MicroMega, post scriptum e micro manipolazioni

«Il nuovo numero di MicroMega: un ricco miscellaneo di politica che affronta le più calde questioni di attualità». Quando abbiamo scritto queste righe affettuose, il 22 novembre scorso, non pensavamo certo che le «calde questioni di attualità» affrontate dal magazine diretto da Paolo Flores D’Arcais saremmo stati noi.

Eppure da due giorni – mentre l’Ilva viene occupata, Berlusconi forse si ricandida e Monti macella quel che resta della sanità – , in testa al sito di MicroMega, campeggiano tre addii al manifesto: quello di Rossana Rossanda, quello di Joseph Halevi e quello di Marco d’Eramo. (leggi qui)

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E’ ufficiale: la polizia spara sui ministeri

I carabinieri lasciano la «granata bollente» alla Severino e alla polizia. Secondo una prima perizia sommaria il gas sarebbe partito da lontano e dal basso. I dubbi restano tutti: chi ha sparato?

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Articolo 18, Napolitano gela la Fiom

La manifestazione di Roma non è nemmeno finita, anzi, il corteo sfila ancora per le strade della capitale che dal Quirinale arriva già un primo monito, autorevolissimo seppure indiretto, a quello che avverrà nei prossimi giorni.

«È necessario un atteggiamento aperto verso le modifiche», nel confronto sulla riforma del mercato del lavoro, pur «tenendo fermi i principi di rispetto dei diritti». «Insisto – avverte il presidente Giorgio Napolitano – sulla necessità di una visione aperta alle esigenze di rinnovamento».

Dal capo dello stato è quasi una doccia fredda sulla Fiom e le sue richieste. Soprattutto perché le parole di Napolitano cadono alla vigilia della ripresa del negoziato tra governo e parti sociali su lavoro e articolo 18.

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Caro Sindaco ,#salvaiciclisti

Caro Sindaco,
Come avrà già avuto modo di apprendere dalle notizie degli ultimi giorni, l’Italia si posiziona al terzo posto in Europa per mortalità in bicicletta. Negli ultimi 10 anni, ben 2.556  ciclisti hanno perso la vita sulle nostre strade ed è per porre freno a questa situazione che due settimane or sono abbiamo lanciato in Italia la campagna #salvaiciclisti con cui abbiamo chiesto al Parlamento italiano l’applicazione degli 8 punti del Manifesto del Times.

In questi i giorni il Parlamento sta facendo la propria parte ed una proposta di legge sottoscritta da (quasi) tutte le forze politiche è pronta per la presentazione alla Camera e al Senato. Senza il suo preziosissimo contributo di amministratore locale, però, anche la migliore delle leggi rischia di restare lettera morta ed è per questo che siamo a chiedere la sua adesione alla campagna #salvaiciclisti per il miglioramento della sicurezza dei ciclisti nella sua città.
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Vendola, no a Monti: “Il futuro è Vasto”

Prc e Sel festeggiano l’addio di Berlusconi e criticano Monti. E il governatore aspetta il Pd

Nella sinistra fuori dal parlamento le premesse sono identiche. Ma opposte le conclusioni. Sia Rifondazione comunista che Sinistra ecologia e libertà festeggiano la fine del governo Berlusconi. E, non potrebbe essere altrimenti, criticano la nascita del governo Monti. Ma le strategie – e i giudizi di merito – restano diversi.

Paolo Ferrero non vede sfumature: «Il programma di Monti è quello della Confindustria, della Merkel e della Bce. Proseguirà sulla strada delle misure già varate da Berlusconi: c’è un cambio di stile, di toni, ma non di contenuti politici, con questo programma la crisi si aggraverà».

L’analisi di Nichi Vendola è simile. Ma il governatore pugliese non straccerà la foto di Vasto: «Non ci penso proprio, archiviare quella speranza sarebbe un delitto. Rispettiamo le scelte del Pd e di Napolitano – spiega alla fine della direzione di Sel – ma l’alleanza di centrosinistra è l’unica speranza per chi aspetta il cambiamento. Dopo la quaresima tecnocratica di Monti arriverà la resurrezione della politica. E da oggi lavoreremo ancora di più e ancora meglio alla costruzione del centrosinistra di governo. L’Italia che vogliamo è quella di giugno, dei referendum e delle tante vittorie alle comunali».

Alla direzione di Sel hanno ascoltato tutti insieme, in religioso silenzio, il discorso di Monti in senato. E visto il tilt improvviso e un po’ fantozziano della televisione proprio all’inizio, se non fosse spuntata una vecchia radiolina a pile collegata al microfono, nessuno avrebbe potuto giudicare il debutto del governo dei rettori. «Festeggiamo la fine di uno stile, non ancora di una politica», dice Vendola ai suoi. E poi: «Prendiamo finalmente congedo da un ceto politico commercial-pornografico».

