Il Napalm del voto nella giungla Montecitorio

Il Vietnam parlamentare del Pd è fatto di salmi costituzionali intonati a turno da ogni singolo deputato. Livia Turco legge l’articolo 32 della Costituzione sulla salute, Francesco Boccia il 34 sulla scuola, D’Antoni il 10 sull’asilo politico. A Richi Levi tocca il tricolore, a Gentiloni l’amnistia, a Sesa Amici il settimo sulla chiesa cattolica. Qualche onorevole aggiunge un commento, la maggior parte no. Lapo Pistelli legge l’articolo 11 che ripudia la guerra senza alcuna chiosa. Si va avanti già da quasi due ore quando D’Alema legge, con voluta suspense e un po’ di autoironia vista la sua mancata scalata al Colle, l’articolo 87 sui poteri del presidente della Repubblica.

I baffi argentei vibrano quando parte la zampata finale. «Meno male che il presidente c’è – dice l’ex premier – perché è l’unico punto di riferimento dei cittadini. Ha il potere di sciogliere le camere – prosegue poi leggendo l’articolo della Costituzione successivo – ma questo, più che una lettura del comma è un mio auspicio personale».

Il napalm dello scioglimento anticipato e del ritorno alle urne ridà un po’ di sostanza a una seduta della camera che soprattutto il Pdl ha drammatizzato oltre ogni dire per evitare defezioni dell’ultimora. Dopo i timori espressi da Cicchitto anche Gianni Letta di buon mattino dà l’avviso ai naviganti: «Si preannuncia una settimana incandescente, e quella di oggi sarà una giornata difficile». L’apertura delle ostilità (se così si può dire) inizia con una maggioranza che alle tre di pomeriggio respinge per 11 voti la proposta del Pd di far tornare in commissione il cosiddetto «processo breve».

Banchi strapieni. Compresi quelli del governo. Ministri e sottosegretari sono al gran completo, mancano solo Bossi e Frattini, Maroni si assenta quasi subito. Il tempo passa con l’aiuto di giornali e iPad. Denis Verdini riceve deputati dal suo scranno come un ufficio postale il giorno di pensione. In un vertice con i «responsabili» garantirà e otterrà nomi chiari per le poltrone da viceministro e sottosegretario da elargire dopo il via libera alla legge Alfano. Il papabile Pionati ufficializza: «In aula voteremo compatti». Poco più in là Scajola e La Russa confabulano animatamente per quasi un’ora. Tanto agitato il ministro quanto parco di gesti l’ex ministro. Nel partitone berlusconiano non corre buon sangue. Tra un voto e l’altro il siciliano Miccichè chiede ai quattro venti la testa da coordinatore di La Russa.

Alfano in aula segue i lavori. Minimizza la portata della prescrizione breve. «Gli effetti sui processi saranno tenui e riguardano solo gli incensurati». Più volte richiesto di quantificare quali e quanti saranno aboliti, in serata certifica: «Con le nuove norme cadrebbero solo lo 0,2% dei processi». Cioè circa 400 sugli oltre 170mila prescritti annualmente. «Ma se cambia così poco allora perché la volete approvare così tanto?», lo sfotte dai banchi Pier Casini.

La radicale Rita Bernardini parla dell’emergenza carceri cercando di interloquire in diretta con Alfano sull’istituto penitenziario di Messina. Prova a raccontare di un detenuto paralitico costretto a «trascinarsi per terra nella latrina lurida per arrivare al water». Il Guardasigilli non replica. Ma assicura che procedimenti come quello per la strage di Viareggio non saranno sfiorati dallo scudo salva-Berlusconi. «In quel caso la prescrizione scadrà nel 2032». Per il Pd il ministro sembra confondere volutamente la prescrizione con la durata del processo, che in ogni caso secondo la sua legge deve durare un tot di anni e basta.

