seconda Repubblica si intrecciano sempre di più. Tre giorni prima che la D’Addario parlasse sul Corsera, D’Alema disse in tv che era in arrivo «una scossa» (vedi il video qui).

Una profezia sibillina, che diventa una bomba soprattutto per il pulpito da cui fu pronunciata. D’Alema, intervistato da Lucia Annunziata, era ospite nella masseria di Salvatore Castellaneta, avvocato fasanese a lui vicinissimo, in compagnia del vicepresidente della regione Sandro Frisullo (vedi sotto la smentita). D’Alema non c’entra nulla, ma Castellaneta è accusato di aver reclutato – insieme a Gianpi – la escort Patrizia D’Addario. Mentre Frisullo (dimessosi dalla giunta Vendola) è indagato in un altro filone per aver usufruito di «donne tangente» a casa dello stesso Tarantini. Accanto all’ex premier dei Ds insomma uomini amici e complici di Tarantini.

Di Gianpi ormai si sa quasi tutto. Ma Castellaneta – scrivono i pm – sceglieva insieme al giovane le veline da offrire al «drago» sperando di «beneficiare indirettamente dei vantaggi economici» che Tarantini avrebbe conseguito attraverso gli appalti di aziende della galassia Finmeccanica (tra cui Sel Proc, Selex Sistemi integrati, Seicos, Infratelitalia).

Castellaneta, tra l’altro, è amico e sodale anche di un altro dalemiano di ferro in Puglia, Roberto De Santis. Entrambi sono stati rispettivamente sindaco e presidente della Milano Pace spa, una società di Sesto San Giovanni che ha finanziato Fare Metropoli, la fondazione dell’ex presidente della provincia di Milano ed ex capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani, Filippo Penati.

Un duo al quale politicamente bisogna aggiungere altre due figure del clan dalemiano non indagate ma che hanno conosciuto Tarantini: l’imprenditore Enrico Intini (uno dei finanziatori della fondazione di Penati che tramite Gianpi cercò di agganciare Bertolaso e gli appalti alla protezione civile) e Francesco Boccia, il deputato Pd voluto a ogni costo da D’Alema contro Vendola alle primarie pugliesi dopo il rimpasto della giunta.

dal manifesto del 16 settembre 2011

L’imbarazzata smentita di Massimo D’Alema (17.09.2011)

«La notizia, pubblicata oggi da diversi giornali, secondo cui avrei parlato di ‘scossè durante il programma di Raitre ‘In mezz’ora’ dalla masseria dell’avvocato Salvatore Castellaneta, è totalmente falsa».

Lo dichiara Massimo D’Alema, che prosegue: «La diretta televisiva con Lucia Annunziata su Raitre, infatti, avvenne dall’agriturismo ‘Terra Rossà, vicino Otranto, come chiunque può verificare».

«Ritorna -aggiunge- la tesi che le mie affermazioni di quella intervista, che avevano esclusivamente il carattere di un giudizio politico, nascessero invece da informazioni riservate apprese chissà da chi». «Questa tesi -sottolinea D’Alema- è falsa e viene ora rilanciata sulla base di notizie false. Data l’evidente intenzione diffamatoria di chi ha messo in circolazione queste notizie false, ho dato mandato ai miei legali di tutelare la mia onorabilità in tutte le sedi».

Antigone fa vent’anni, intervista a Mauro Palma

Venti anni contro la società carceraria. Antigone è una costola del manifesto. È nata dal rifiuto delle leggi d’emergenza e continua a denunciare un sistema politico che cancella le garanzie e soffia sul fuoco dell’insicurezza sociale» Parla il presidente onorario dell’Associazione, oggi rappresentante per l’Italia del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa.

Intervista di Donatella Panzieri (dal manifesto del 19 maggio 2011)

Oggi Antigone compie vent’anni. L’associazione «per i diritti e le garanzie nel sistema penale» è una costola del manifesto. Mauro Palma, presidente uscente del Comitato europeo contro la tortura e uno dei fondatori, racconta come e perché questa lunga storia è ancora dannatamente attuale.

L’associazione Antigone nasce nel marzo 1991. Quali furono le ragioni dei fondatori e quale era il contesto?