Nel governo Monti ci sono scelte buone: la nomina di Andrea Riccardi, per esempio, e altre «molto problematiche», come quella di Corrado Passera, già dipinto sui giornali inglesi come l’industrial overlord della politica italiana.
Vendola esulta per la «fine del provincialismo, delle piccole patrie, del leghismo». Per il «ritorno all’austerità della parola e del decoro istituzionale». Ma non basta. Non può bastare.

«Il discorso di Monti ha deluso, non c’è nessun coraggio sulla patrimoniale, non c’è l’Italia reale, quella che sprofonda nel fango e vede piovere sempre sul bagnato», l’Italia segnata «dalla povertà e da un’ingiustizia sociale clamorosa».

In sintesi: c’è una svolta nello stile, ma non c’è una svolta nella politica. «La bussola del nuovo governo è la lettera di Berlusconi all’Europa, troppa continuità con le politiche del passato. Si intravedono troppe scelte tipiche di un governo schiettamente conservatore».

Esempio immediato: «Indicare la riforma Gelmini come il primo terreno operativo non è il modo migliore per intercettare l’immensa volontà giovanile di cambiamento». E poi ci sono obiezioni di fondo. Non solo Monti vuole introdurre il pareggio di bilancio nella Costituzione, vuole anche un authority indipendente che vigili sulla sua applicazione. «Ma indipendente da chi? Dai cittadini?», si chiede Vendola. E poi: «parlare di crescita e sviluppo, nel 2011, senza mai pronunciare l’aggettivo ‘sostenibile’ è come minimo inquietante».

La rotta nell’immediato è stretta ma nel futuro non tanto. «Berlusconi non è fuori da questa stagione – avverte Vendola – cerca di rifarsi una verginità e manda la Lega in avanscoperta». Attorno al governatore quasi tutti scommettono che Monti non durerà fino al 2013. A porte chiuse si ragiona su un possibile «election day» (amministrative e politiche) a primavera. Un appuntamento al quale Sel vuole arrivare senza farsi mettere nell’angolo. Lavorando fuori dal Palazzo ma in raccordo con l’Idv senza strappare col Pd.

«Quello che manca in Italia – sottolinea il presidente pugliese – è la sinistra. Lavoreremo per la costruzione di questo soggetto e soprattutto per cercare di rendere percepibili dalla gente le nostre proposte per l’alternativa di governo. Se una critica si può fare alla fotografia di Vasto – conclude – è che è arrivata troppo tardi».

Di sicuro Vendola e compagni non lasceranno i democratici in balia degli eventi. Per Franco Giordano, ex segretario del Prc, una «scomposizione e ricomposizione delle forze politiche» è «inevitabile». Ma se da questo travaglio nascerà un «grande centro» tecnocratico e neo-democristiano o «un nuovo Pd» non è un esito scontato.

In senato, Nicola Latorre, ex dalemiano e uomo di collegamento vendoliano nel Pd, ci tiene a far sapere che i contatti con Vendola sono quotidiani: «Con Nichi abbiamo la stessa linea», dice sorridendo sotto i baffi. Certo, per chi deve votare la fiducia in parlamento criticare il governo che nasce è un po’ difficile. E Vendola (che non ha di questi problemi) lo può fare apertamente.

dal manifesto del 18 novembre 2011

Il video integrale del confronto di Vasto alla festa dell’Idv tra Bersani, Di Pietro e Vendola (16 settembre 2011).

httpv://www.youtube.com/watch?v=c71llSTX67k

Economia, un disastro di nome Silvio

«Due diligence» spicciola Prima dell’unità nazionale ricordiamo perché e percome Berlusconi non è statista

Ricordiamocelo. Ripetiamolo insieme prima che l’unità nazionale, la sobrietà della ricostruzione e i sacrifici «equi ma necessari» lo facciano diventare senso comune a suon di talk show: Berlusconi non è uno statista. E non ha fatto un «buon lavoro» come presidente del consiglio. Il suo passo indietro nasce da uno stato di necessità, non da un normale galateo istituzionale e politico.

Visto l’appoggio a un governo comune, i democratici visti in tv sono apparsi fin qui molto imbarazzati nel criticare i ministri precedenti. Mentre i pidiellini, novelli riformisti, ricordano ogni due per tre che gli spread sono alle stelle anche senza Berlusconi e che la crisi mondiale è «la più grande dal 1929».