Il voto e l’ostruzionismo vanno avanti anche nella notte. Qualche scivolata è possibile. Anche oggi il consiglio dei ministri è stato convocato durante la pausa pranzo della camera.Se non ci saranno sorprese il voto finale è previsto entro stasera.

dal manifesto del 13 aprile 2011

Tedesco, perché votare l’arresto è sbagliato

Il Pdl vuole fare di Alberto Tedesco l’alter ego di Silvio Berlusconi. Il simbolo della supremazia della politica sulla magistratura. Il parlamentare come «uomo che non deve chiedere mai», tanto meno – come fa Tedesco – di essere arrestato e di difendersi nel processo. E’ un virus che va inoculato a forza nel corpo disorientato del Pd e del suo elettorato vastamente giustizialista e anti-berlusconiano.

Nella giunta per le immunità i democratici hanno ottenuto una vittoria tattica. Ma la tesi del Pdl è stata battuta solo per la frattura con la Lega. Un grande partito deve decidere sui suoi dirigenti senza delegare alla magistratura ogni controllo di legalità. E’ già accaduto per Del Bono a Bologna e perfino per l’incolpevole Marrazzo. Politicamente, non si può sempre affidare ai giudici l’ingrato compito di cavare le castagne dal fuoco. Tra «immunità a tutti i costi» e «manette subito e poi si vede» c’è una terza via.

Alberto Tedesco è accusato di reati gravissimi che vanno verificati in tribunale. Questo giornale lo ha già scritto in articoli ed editoriali. Qualsiasi sia la scelta del senato, il processo va avanti (anzi, deve ancora iniziare). Ma l’arresto che c’entra? E’ un puzzle che può essere risolto da un po’ di semplice e obsoleto garantismo.

Un cittadino (non importa se senatore o no) è innocente fino a prova contraria e può essere detenuto prima del giudizio solo per pericolo di fuga, inquinamento delle prove o reiterazione del reato. Nel caso di Tedesco tutti e tre i requisiti scricchiolano parecchio. I pm escludono l’inquinamento delle prove perché parlano di fatti «cristallizzati» grazie a perquisizioni e intercettazioni.

Leggi qui gli atti del senato.

Motivano il carcere dicendo solo che potrebbe ancora commettere i reati di cui è accusato. Poco importa, scrivono i pm, che si sia dimesso dalla giunta Vendola il 6 febbraio del 2009, alle prime indiscrezioni sui giornali. Da senatore è peggio perché secondo i pm continua a godere «di indiscusso appeal e persistente carisma» sul personale e gli uffici pugliesi in quanto politico nazionale e capo di un partito locale. E’ un’ipotesi golosa per la polemica politica ma molto delicata per un tribunale.

Se da senatore Tedesco può difendere meglio quel «sistema criminale» allora si deve indagare anche chi ha preso il suo posto. In Puglia dopo di lui sono cambiate due giunte. E il successore alla sanità, Tommaso Fiore, non pare procedere alla vecchia maniera. Primario anestesista, non è figura di partito né vicina a Tedesco.

Il Pd potrebbe essere miglior arbitro della sorte del suo senatore non lasciando pilatescamente la scelta alle piazze o alla magistratura. Sia giudice di se stesso e voti contro una richiesta inutile se si vogliono accertare fatti accaduti nel passato. Tedesco si è autosospeso dal partito e dal gruppo. Non basta? Se il Pd trova la sua presenza a Roma fonte di imbarazzo, faccia come Vendola: gli chieda di dimettersi per il bene della «ditta». Al congresso ha sostenuto Bersani. E’ un linguaggio che potrebbe capire.

dal manifesto dell’8 aprile 2011

Carlo Saturno, il carcere uccide due volte

di Patrizio Gonnella *

Angelino Alfano è il ministro della giustizia di Berlusconi. Ma è anche il ministro delle carceri italiane, mai così sovraffollate nella storia d’Italia. Tra le sue tante incombenze ci piacerebbe si occupasse di una vicenda non piccola che riguarda un ragazzo, Carlo Saturno, 22 anni, che sta lottando tra la vita e la morte.

La sua vita oramai è appesa a un filo. Ha tentato di suicidarsi nel carcere di Bari. Nella sua giovane esistenza ha conosciuto le asprezze del carcere, prima quello minorile di Lecce e poi quello per adulti di Bari. Saturno è originario di Manduria e oggi si sarebbe dovuto presentare al tribunale di Lecce come parte lesa in un processo per maltrattamenti. Purtroppo il processo continuerà senza di lui.