Antigone è stata la forma associativa data a un dibattito che coinvolgeva già da vari anni un largo gruppo di operatori del diritto, parlamentari, docenti, intellettuali critici attorno al tema dell’emergenza della giustizia in Italia e dei mutamenti intervenuti nel decennio precedente. Ma il tema forte su cui si avverte la necessità di costituire un’associazione è la percezione di un’inversione di rotta in quella che era stata una conquista di pieno adempimento del dettato costituzionale, con l’ordinamento penitenziario nel 1975 e successivamente nel 1986 (con la legge Gozzini) la sua revisione in senso estensivo delle forme alternative. Alla fine degli anni ’80, primi ’90 si sente il rischio di un rifiuto. In quel periodo c’erano molte pressioni per rivedere quelle leggi in senso restrittivo. Per questo, in difesa di quei principi ispiratori, nasce Antigone. Il panorama carcerario era ben diverso dall’attuale: i detenuti erano 30.000 a fronte dei 67.000 attuali, eppure già si capiva che la legge sulla droga da poco approvata e l’accentuazione sul tema della sicurezza avrebbero portato i numeri del carcere a crescere con rapidità e soprattutto avrebbero dato alla detenzione la fisionomia di strumento di gestione delle contraddizioni della società, invece che misura da riservare a un numero ben limitato di casi.

Proprio sulla sua origine, c’è una radice di contenuto nella scelta del nome: l’eroina di Sofocle. Perché?

Il nome deriva dalla rivista che quel gruppo aveva creato in collaborazione con il manifesto nella metà degli anni Ottanta. La rivista Antigone aveva come sottotitolo «bimestrale di critica dell’emergenza». La scelta del nome Antigone potrebbe essere letta anche in modo un po’ ambiguo, di prevalenza del diritto naturale sul diritto positivo: in realtà nella figura di Antigone, e dunque nella scelta del nome, noi indicavamo il ruolo centrale che l’eroina di Sofocle ha nella critica del potere. In questo continuavamo un lungo percorso di pensiero critico del diritto che ha attraversato il dibattito giuridico italiano e che ha continuato a caratterizzare l’approccio che negli anni l’associazione ha avuto rispetto alla giustizia penale e al carcere.

Perché il carcere?

Negli anni ’70 si iniziò a monitorare gli effetti che le nuove norme, a partire dalla legge Reale del 1975, producevano. Con Rossanda, Cacciari, Rodotà, Saraceni e altri costituimmo un Centro di documentazione sulla legislazione di emergenza che seguì e documentò in particolare il processo 7 aprile e il processo alle UCC romane: due casi emblematici dell’estensione abnorme della responsabilità penale e dei conseguenti effetti. Verso la metà degli anni ’80 venne la rivista, diretta da Manconi, che durò solo tre anni ma che diede un contributo notevole per far allargare il dibattito e superare la dicotomia che allora si presentava tra «irriducibili» e «collaboratori»: una via per chiudere con quel periodo dando comunque una prospettiva a chi era stato partecipe di un fenomeno che pur avevamo politicamente contrastato.

Ma il nome venne ripreso poi.

Quando nel 1991 costituimmo l’associazione, il riprendere quel nome significò collegarsi, in un mutato contesto, a quell’esperienza. In quel periodo il contributo dei Verdi, di Democrazia Proletaria, di singoli esponenti socialisti e anche comunisti – penso per esempio a Franco Russo, ma anche a Giuliano Vassalli, sempre ottimo e acuto consigliere, o a Nilde Jotti che patrocinò il convegno per l’abolizione dell’ergastolo, una delle prime iniziative della nuova associazione.

Dopo questa rievocazione, a distanza di vent’anni, quali sono secondo te le principali tappe, che hanno provocato un complessivo, profondo cambiamento dello scenario nel quale Antigone si muove oggi?