Tutto vero. Ma anche no. La crisi è globale ed europea ma secondo tutti gli osservatori internazionali pubblici e privati l’Italia è il suo epicentro. Troppo grande per fallire, troppo grande per non salvarsi da sola.

Prima dell’arrivo di Monti è perciò decisivo fare una due diligence del governo appena trapassato. Di ciò che ha fatto e di ciò che non ha fatto.

Nonostante la cura Tremonti il debito italiano dal 2008 a oggi è aumentato di oltre 250 miliardi (su 1.900). Disoccupazione e crisi rischiano di desertificare «il secondo paese manifatturiero d’Europa» senza che sia ancora nata una paragonabile industria dei servizi.

Dal dibattito sul «declino» tipico degli anni ’90 siamo arrivati a quello sul «default». Il welfare è sul lastrico. Dal 2010 la sanità è stata tagliata di 17 miliardi, gli enti locali di 33. E le tasse sono al massimo storico: nel 2014 la pressione fiscale supererà il 48%. Più che in Svezia. Senza contare l’aumento dell’inflazione e dell’Iva, di prezzi e tariffe. E poi i super-ticket, il blocco del Tfr e degli stipendi, l’esodo forzato nel pubblico impiego, l’articolo 8, etc., etc.

E’ giusto che le istituzioni gli concedano l’onore delle armi. Ma Berlusconi è caduto perché era semplicemente insostenibile. Eppure sulla carta si è dato da fare: sommate tra loro tutte le manovre di quest’anno superano i 140 miliardi. Una correzione di rotta tanto gigantesca quanto incerta nell’applicazione.

Ancora l’11 luglio scorso (tra una manovra estiva e l’altra) Tremonti diceva a Repubblica: «Chi ci chiede di fare di più, o di anticipare ad oggi le misure previste per il prossimo triennio, non ha capito nulla. Se lo facciamo ci suicidiamo: ammazziamo il Paese. La verità è un’altra. Ai mercati daremo un segnale forte. E sa qual è? – diceva il ministro a Massimo Giannini – Il fatto che la manovra è blindata, e sarà approvata dal Parlamento in una settimana. Una cosa che nella storia d’Italia non è mai accaduta».

Da allora quella che sembrava un’eccezione è diventata la regola. E sono apparsi subito chiari gli effetti reali della cura Tremonti. «Senza sviluppo la manovra è socialmente insostenibile» (Cnel). «Senza decisi tagli alla spesa è inevitabile aumentare le tasse» (Bankitalia). «C’è il forte rischio di aumento delle tariffe» (Istat).

Poi, il 4 agosto, è arrivata la lettera di Draghi e Trichet. Berlusconi e Tremonti, per una volta d’accordo, provano a convincere Bossi a intervenire sulle pensioni. Ancora una volta la spunta il Carroccio. Il 15 settembre, in una camera assediata e nell’aria acre dei lacrimogeni, il decreto di agosto è legge.

Ma non serve. A Roma Tremonti prepara l’ultima finanziaria. Allestisce un seminario sulla dismissione dei beni pubblici, chiede una mano a tutti i poteri che contano. Prova a salvarsi dal naufragio ma capisce che il tempo stringe ed è sempre più solo. Berlusconi è furioso. E Confindustria ripete come un mantra: «Il tempo è scaduto, il tempo è scaduto, il tempo è scaduto…».

Berlusconi chiede soldi freschi da mettere sul decreto sviluppo. Tremonti risponde parlando di Waterloo e Westfalia. Resiste: niente da fare, tutte riforme «a costo zero». Studia una legge per costruire le autostrade da sole, i costruttori asfaltano, si mettono al casello e non pagano le tasse. Rimarrà lettera morta perché il ministro Matteoli appena si fa vedere in giro viene coperto di fischi. Berlusconi invece infila nelle bozze del decreto 12 condoni e soprattutto la norma anti-Veronica per l’eredità delle quote societarie.
A fine ottobre tutti i nodi vengono al pettine. Tremonti e Berlusconi sono attesi in Europa e devono portare i «compiti fatti». Giuliano Ferrara intima di approvare per decreto, sic et simpliciter, la lettera della Bce.

Più saggiamente, Tremonti opta per spostare tutto nella legge di stabilità. Berlusconi non ci sta, chiude Calderoli, Sacconi e Brunetta a casa sua e gli fa scrivere una fumosissima lettera a Bruxelles mai approvata dal consiglio dei ministri. Sarà un caso ma in Europa appena la leggono decidono subito di mandare gli ispettori, con tanto di questionario scritto per avere chiarimenti. E a Washington il Fondo monetario sblocca 44 miliardi per le emergenze.