Nei mesi scorsi aveva avuto il coraggio di costituirsi parte civile contro 9 agenti di polizia penitenziaria accusati di abusi e vessazioni. I fatti risalgono al 2003, quando – secondo il pm – nell’istituto minorile di Lecce un gruppo di agenti avrebbe costruito una «squadretta» col compito di governare l’istituto con la violenza, trasformando la vita dei ragazzi in un inferno e quella degli altri operatori in un incubo.

Dalle testimonianze raccolte tra i ragazzi e tra gli operatori – tra l’altro dall’ex magistrato e sottosegretario oggi senatore Pd Alberto Maritati – si evincono violenze, abusi, vere e proprie sevizie. Si riferiscono episodi di «ragazzini denudati e pestati in cella», fino a «far uscire sangue da entrambe le orecchie» o «spezzargli tre denti». O ancora, di un ragazzo lasciato «per un’intera notte completamente nudo a dormire in isolamento senza materasso». Uno di quei ragazzi era Carlo Saturno.

Il Gup non ha avuto dubbi nel rinviare a giudizio i 9 imputati poliziotti, ossia l’intera «squadretta». A proposito di prescrizione breve, il processo purtroppo viaggia lentamente, troppo lentamente. Si teme che tutto finisca in nulla. Mentre un giovane coraggioso versa in condizioni disperate: si è impiccato, tentando – praticamente riuscendoci – di ammazzarsi una settimana prima che il processo riprendesse. Non è facile che un detenuto decida di denunciare un poliziotto e di costituirsi parte civile. Teme ripercussioni e ulteriori violenze. Nel buio del carcere di Bari qualcosa è successo anche a Carlo Saturno.

A questo punto due domande chiedono una risposta immediata:

  1. dove prestavano servizio i 9 agenti sotto processo al momento del gesto tragico di Carlo Saturno?
  2. quali misure sono state prese a sua protezione?

Chiediamo al ministro e ai giudici baresi di procedere aprire un’inchiesta rapida che accerti responsabilità e legami tra il gesto estremo di Saturno e il suo essere parte lesa in un processo per maltrattamenti.

Chiediamo alla magistratura salentina di procedere speditamente verso la fine del processo per le violenze nell’istituto minorile di Lecce in modo da evitare la prescrizione.

Il processo va portato avanti nel nome di Carlo Saturno, coraggiosa parte civile in un procedimento per fatti che non possiamo chiamare tortura solo a causa della mancanza di questo odioso reato nel nostro codice penale.

* Presidente Antigone

Cda Rai, Fini fa saltare lo scudo per Meocci

Fini cancella la norma salva-cda Rai introdotta di soppiatto nella «legge comunitaria». L’emendamento della commissione eliminava la responsabilità per danno erariale degli amministratori di società pubbliche.

Il codicillo era taglia su misura per gli amministratori Rai e, forse, di Finmeccanica. Tra gli altri, infatti, ne avrebbero sicuramente beneficiato cinque ex e attuali consiglieri di viale Mazzini Rai: Giovanna Bianchi Clerici, Gennaro Malgieri, Angelo Petroni, Marco Staderini e Giuliano Urbani. Tutti condannati dalla Corte dei Conti a pagare un milione e 800mila euro a testa perché nel 2005 approvarono la nomina a direttore generale di Alfredo Meocci.

Una nomina illegittima perché Meocci era palesemente «incompatibile» con l’incarico in quanto arrivato al vertice di viale Mazzini dopo essere stato commissario dell’Authority per le comunicazioni. La norma è stata dichiarata inammissibile ieri direttamente dalla presidenza della camera perché – ha spiegato in apertura di seduta la vicepresidente Rosy Bindi – «secondo gli uffici non rientra nelle materie che possono essere oggetto della legge comunitaria».