La situazione è mutata completamente. Noi siamo partiti dal volere tenere insieme la questione carceraria e la questione penale; in particolare la discussione attorno al nuovo codice penale: un tema che ancora attende di giungere a conclusione, ma che sembra cancellato dall’agenda politica. L’asse è sempre stato di tipo riduzionista: restringere l’area dell’intervento penale, per un diritto penale minimo, cioè limitato a laddove il ricorso penale sia effettivamente necessario e al suo interno restringere il ricorso alla pena detentiva. Molte di queste parole sono diventate oggi quasi slogan, apparentemente accettati da molti. Eppure si è avuta una produzione abnorme di leggi penali e il carcere si è esteso diventando sempre di più, come avevamo previsto, uno strumento di politica del territorio. Si è accentuata la sua caratterizzazione di luogo dove vanno a finire tutte le contraddizioni sociali irrisolte: dalla marginalità all’immigrazione irrisolta fino alla presenza alta di disturbi psichiatrici. Una fotografia di classe che registra il fallimento di altre politiche sociali. Non è però solo un bilancio in negativo, perché senza dubbio l’informazione sui problemi carcerari è cresciuta enormemente: nel ’91 le associazioni, che si occupavano di carcere erano poche e prevalentemente di impostazione assistenziale. Oggi sono molte quelle che si occupano di analisi e di elaborazione di progetti.

Qual è stato il rapporto di Antigone con le istituzioni. E come è cambiato, se è cambiato?

Antigone ha sempre cercato di essere elemento di coagulo di vari momenti di pensiero. Questi hanno riguardato l’elaborazione legislativa e dunque il confronto con i parlamentari, il confronto con le università, quindi con tutta quella parte relativa alla sociologia e alla filosofia del diritto, il confronto con magistratura e avvocatura, il confronto con chi ritiene che il problema della giustizia non vada relegato agli esperti, ma coinvolga tutti coloro che hanno a cuore la civiltà del nostro sistema. Antigone dialoga molto anche con l’amministrazione penitenziaria, tant’è che da molti anni è autorizzata a entrare negli Istituti per esaminare la situazione e produce biennalmente un Rapporto di questo suo Osservatorio. Voglio ricordare che già nel ’97 Antigone propose l’istituzione di un difensore civico per i detenuti: un dibattito da cui sono partite le varie esperienze di Garanti che agiscono per ora a livello locale e che, peraltro, ancora attendono una legge complessiva che ne definisca ruolo e poteri. L’altra interlocuzione che Antigone ha avuto, è con gli organismi internazionali che si occupano della tutela dei diritti delle persone private della libertà: lasciata la presidenza di Antigone, io sono divenuto membro per l’Italia del Comitato europeo che svolge questo compito e questo ha saldato il rapporto tra esperienza nazionale e dibattito europeo.

Mai incidenti con l’amministrazione?

Solo una volta e risolto in tempi brevi. Un’accusa nel primo anno di governo del ministro Castelli, in cui Antigone venne accusata di vicinanza con gruppi «anarco-insurrezionalisti». L’immediata solidarietà di un alto numero di parlamentari, di maggioranza e opposizione, produsse le scuse dell’amministrazione e il rinnovo della autorizzazioni per l’Osservatorio. Episodio chiuso.

Ma oggi com’è cambiato il confronto?

Direi che è rimasto positivo, nel senso che Antigone ha continuato ad essere considerata un interlocutore con cui confrontarsi. È cambiata però la qualità del dibattito e, quindi, anche dell’interlocuzione. Oggi è ben più difficile discutere di abolizione dell’ergastolo o del fatto che le pene edittali in Italia sono tra le più alte in Europa. Nel ’91 gli ergastolani erano poco più di 400, oggi sono il quadruplo, ma questo non indica né un numero più alto di reati da ergastolo, né una maggiore incisività delle indagini; al contrario la sensazione diffusa nel sociale è di un sistema quasi troppo mite. Non ci si interroga più sui tre quesiti fondamentali: perché punire, cosa punire e come punire. Il carcere è divenuto un elemento simbolico che è fa parte della ricerca di consenso elettorale, con campagne sulla risposta all’insicurezza sociale attraverso la promessa di una presunta maggiore sicurezza individuale. Si insegue la pancia di un senso comune insicuro promettendo durezza e ferocia, un po’ da tutti gli schieramenti. Per questo Antigone ha ampliato la sua attività rivolgendosi di più ai giovani, alle scuole, alla formazione di una diversa attenzione a questi problemi. Non a caso anche fra di noi sono mutate le generazioni degli aderenti, con l’adesione di molti giovani presenti nelle diverse regioni.