Il tempo è finalmente scaduto. Il 4 novembre, al G20 di Cannes, l’agonia italiana va in scena davanti agli occhi del mondo. Tremonti e Berlusconi provano a collaborare ma offrono uno spettacolo pietoso. Il Cavaliere assicura che «la crisi non esiste», i «ristoranti sono pieni» e «sugli aerei si fatica a trovare posto».

Dopo sei lunghi mesi di opposizione, Marcegaglia inizia a vedere la luce. Tremonti si arrende. Torna a Roma e scrive il maxiemendamento direttamente al Quirinale. Da allora non parlerà più.

Napolitano giganteggia sulle risse da pollaio, accetta il voto a rischio sul rendiconto generale (quota 308, Silvio cade) e poi anche la quarta manovra passa senza discussioni: bravo Berlusconi. Bravissimo. Ora però tocca a Monti.

dal manifesto del 17 novembre 2011

Monti e le difficoltà di un decreto lampo

Contatti giornalieri del nuovo primo ministro con Barroso e Van Rompuy. Italia sotto esame al vertice dell’Eurogruppo del 29 novembre.

«Ottima domanda, la risposta però è prematura». Alla fine della sua prima vera giornata da premier in pectore, Mario Monti non scopre le carte sul programma del suo governo né su quel decreto di fine anno che da più parti è considerato necessario per aggiustare i conti pubblici.

Alcuni analisti si spingono a quantificare la manovra in 25 miliardi di euro. Una cifra dovuta al probabile calo del Pil nel 2012 che è mostruosa in termini assoluti, visto che solo quest’anno sono stati almeno 4 gli interventi urgenti sulla finanza pubblica: il decreto sviluppo, la manovra di luglio, quella di agosto e la legge di stabilità con il maxiemendamento. Nessuna di queste manovre ha rassicurato i mercati. Anzi, le probabilità di una nuova recessione sono in aumento in tutta Europa.

Di fronte ai giornalisti Monti ha soltanto assicurato di avere in testa «misure incisive». Le sue coordinate sono quelle della Bce: più crescita e meno debito. «Sacrifici» ma anche «equità» e «valori».

Il Professore incassa la frenata dello spread e invita i mercati a «temperare l’impazienza con la razionalità». La democrazia ha i suoi tempi e può fare poco se, come sta accadendo, tutte le banche europee stanno vendendo il nostro debito a rotta di collo (negli ultimi giorni solo quelle francesi hanno dimezzato l’esposizione verso l’Italia vendendo oltre 20 miliardi di Btp.).

L’euro è al collasso. E la fiducia dell’intero mondo finanziario e imprenditoriale italiano verso Monti è totale: «Quello che sta facendo deve funzionare», sintetizza l’ad di Banca Intesa Corrado Passera.

Da oggi si entrerà nel vivo del confronto. Il presidente incaricato incontrerà prima Pd e Pdl, e poi tutte le parti sociali. Il Pdl insiste per l’adozione immediata della lettera della Bce del 5 agosto. Richieste che l’Idv considera «macelleria sociale» e che non persuadono il Pd.

Di quella lettera, però, il governo Berlusconi ha fatto alcune cose, a cominciare dalla vendita obbligatoria entro l’anno prossimo di tutte le partecipazioni pubbliche nei servizi locali a parte l’acqua (prevista nella manovra di agosto e rafforzata nella legge di stabilità). Norme che per i comuni dell’Anci erano «incostituzionali» e per i comitati referendari vanno contro il pronunciamento clamoroso di 27 milioni di italiani nel giugno scorso.

Anche su un altro tema «caldo» come il pubblico impiego Tremonti e Brunetta hanno già deciso, sempre nella legge di stabilità, che i dipendenti statali che non accettano di essere trasferiti tra due anni se ne andranno a casa. E qui la Bce, è noto, voleva di più: rafforzare il blocco del turn-over (cioè meno assunzioni) e soprattutto un taglio secco degli stipendi della p.a. come in Grecia.

Anche sulle pensioni tutte le ipotesi in campo partono dalle proposte affondate dalla Lega: abolizione delle pensioni di anzianità (per chi ha 40 anni di contributi); passaggio al sistema contributivo della riforma Dini anche per chi aveva 18 anni di contributi nel ’95; pensioni di vecchiaia a 67 anni per tutti in tempi più rapidi (si ipotizza dal 2020 invece che dal 2026).

