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Mezzo Pdl non vota il fiscal compact negoziato da Berlusconi
«Siamo davanti a un importantissimo passaggio nel percorso di costruzione europea, con nuove e sostanziali cessioni di sovranità, è un momento storico e insieme possiamo farcela», afferma il ministro per gli affari europei Enzo Moavero di fronte a un’aula della camera mezza vuota e soprattutto terrorizzata dal «generale agosto» e dalle voci di una nuova manovra del governo.
Montecitorio ha approvato definitivamente in un paio di giorni di non-dibattito i trattati di ratifica del «fiscal compact» e del «Mes», il fondo salva-stati (o salva-banche) dell’eurozona. Di fatto, la cessione di sovranità che Moavero tanto elogia, è al vaglio delle corti costituzionali della Francia e della Germania.
Un Monti molto Tremonti si aggira per l’Europa
Idee poco chiare a Bruxelles. Integrazione bancaria forse a ottobre e Tobin Tax solo per chi ci sta non calmano lo spread con la Germania (a 470 per l’Italia e a 520 per la Spagna). Il Colle e Palazzo Chigi non rinunciano al rigore. Ma temono gli agguati in patria e si appellano all’Europa. In Parlamento Monti va avanti sulla difensiva: chiede gli eurobond a Berlino e più unità alla sua rissosa maggioranza. Poi rispolvera le privatizzazioni pensate dal suo predecessore e sullo «sviluppo» imbriglia Passera.
Monti il “tedesco”, prova a convincere la Germania
Il Professore non scopre le carte sulle sue prossime mosse. Ma più che in parlamento, cerca l’accordo dei partner e dei vertici europei. Giro di incontri con Cameron, Merkel e Sarkozy.
Da Mario Monti una lezione sugli «spread» più che una conferenza stampa. Per il Professore due ore e mezza piene di domande più che di risposte. Un botta e risposta avarissimo di notizie ma denso di contenuto. In cui la distanza con lo slang berlusconiano non potrebbe essere maggiore, ed è un bene. Ma da cui emerge anche con una crudezza estrema che la soluzione della crisi italiana passa ormai solo per Bruxelles e, purtroppo, da una obbediente sottomissione alle dottrine neoliberiste che infiniti guai stanno seminando in tutto il mondo.
Qui il video.
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Monti, l’anno nuovo del Professore
Perché Monti non è Amato e i tecnici di oggi non sono quelli di vent’anni fa
Fin dalla nascita il governo di «salvezza nazionale» guidato da Monti e dai suoi rettori è vittima e artefice di un gigantesco equivoco.
Agli italiani è stato presentato – e così si ammanta nei talk show – come un governo tecnico 2.0, simile a quelli che in passato hanno salvato l’Italia, venduto i servizi pubblici e portato l’Italia nell’euro.
Ma Monti, Passera e Fornero non sono le riedizioni aggiornate di Amato e Ciampi.
Tra le due esperienze i tratti in comune sono molti: la manovra lacrime e sangue, l’accanimento sulle pensioni, il disastro economico, la fine di un’epoca politica, la «prima Repubblica».
Venti anni però non sono passati invano. Negli anni ’90 si trattava veramente di «salvare» l’Italia, cioè di correggere la rotta di un paese manifatturiero fortissimo ma giudicato (a torto) arcaico e troppo statalista.
Negli anni ’10 invece, nonostante la retorica bocconiana e le “tredicesime a rischio” di Fornero, la sfida non è salvare il paese ma ristrutturarlo su nuove basi. Lì bisognava soprattutto reindirizzare (certo, a suon di liberalizzazioni epocali).
Qui si tratta invece di ricostruire dalle fondamenta un paese che oggi è molto più simile alla Grecia che alla Francia.
Monti, la fase due del Professore
Oggi via libera definitivo in senato con il voto di fiducia. Il premier incontra Berlusconi e Bersani per blindare le prossime mosse
Cambia il governo ma il copione è identico. Il ministro Giarda chiede il voto di fiducia sul decreto Monti e il senato, senza sorprese né modifiche, trasformerà definitivamente in legge l’aggiustamento lacrime e sangue imposto dal governo tecnico.
Fornero, frasi shock contro i giornalisti
Doveva essere una celebrazione sul passato della professione e una riflessione seria sul futuro dell’informazione ai tempi della crisi. E invece il centenario del primo contratto collettivo dei giornalisti presso la sede della Fnsi è diventato il teatro di uno scontro senza precedenti tra la ministra Elsa Fornero e il gotha istituzionale della stampa italiana.
La professoressa torinese è entrata nel convegno come un elefante in una cristalleria. «Voi giornalisti siete dei privilegiati. Forse per la vostra vicinanza al potere politico».
Un intervento tutto col dito alzato, davanti a una selva di telecamere. «Anche voi giornalisti dovete sperimentare la durezza di un mondo che non fa sconti a nessuno. Se fanno i sacrifici gli operai della Fiat li dovrete fare anche voi. Come per l’idraulico polacco anche per voi vale la competizione. Le cose possono essere prodotte da noi o da altri, in un mondo globalizzato non esistono più recinti protetti».