Oggi, maggio 2011, quali sono le principali linee di lavoro, che Antigone svolge, quali le forme per comunicarle?

Gli anni recenti hanno portato a interrogarci su episodi molto gravi, dai maltrattamenti a Bolzaneto, qualificati dallo stesso procuratore in aula come vere e proprie torture, a singoli casi, sporadici, ma gravissimi, che la drammatica vicenda di Stefano Cucchi ha portato alla conoscenza del grande pubblico. Nei Rapporti del suo osservatorio, Antigone ha dato notizia di episodi di violenza riportati da vittime o familiari, su cui chiede efficaci e accurate indagini, che tolgano una anche minima percezione d’impunità. In questo contesto tuttavia ha sostenuto la battaglia che associazioni più grandi, quali Amnesty International, portano avanti per l’introduzione nel nostro codice del reato di tortura. Un altro obiettivo prioritario è l’introduzione, in sintonia con quanto richiesto da un Protocollo alla Convenzione Onu contro la tortura che l’Italia ancora non ha ratificato, di un’autorità indipendente incaricata di monitorare con continuità tutti i luoghi di privazione della libertà. Contro la crescita del numero di detenuti, Antigone è impegnata a costruire una inversione radicale di tendenza, rispetto alle droghe, al reato di clandestinità, alla rilevanza della recidiva per l’accesso alle alternative. Ma il tema più ampio su cui dobbiamo ricostruire un dibattito, nel sociale e nelle istituzioni, è sullo spazio del penale, sul nuovo codice, sulla misura della pena, sul suo ruolo in stretta aderenza con il dettato costituzionale. È un grande tema culturale e politico, prima ancora di essere legislativo.

dal manifesto del 19 maggio 2011

1991-2011
Diritto penale minimo, sicurezza, carceri
Oggi e domani due convegni a Roma

Oggi, giovedì 19 maggio, dalle ore 14.30, presso l’Università di Roma Tre (Facoltà di giurisprudenza, aula 2), via Ostiense 161, «Esecuzione della pena, titolarità dei diritti e strumenti di tutela», primo incontro che Antigone ha organizzato per festeggiare i venti anni dalla sua fondazione invitando magistrati, costituzionalisti, giuristi, garanti, esponenti di associazioni.

Domani, venerdì 20 maggio, dalle ore 9.00, a Roma, alla Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, il sociologo francese Loïc Wacquant, professore all’Università di Berkeley, aprirà il convegno: «Giustizia, sicurezza, carcere: gli ultimi vent’anni italiani». Interverranno, tra gli altri, Franco Ionta, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, che parlerà delle politiche della sicurezza e Giuseppe Cascini, Segretario Associazione nazionale magistrati, che, insieme a Valerio Spigarelli, Presidente Unione Camere Penali, discuteranno di politiche della giustizia. L’incontro è coordinato da Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella, conclude Mauro Palma.

Umberto Eco: “il manifesto, un argine culturale”

Intervista di Valentino Parlato a Umberto Eco per i quarant’anni del manifesto.

«Voi, un argine culturale alla deriva berlusconiana»
«Il manifesto? Ci scrivevo perché mi era simpatico Pintor. Oggi rappresenta una forma di resistenza nel tracollo generale della sinistra. Volete un consiglio? Diventate un settimanale quotidiano» Parla lo scrittore che nel 1971 si firmava Dedalus. «Berlusconi è un abile, geniale piazzista, ha capito gli umori del mercato e la natura profonda degli italiani, che non si sono mai identificati con lo Stato»

Raccontami come è cominciata, già il 28 aprile del 1971, la tua collaborazione al manifesto.