Oltre alle pensioni le misure più facili da prendere sono sulla casa. Si studia un aumento delle rendite catastali del 30% o il ripristino dell’Ici sulla prima casa per rifinanziare i bilanci dei comuni massacrati dai tagli.

Mistero anche su un eventuale «patrimoniale» (fioriscono le ipotesi più varie) e impegni ardui anche per le riforme costituzionali chieste (!) dalla Bce: abolizione province, taglio parlamentari, etc.. Oltre che del consenso hanno bisogno di tempi molto lunghi per l’approvazione. E’ poco realistico che possano essere varate definitivamente entro il 2013.

Fare previsioni attendibili su interventi che rappresentano un vero campo minato sociale e politico per qualsiasi governo è arduo. Monti non è nemmeno in carica e gli uffici tecnici attendono indicazioni. Sul tavolo ci sono gli studi e i piani di quello precedente. Con complicazioni non secondarie come il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo esecutivo e il fisiologico avvicendamento nelle alte burocrazie dei vari ministeri.

Soltanto firmare gli oltre 200 decreti attuativi lasciati in sospeso dal governo precedente richiederà un lavoro improbo e certosino.

Per Monti il primo vero esame internazionale nella sua nuova veste sarà il 29 novembre nella riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles. Il presidente italiano è in contatto giornaliero con Barroso e Van Rompuy e fino ad allora dall’Europa non dovrebbero arrivare nuove richieste.

dal manifesto del 15 novembre 2011

Prima del crollo un giorno di ordinaria follia

Governo in panne sull’emendamento«europeo». L’Ue invia gli ispettori. Berlusconi chiuso ad Arcore coi figli. Oggi va alla conta

Anche Oltremanica gettano la spugna. Gli allibratori inglesi sospendono le puntate sul governo Berlusconi: «La politica italiana è troppo complicata per reggere scommesse», spiega all’Ansa una società specializzata sulle vicende europee.

Per tutto il giorno Silvio Berlusconi è rimasto chiuso nella sua villa di Arcore, dove ha pranzato con i figli accompagnati da Fedele Confalonieri. In mezzo alla discussione sulle aziende di famiglia gli incontri con diversi ministri e dirigenti del Pdl.

Ad agitare molto le acque della maggioranza i boatos di due giornalisti vicinissimi al centrodestra come Franco Bechis (Libero) e Giuliano Ferrara (Foglio), sicuri su Internet e twitter che le dimissioni del premier erano questione di ore o di minuti.

Apriti cielo, l’euforia delle borse è stata immediata, come il crollo dei famosi «spread» con i bund tedeschi. Se il Cavaliere voleva avere un segnale dei mercati l’ha avuto forte e chiaro. Del suo addio basta la parola.

Eppure non sarà così semplice. Anzi. Berlusconi definisce «voci destituite di ogni fondamento» le illazioni che circolano sulle sue dimissioni. Di lasciare non ha alcuna voglia: «Voglio vedere in faccia i traditori che mi voteranno contro», dice a Libero.

Nella testa del Cavaliere la rotta è chiara: oggi pomeriggio alla camera (ore 15.30) il rendiconto generale passerà nonostante le astensioni delle opposizioni e dei transfughi. Immediatamente dopo, forse già domani, il governo si presenterà al senato e chiederà la fiducia sulle misure annunciate all’Europa nella famosa lettera.

A quel punto, e solo a quel punto, con il voto favorevole di un ramo del parlamento in tasca, il premier valuterà veramente il da farsi. Se tra quarantott’ore l’opera di «convincimento» dei frondisti non sarà andata a buon fine, potrà salire al Quirinale chiedendo – con buoni argomenti, visto la fiducia ottenuta almeno in una camera – le elezioni per l’inizio del 2012.

Decisamente il Cavaliere non è un socialista disposto al passo indietro come Zapatero, Brown e Papandreou. L’ordine è resistere a ogni costo. E a Montecitorio la vigilia è da pallottoliere.

L’ex finiano Buonfiglio (rimasto nel centrodestra con Urso e Ronchi) annuncia che sul rendiconto si asterrà «se diventa come una fiducia a Berlusconi». E lo stesso lascia capire il frondista Antonione: «Serve un allargamento della maggioranza. Abbiamo passato due anni a sostenere che Prodi non poteva governare con due voti di scarto, se ne eravamo convinti allora lo dobbiamo essere ancora di più oggi».

Oggi alcuni frondisti – tra cui Stracquadanio e Bertolini – si intratterranno a tu per tu con il Cavaliere nella sua casa romana. Ma la situazione è talmente tesa e confusa che anche tra i «big» vacillano le certezze. Dice l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu: «Se la mozione di sfiducia puntasse alla nascita di un governo di larghe intese e unità nazionale insieme al Pd io la voterei».