Che l’informazione sia una «cosa» come le altre non era mai stato detto pubblicamente da nessun ministro. Viva la sincerità. Che la cronaca locale di Cremona o la giudiziaria di Trani possano farla cronisti di Bucarest o Bangalore non era ancora venuto in mente a nessun editore, ma chissà, niente limiti alla potenza del mercato.
Editoria, il governo abolisce il contributo ai giornali
Dal 2014 il «salva Italia» abroga la legge del 1990 che regola i contributi diretti per l’editoria
di Matteo Bartocci e Carlo Lania
Giù le mani dagli stipendi dei parlamentari ma, a quanto pare, giù le mani anche dai giornali di partito ed ex partito. È proprio vero: come la legge anche l’edicola potrebbe non essere uguale per tutti se, come sembra, il decreto «salva Italia» sopprimerà il fondo editoria per tutti i quotidiani ad eccezione di quelli legati a un partito politico, a prescindere se il legame sia attuale o riguardi il passato.
Per Monti missione in Europa e riforma del lavoro
Come in Danimarca ma senza il welfare della Danimarca. Mario Monti non si cura dell’impopolarità del decreto appena varato e conferma l’apertura del «prossimo cantiere»: quello del lavoro e del welfare. «E’ una materia che necessita del negoziato con le parti sociali», ammette il Professore, annunciandolo addirittura «tra qualche giorno». Di certo il malessere che si respira nei sindacati non spiana la strada ad altre riforme da lacrime e sangue.
Di fronte alla stampa estera il premier torna a guardare alla «flexicurity» e al «modello danese».
Un sistema che in Italia ha un nome e cognome, Pietro Ichino: contratto unico di lavoro senza data di scadenza, licenziamento libero in cambio di un indennizzo economico e sostegno alla disoccupazione con un contratto di ricollocamento.
Il problema è che i danesi sono 5 milioni e gli italiani 60. E a Copenhagen pagano un mucchio di tasse. Monti, non a caso, ha confermato di volersi «ispirare» ai paesi del Nord Europa «nel modo di intendere la protezione sociale e cioè non la protezione del singolo posto di lavoro ma la protezione del singolo lavoratore» senza però voler prendere come esempio quel modello fiscale.
Il Professore butta la palla in avanti. Sa che con Cisl e Uil si può ragionare e sa anche che dalla sua ha un alleato fortissimo come la Commissione europea. Nel suo rapporto sull’Italia del 29 novembre, infatti, Olli Rehn ha suggerito al nostro paese l’abolizione pura e semplice dell’articolo 18 in cambio di un «modesto indennizzo» (moderate tenure-related severance payment, cfr. pag. 6), più la «semplificazione dei licenziamenti collettivi», la «riduzione dei contratti atipici» e la «razionalizzazione dei sussidi di disoccupazione» sempre che «ci siano coperture finanziarie adeguate». Un abbozzo di riforma che, passata la discussione sul decreto «salva Italia», tornerà ad animare certamente il dibattito pubblico.
A differenza che a Roma, con Bruxelles la concertazione del governo va a gonfie vele. Monti si presenta al vertice di giovedì e venerdì con tutta l’intenzione di far valere il suo decreto “impressionante”. Per preparare il terreno, ieri mattina ha incontrato a Palazzo Chigi il premier olandese Mark Rutte, al quale ha illustrato la manovra appena varata provando a concordare una strategia comune in vista dell’incontro con gli altri capi di governo. Rutte si è detto «molto impressionato» dalle misure appena varate: il governo olandese le «sostiene pienamente e si augura che siano implementate», ha detto in conferenza stampa. Aperture di credito che a Roma non si sentivano da mesi.
Basterà per salvare non solo l’Italia ma «l’Europa intera», come pomposamente hanno detto in aula sia Dario Franceschini che lo stesso premier? I dieci giorni che sconvolsero l’Europa scadono questa settimana con il mega vertice di Bruxelles.
Il fallimento – a detta di tutti – non è un’opzione. Che si tratti di un appuntamento cardine lo dimostra la lunga visita in Europa del segretario al Tesoro americano Tim Geithner.
Su espresso invito di Obama, Geithner chiederà ai partner europei misure definitive per evitare che il contagio si allarghi a Wall Street e alla «main street» nell’anno delle presidenziali.
La Casa Bianca non vuole sbavature. Non a caso proprio ieri il vicepresidente Joe Biden era ad Atene. Ex capo della Fed di New York, anche il giovane segretario al Tesoro vedrà in pochi giorni tutti i principali leader europei (incluso il governatore Bce Mario Draghi), non ultimo dei quali proprio Mario Monti giovedì a Milano. Il ministro americano non è un negoziatore raffinato. A settembre scorso, nell’Ecofin in Polonia, fu così perentorio con i diktat ai governi europei da sfiorare la catastrofe diplomatica.
dal manifesto del 6 dicembre 2011