La mia prima risposta è molto banale: è venuto Pintor a casa mia e me l’ha chiesto e poiché era tanto simpatico gli ho detto di sì. Ma c’era un’altra ragione. C’era una situazione tipica di una certa sinistra di allora, anche di quella di antiche origini cattoliche come la mia, che non riusciva a identificarsi col Partito comunista italiano.
Specie noi della cosiddetta neoavanguardia del Gruppo 63, se eravamo certamente orientati a sinistra, stavamo per così dire sulle scatole alla cultura ufficiale del Pci, ancora guttusiana, pratoliniana, con la sua idea di intellettuale organico che non era compatibile, tanto per fare un esempio, con gli eretici come Vittorini, diffidente verso tante nuove tendenze culturali emergenti, quasi sempre bollate come trucchi insidiosi del neocapitalismo. Una volta il buon Mario Spinella mi chiese di scrivere un lungo articolo su Rinascita per indicare quali erano i problemi che una cultura di sinistra doveva affrontare. Io scrissi di sociologia delle comunicazioni di massa e dello strutturalismo: fui coperto di feci dall’intellighentia del Pci. Mi viene da citare l’attacco dell’allora marxista Massimo Pini, poi finito in An, e un personaggio francese che scrisse «ma cosa diavolo racconta questo Umberto Eco: da un punto di vista marxista lo strutturalismo è inaccettabile». Questo signore si chiamava Althusser e due anni dopo avrebbe tentato il suo celebre connubio tra marxismo e strutturalismo.

C’era un clima molto difficile per chi volesse essere di sinistra, senza stare con il Pci. All’epoca l’unica alternativa possibile era con il giro di Lelio Basso e con il manifesto: l’unico modo di essere di sinistra senza venire irreggimentati nel Pci, anche se non era più quello togliattiano che accusava di decadentismo Visconti perché aveva girato Senso ma che tuttavia erano ancora accolte con diffidenza.

Tanto per fare un esempio, nel 1962 Vittorini pubblicava il Menabò numero 5, quello dedicato a industria e letteratura, ma proponendo un nuovo modo di intendere l’espressione «letteratura e industria», focalizzando l’attenzione critica non sul tema industriale ma sulle nuove tendenze stilistiche in un mondo dominato dalla tecnologia. Era un coraggioso passaggio dal neorealismo (dove valevano i contenuti più che lo stile) a una ricerca sullo stile dei tempi nuovi, ed ecco che dopo un mio lungo saggio Sul modo di formare come impegno sulla realtà apparivano prove narrative molto ‘sperimentali’ di Edoardo Sanguineti, Nanni Filippini e Furio Colombo. Perciò accettai la proposta di Pintor; ma poiché avevo un contratto per la terza pagina del Corriere della sera non potevo mettere la stessa firma su due quotidiani e scelsi di firmare Dedalus.

Dedalus, una firma di grande prestigio, nel segno di Joyce.

Mi sono divertito come un pazzo a scrivere i pezzi di Dedalus. Ricordo che un po’ di anni dopo Fanfani mi incontrò, agitando la mano e facendo, garbatamente, finta di volermi picchiare. La ragione? Qualche tempo prima sul manifesto avevo scritto: «L’onorevole Fanfani, passeggiando nervosamente sotto il letto…».

Altra polemica con Montanelli quando, attaccando la Cederna, aveva scritto che «annusa l’afrore degli anarchici sotto le ascelle». Scrissi: «una volta i polemisti portavano la penna all’altezza del cuore; tu, Indro, sei sceso molto più in basso». Poi Montanelli mi mandò un suo libro con la dedica: «In memoria di un colpo basso». Era un uomo di spirito.

Ma in questi quarant’anni ci sono stati grossi cambiamenti. Quali?

Sono stati totali. Il crollo del muro di Berlino, la fine delle ideologie e, di seguito, la fine dei partiti e anche la crisi del manifesto che non ha più nessuno con cui confrontarsi alla sua sinistra.

Vuoi dire che quando facevamo polemica con il Pci avevamo un ascolto e adesso che il Pci non c’è più chi ci sente?

Il cambiamento è stato enorme. Alla fine della seconda guerra mondiale i partiti governavano. In Italia la Dc, il Pci e gli altri ancora. Con la crisi delle ideologie i partiti si sono dissolti in Italia come in Francia, ma paesi come la Francia, appunto, si sono salvati perché lì c’è uno stato, mentre in Italia lo stato è debolissimo. E quindi in Italia siamo senza governo, nelle mani di una anarchia o di minoranze paracriminali, non perché uccidono gente per strada, ma perché sono fuori da ogni legalità. Ma, tornando indietro, ricordo che un’altra ragione della mia collaborazione al manifesto stava nella polemica contro i gruppuscoli, che erano per l’astensionismo. Per quante simpatie si potessero avere con il cosiddetto movimento, la rinuncia al voto era inaccettabile. Ricordo che mi chiesero di dirigere Lotta continua: cercavano qualcuno che avesse in tasca la tessera dell’ordine dei giornalisti, disposto ad andare in galera. Risposi di no, perché collaboravo con il manifesto, e non potevo tenere il piede in due staffe. Il manifesto era ovviamente legato al clima del movimento, ma apparteneva pur sempre a una sinistra parlamentare. Certo il manifesto sembra aver perduto la sua funzione storica, come il Pci e tutti i gruppi di sinistra. Direi che non siete più un partito ma resistete ancora in questo generale tracollo come una coscienza culturale.