Il nome che gira è quello di Gianni Letta. Franco Frattini non si spinge a tanto ma certo invita il suo governo a non chiedere la fiducia: «Spero che il maxiemendamento sia approvato con il concorso dell’opposizione, l’Udc condivide le misure sull’Europa e un’apertura verso Casini è normale».

Vertici e controvertici si susseguono senza soluzione di continuità. A Milano si vedono i ministri ex forzisti di Liberamente (Gelmini, etc.) e i vertici della Lega (Maroni incluso) a via Bellerio. Calderoli, a metà pomeriggio, va ad Arcore e poi ritorna da Bossi.

Come la pensa il Carroccio, del resto, l’ha già detto Maroni («se i voti non ci sono è inutile accanirsi»). Il rovello principale del senatur adesso è come evitare il «ribaltone» e arrivare al voto anticipato insieme al Pdl. Una strategia molto simile a quella che piace a Berlusconi.

A Roma invece Gianni Letta si chiude nello studio di Fini alla camera. Il sottosegretario berlusconiano non dice nulla sulla sua disponibilità a guidare un governo di emergenza. Ma certo, in pubblico, afferma che anche se cambiasse l’esecutivo «gli impegni assunti con l’Europa non è che si rinnovano o cambiano, continuano».

Appunto, continuano. E Bruxelles non vede affatto chiaro nella situazione italiana. Il maxiemendamento alla finanziaria (collegato alla lettera europea) venerdì era stato annunciato per oggi ma in senato slitta ancora perché Tremonti se lo tiene stretto.

«Ci aspettiamo – spiegava in mattinata il portavoce del commissario Ue agli affari economici – che il ministro Tremonti spieghi all’Eurogruppo i dettagli della lettera di impegni inviata alla Ue dall’Italia». Anche perché quella lettera «ha dei limiti». Tremonti dice che è tutto a posto ma da Bruxelles in ogni caso anticipano l’invio degli ispettori a Roma: le misure indicate nella lettera possono dare risposte positive «solo quando saranno applicate».

Mentre tutto crolla, un uomo è in cima ai pensieri del Cavaliere: «La prima riforma costituzionale necessaria è quella che dia al premier gli stessi poteri dei suoi colleghi europei, a cominciare dalla possibilità di imporre una linea al ministro dell’Economia, altrimenti non è un premier». Fosse l’ultima cosa che fa, quel Giulio lì non lo vuole proprio più vedere.

dal manifesto dell’8 novembre 2011

Berlusconi, un fantasma si aggira per l’Europa

Nottataccia a Palazzo Chigi, Pdl in crisi sulle misure anti-crisi. Colle e Economia frenano il blitz del premier. Alfano: «Dobbiamo resistere fino a Natale, poi si va al voto». Peones nel panico: raccolta firme contro Berlusconi per tirare a campare un altro po’.

Un fantasma si aggira per l’Europa e si chiama Silvio. Il governo del “fare” è indeciso a tutto. Mentre scriviamo, nel consiglio dei ministri in corso a Palazzo Chigi si sfiora la rissa e il «decreto Europa» che Berlusconi voleva portare oggi in dote al G20 di Cannes sembra sfumato nel peggiore dei modi.

Nella resa dei conti interna al governo, salvo sorprese della notte, hanno prevalso le tesi del ministro dell’Economia, non certo i sogni di gloria del presidente del consiglio. Del decreto annunciato l’altroieri a reti unificate non c’è traccia. In una rapida comparsata in senato, del resto, lo stesso Tremonti annunciava nel pomeriggio che il governo non sapeva ancora né cosa né come si sarebbe presentato ai 20 grandi.

Un rebus che non si scioglie nemmeno nel direttivo del Pdl, al termine del quale il sindaco di Roma Alemanno accusa il Quirinale di aver stoppato il provvedimento. Come se Napolitano fosse contrario allo strumento. E non, come dicono altre fonti non confermate, invece, contrario ad alcune misure irricevibili che con l’Europa non avevano niente a che fare. Di sicuro Tremonti è salito ieri pomeriggio al Colle – unico ministro a partecipare alle consultazioni informali – con argomenti molto convincenti.

Comunque vada a finire, la maggioranza non è mai stata così lacerata. Da un lato gli ultimi pasdaran berlusconiani tipo Giuliano Ferrara si sgolano per chiedere al «Cav.» di approvare per decreto addirittura la lettera di Draghi e Trichet. Una mossa che al momento è dadaismo allo stato puro. E infatti Ferrara – in nottata – non può far altro che gridare gonfio di delusione al solito complotto.