La legge – già approvata dal senato in prima lettura – recepisce ogni anno nel nostro ordinamento le indicazioni di Bruxelles arriva peraltro in aula senza avere nemmeno un ministro competente. Come si ricorderà, infatti, la poltrona è ancora vacante. Il ministero delle politiche comunitarie era l’unico dicastero tenuto da un finiano, Andrea Ronchi. Sia il Pd che Fli hanno protestato vivacemente per l’assenza di un responsabile governativo.

L’Italia continua a essere pesantemente inadempiente nei confronti dell’Unione. Il numero totale delle procedure d’infrazione contro il nostro paese si attesta a 144: 95 riguardano casi di violazione del diritto dell’Unione e 49 riguardano la mancata trasposizione delle direttive nel nostro ordinamento.

Vendola sbarca a Piazzaffari

«La Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia». Nichi Vendola affonda senza mezzi termini la “narrazione” leghista di un Nord laborioso e irenico immune da infiltrazioni criminali. E lo fa nello scintillante palazzo della Borsa di Milano, uno dei simboli dell’antica «capitale morale», come incipit della sua «fabbrica dell’Economia».

Una provocazione – e una constatazione giudiziaria – a cui il presidente lombardo Roberto Formigoni replica ad alzo zero, che dipinge il collega pugliese come «un miserabile sotto l’effetto di qualche sostanza». Un tossico in cerca di «visibilità nazionale». E se Vendola azzarda che «per fortuna non abbiamo visto nei tg i volti di Formigoni o Moratti accanto ai servizi sugli uomini di ‘ndrangheta che controllavano le Asl lombarde e facevano le loro riunioni negli ospedali», il governatore del Pdl replica augurandosi quasi la galera per il leader di Sel a proposito dell’inchiesta sulla sanità che ha coinvolto il suo ex assessore del Pd Alberto Tedesco.

Vendola non ci sta. «Reazioni così isteriche dimostrano che ho colto nel segno, Formigoni non mi dia lezioni di morale perché in Puglia io ho anticipato la magistratura e cambiato la giunta, lui ha dato solidarietà al suo assessore Prosperini finché questo non ha patteggiato e ammesso la colpa». Con un’altra stilettata al centrodestra Cl-Lega: «Se le pacchianate provinciali nel comitato dell’Expo le avessimo viste in Puglia o in Sicilia sono sicuro che sui giornali avremmo letto un’altra narrazione».

Non è l’ennesima puntata della lotta secolare tra nordisti e sudisti. «Non c’è nuova economia che non passi per la lotta alla mafia», rivendica Vendola dal palco. «Siamo venuti alla Borsa di Milano non per un atteggiamento mistico o con sudditanza psicologica. Entriamo nella pancia del capitalismo per cercare le tracce di una nuova cultura politica, quella che chiamiamo la ‘buona politica’».

Segni. Orme. L’appuntamento milanese è il primo di una serie a tema in giro per l’Italia. Organizzati non dal suo partito, Sel, ma dalle sue «fabbriche». I filmati intervista realizzati da quella milanese e i tre seminari organizzati da Vincenzo Cramarossa della «fabbrica-nazionale» a Bari raccolgono per un giorno i tanti nodi della crisi italiana. La comunicazione è istantanea, tutti i lavori vanno in diretta su Internet, twitter e i social network.

Per una volta, il nome di Berlusconi è del tutto assente dal dibattito. E un Cavaliere inesistente è un indizio che forse siamo già «oltre» anche se non si vede ancora l’approdo.

Vendola non lancia proposte precise. L’unica, non nuovissima, è tassare le rendite a livello europeo. E a Tito Boeri che in un workshop ha insistito sul contratto a «garanzie crescenti» sponsorizzato da Ichino e una parte del Pd, il leader di Sel replica indirettamente solo che «la soluzione al precariato non può passare per contratti individuali». Le cose da fare, del resto, sono infinite. Tanto più per un leader politico che dice di voler raccogliere «il meglio della sinistra, il meglio della civiltà liberale e il meglio della cultura cristiana».

La politica «o parla dei segni dello Zodiaco – acqua, terra, aria e fuoco – oppure è il semplice chiacchiericcio di qualche palazzo». Gli interlocutori chiamati a discutere sono davvero eterogenei. Marina Salomon e Pierluigi Celli, Antonio Campo Dall’Orto di Mtv e la nostra Roberta Carlini di Sbilanciamoci, un venture capitalist del web come Gianluca Dettori e Ivan Lo Bello della Confindustria siciliana, impossibile citarli tutti.