Io lo vorrei ancora.

Bisogna pensarci, nell’attuale carenza di proposte positive, nell’assenza della sinistra: tutto è possibile e tutto è più difficile. Discutevo ieri della bizzarra proposta del colpo di stato di Asor Rosa. Il problema non è cacciare Berlusconi con un colpo di stato, contro il 75 per cento degli italiani, al quale in fondo le cose vanno bene così.

Il 75%, esageri proprio.

Non dico quelli che votano direttamente Pdl, ma quella maggioranza naturalmente berlusconiana che non vuole pagare le tasse, ha voglia di andare a 150 chilometri all’ora sulle autostrade, vuole evitare carabinieri e giudici, trova giustissimo che uno se può se la spassi con Ruby, trova naturale che un deputato vada dove meglio gli conviene. Questa è la moralità dominante. Berlusconi è un abile e geniale piazzista, che ha capito la sostanza e gli umori dell’attuale mercato politico.

Mi torna in mente il famoso errore di Benedetto Croce, secondo il quale Mussolini era caduto dal cielo e non partorito da noi italiani.

Berlusconi è stato partorito dall’Italia di oggi e ha capito la natura profonda del nostro popolo che non si è mai identificato con lo Stato, che si è sempre massacrato nello scontro tra città e città. Non a caso abbiamo tra i nostri pensatori un Guicciardini. Quindi anche se domani facessi un colpo di stato (che in ogni caso è sempre una cosa cattiva – non ho mai visto colpi di stato «buoni») non cambieresti gli umori del paese. Per cambiarli ci vorrebbe un’azione più profonda, di persuasione ed educazione, e di vere proposte alternative. Ed ecco che tornerebbe buona, se ci fosse, la politica. Però mi pare che la presa di posizione polemica di Asor Rosa nasca dal sentimento (e dalla frustrazione) che il colpo di stato strisciante è già in atto (ma dalla parte opposta) con l’umiliazione del parlamento, la sua riduzione a un manipolo di yes-men, la delegittimazione della magistratura e quindi la distruzione dell’equilibrio dei poteri, l’occupazione progressiva di tutti i centri della comunicazione. Scrivevo negli anni Sessanta che ormai per fare un colpo di stato non era necessario muovere i carri armati: bastava occupare le televisioni. Lo si sapeva già negli anni Sessanta.

E la differenza tra apocalittici e integrati? Ti ricordi?

È una distinzione molto vecchia, del 1964, superata. Allora c’era una netta divisione tra i critici del sistema delle comunicazioni di massa (pensa a Adorno) e quelli che si identificavano con il nuovo sistema della comunicazione. Questa divisione si è enormemente modificata, pensa alla Pop art, un’arte d’avanguardia che si abbevera alla comunicazione di massa.

La Pop art? Spiegati meglio.

La Pop art ha usato i fumetti, e non per criticarli (come sarebbe accaduto agli apocalittici del decennio precedente). Quindi, ha fatto provocazione d’élite basandosi su materiali una volta considerati bassi. Oppure pensa ai Beatles che – come ha poi intuito Cathy Berberian – potevano essere ricantati come se fossero la musica di Purcell che in qualche modo li aveva ispirati. Musica di intrattenimento, ma coltissima. Pensa a Benigni: fa parte della cultura di massa o della cultura d’élite? Non hai risposta: riesce a fare passare Dante davanti a ventimila persone e cammina come un clown. Ai tempi di apocalittici e integrati non sarebbe potuto accadere. Pensa anche al romanzo poliziesco che ancora negli anni Cinquanta era roba da vendere nelle edicole, leggere e buttare, e oggi Camilleri fa romanzi accessibili alle grandi masse, ma mediante una forte sperimentazione linguistica.