Dall’altra parte, però, c’era il giro stretto delle colombe berlusconiane, che in tutte le riunioni di ieri concordava su un punto: al massimo si potrebbero anticipare per decreto alcune misure contenute nella (fumosissima) lettera di Berlusconi all’Europa di giovedì scorso.

Su una sponda diametralmente opposta siede Giulio Tremonti. Il quale ritiene da settimane che non ha senso moltiplicare i pani e i pesci in questo parlamento: l’unica garanzia seria per l’Europa è la legge di stabilità e quella va emendata e approvata rapidamente.

La partita è economica ma soprattutto politica. Se ci sarà un maxiemendamento alla finanziaria, il pallino torna in mano a Tremonti e Berlusconi va al G20 armato solo di buone intenzioni con tutti i rischi del caso.

Da qui a dire – come fa Ferrara – che questa scelta equivale a una trappola per Berlusconi ce ne corre. Perché nessun governo, tantomeno in questo momento critico, può cadere sulla finanziaria. Se invece c’è un decreto, Tremonti è di fatto esautorato e la regia della crisi passa definitivamente a Palazzo Chigi.

Spettatrice interessata e vero ago della bilancia è la Lega. Mentre Calderoli seguiva passo passo tutte le mosse di Tremonti, Bossi se n’è stato silenzioso dietro al cespuglio. In mattinata il leader del Carroccio si è limitato a escludere un passo indietro di Berlusconi («No comment, tanto non lo fa») e spernacchiava i presenti al solo udire il nome di Mario Monti. Il Carroccio non va oltre. Da gennaio, ormai è sicuro, staccherà la spina.

La trama però si complica e diventa inestricabile quando dai dissensi del governo si passa allo stato comatoso del parlamento. La posta in gioco è chiarissima. Ai vertici del partito convocati nel direttivo di ieri Alfano la mette così: c’è una «congiura» contro di noi per «attirare una decina di deputati» e tentare un «governo del ribaltone». La manovra però deve scattare entro Natale perché da gennaio – spiega il segretario del Pdl – «l’unica alternativa a questo governo è il voto anticipato» a marzo e aprile.

Quindi bisogna resistere fino a dicembre e poi, prima che si manifesti il vero volto delle scelte berlusconiane e la crisi economica morda ciò che resta del lavoro e dei risparmi italiani, andare al voto contro l’armata brancaleone della sinistra.

Nel Pdl è un segreto di Pulcinella. Ma tra i peones è il panico. E’ sicuro che tra le decine di futuri trombati e ineleggibili nasceranno improbabili gruppi fantasma. Si contano già 12 firme. Nomi di deputati ignoti occuperanno l’etere e paginate di giornali. Riferirne adesso le convulsioni nel dettaglio (biografia, cene, controcene, bozze di lettere e simboli elettorali, organigrammi ipotetici) è del tutto superfluo. Il senso non cambia.

Un’ondata di Scilipoti sta per sommergere il parlamento fino a renderlo una palude che vuole una cosa sola: votare il più tardi possibile. Travestiranno il proprio trasformismo con le parole più nobili. E si atteggeranno a statisti internazionali dimentichi di tutte le nefandezze che hanno votato obbedienti in questi anni.

dal manifesto del 3 novembre 2011

Per la libertà di stampa, la lettera a Napolitano

Al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano

Egregio Presidente,

ci rivolgiamo a Lei, nella Sua qualità di più autorevole rappresentante e custode della democrazia costituzionale per significarLe il rischio imminente di chiusura che coinvolge un centinaio di giornali politici, cooperativi, non profit e di idee e la conseguente perdita del lavoro per svariate migliaia di giornalisti e poligrafici.

Questo gravissimo evento sarà la conseguenza inesorabile del taglio del Fondo per l’editoria deciso dal Governo, se non interverranno immediate misure atte a ripristinarlo, sia pure nell’entità – peraltro assai modesta e nel tempo già considerevolmente ridotta – stabilita per gli anni precedenti.

Chi Le scrive è perfettamente consapevole dei problemi di bilancio dello Stato e della necessità di ridurre la spesa pubblica, eliminando ogni fonte di spreco. Anche nel mondo dell’editoria, dove è indispensabile un’opera di bonifica per distinguere, sulla base di rigorosi criteri, i giornali «veri» dalle testate inventate a bella posta per lucrare sulle erogazioni pubbliche.