Il posto d’onore spetta però a Carlin Petrini, ipotetico ministro in un ipotetico governo Vendola. A proposito di narrazioni, «quella sull’agricoltura è a zero», esordisce il fondatore di Slow Food. Tre ministri diversi in tre anni lo dimostrano. «Non c’è tema più politico del cibo», concorda Vendola. Cultura, identità, tutela del suolo, memoria, innovazione, convivialità, gioia, conoscenza delle stagioni e della terra, relazioni tra luoghi e tra persone, un incontro tra produttori e consumatori che diventa co-produzione.

Petrini lo dice ai giovani presenti in sala: «Credetemi, il cibo sarà la vostra Woodstock, ritroverete il piacere e la felicità di essere voi stessi». Petrini è un vulcano di idee e di iniziative: orti scolastici (Slow food solo l’anno scorso ne ha aperti 400), mercati dei contadini in ogni città, incentivi alla filiera corta e a chilometro zero, moratoria sulla cementificazione dei terreni agricoli. Vendola rincorre: turismo rurale, un piano straordinario per il ritorno giovanile in agricoltura. Sottovoce, rispolvera l’esperienza dei kibbutz israeliani: «Comunità in grado di trasformare il deserto».

Tra una disputa sui prezzi delle carote (9 cent, ndr) e l’elogio della dieta mediterranea «qui più che alla fabbrica di Nichi sembra di stare alla fattoria», sbotta il moderatore Luca Telese.

Lo zodiaco scorre, e dopo i problemi della “terra” c’è l’acqua con i suoi referendum: «Il Pd ci risparmi la lezioncina che l’acqua è pubblica ed è il tubo che è privato, l’acqua non è una merce». E poi il fuoco dell’energia (diffusa e rinnovabile) e l’aria della condizione giovanile, forse il vero filo conduttore di tutti gli interventi. L’economia nelle teste di molti, qui, è quella «della conoscenza e della creatività».

«Se i giovani se ne vanno dall’Italia ci stanno dicendo che questo paese è morto. Il punto critico dell’economia sono i giovani – insiste Vendola – dobbiamo rompere il sortilegio per cui il mondo non si può cambiare. Possiamo o no entrare in un mondo nuovo?». La risposta è tutta da scrivere.

dal manifesto del 26 marzo 2011

La lettera di Rossana Rossanda a Napolitano

Signor Presidente,

non credo di mettere in causa l’esercizio del Suo mandato al di sopra delle parti politiche e sociali, chiedendoLe, da semplice cittadina che ha avuto, anche se solo per età, il privilegio di seguire il lavoro dei costituenti, di voler intervenire con un richiamo al paese su quel che la Costituzione prescrive in tema di diritti sindacali.

Gli articoli 39 e 40 infatti non sono, come può constatare anche una non giurista, principi ottativi che testimoniano di un indiscutibile spirito dei costituenti ma cui, per mancanza delle articolazioni successive, un cittadino non si può appellare per veder riconosciuto un suo diritto. Sono del tutto inequivoci e la loro attuazione è stata regolamentata dalle leggi.

Ora, ferma restando la libertà di opinione dell’attuale amministratore delegato della Fiat che si propone di mutare le relazioni industriali del paese, è legittimo che egli decida della libertà sindacale nella sua azienda contro il dettato costituzionale? Non credo.

L’art. 39 della Costituzione più chiaro di così non potrebbe essere: l’organizzazione sindacale è libera e nessuna legge la può impedire salvo l’obbligo per i sindacati di essere registrati. Una volta registrato un sindacato ha personalità giuridica e rappresenta i suoi iscritti ed è in grado di stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto si riferisce.

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Le vite parallele di Di Pietro e Berlusconi

Che succede all’Italia dei valori? I dipietristi in cerca d’autore che salvano il governo Berlusconi sono la prova finale delle lacune storiche che gravano sul partito dalle «mani pulite».