Visto che ci siamo: confini tra cultura altra e cultura bassa?

Le differenze sono infinite e difficili da identificare. È quasi come in politica: potrebbe essere un gioco di società trovare personaggi di destra all’interno del Pd e di sinistra (ma è impossibile trovarne) all’interno del Pdl.

Quelli di sinistra è proprio difficile trovarli.

Sì, perché anche la nozione di sinistra si è disfatta. Qualcuno, non ricordo chi, ha scritto che la sinistra ufficiale sta facendo l’unica politica conservatrice possibile: difesa della Costituzione, difesa della magistratura, e così via. Difesa anche dei carabinieri, pensa tu se ce lo avessero detto al tempo del Piano Solo.

Ma dall’altra parte c’è di peggio.

Certo: c’è l’attacco alle istituzioni e dunque è naturale che a sinistra si diventi conservatori. I tempi cambiano, vuoi mica che ancora oggi esista la differenza tra cavouriani e mazziniani? La polizia di Scelba manganellava i lavoratori e quella di oggi cerca di salvare i neri dai naufragi.

Gli apocalittici cosa sono diventati?

Gli apocalittici, pian piano, son diventati meno rigidi nel loro rifiuto. Pensa solo a come è andata con il fumetto, che era una delle cose più popolari, diretto a persone di cultura bassa. Poi, proprio noi intellettuali lo abbiamo riscoperto e ne abbiamo fatto un mito. Erano le letture della nostra infanzia, ma anche l’unico modo nel quale abbiamo potuto capire qualcosa dell’America. Ormai il fumetto è diventato una forma di cultura alta, perfino difficile da leggere. Certo i bambini leggono ancora Topolino che resta, più o meno, come una volta. Ma tutte le nuove forme… il fumetto cartonato che si vende nelle librerie, certe volte faccio fatica a leggerlo tanto è raffinato. Quindi quelli che una volta erano i mezzi di massa, contro cui si scagliavano gli apocalittici, oggi possono essere interpretati solo da gente che ha letto Joyce.

Carta stampata e Internet. Un duello aperto.

Sono stufo di sentirmi rivolgere questa domanda. Due anni fa ho pubblicato un libro con Jean-Claude Carrière, Non sperate di sbarazzarvi dei libri. Ovviamente sono un utente di Internet, ho ben otto computer nelle varie case dove capito, ma difendo i diritti e il futuro del libro per una ragione semplicissima: abbiamo la prova scientifica che un libro può durare 550 anni. Prendi un incunabolo, lo apri, sembra stampato ieri e ti permette persino la previsione che forse, se lo lasci in un ambiente poco umido, può durare altri 500-1000 anni. Non abbiamo nessuna prova scientifica che un dischetto, una chiavetta possano durare più di dieci anni, non tanto perché si possono smagnetizzare, ma perché nel frattempo sarà cambiato il tipo di computer. I computer di oggi non leggono più i dischetti di quindici anni fa. Certo, per me è una grande comodità viaggiare con una chiavetta che contiene tutta la mia biblioteca, però l’unica garanzia del fatto che l’informazione si conservi sta ancora nel libro cartaceo. Detto questo, Internet è una cosa utilissima, pensa a cosa sta cambiando nell’Africa del nord: senza Internet non sarebbe successo niente.

Il manifesto attraversa una nuova crisi. Tu, dicevi, perché ha perduto la sponda del Pci. Ma non è più solo per questo.