Abbiamo da anni indicato soluzioni di maggior rigore e trasparenza, idonee ad evitare lo sperpero di denaro pubblico. Il recente Regolamento solo in parte le ha recepite, pertanto mentre chiediamo l’adeguamento del Fondo torniamo a proporre ulteriori criteri per consentire da un lato risparmi e dall’altro una più rigorosa selezione nell’accesso alle risorse.

Senza questo intervento, il taglio “lineare” prodotto sortirà il risultato di buttare il bambino con l’acqua sporca. Siamo certi, Signor Presidente, che comprenderà quale vulnerazione democratica si determinerebbe se il pluralismo dell’informazione subisse un’amputazione delle proporzioni annunciate.

In edicola rimarrebbero i giornali che hanno alle spalle editori potenti, che drenano pressoché tutta la pubblicità, compresa quella degli inserzionisti istituzionali. Il perimetro dell’informazione si comprimerebbe drasticamente, rimanendo appannaggio di pochi gruppi privilegiati.

Il tempo a disposizione per evitare il tracollo è talmente breve che già domani sarebbe troppo tardi.

Per questo, Signor Presidente, noi che rappresentiamo testate del più diverso orientamento culturale e politico, Le chiediamo un intervento utile a scongiurare un epilogo disastroso.

Nella nostra qualità di direttori dei giornali sottoscrittori della presente, Le chiediamo anche di volerci incontrare, in modo da rendere vieppiù chiari i termini delle nostre valutazioni e delle nostre proposte.

Con stima

GIORNALI DI PARTITO
Stefano Menichini Europa, Dino Greco Liberazione, Marcello De Angelis Secolo d’Italia, Claudio Sardo l’Unità.

COOPERATIVE E NON PROFIT
Marco Tarquinio Avvenire, Angelo Mastrandrea e Norma Rangeri il manifesto, Giuseppe Giulietti Articolo 21, Emanuele Macaluso il riformista, Giovanni Sica Cesare Pozzo Il treno (società nazionale di mutuo soccorso), Gian Mario Gillio Confronti, Marina Ricchi Luna nuova, Mimmo Angeli Corriere Mercantile, Edo Ottaviani Corriere Romagna, Emanuele Galba La Cronaca di Cremona e La Cronaca di Piacenza, Francesco Zanotti Federazione Settimanali Cattolici, Tiziana Bartolini Noi Donne, Marco Fratoddi La Nuova Ecologia, Tarcisio Tarquini Rassegna Sindacale, Riccardo Quintili Il Salvagente, Rocco Di Blasi Il Salvagente online, Cristina Scarpa Agenzia di stampa, Luisa Campatelli Il Corriere del Giorno, Duccio Rugani Il Cittadino Oggi.

TESTATE FISC (settimanali cattolici)
Giovanni Pinna Nuovo Cammino, Giuseppe Malandrino La Vita Diocesana, Giampiero Cinelli La Vita Picena, Davide Maloberti Il Nuovo giornale, Chiara Genisio Agenzia giornali diocesani, Claudio Tracanna Vola, Riccardo Losappio In comunione, Antonio Ricci Il Corriere apuano, Marino Cesaroni Presenza, Paolo Busto La Vita casalese, Irene Argentiero Il Segno, Francesco Zanotti Corriere Cesenate, Claudio Mazza Incrocinews,Ernesto Preziosi Il Nuovo Amico, Andrea Fagioli Toscana Oggi, Marco Piras L’Arborense, Massimo Manservigi La Voce di Ferrara e Comacchio, Carlo Cammoranesi L’Azione, Bruno Cescon Il Popolo, Giovanni Tonelli Il Ponte, Mario Barbarisi Il Ponte, Marco Bonatti La Voce del Popolo, Luigi Lamma Notizie, Giulio Donati Il Piccolo, Antonio Rizzolo Gazzetta d’Alba, Sandro Tuzi Il Velino, Lo sguardo dei Marsi, Andrea Ferri Il Nuovo Diario Messaggero, Mario Piroddi L’Ancora, Mauro Ungaro Voce Isontina, Antonio Maio L’Azione, Pietro Pompei L’Ancora, Angelo Zema RomaSette.it, Alberto Margoni Verona Fedele,Simone Franceschi Sulcis Iglesiente oggi, Luigi Taliani Emmaus, Doriano De Luca Nuova stagione, Adriano Bianchini La Voce del popolo, Luca Sogno Corriere Eusebiano, Stefano Malagoli Il Nostro Tempo, Silvio Grilli Il Cittadino, Piergiorgio Pruzzi Il Popolo,Corrado Avagnina Unione Mongalese-La Fedeltà.

dal manifesto del 30 ottobre 2011