Per saperne di più e mettere le cose in prospettiva è in libreria un saggio di Pierfranco Pellizzetti che spiega bene le questioni irrisolte nell’Idv (Fenomenologia di Antonio Di Pietro, manifestolibri).

Come Alberico Giostra sul manifesto di giovedì scorso, Pellizzetti registra la deriva «mastellata» e centrista del partito dell’ex pm. L’Idv come partito in «franchising» che sul territorio si dimostra la più collaudata «lavanderia» di ceto politico esistente in Italia. In questo, fatte le debite proporzioni, funziona in modo molto simile al Pdl. Non importa chi sei e da dove vieni ma quanti voti porti. Tanto il «capo» garantisce per tutti.

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Pd e finiani murano Berlusconi sulla giustizia

Quali sono i punti deboli di Berlusconi? Battute e cattivi pensieri a parte, si chiamano Lega e processi. Inevitabile per le opposizioni (finiani inclusi) infilare il dito nella piaga e murarne le eventuale sortite.

Il Pd batte un colpo e coglie al volo l’ennesimo scivolone di Bossi su Roma e i romani. Dopo un consulto tra Bersani e i due capigruppo Franceschini e Finocchiaro, i democratici annunciano una mozione di sfiducia contro il ministro e leader della Lega. «L’aula e ogni singolo parlamentare di maggioranza e di opposizione – afferma Franceschini – dovranno pronunciarsi individualmente con appello nominale sulla conciliabilità delle parole di Bossi e il suo ruolo di ministro».

E’ una buccia di banana sul cammino del governo che si voterà, semmai, sicuramente dopo lo show-down di domani. Ma è una mossa che viste le difficoltà degli ex An del Pdl sulla difesa di «Roma ladrona» e l’allarme dei vari peones sudisti potrebbe rappresentare un inciampo nella continuazione della manfrina nella maggioranza. La sfiducia del Pd, non a caso, arriva dopo l’affondo di Luca Cordero di Montezemolo contro il Carroccio e l’allarme della Confindustria sulla tenuta del governo. Per Berlusconi continuare a tenere tutto insieme è sempre più difficile.

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Caro manifesto, nel Pd solo chi sta con Bonanni

Lettera aperta di Francesco Russo *

Intanto una premessa. Nei commenti pubblicati ieri dal manifesto, dell’articolata nota uscita sul magazine dell’associazione TrecentoSessanta è stato estrapolato l’aggettivo «vile« senza citare per esteso la frase ripresa da un discorso di Gandhi e poi di Aldo Capitini («Non posso predicare la nonviolenza a un vile… La nonviolenza è il culmine del coraggio»). La lettura completa, insieme al ricordo delle persone (da Ambrosoli a Bachelet, da D’Antona a Moro) che hanno dato la vita combattendo la violenza con la fatica del riformismo dialogante avrebbe chiarito il nostro intento: nessuna offesa ma al tempo stesso nessuno spazio nel Pd a chi non comprenda che la violenza (fumogeni e martellate, reali o metaforici…) non è mai una risposta e che quando vi si accede, si dimostra debolezza e incapacità di creare legami sociali più significativi e duraturi.

Ma questo chiarimento e l’assoluto rispetto per il lavoro di una testata di lunga tradizione come la vostra non fanno venir meno quello che, a parer nostro, è il reale motivo del contendere che sta emergendo dal dibattito politico di questi giorni.

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Chi scherza col fumo. E col fuoco

di Ida Dominijanni

Narrano le cronache che il lancio del fatidico fumogeno su Bonanni da parte di una militante di Askatasuna è stato preceduto, e scatenato, dal lancio di due sedie sui contestatori da parte di due militanti cislini. Per carità, il gioco del «chi ha cominciato» non è mai stato di particolare aiuto nell’analisi di fatti del genere. Però qual è la differenza fra due sedie e un fumogeno? Il fumogeno fa più scena, ma le sedie possono fare più male: andrebbe detto almeno per la precisione. La precisione del resto scompare dai commenti su «l’aggressione a Bonanni»: delle due sedie non c’è traccia, perché romperebbero lo schema.

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