Innanzitutto c’è una generale crisi politica. Poi sono in crisi tutti i quotidiani. I giovani non comprano più i quotidiani, preferiscono leggere il giornale gratuito che si prende alla stazione. È un fenomeno generale: se è in crisi anche il Corriere della Sera, che può pagare centinaia di inviati speciali in tutto il mondo, come può non essere in crisi il manifesto? Se è vero che i giovani sono più attenti ai contenuti culturali, l’unica possibilità del manifesto è quella di settimanalizzarsi, non nel senso di diventare settimanale ma in quello di fare continuamente azione di approfondimento. Ha poco senso che il manifesto esca oggi dicendo quel che è accaduto ieri, perché lo ha già detto la televisione. Insomma, ripeto: un quotidiano di approfondimento. A modo suo Il foglio lo è. Quindi il manifesto dovrebbe essere sempre più un quotidiano di commento, di proposte. È l’unica possibilità di sopravvivenza. Ripeto una mia vecchia polemica: il quotidiano di 64 pagine non mi dà più nessuna notizia perché non faccio in tempo a leggerlo. Nel 1990 mi trovavo nelle isole Fiji dove usciva – lo davano gratis negli hotel – il Fiji Journal, che aveva otto pagine di cui sei di pubblicità, due di notizie locali e una pagina di brevissime notizie. Con quella pagina il Fiji Journal mi ha tenuto perfettamente informato su quanto accadeva in Italia e nel mondo. Allora, o tu diventi il Fiji, quattro pagine al giorno a 20 centesimi, oppure fai 10-12 pagine di approfondimenti, discussioni critiche, polemiche. Non ce la fai a emulare il Corriere della Sera o Repubblica dando più notizie di loro, piuttosto fai una critica dei loro articoli.

Torneresti a collaborare al manifesto?

Non riesco più a tener testa a tutte le cose che devo fare e da quando sono andato in pensione lavoro tre volte tanto. Comunque, lasciami passare l’estate.

dal manifesto del 28 aprile 2011

il manifesto intervista Richard Stallman

Nella Rete crescono le insidie di chi vuol affermare la libertà dei singoli dal potere degli stati e delle imprese. E se Wikileaks e Julian Assange svelano l’insopportabilità del segreto industriale e di stato, i social network raccolgono tuttavia informazioni individuali per trasformarle in merce da vendere al migliore offerente. Un’intervista con Richard Stallman, il ricercatore e attivista del software libero dalle norme dominanti sulla proprietà intellettuale.

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Pd, il venerdì 17 di Pierluigi Bersani

Il segretario boccia le primarie e apre a Casini e Fini. Big quasi d’accordo, base in rivolta. Alleanza con il terzo polo? «Se si fa prima o dopo il voto va bene lo stesso. In cambio rinunciamo alla premiership». La svolta del Nazareno fa gongolare l’Udc: «Un’autocritica intelligente, grazie mille». Nevica a Roma: il vertice del Pd è concorde col segretario. «Rottamatori», Marino e Chiamparino si ribellano. Mentre i militanti sotto shock si sfogano su Facebook e Web.

Sarà per il giorno tradizionalmente infausto, ma certo è che l’intervista di Pierluigi Bersani di ieri a Repubblica si è rivelata esplosiva. Soprattutto per il Pd stesso.

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Mediacoop: «Senza risorse l’editoria muore»

«Il sottosegretario Bonaiuti parla di tutto ma non di risorse. E strano, perché alla camera proprio in questi giorni si sta discutendo la manovra finanziaria». Lelio Grassucci, presidente onorario di Mediacoop, incontrerà oggi il responsabile dell’editoria negli uffici di via Po.

«I direttori di tutti i quotidiani interessati, incluso il manifesto, hanno scritto nei giorni scorsi ai presidenti Fini e Schifani ricordando loro un dato incontestabile – spiega Grassucci – le risorse previste dal governo non sono né sufficienti né certe. Non sono sufficienti, perché dei 194,03 milioni previsti nel fondo editoria in finanziaria solo 60/70 vanno poi effettivamente a coprire i contributi diretti alla stampa. Ne servirebbero dunque almeno altri 100, come hanno proposto in queste ore con emendamenti alla finanziaria deputati di vario orientamento. Ma non sono nemmeno certe perché senza diritto soggettivo i rimborsi varierebbero a seconda delle disponibilità del governo e dunque ogni volta sarà difficile chiudere i bilanci e impossibile programmare la gestione delle imprese e il ricorso al credito

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Ma D’Alema c’è o ci fa?

Ma c’è o ci fa? Leggendo l’intervista di Massimo D’Alema sul Sole 24 Ore di ieri (una testata scelta non certo a caso) la domanda sorge spontanea. Inquietante. Enigmatica. La «volpe del tavoliere» ha partorito un altro dalemone, una strategia a lungo se non lunghissimo termine la cui razionalità sfugge al primo sguardo, oppure più semplicemente dà i numeri?

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